lunedì 18 febbraio 2019

Qual è la miglior soluzione per risolvere i problemi del mondo del lavoro?


Introduzione

All'interno di questo scritto effettueremo un'analisi comparativa volta ad individuare quale sia la miglior soluzione per risolvere le criticità relative al mondo del lavoro.

In particolare, discuteremo le seguenti classi di soluzioni:
1) creazione di nuovo lavoro; 
2) redistribuzione del lavoro esistente; 
3) riduzione del lavoro esistente;
4) reddito di cittadinanza condizionato;
5) reddito di esistenza incondizionato;
6) riorganizzazione del mondo del lavoro in senso rivoluzionario.

Per ciascuna delle suddette categorie saranno:
1) esposti i dettagli relativi alla proposta e alla sua implementazione; 
2) effettuate delle analisi critiche volte a stabilire fattibilità e bontà della misura; 
3) messi in evidenza i punti di forza e le criticità.

Per agevolare la riflessione, immaginiamo di vivere in una società composta da N individui facenti parte della forza lavoro potenziale, di cui però soltanto C sono occupati, mentre la restante parte D sono disoccupati (N = C + D).

Con le loro azioni, questi individui danno origine ad un insieme di attività finalizzate alla produzione e alla fornitura di un certo quantitativo di beni e servizi. 

Il nostro biettivo sarà quello di eliminare la disoccupazione (D = 0), riuscendo a produrre e fornire beni e servizi di alta qualità per tutti. Al tempo stesso, ci piacerebbe incrementare sia la felicità che la libertà di ogni singolo individuo. 

Tutto ciò dovrà avvenire confinando il sistema socio-economico entro dei vincoli fisici che assicurino il più alto livello di sostenibilità ambientale che sia possibile raggiungere.

Se riusciremo a conseguire questi risultati, avremmo ottenuto una condizione ideale da me definita organizzazione ottimale del mondo del lavoro.

Creazione di nuovo lavoro

Secondo la filosofia dei sostenitori di questa classe di soluzioni, per risolvere i problemi del mondo del lavoro, si dovrebbe creare ancor più lavoro!

La fallacia di una simile tesi dovrebbe essere evidente. 

Infatti, se il lavoro è mal concepito ed è indirizzato verso fini errati, ciò che consegue dalla sua attuazione non può far altro che esser distorto e dannoso, perché in tal caso sarebbe il lavoro in sé a causare i problemi che si riscontrano nella società. 

Pertanto, un incremento quantitativo di lavoro amplificherebbe di certo le problematiche preesistenti.

In particolare, per quanto riguarda le attività lavorative incompatibili con il benessere collettivo, il voler risolvere i problemi del mondo del lavoro incrementando il lavoro, equivale a voler risolvere i problemi della salute pubblica aumentando l'incidenza delle malattie, il che rappresenta una completa assurdità.

Ciò che si può fare incrementando il lavoro è di tentare di risolvere il problema della disoccupazione, ma così facendo si potrebbe dare origine a delle criticità addirittura peggiori rispetto a quelle a cui si intendeva porre rimedio. Cerchiamo di capire il perché.

Ci sono due scenari che possono verificarsi in seguito ad un incremento quantitativo del lavoro umano: o si ha un aumento dell'impatto ambientale, inteso nel senso più ampio del termine, oppure no, ovvero l'impatto ambientale resta invariato o addirittura diminuisce.

Si ha incremento del lavoro con aumento dell'impatto ambientale, ad esempio, quando si implementano delle misure volte a far crescere l'economia creando un maggior numero di attività che producono e forniscono un quantitativo addizionale di beni e servizi rispetto allo stato attuale.

In tal caso, le nuove attività, per essere messe in atto, richiederebbero un maggior consumo di risorse ed energia, e quindi porterebbero con sé un qualche genere d'incremento dei livelli di inquinamento preesistenti.

Così facendo, se da un lato un maggior numero d'individui avrebbe modo di lavorare e di consumare beni e servizi, dall'altro, si dovrebbero fare i conti con le conseguenze negative dovute ad un ulteriore aggravio del degrado ambientale.

Ora, siccome a livello globale il sistema socio-economico ha già superato di misura tutti i limiti che avrebbero potuto assicurare una certa sostenibilità, si deve convenire sul fatto che una simile soluzione debba esser scartata in partenza, a meno che lo scopo non sia quello di voler provocare intenzionalmente un collasso ecologico!

Attualmente l'umanità sta consumando quantitativi di risorse rinnovabili più grandi rispetto a quelli che il pianeta è in grado di rigenerare, emette CO2 in misura superiore a quella che l'ecosistema riesce ad assorbire e dissemina nell'ambiente sostanze tossiche a non finire, senza considerare che l'odierna economia si fonda in larga parte sull'utilizzo di risorse non rinnovabili in via di esaurimento che, nonostante ciò, vengono divorate a ritmi crescenti (si pensi al petrolio). 

Non si capisce proprio come il voler peggiorare un quadro già di per sé tetro, possa anche soltanto essere considerato come una soluzione, quando invece è oltremodo chiaro che quello della questione ecologica rappresenti un problema gravoso da risolvere, che di certo non può essere affrontato senza invertire la rotta, ovvero andando in direzione di una decrescita e non di un'ulteriore crescita.

Pertanto, la principale obiezione in relazione alla fattibilità di un incremento quantitativo del lavoro collegato ad un aumento dell'impatto ambientale, non è di tipo economico, ma è di tipo fisico: è del tutto evidente che, volendo, l'economia possa esser forzata a crescere, anche se non è ben chiaro ancora per quanto tempo, prima che si esauriscano le risorse e/o l'ambiente sia così compromesso da non esser più compatibile con la sopravvivenza del genere umano. 

Effettuando della spesa pubblica si potrebbe creare lavoro a volontà, ma che senso avrebbe incrementare ulteriormente il lavoro, se poi ciò che conseguirebbe da queste attività lavorative addizionali non contribuisse a diminuire l'impatto ambientale ed i livelli d'inquinamento, aggravando ancor più il livello d'insostenibilità?

Come chiunque può comprendere, le criticità legate ad un incremento quantitativo di lavoro indotto attraverso un'espansione dell'economia non sono soltanto di tipo fisico.

In primo luogo, si può osservare che non è affatto detto che la crescita economica si traduca necessariamente in una crescita dell'occupazione. 

Ciò si verificherebbe, ad esempio, se si conseguisse un incremento di consumo ad efficienza invariata, ma non accadrebbe nel caso in cui l'introduzione di un certo livello di automazione consentisse di aumentare la produttività facendo espandere l'economia, mentre l'utilizzo di robot distrugge posti di lavoro umani.

Ma ignoriamo pure questa evenienza, fingendo che non esista, e supponiamo che si riesca effettivamente a far crescere l'economia aumentando il quantitativo di lavoro umano da svolgere: quali sarebbero le conseguenze sociali?

L'inquinamento aumenterebbe e con esso le malattie. Si continuerebbe a distruggere e a depredare l'ambiente con una maggiore intensità, sottraendo risorse vitali agli animali causando un'accelerazione del loro processo di estinzione già in atto. 

Il problema dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo resterebbe in essere esattamente così com'è, dando agli sfruttatori una ancor più ampia possibilità di arricchimento. 

Il tempo di vita sarebbe ancora una volta sacrificato sull'altare di un lavoro divenuto sempre più inutile, dannoso e autoreferenziale, che viene ricercato, non perché gli esseri umani ne abbiano un reale bisogno, ma per fare in modo che un sistema economico mal concepito possa continuare ad esistere così com'è, senza che vengano modificate le sue dinamiche di funzionamento. E tutto ciò grazie al sostegno di un consumo superfluo e artificioso che sta danneggiando tutto e tutti.

Non c'è bisogno di ulteriori argomentazioni per comprendere che, per il bene dell'umanità, bisognerebbe impedire che i sacerdoti della crescita seguitino a dettare le politiche economiche ai governi delle nazioni e a contaminare le menti delle nuove generazioni con queste vetuste idee ottocentesche che ignorano sia i limiti ambientali che le implicazioni sociali delle false soluzioni che vanno propagandando.

Per risollevare le sorti dell'umanità bisognerebbe licenziare con effetto immediato tutti i professori universitari, i politici e gli economisti che sostengono che per risolvere i problemi della società la soluzione consista nel rilanciare in qualche modo l'economia, così da creare più occupazione.

Chi si ostina ad affermare simili sciocchezze dimostra o di essere in mala fede, o di essere un individuo privo di coscienza, completamente indottrinato dall'ideologia dominante, che non riesce ad analizzare criticamente la società ed ancor meno a comprendere le vere problematiche del mondo del lavoro.

Scartiamo quindi questo genere di false soluzioni e cerchiamo di guardare altrove.

Le precedenti riflessioni ci conducono in modo naturale all'opzione che avevamo temporaneamente accantonato: quella che prevede un incremento del quantitativo di lavoro ottenuto senza provocare un aumento dell'impatto ambientale. 

L'obiettivo può essere conseguito in due modi, dando origine a due ulteriori sotto-categorie di soluzioni potenziali: 

1) effettuando un'analisi qualitativa sul lavoro addizionale che si andrà a creare, al fine di sincerarsi che le conseguenze dovute alle nuove attività introdotte nella società non inducano un incremento dell'impatto ambientale;

2) andando a modificare le modalità di svolgimento del lavoro esistente, così da trasformare attività a bassa intensità di mando d'opera in attività ad alta intensità di mano d'opera, compiendo una transizione labour saving --> labour intensive, a condizione che tale sostituzione non comporti un aumento dell'impatto ambientale.

Non serve molto per rendersi conto che in entrambi i casi vi siano delle criticità per nulla trascurabili.

Prima di procedere è bene precisare che, per quanto fin qui sostenuto, come corollario relativo al punto 1), il nuovo lavoro introdotto non dovrebbe comportare una diminuzione del quantitativo di lavoro già in essere in altri settori della società, altrimenti, invece di ridurre la disoccupazione, si finirebbe per incrementarla!

Con questa ulteriore condizione, però, la soluzione n°1 diviene assai problematica: in tutta onestà, per quanto io abbia riflettuto, non sono riuscito a trovare un solo esempio di attività che diminuisse l'impatto ambientale senza ridurre il montante complessivo di lavoro.

E, sinceramente, non sono affatto convinto che si possano effettivamente introdurre delle addizionali attività lavorative senza che, al contempo, non si produca un certo aggravio dell'impatto ambientale, magari di piccola entità, ma pur sempre presente.

Del resto, se rispetto ad una data condizione di partenza si vogliono aggiungere delle ulteriori attività per dare lavoro ad un maggior numero d'individui, è evidente che queste attività porteranno con sé un consumo addizionale di risorse ed energia, andando ad intervenire in qualche modo sull'ambiente. E non è affatto detto che questo intervento non sia, in una certa parte, negativo. 

Fanno eccezione le attività dove gli individui non utilizzano null'altro che non sia già dato in loro dote dalla natura, come ad esempio le attività puramente spirituali o alcuni servizi strettamente immateriali. 

In tutti gli altri casi, il voler creare lavoro senza incrementare l'impatto ambientale e senza ridurre la complessiva occupazione a parità di orario di lavoro, mi sembra una pretesa contraddittoria.

Da un punto di vista concreto, se si riflette su come ridurre l'impatto ambientale legato alle attività lavorative, ben presto ci si accorge che si debba passare per la ricerca di un complessivo incremento dell'efficienza, un'efficienza che, per comprendere il mio pensiero, dev'essere intesa in senso fisico, e non in senso economico.

Tale incremento può comportare, ad esempio, una riduzione del consumo e dell'utilizzo di materia ed energia, oppure un aumento di velocità senza incrementare il consumo energetico, tutto ciò però, in generale, non implica un aumento del lavoro umano, ma una sua diminuzione.

Se si passa da un sistema con un insieme di attività che consumano un certo quantitativo di risorse ed energia per produrre e fornire un determinato numero di beni e servizi ad una precisa platea d'individui, ad un sistema ottimizzato che, in virtù di una maggiore efficienza, riesce a soddisfare le esigenze del medesimo gruppo di consumatori, impiegando un minor quantitativo di materia ed energia, si sarà ottenuta una riduzione dell'impatto ambientale. Ma a questa diminuzione, di norma, corrisponderà un calo delle attività lavorative umane, e non il contrario.

Ad esempio, passando da un sistema in cui la produzione e la distribuzione di cibo sono globalizzati, ad un sistema in cui si adotta un approccio volto alla localizzazione, si verificherebbe un certo incremento dell'efficienza complessiva, se non altro perché si ridurrebbe notevolmente la movimentazione di materia e quindi si avrebbe anche una riduzione del lavoro nel settore dei trasporti, perché produrre e spostare cibo richiede più lavoro rispetto a produrre cibo in prossimità dei luoghi dove esso sarà consumato.

Per incrementare notevolmente l'efficienza dell'odierno sistema socio-economico si dovrebbe effettuare una transizione verso l'utilizzo condiviso dei beni. Così facendo, si riuscirebbe a ridurre drasticamente il consumo di risorse ed energia.

Infatti, utilizzando le cose in comune, sarebbe sufficiente un quantitativo di oggetti decisamente inferiore rispetto alla situazione attuale, dove ciascun individuo possiede uno o più oggetti che poi restano inutilizzati per la maggior parte della loro vita. E tutto ciò potrebbe esser fatto riuscendo a soddisfare le esigenze della medesima platea di esseri umani.

Ma se si utilizzassero le cose in comune il lavoro non aumenterebbe affatto. Al contrario, si verificherebbe un drastico crollo della produzione industriale e dei consumi, e quindi vi sarebbe anche un minor quantitativo di lavoro da compiere.

Si pensi alle automobili. Se si vuole incrementare l'efficienza del sistema, senza aumentare l'impatto ambientale, non si deve procedere a passo spedito nel rimpiazzare l'intero parco auto esistente con dei veicoli elettrici, ammesso che essi siano più efficienti e puliti, considerando l'intero ciclo di vita, rispetto agli odierni autoveicoli.

Se così fosse, infatti, si sommerebbe inquinamento ad inquinamento, consumando quantitativi spropositati di risorse ed immettendo nell'ambiente altrettanti scarti nocivi. Nel suo complesso, il costo ecologico di una simile strategia sarebbe così elevato da vanificare ogni sforzo effettuato in direzione di una maggiore sostenibilità che sarebbe soltanto illusoria.

La strategia ottimale, invece, consiste nel ridurre drasticamente il numero delle automobili, diminuendo la necessità di effettuare degli spostamenti (si pensi al telelavoro), promuovendo un sistema di trasporto condiviso (si pensi ai mezzi pubblici e al car sharing), incentivando l'utilizzo di biciclette e così via... solo allora si potrà valutare se e come rimpiazzare i veicoli giunti a fine vita con mezzi più “ecologici”. Ma anche in questo caso, ciò comporterebbe una drastica riduzione dell'occupazione, e non un suo incremento.

Anche cessando di produrre oggetti appositamente concepiti per guastarsi ed iniziando a realizzare beni durevoli si avrebbe un considerevole incremento d'efficienza, perché nel medio-lungo periodo, si riuscirebbero a soddisfare i medesimi bisogni producendo un minor quantitativo di cose.

Inutile dire che anche questa strategia comporterebbe il fallimento di numerose aziende con il conseguente licenziamento di un elevato numero di lavoratori. La stessa cosa accadrebbe se svanissero gli oggetti usa e getta, se una massa di consumatori incalliti la smettesse di seguire delle inutili e ridicole mode, etc etc.

Il punto centrale da comprendere è che, con le attuali logiche economiche, ciò che risulta “inefficiente” da un punto di vista aggregato è mantenuto in essere perché rappresenta una fonte di lavoro (e di profitto) per qualche classe di attori sociali. 

Ne consegue che ogni aziona volta ad un'effettiva diminuzione di questo genere d'inefficienza, da un lato, migliora la situazione complessiva ma, dall'altro, distrugge posti di lavoro e opportunità di profitto... a meno che, per preservare i livelli occupazionali, gli incrementi di efficienza non vengano ottenuti commutando lavoro a bassa intensità di mano d'opera con lavoro ad elevata intensità di mano d'opera (sempre ammesso che ciò sia possibile).

Giungiamo così ad affrontare le criticità legate alla sotto-classe di soluzioni numero 2: quella che prevede la sostituzione di lavoro a bassa intensità di mano d'opera con lavoro ad alta intensità di mano d'opera, senza incrementare l'impatto ambientale.

Per maggior chiarezza specifichiamo che nella società ha luogo una conversione delle attività labour saving in attività labour intensive, quando, ad esempio, il medesimo obiettivo ottenuto con un certo quantitativo di individui che lavorano 8 ore al dì, viene raggiunto con un maggior numero di lavoratori che si dedicano alle rispettive attività con il medesimo orario.

Un soggetto ben allenato può erogare 250 W per 8 ore al giorno pedalando su di una bicicletta. Questo significa che se invece di arare un campo utilizzando un trattore con un motore a scoppio da 100 kW si utilizzasse un trattore a pedali mosso da 400 esseri umani, si sarebbe effettuata una transizione labour saving --> labour intensive ottenuta a parità di bilancio energetico.

La stessa cosa accadrebbe anche se invece di far effettuare dei calcoli ad un computer, che è in grado di funzionare con una potenza di 400 W, si scegliesse d'impiegare un certo numero di esseri umani, i cui cervelli consumano 1/4 dei 100 W di potenza necessari per far sì che un impiegato possa svolgere il suo lavoro d'ufficio. 

In tal caso, se il lavoro svolto da un solo calcolatore richiedesse più di 4 impiegati, non si starebbe riducendo l'impatto ambientale da un punto di vista energetico, pur impiegando un maggior numero di lavoratori, perché il consumo dei calcolatori umani sarebbe superiore rispetto a quello del computer! 

Questi esempi sono volutamente ironici, ma sono sufficienti per comprendere che il voler ricercare a tutti i costi un incremento dei livelli occupazionali creando più lavoro senza incrementare l'impatto ambientale, così come suggerito nella seconda sotto-classe di soluzioni, rischi di creare delle situazioni paradossali.

Per quale motivo si dovrebbero condannare gli esseri umani a rovinarsi la salute per lavorare 8 ore al giorno nei campi, quando un simile compito potrebbero essere svolto da delle macchine? Che senso avrebbe impiegare decine e decine di esseri umani per effettuare dei calcoli che un computer potrebbe svolgere in pochi secondi?

Se il problema è dare uno stipendio a quei lavoratori, che si facciano lavorare le macchine e si dia lo stipendio "guadagnato" da quei dispositivi tecnologici a quegli individui, invece di condannarli inutilmente ai lavori forzati.

In verità, la questione del voler risolvere le problematiche del mondo del lavoro incrementando il lavoro è mal posta, perché si sta commettendo il grossolano errore di scambiare i mezzi con i fini: il fine è quello di produrre e fornire beni e servizi per gli esseri umani in modo sostenibile, il mezzo con cui farlo è il lavoro.

Oggi invece il fine è diventato quello di far lavorare a tutti i costi gli esseri umani.

Ma l’umanità non ha bisogno di costruire una società in cui si vive per lavorare; ha bisogno di concepire ed attuare un modello economico in cui il lavoro sia subordinato alla massimizzazione della felicità degli esseri viventi.

L'obiettivo non è di aumentare il lavoro per far sì che le persone lavorino, perché il fine non è, e non dovrebbe essere, il lavoro; 

il vero obiettivo è, e dovrebbe essere, trovare un modo per far sì che i beni ed i servizi prodotti attraverso il lavoro siano sufficienti a soddisfare le vere necessità di tutti gli esseri umani, senza distruggere l’ambiente e senza ridurre in schiavitù l’umanità a causa delle modalità lavorative.

Se questo scopo può essere ottenuto con un minor quantitativo di lavoro umano, perché il sistema ricerca la massima efficienza e, nel farlo, riesce ad automatizzare qualche mansione, ben venga per l'umanità: vorrà dire che gli individui avranno più tempo libero per vivere la vita, riuscendo lo stesso a soddisfare i propri bisogni.

Se i beni ed i servizi sono disponibili in quantità sufficiente per le esigenze della collettività, ma alcuni non possono permettersi di acquistarli perché sono disoccupati, il problema non risiede nella mancanza di lavoro, ma nella follia delle logiche economiche attuali che impongono di dover lavorare per guadagnare denaro per poter acquistare ciò di cui si ha bisogno.

In tal caso, la soluzione non è creare ulteriore lavoro, così che anche i disoccupati abbiano un reddito da lavoro e quindi possano acquistare le cose di cui hanno bisogno, ma è trovare un modo per dare beni e servizi anche ai disoccupati, perché sotto queste condizioni è del tutto evidente che non ci sia affatto bisogno di introdurre del lavoro addizionale.

Queste riflessioni aprono la strada a delle ulteriori classi di soluzioni di cui ci occuperemo successivamente, come ad esempio, la redistribuzione del lavoro esistente o l'istituzione di un reddito universale incondizionato.

Vi è però un punto fisso dal quale non si può prescindere: vista l'attuale situazione di sovrasfruttamento ambientale, il sistema economico deve decrescere per ricreare delle condizioni che assicurino una certa sostenibilità. E deve farlo in modo intelligente, ovvero migliorando le condizioni di vita di tutti. 

Alcuni credono, erroneamente, che ciò sia impossibile. Ma più avanti, nel corso della trattazione, mostreremo che non è affatto così che stanno le cose...


Decrescita e occupazione

Personalmente, non sono affatto d’accordo con quei pensatori che ritengono che attuando delle politiche di decrescita si possa addirittura creare lavoro; ciò può senz’altro avvenire nel breve termine, ma non nel medio-lungo termine, e di certo non in tutti i settori dell'economia.  

Una politica di ristrutturazione edilizia darebbe lavoro alle imprese edili nell'immediato, ma nel medio termine il risparmio energetico conseguente sottrarrebbe posti di lavoro nel comparto della produzione e della distribuzione dell'energia. 

Aggiustare un oggetto darebbe lavoro ai riparatori, ma significherebbe ridurre la produzione di nuovi beni, sottraendo lavoro a commercianti e produttori... e così via.

A mio avviso, la decrescita, se correttamente intesa, dovrebbe condurre l'umanità sia verso una riduzione dell'impatto ambientale che del quantitativo di lavoro.

Decrescere volendo forzosamente incrementare i livelli occupazionali, perché questo è ciò di cui ha bisogno l'economia, rischierebbe di trasformarsi in un'altra forma di condanna sociale nei confronti della schiavitù del lavoro, riproducendo esattamente ciò che accade oggi, dove invece di attuare delle strategie intelligenti per liberare l'umanità dalla costrizione al lavoro, si cerca in ogni modo d'introdurre stupidamente del lavoro superfluo per far sì che le persone siano occupate.

All'atto pratico, la miglior soluzione decrescitista per combattere l'inefficienza dovuta ad una produzione di cibo globalizzata, non è una totale autoproduzione per autoconsumo fatta a livello individuale, dove ciascun essere umano si mette a coltivare il proprio orticello. 

Chiunque abbia mai lavorato in un orto sa benissimo che raggiungere la piena autosufficienza alimentare, oltre ad essere complesso, richiederebbe un dispendio di tempo ed energie tali da trasformare la produzione di cibo in un'attività totalizzante.

Non a caso la saggezza popolare ha concepito il detto: «L’orto vuole l’uomo morto», per sottolineare come il dedicarsi all’autoproduzione per autoconsumo richieda grande impegno e fatica.

Ci sono degli incrementi di efficienza dovuti a fattori di scala che sarebbe del tutto folle ignorare per una mera questione ideologica.

Ad esempio, tra una situazione A in cui 100 individui curano 100 tipi di colture ciascuno per sé, ed una situazione B in cui ogni individuo si specializza nella cura di un solo tipo di coltura mettendo in comune il frutto del proprio operato con gli altri, nella seconda condizione si verificherebbe un notevole incremento d'efficienza dovuto a fattori di scala che si tradurrebbe in un grande risparmio di ore di lavoro per tutti ottenuto a parità di produzione.

Certamente la situazione A garantirebbe i più elevati livelli occupazionali, ma condannerebbe l'umanità a dedicare la quasi totalità del tempo alle attività agricole, mentre la situazione B consentirebbe di liberare “spazi”, in termini di tempo ed energie psico-fisiche, per potersi dedicare ad altro, pur riuscendo a disporre del medesimo quantitativo di cibo. E magari questo “altro” potrebbe esulare dalla sfera economico-produttiva, rendendo l'esistenza più ricca e bella.

Si comprende quindi che la miglior strategia da opporre alla globalizzazione in relazione al cibo, non sia l’orticello privato, ma un orto pubblico comunale, corredato da un bel frutteto, perché così facendo si eliminerebbe l’inefficienza dovuta alle modalità di un sistema globalizzato, senza però condannare inutilmente l’umanità a dover dedicare la maggior parte della propria esistenza all’autoproduzione di cibo.

Se poi, all’interno dell’orto e del frutteto, fosse possibile introdurre un certo livello di automazione, senza che ciò comporti un significativo incremento dell’impatto ambientale, ben venga per l’umanità: vorrà dire che gli esseri umani avranno comunque frutta, verdura e ortaggi, lavorando di meno.

Osserviamo, infine, che nessuna delle precedenti soluzioni basate sulla creazione di lavoro addizionale affronta le problematiche da un punto di vista qualitativo, ma soltanto da un punto di vista quantitativo.

Ma per ottenere un’organizzazione ottimale, non ci si deve preoccupare soltanto di quanto lavoro c’è nella società.

Il benessere sociale non dipende tanto dalla quantità di lavoro, ma soprattutto dalla sua qualità, ovvero da come esso viene svolto e dal fine perseguito attraverso di esso.

Le strategie basate sull'incremento del lavoro non si preoccupano minimamente di affrontare queste tematiche di fondamentale importanza. 

Chi crede che per migliorare le condizioni di vita degli esseri umani basti aumentare il lavoro ha una mente così limitata da non riuscire neanche a rendersi conto che obbligare tutte le persone a lavorare per 8-10 ore al giorno, non significa affatto rendere felici gli esseri umani, significa soltanto ridurli in schiavitù. 

L'essere umano, per essere felice, dev'essere libero.

È anche per questo motivo che alcuni pensatori ritengono che un miglioramento dell'organizzazione del mondo del lavoro debba passare per una progressiva diminuzione dell'orario di lavoro, ottenuta anche attraverso una redistribuzione del carico di lavoro già esistente.

Redistribuzione del lavoro esistente

La filosofia di questa classe di soluzioni è la seguente: per risolvere i problemi del mondo del lavoro non c'è affatto bisogno di crearne dell'altro, basta redistribuire quello che c'è già.

La riduzione dell'orario di lavoro, assieme alla diminuzione dell'età pensionabile, rappresentano le più celebri proposte avanzate in tal senso. Non è difficile comprendere il perché queste misure inducano una differente ripartizione del carico di lavoro esistente, in senso redistributivo. 

Se s'imponesse una diminuzione dell'orario di lavoro, passando, ad esempio, da 8 a 7 ore al dì, si verificherebbe un certo ammanco di ore lavorate che dovrebbe essere coperto assumendo alcuni lavoratori in più. 

Ad esempio, se nella prima condizione 100 individui attuassero 800 ore di lavoro al giorno, nel secondo caso 100 persone lavorerebbero soltanto per 700 ore al dì, e quindi, per ripristinare il precedente montante di ore lavorate, bisognerebbe assumere 14 lavoratori in più, dato che 114 x 7 fa circa 800. 

Ragionando in modo analogo si può comprendere che anche riducendo l'età pensionabile si libererebbero “spazi” che dovrebbero essere colmati assumendo nuovo personale, magari composto da individui giovani e freschi di laurea, che altrimenti sarebbero rimasti disoccupati.

Ad esempio, se riducendo l'età pensionabile da 67 a 60 anni si liberassero 2 milioni di posti di lavoro, in prima approssimazione, è ragionevole attendersi che altrettanti disoccupati troveranno un impiego. 

Come avremo modo di comprendere tra poco, la realtà delle cose è molto più complessa, ma l'idea di fondo delle soluzioni basate sulla redistribuzione del lavoro corrisponde a quella che è stata appena esposta.


Riduzione dell'età pensionabile


Cominciamo la nostra analisi occupandoci della proposta relativa alla diminuzione dell'età pensionabile. 

Da un punto di vista tecnico non vi è nulla di rilevante da segnalare in merito alla fattibilità. Gli oppositori ideologici di una simile misura asseriscono che essa non sia sostenibile perché manderebbe in fallimento l'ente preposto all'erogazione degli assegni pensionistici.

In realtà, questa argomentazione, in un Paese ricco come lo è l'Italia, è niente di più che un cattivo esempio di retorica.

Se il PIL pro capite di una nazione è pari a 27.600 euro all'anno, questo significa che, in teoria, ogni cittadino, neonati, bambini ed adolescenti inclusi, potrebbe disporre di un reddito lordo fino ad un massimo di 2.300 euro al mese, se solo lo Stato decidesse di effettuare delle serie politiche di redistribuzione della ricchezza.

Questa banale considerazione ci fa comprendere in modo lapalissiano che lo spauracchio dell'insostenibilità dei conti ha un valore psicologico ma non economico, non a caso viene utilizzato come espediente mediatico da quei soggetti che vorrebbero addirittura aumentare l'età pensionabile.

Personalmente ritengo che in una società degna di questo nome l'età pensionabile debba essere la più bassa possibile, perché il costringere un essere umano a lavorare è già una forma di tortura in giovane età, ma lo diviene ancor più all'accrescersi dell'età biologica.

Anche solo volendo usare il buon senso s'intuisce che una riduzione dell'età pensionabile sia una misura sacrosanta, e che lo diventi ancor più se grazie ad essa si possa addirittura ridurre il problema della disoccupazione, senza andare ad introdurre nuovo lavoro facendo espandere il sistema economico. 

Oggi invece non solo c'è chi ritiene che sia giusto mandare in pensione i lavoratori quando essi sono già con un piede nella fossa, non prima che tutti quanti abbiano raggiunto la medesima età anagrafica, fatta salva una élite di privilegiati, ma c'è anche chi è così folle da vincolare l'età pensionabile all'allungamento dell'aspettativa di vita, così che ogni giorno in più guadagnato con il miglioramento delle condizioni di vita si trasformi automaticamente in una condanna nei confronti del lavoro: una “soluzione” degna di un genio del male.

Bisogna essere profondamente malati nella psiche per ideare dei meccanismi così perversi che non tengono minimamente conto né della natura umana né della felicità degli individui. 

Soltanto un privilegiato che non deve subire sulla propria pelle l'imposizione del lavoro potrebbe proporre una simile bestialità, dimostrando peraltro di essere non solo privo di empatia ma anche d'intelligenza.

Per prima cosa, l'età biologica e l'età anagrafica non coincidono: ci sono individui che a 60 anni ne dimostrano 80, ed altri che ne dimostrano 40. Pertanto, equiparare le condizioni fisiche di queste due classi di soggetti, imponendo il pensionamento alla medesima età anagrafica, è assolutamente ridicolo.

Osserviamo, inoltre, che l'aumento dell'aspettativa di vita non coincide con l'incremento dell'aspettativa di vita sana. E siccome se non si è sani non si può vivere appieno la vita, sarebbe saggio prendere in considerazione quest'ultimo parametro e non l'altro.

Infatti, fissare l'età pensionabile ad un valore maggiore o uguale a quello dell'aspettativa di vita sana, da un punto di vista statistico, significa mandare in pensione gli individui in concomitanza del sopraggiungimento di un gravoso decadimento fisico, non più reversibile.

Così facendo, dopo una vita di duro lavoro, invece di spendere in modo libero e sereno quel poco di tempo che resta da vivere in salute, si finisce per impiegare il denaro faticosamente guadagnato per tentare invano di curarsi, acquistando i (falsi) rimedi commercializzati da chi trae profitto dalle disgrazie delle gente.

È così che, a causa dell'insorgenza di malattie croniche invalidanti e dell'isolamento sociale, nell'ultima fase della vita si subisce quella che può essere propriamente chiamata una non-esistenza, a complemento delle altre forme di non-esistenza legate alla costrizione allo studio ed al lavoro sperimentate negli anni precedenti al pensionamento.

I dati relativi all’Italia ci dicono che, nell’ultimo decennio, sebbene si viva più a lungo, il lasso di esistenza sana, all’opposto, è addirittura diminuito. Questo significa che l’età pensionabile sarebbe dovuta calare, mentre invece è stato fatto l’esatto contrario.

Vi è poi un discorso legato alla volontà: se un individuo prova piacere nel compiere un certo mestiere, ed egli, superata l’età pensionabile, volesse continuare a svolgere quell’attività, non per una questione di necessità ma per passione, obbligarlo al pensionamento significherebbe compiere un’ingiustizia.

In modo duale, se un soggetto non prova più piacere nel compiere il suo lavoro, in primo luogo gli si dovrebbe dare la possibilità di effettuare altre esperienze cambiando mestiere nella più totale sicurezza economica, ma in secondo luogo gli si dovrebbe anche concedere l'opportunità di uscire dal mondo del lavoro il prima possibile, e non quando sarà troppo vecchio ed ammalato per potersi godere gli ultimi periodi della sua vita.

Il lavoro dovrebbe essere una scelta e non un'imposizione. Pertanto ogni passo mosso nella riduzione del carico di lavoro obbligatorio che non diminuisca la ricchezza generale, dovrebbe essere sempre ben visto, se non altro perché spingerebbe la società in direzione dell'accrescimento di un'effettiva libertà.

Queste ulteriori argomentazioni muovono in favore della massima riduzione possibile dell'età pensionabile e suggeriscono anche un affrancamento volontario e non impositivo dal mondo del lavoro basato sull'età biologica e sulle effettive condizioni di salute psico-fisiche, piuttosto che sull'arido e standardizzato calcolo dell'età anagrafica.

Che una diminuzione dell'età pensionabile riduca la disoccupazione, non vi è alcun dubbio. Più complesso però è stimare a priori quanti posti di lavoro verrebbero a crearsi in seguito all'attuazione di una simile manovra. Cerchiamo di capire il perché.

Avendo a disposizioni i dati del ministero del lavoro non sarebbe difficile calcolare quanti lavoratori andrebbero in pensione a fronte di un certo abbassamento del requisito anagrafico di accesso. 

Supponiamo, per semplicità di calcolo, che anticipando di un anno l'età pensionabile la misura interessasse 500.000 lavoratori. Purtroppo, questo non significherebbe che altrettanti individui entrerebbero automaticamente nel mondo del lavoro.

Un turnover 1 a 1, ovvero la sostituzione di un lavoratore in uscita con un lavoratore in entrata, potrebbe essere ragionevolmente garantito soltanto a livello pubblico. Ma nel settore privato, non è affatto detto che le cose andrebbero così.

Ad esempio, un'azienda potrebbe anche scegliere di non riassumere un sostituto, perché in realtà aveva già del personale in eccesso di cui voleva liberarsi, mentre un'altra azienda, pensionando lavoratori a fine carriera con una retribuzione più elevata rispetto ai nuovi assunti, potrebbe addirittura scegliere di assumere 2 lavoratori per ogni collaboratore in uscita! 

Inoltre non è detto che le attività individuali cessate a causa del pensionamento anticipato vengano rimpiazzate e, sebbene sia lecito attendersi che le dinamiche di mercato tendano a colmare i “vuoti” creati dalla misura, di fatto, non vi è alcuna garanzia che quelle nicchie non vengano assorbite da produttori più efficienti che impiegano una minor mano d'opera per unità di prodotto. 

Si pensi, ad esempio, ad un piccolo venditore di scarpe rimpiazzato da un negozio virtuale che opera on-line.

La situazione si complicherebbe ancor più, se la misura non comportasse l'obbligatorietà dell'uscita dal mondo del lavoro, ma soltanto la possibilità, così come si era suggerito di fare in precedenza.

Tutto ciò rende molto complesso il calcolo relativo al numero di persone che verrebbero effettivamente occupate in seguito ad un abbassamento dell'età pensionabile, introducendo una certa dose d'incertezza che è praticamente impossibile da eliminare.

Chiaramente questa incertezza si ripercuoterebbe, a sua volta, sui calcoli da effettuare per redistribuire la ricchezza, così da rendere economicamente sostenibile la manovra.

Fortunatamente, però, tutte queste problematiche possono essere approcciate, e risolte, in modo semplice ed efficace, agendo da un punto di vista empirico. Come? Adottando una strategia basata sulla gradualità.

In altri termini, invece d'introdurre la misura tutta in un sol colpo, si può pensare di procedere a piccoli passi, così da effettuare calcoli e valutazioni basandosi sui dati empirici che via via possono essere raccolti e analizzati. 

Ad esempio, se dopo aver effettuato delle stime iniziali, è stato calcolato che per ridurre sensibilmente la disoccupazione bisognerebbe diminuire l'età pensionabile di 2 anni, invece di imporre sin da subito una riduzione di questa entità, si procederà abbassando il requisito d'accesso di soli 6 mesi, riservandosi di rivalutare la riduzione dopo aver ricalcolato i parametri, così da riuscire a tarare al meglio la misura sulla base dell'effettivo andamento del sistema socio-economico.  

Infatti, imponendo una riduzione di 2 anni, senza alcuna gradualità, si correrebbe il rischio di destabilizzare l’economia, la quale, dopo un certo periodo, troverebbe di certo un nuovo equilibrio. 

Nel mentre, però, non si avrebbe alcuna garanzia in relazione alla possibilità che lo “scossone” indotto dalla manovra non produca effetti imprevisti che potrebbero anche essere negativi. 

Una simile evenienza non si verificherebbe adottando una strategia basata sulla gradualità. 

Un'ulteriore criticità, che non è di per sé determinante, ma di cui bisogna tener conto per implementare al meglio la misura, è legata al fatto che le persone non sono perfettamente intercambiabili: le conoscenze e le abilità di ogni individuo sono strettamente personali, perché ogni essere umano è unico.

Pertanto, pensionare individui formati e competenti per sostituirli, in breve tempo, con altri lavoratori privi di quelle caratteristiche, pretendendo che quest'ultimi possano rimpiazzare esattamente i loro predecessori, è una pura illusione.

In realtà, questa circostanza non rappresenta nulla di così grave da non poter essere efficacemente risolto mettendo in conto che, in caso di necessità, si dovrà formare il nuovo personale, avvalendosi anche di un adeguato periodo di affiancamento con il lavoratore che verrà sostituito. 

D'altro canto, può darsi che il pensionamento favorisca la sostituzione di lavoratori demotivati e privi di conoscenze adeguate per il loro ruolo, con altri individui più energici e competenti rispetto ai loro predecessori. Se così fosse, la società non potrebbe che trovare giovamento dal verificarsi di una simile circostanza. 

In conclusione, possiamo ragionevolmente sostenere che, nel suo complesso, il voler combattere la disoccupazione diminuendo l'età pensionabile senza incrementare il montante delle ore lavorate, se attuata con le dovute accortezze, non può che essere considerata una misura positiva e auspicabile per l'umanità.

Vi è però un'obiezione che non si può evitare di prendere in considerazione: disporre di tempo libero da giovani non è come averne da vecchi, se non altro perché all'avanzare dell'età diminuiscono sia la creatività che il vigore fisico.

Quindi perché invece di ridurre la disoccupazione abbassando l'età pensionabile non si pensa a ridurre l'orario di lavoro per tutti?

Questa osservazione ci conduce in modo naturale alla seconda classe di soluzioni basata sulla redistribuzione del lavoro, che può essere riassunta col celebre motto: lavorare meno, lavorare tutti.


Lavorare meno lavorare tutti

Il fatto che, a livello aggregato, imponendo una diminuzione dell'orario di lavoro, si possa ridurre la disoccupazione è un'ovvietà logica di cui neanche ci occuperemo. 

Vi sono però delle criticità, più significative rispetto a quelle generate dalla misura che prevede una riduzione dell'età pensionabile, che analizzeremo qui di seguito, data la loro rilevanza.

Innanzitutto, bisogna segnalare una certa difficoltà nel calcolo a priori della stima di quanti posti di lavoro si andrebbero effettivamente a creare a fronte di una certa riduzione dell'orario di lavoro. Ciò è dovuto ad una molteplicità di fattori. 

Contrariamente alle aspettative dei capitalisti, nelle aziende dove si è sperimentata una diminuzione dell'orario di lavoro, passando, ad esempio, dalle classiche 8 ore al dì ad un orario di 6 ore, si è verificato un incremento della produttività.

I lavoratori, infatti, alleggeriti di una parte di un carico di lavoro disumano, riuscivano ad essere più lucidi, forti, rapidi, creativi e volenterosi, essendo meno stanchi e oppressi. Questo effetto è ormai appurato, con tanto di evidenze empiriche a supporto (come se ce ne fosse stato bisogno!).

Il caso più celebre è quello della Kellogg's. Quest'azienda negli anni '30 del Novecento adottò spontaneamente un'organizzazione del lavoro basata su 4 turni da 6 ore, al posto della classica soluzione che prevede 3 turni da 8 ore. 

Al tempo stesso il salario minimo fu elevato e la retribuzione oraria venne incrementata del 12,5%, così da compensare la perdita derivante dalla riduzione dell'orario di lavoro.

Dopo 5 anni di sperimentazione, l'azienda produsse una documentazione con la quale testimoniava la piena riuscita dell'esperimento: il morale e l'efficienza dei lavoratori erano migliorati; le spese generali unitarie si erano ridotte del 25%; il costo del lavoro per unità di prodotto era diminuito del 10%; gli incidenti sul lavoro si erano quasi dimezzati, facendo segnare un calo del 41%.

Tutto ciò dimostrava che, in forza della maggiore produttività e delle migliori condizioni psicofisiche dei lavoratori, la diminuzione dell'orario di lavoro poteva essere attuata mantenendo i medesimi salari di quando l'orario di lavoro era pari ad 8 ore al dì, riuscendo comunque ad ottenere profitti.

Il rovescio della medaglia è che il conseguente incremento di efficienza, dovuto alla diminuzione dell’orario di lavoro, riduce, di una qualche misura, il numero di persone a cui si sarebbe potuta dare nuova occupazione. 

Ad esempio, se in una ipotetica condizione iniziale 100 individui attuassero 800 ore di lavoro al giorno, riuscendo a produrre un certo quantitativo di beni, diminuendo l'orario di lavoro di un'ora, per ripristinare il precedente livello di produzione, non bisognerebbe assumere 14 lavoratori in più, come avevamo precedentemente calcolato, ma un quantitativo leggermente inferiore (supponiamo 10 individui). 

Com'è facile intuire, stimare a tavolino un simile fattore di correzione è pressoché impossibile.

Oltre a ciò bisogna considerare che ridurre l’orario di lavoro nel settore pubblico non è la stessa cosa che farlo in quello privato, ed anche in quest’ultimo caso bisognerebbe fare delle distinzioni tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi, valutando anche la dimensione dell’attività in cui si andrebbe a ridurre la giornata lavorativa.

Ne consegue che la medesima misura dovrebbe essere declinata in modo differente a seconda delle realtà sociali. 

Ad esempio, nel pubblico, per mantenere il medesimo livello di servizi erogati, lo Stato dovrebbe recuperare risorse economiche per assumere nuovo personale. 

Nel privato la situazione si complica ulteriormente, perché se da un lato la misura ben si presta ad essere attuata nelle aziende con un numero di dipendenti medio-alto, dall'altro rischia di causare non pochi problemi ad aziende di piccole dimensioni. Per non parlare poi delle attività individuali e autonome.

Tra poco ci occuperemo anche delle eventuali criticità economiche legate ad una simile misura, ma ora vorrei farvi riflettere sulla seguente questione: supponiamo che lo Stato imponga di lavorare un'ora al giorno in meno, come si può esser sicuri che tutti i lavoratori rispettino la direttiva? 

Nel sistema pubblico non vi sarebbe alcun problema: così come oggi, per legge, vi è un certo orario di lavoro, domani ve ne sarebbe un altro più breve, che di certo i lavoratori non disdegnerebbero più di quanto non facciano già oggi.

La stessa cosa accadrebbe ai cosiddetti lavoratori salariati del settore privato facente parte di tutte quelle imprese in cui il rapporto tra lavoratori e padroni è sufficientemente conflittuale, come ad esempio nelle aziende di medio-grande dimensione. 

La questione diverrebbe problematica nelle piccole attività, dove la diminuzione dell’orario di lavoro verrebbe a creare un ammanco effettivo di lavoro che non potrebbe essere compensato assumendo altro personale perché questa opzione non risulterebbe economicamente sostenibile.

In tal caso, lo stesso lavoratore sarebbe ben conscio del fatto che, lavorando di meno, causerebbe il fallimento dell'azienda che gli consente di sopravvivere, e di certo sarebbe portato a non rispettare l'obbligo statale.

Andrebbe ancora peggio con le attività individuali, dove evidentemente se fosse stato possibile lavorare di meno guadagnando in modo decoroso, in molti l'avrebbero già fatto da sé.

Per tentare di ovviare a queste criticità, introducendone, purtroppo, delle altre, si può pensare di adottare alcune strategie:

1) si può rendere la riduzione d'orario volontaria, senza che sia un'imposizione tassativa;
2) si può decidere d'imporre l'obbligo della riduzione soltanto in alcuni settori;
3) si può prevedere un indennizzo per la riduzione d'orario in quei casi in cui da ciò conseguisse un danno economico.

Osserviamo fin d'ora che queste soluzioni condividono tutte la medesima criticità: inducono ingiustizia sociale.

Per quale motivo una certa parte di lavoratori dovrebbe godere del privilegio di lavorare di meno, mentre un’altra, invece, continuerebbe a dedicare alle attività lavorative lo stesso numero di ore?

L'ingiustizia sarebbe ancora più grande se la riduzione d'orario avvenisse a salario invariato, ovvero con un incremento della retribuzione oraria tale da far percepire il medesimo stipendio di quando si lavorava 8 ore al dì. 

Ma le criticità non finisco qui! Ad esempio, se la diminuzione fosse volontaria, i lavoratori che scegliessero di ridurre la propria giornata di lavoro potrebbero essere mal visti sia dall'azienda che dai propri colleghi. Così facendo, in molti rinuncerebbero a causa di paura e ricatti.

Inoltre, se la riduzione di orario non avvenisse a salario invariato, in molti, percependo uno stipendio più basso, potrebbero incorrere in difficoltà economiche.

D'altro canto, se la riduzione avvenisse a salario invariato, ma soltanto in alcuni settori, i lavoratori esclusi dalla misura risulterebbero svantaggiati.

Se venisse previsto un indennizzo per compensare la perdita di produttività, e di guadagni, ad esempio, subita dalle microimprese o dai lavoratori in proprio, chi ci assicurerebbe che quei soggetti non godrebbero del contributo continuando di nascosto a lavorare come in precedenza? 

Osserviamo che se l'indennizzo fosse previsto soltanto per alcune realtà, e non per altre, e la riduzione dell'orario di lavoro fosse obbligatoria, in generale, chi fosse escluso da questa ulteriore misura, si ritroverebbe a percepire un salario più basso, non per sua volontà ma per un'imposizione! 

Da queste riflessioni si comprende che per far sì che la redistribuzione del lavoro non causi ingiustizia, come minimo, la misura dovrebbe riguardare tutti gli individui che dedicassero al lavoro un tempo superiore a quello fissato dalla nuova soglia, prevedendo un intervento da parte dello Stato per far sì che la riduzione d'orario non comporti una diminuzione della loro retribuzione.

Ma ecco che, se così fosse, sorgerebbe immediatamente un'ulteriore problematica dovuta all'istituzione di un sistema di controllo per assicurarsi che tutti i lavoratori rispettino il provvedimento; un sistema che risulterebbe tanto più efficace quanto più fosse invasivo, e che rischierebbe di avere un costo di gestione non trascurabile.

Infine, sottolineiamo, così come abbiamo già fatto per la misura che prevede la diminuzione dell'età pensionabile, che anche nel caso di una riduzione di orario non si può pensare che tutti i lavoratori vengano rimpiazzati in modo rapido e senza che si verifichi alcuna criticità, perché la formazione, le qualità e le capacità sono caratteristiche uniche di ogni individuo. 

Per quanto fin qui osservato, è innegabile che la gestione di tutta questa serie di problematiche renda la misura estremamente complessa da attuare e da gestire, a meno che non si decida di applicarla in modo limitato ad alcuni settori, come ad esempio quello delle aziende private che hanno un numero di dipendenti più grande di una certa soglia, mettendo in atto una misura intrinsecamente iniqua.

Da un punto di vista applicativo, anche in questo caso vale quanto abbiamo già detto in precedenza: per far sì che la misura possa esse calibrata nel miglior modo, senza rischiare di causare delle problematiche economiche non gestibili, bisognerebbe agire con gradualità, mettendo in conto l'esigenza di formazione del nuovo personale. 

Affrontiamo ora gli aspetti economici, per tentare di capire se una certa riduzione dell'orario di lavoro sia economicamente sostenibile. 

Da qui in avanti, assumeremo che la misura venga attuata senza che i lavoratori subiscano una variazione di salario, pur lavorando di meno. Per semplificare l'analisi ci occuperemo separatamente del settore pubblico e di quello privato. 

Per quanto riguarda il settore pubblico, il problema si riduce a dove reperire le finanze necessarie per innalzare le retribuzioni dei dipendenti già assunti, così che a fronte della diminuzione delle ore lavorate percepiscano il medesimo salario, e per assumere un congruo numero di impiegati addizionali, così da fornire il medesimo servizio che veniva erogato in precedenza.

Ora, siccome attualmente il numero degli impiegati statali, in Italia, è prossimo ai 3,2 milioni, qualcuno penserà che il volerne assumere degli altri, addirittura con un salario più elevato, sia una totale follia, oltre ad essere una proposta completamente insostenibile da un punto di vista economico. 

Non passa giorno che i cosiddetti esperti dicano che i dipendenti pubblici sono troppi e che sono anche degli inefficienti scansafatiche, quindi, la logica vorrebbe che bisognerebbe licenziarne in quantità, costringendo gli altri ad incrementare i ritmi di lavoro... peccato che le premesse del sillogismo siano false.

A questi benpensanti si può rispondere osservando che in Italia i dipendenti pubblici rappresentano soltanto il 14% del totale dei lavoratori, contro un 16% della media europea ed un 28-29% raggiunto rispettivamente in Danimarca ed in Norvegia. Pertanto è evidente che il numero dei dipendenti statali in Italia sia sottodimensionato. È da qui che consegue la loro (eventuale) inefficienza, e non da una millantata svogliatezza di chi trova occupazione nel pubblico impiego.

Chiarito ciò, resta da sciogliere il nodo della sostenibilità economica. A questa obiezione si può rispondere che se lo Stato italiano, invece di pagare 80 miliardi di euro all'anno di interessi sul debito pubblico a dei parassiti, tornasse in possesso della propria sovranità monetaria e cominciasse a finanziarsi emettendo moneta senza debito, di colpo l'annoso problema del debito pubblico sarebbe risolto. Ed ecco che impiegando la medesima cifra oggi utilizzata per pagare interessi su di un debito immaginifico, lo Stato potrebbe dare lavoro in tutta tranquillità a più di 2 milioni di persone con uno stipendio lordo di 3.000 euro al mese.

Il problema quindi non è se si debbano o meno assumere più dipendenti pubblici, che tra l'altro, a giudicare dalla comparazione con gli altri Stati più virtuosi dell'Italia dal punto di vista dei servizi pubblici, sembrerebbe essere una misura necessaria, ma è per quanto tempo ancora si eviterà di affrontare un nodo centrale per le politiche economiche di ogni Stato, vale a dire il ripristino di una nuova forma di sovranità monetaria, dove la proprietà del denaro sia del popolo, così che nessuno debba più subire la colossale truffa del debito divenendo schiavo di un inganno metafisico (per approfondire si veda la sezione del mio Trattato di sociologia dedicata all'economia).

Passiamo ora ad affrontare il caso del settore privato. Per prima cosa occupiamoci delle aziende che hanno un numero di dipendenti medio-alto. Diciamo subito che questa rappresenta la situazione meno problematica, anche dal punto di vista economico. 

Volendo diminuire l'orario di lavoro e dovendo assumere un certo numero di lavoratori in più, a cui dovrà essere corrisposto un salario di pari importo a quello erogato prima dell'introduzione della misura, la questione si riduce al dover recuperare fondi per incrementare la retribuzione oraria, così che lo stipendio resti invariato.

Infatti, se la diminuzione di orario di lavoro avvenisse senza questo indennizzo, i lavoratori percepirebbero un salario inferiore.

Ricordiamo al lettore, che in alcune realtà aziendali la politica di riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario è stata attuata senza oneri né per l'azienda né per lo Stato. 

Ciò è avvenuto perché gli incrementi di produttività assicurati dalla diminuzione dell'orario hanno permesso sia di incrementare le retribuzioni che di assicurare profitti non inferiori alla situazione precedente. In tal caso la misura si finanzierebbe da sé.

Ammettiamo però che questa non sia la regola generale e che la misura richieda un intervento correttivo. A questo punto il nodo da sciogliere riguarderebbe soltanto chi dovrebbe farsi carico di quest’onere: lo Stato o l’azienda stessa?

Osserviamo che in entrambi i casi la misura sarebbe sostenibile e, nella giusta ottica, avrebbe un carattere di tipo redistributivo. La differenza principale insiste nell'individuazione dei soggetti a cui sottrarre la ricchezza da redistribuire ai lavoratori. 

Non serve un gran genio per comprendere che le risorse per finanziare la misura debbano essere prelevate o dagli averi dei più benestanti o dai profitti delle stesse aziende. 

Siccome negli ultimi anni la quota profitti è andata crescendo sensibilmente a scapito di quella dei salari, sarebbe del tutto ragionevole accollare l'eventuale onere legato all'incremento delle retribuzioni orarie alle stesse aziende, così che una parte dei profitti si ritrasferisca nella quota salari, ristabilendo un po' di giustizia sociale.

Del resto, non si capisce per quale assurdo motivo i lavoratori non debbano godere di un incremento di ricchezza derivante dall'incremento della produttività, la quale, grazie all'avvento delle automazioni, ha avuto una crescita mostruosa che (guarda caso!) si è disaccoppiata dalla crescita dei salari.

Pertanto, si può concludere, a ragione, che gli eventuali costi di una simile misura dovrebbero essere imputati interamente alle aziende, andando ad intaccare il profitto realizzato sfruttando i lavoratori. 

La medesima soluzione però potrebbe diventare problematica nel caso di quelle aziende che, per qual si voglia ragione, non riuscissero a realizzare un utile, dato che, se così fosse, il volergli imporre degli ulteriori oneri rischierebbe di condannarle al fallimento.

Per porre rimedio a questa circostanza, nel caso in cui i profitti non fossero disponibili, si potrebbe prevedere un intervento dello Stato. 

Se l'idea di accollare gli eventuali oneri della manovra alle aziende non vi aggrada, l'alternativa risiede in un'azione redistributiva interamente attuata a danno dei ricchi. 

Da un punto di vista intuitivo la soluzione mista appare decisamente superiore, perché è in grado di intervenire sia sul profitto generato di anno in anno che sulle ricchezze già accumulate in passato, le quali, viste le eclatanti condizioni di iniquità sociali raggiunte, è doveroso che vengano redistribuite.

Le precedenti argomentazioni continuano a sussistere nel caso di aziende con un minor numero di dipendenti, anche se in alcuni casi la situazione può farsi più delicata e per essere gestita correttamente richieda delle ulteriori correzioni ad hoc.

Rischia di essere ancor più particolareggiato il caso dei lavoratori autonomi, dove, in alcune situazioni, la riduzione dell'orario potrebbe addirittura non essere neanche possibile, non per questioni di volontà ma per motivazioni pratiche. 

Osserviamo come queste criticità non riguardino l'aspetto economico, ma semmai quello organizzativo, dato che, come abbiamo già ricordato in precedenza, da un punto di vista teorico, in una nazione che ha un PIL pro capite pari a 27.600 euro all'anno ogni cittadino, neonati, bambini ed adolescenti inclusi, potrebbe disporre di un reddito lordo fino ad un massimo di 2.300 euro al mese. 

Pertanto, redistribuire qualche centinaia di euro al mese ad una certa classe di lavoratori per compensare l'eventuale diminuzione della loro retribuzione oraria, nei casi in cui gli incrementi di produttività derivanti dalla riduzione dell'orario di lavoro non fossero già di per sé sufficienti, di certo, non può giudicarsi economicamente insostenibile.

Per implementare al meglio la misura da un punto di vista pratico, bisognerebbe analizzare caso per caso, a seconda delle particolarità di ogni categoria lavorativa, per tarare il provvedimento in modo tale che nessuno possa trarne un vantaggio maggiore rispetto agli altri, perché altrimenti si metterebbe in atto una misura ingiusta.

Pur adottando tutte queste precauzioni, non sono affatto sicuro che la riduzione dell'orario di lavoro si possa applicare in modo così particolareggiato da soddisfare appieno le esigenze di ogni settore, ma di certo, con una buona dose d'impegno, le situazioni che resterebbero al di fuori di queste doverose correzioni rappresenterebbero una casistica minoritaria.

A tutto ciò andrebbero aggiunti gli oneri per l'istituzione e la gestione del sistema di controllo da mettere in piedi per minimizzare i casi di truffe in cui, pur percependo l'incremento salariale, i lavoratori continuerebbero comunque a lavorare senza diminuire il proprio orario. 

Anche in questo caso la criticità non è tanto il costo del sistema di controllo, la cui struttura, in realtà, è già in essere, pur nell'inconsapevolezza dei suoi utilizzatori, i quali vi partecipano allegramente come se nulla fosse, anche se, per il momento, questo strumento non viene utilizzato al massimo del suo potenziale, ma la violazione della privacy legata alle sue modalità di funzionamento.

Grazie alla rete, ed agli smartphone, ai gps ed alle sempre più onnipresenti telecamere, di fatto, i cittadini sono già tutti spiati in modo pressoché capillare, solo che la cosa non viene ufficializzata, così che la massa s'illuda che ciò che fa quotidianamente non sia noto allo Stato o che, volendo, non possa esserlo, con grande facilità.

Per chi non lo sapesse, la normativa vigente in Italia prevede già che tutti i dati relativi ad internet ed alle comunicazioni telefoniche vengano memorizzati e conservati per ben 6 anni. E questo è ciò che si sa a livello ufficiale.

In conclusione possiamo asserire che l'imposizione di una diminuzione dell'orario di lavoro rappresenti una misura assai più problematica, dal punto di vista dell'attuazione pratica, rispetto alla riduzione dell'età pensionabile

Mentre la prima misura ben si presta ad un'applicazione trasversale, la seconda funziona in modo eccellente nel caso delle aziende private con un numero medio-alto di dipendenti, è certamente fattibile per il settore pubblico, anche se in tal caso richiede l'impiego di maggiori risorse economiche da parte dello Stato, e diviene assai macchinosa per le attività con un piccolo numero di dipendenti e per i liberi professionisti.

In realtà, il principale difetto di queste due soluzioni basate sulla redistribuzione del lavoro è che nessuna di esse rimette in discussione il lavoro esistente, i suoi fini e le sue modalità, fatta eccezione per una giusta critica legata all'imposizione di un orario di lavoro eccessivo, che da un lato non concede ai lavoratori tempo per vivere, perché il lavoro è totalizzante, e dall'altro condanna alla miseria i disoccupati, che pur volendo non riescono a trovare lavoro perché i loro compagni sono sovra-occupati. 

Tutto ciò dà luogo ad un paradosso che in gran parte potrebbe essere risolto se ciascuno lavorasse di meno, diminuendo il proprio orario giornaliero e/o anticipando il suo pensionamento, così che tutti abbiano modo di lavorare. 

In tal senso, è del tutto evidente che, la riduzione dell'orario di lavoro e/o la diminuzione dell'età pensionabile, rappresentino delle misure auspicabili per combattere la disoccupazione, ma non si può evitare di sottolineare come esse, di per sé, non siano risolutive nei confronti delle numerose problematiche sociali legate al mondo del lavoro.

Se ben applicate, queste misure contribuirebbero a migliorare la qualità dell'esistenza dei lavoratori, che sarebbero un po' più liberi di vivere la vita, e di certo riuscirebbero anche a ridurre la disoccupazione.

Grazie ad esse la ricchezza si distribuirebbe in modo più equo, e la classe lavoratrice acquisirebbe una maggiore forza sociale, non dovendo più subire il ricatto dovuto ad una scarsità (artificiale) di lavoro.

D'altro canto la società continuerebbe a dividersi tra sfruttati e sfruttatori, mentre i ricchi continuerebbero ad arricchirsi a danno dei poveri. Sebbene la retribuzione oraria sia aumentata, la schiavitù nei confronti del lavoro resterebbe in essere. 

I soggetti più deboli e bisognosi che, per qual si voglia ragione, non riuscissero ad aggiudicarsi un posto di lavoro, sarebbero ancora una volta condannati alla miseria. 

Le attività economico-produttive inutili e dannose resterebbero in essere esattamente come prima... e così via. È quindi evidente che un'organizzazione ottimale non possa essere neanche lontanamente ottenuta soltanto redistribuendo il lavoro esistente.

Queste riflessioni ci spingono a prendere in considerazione delle ulteriori classi di soluzioni: quelle basate sulla riduzione del lavoro esistente e quelle che suggeriscono di introdurre una sorta di sussidio individuale, con o senza condizioni. Ci occuperemo di esse nei prossimi capitoli.

Riduzione del lavoro esistente

La propaganda quotidiana, a cui gli esseri umani sono sottoposti, ha talmente insistito nell'affermare che per combattere la disoccupazione si debba trovare il modo per creare più lavoro, che la maggior parte dei lettori penserà che soltanto un folle potrebbe sostenere che i problemi dell'odierna società si possano risolvere agendo esattamente all'opposto rispetto a quanto la quasi totalità dei politici e degli economisti dicono di dover fare. E invece è proprio così che stanno le cose.

Come avremo modo di comprendere, la riduzione delle attività lavorative, se correttamente intesa, affronta alla radice numerose criticità che, invece, i sostenitori delle “soluzioni” classiche neanche si degnano di prendere in considerazione, nonostante gli effetti negativi legati a questi aspetti siano tutt'altro che insignificanti.

Vi sono sostanzialmente due filoni di pensiero che agiscono in tal senso: quello basato sulla riduzione del lavoro in sé e quello basato sulla riduzione del lavoro umano. 

La filosofia di chi ritiene che i problemi della società possano essere risolti riducendo le attività lavorative è la seguente: il lavoro non va massimizzato, come invece accade oggi, quando si cerca in ogni modo di creare sempre più lavoro per far sì che le persone siano occupate, ma va minimizzato. 

Esso dev'essere ridotto ai minimi termini, all'essenziale. In particolare, si deve eliminare tutto il lavoro inutile e dannoso.

Il punto centrale da comprendere per cogliere le ragioni sottese ad una simile posizione è il seguente: il lavoro non è necessariamente un'attività benefica.

Quando si mettono in atto delle attività economiche viene impiegato del tempo, che è tempo di vita consumato che nessuno restituirà agli individui, si utilizzano risorse ed energia, molte delle quali non sono rinnovabili, producendo un certo impatto ambientale, che è causa di un'alterazione sistemica che non è affatto detto che sia positiva (si pensi all'inquinamento).

In generale, introdurre quantitativi addizionali di lavoro significa incrementare l'utilizzo di tempo di vita e di risorse, rischiando di peggiorare la sostenibilità del sistema e la salubrità dell'ambiente. 

Di conseguenza, aspetti come il fine delle attività lavorative, il come esse vengono attuate e la quantità di lavoro svolto dall'umanità, non possono e non debbono essere posti in secondo piano. Al contrario: essi rappresentano punti di primaria importanza. 

Come minimo si dovrebbe pretendere che il lavoro sia subordinato al raggiungimento del benessere collettivo, che le attività lavorative avvengano con la massima efficienza e che si trovi il modo per far sì che il lavoro non causi sofferenza, né ai lavoratori, né agli altri esseri viventi, a causa della sua attuazione e da ciò che ne consegue.

Se il lavoro seguisse un fine distorto e venisse attuato con delle modalità errate, ciò si ripercuoterebbe in maniera negativa sull'intera società. Il voler aumentare questo genere di attività rasenterebbe la follia!

D'altro canto è vero che per produrre e fornire un insieme di beni e servizi un certo quantitativo di lavoro è indispensabile, ed è altrettanto vero che esso porti con sé un inevitabile consumo di tempo e risorse, provocando un qualche genere d'impatto ambientale.

Ma questa non rappresenta una giustificazione per introdurre del lavoro superfluo, semmai è da considerarsi la motivazione principale per cui il lavoro dovrebbe essere minimizzato, perché così facendo, nella peggiore delle ipotesi, si sarebbero a loro volta contenuti, entro il più basso livello possibile, sia l'impiego di tempo che di risorse, riducendo ai minimi termini anche l'impatto ambientale.

Siccome l'imposizione sociale nei confronti del lavoro è, per l'appunto, una forma di costrizione inconciliabile con un'effettiva libertà, ben venga ogni strategia volta a ridurre il lavoro a parità di bisogni soddisfatti.

Siccome il consumo di risorse ed energia legato alle attività lavorative si traduce in distruzione ed inquinamento dell'ambiente, ben venga ogni strategia volta a ridurre il consumo di risorse ed energia a parità di beni e servizi, a maggior ragione quando per raggiungere un simile obiettivo si debba ridurre il lavoro.


Il concetto di iper-lavoro

Introduciamo, per comodità linguistica, e per agevolare la comprensione di queste argomentazioni, un nuovo concetto: quello di iper-lavoro. 

L'iper-lavoro è l'insieme di tutte le attività che, nella giusta ottica, se venissero eliminate dalla società non farebbero diminuire il benessere degli esseri viventi. Questo significa che senza di esse o il benessere collettivo resterebbe invariato o addirittura aumenterebbe.

Siccome il lavoro è intimamente collegato alla produzione ed al consumo di beni e servizi, si possono dare delle analoghe definizioni anche per i concetti di iper-produzione e di iper-consumo che però, per non essere pedanti, eviteremo di enunciare in modo esplicito.

I reciproci collegamenti tra questi concetti sono evidenti: senza una iper-produzione non può esserci un iper-consumo, ma per effettuare una iper-produzione bisogna mettere in atto un iper-lavoro... e così via.

Chiaramente tutto il lavoro superfluo e dannoso rientra nella categoria dell'iper-lavoro. Questa ulteriore precisazione può esserci di aiuto per individuare, da un punto di vista pratico, dove si nasconda questo eccesso di lavoro dalla cui eliminazione l'umanità non potrebbe far altro che trarre un gran giovamento. Vediamo subito alcuni esempi.

Si ha iper-produzione, iper-lavoro e iper-consumo quando: si seguono delle stupide mode; realizzano prodotti usa e getta al posto di beni riutilizzabili; producono degli oggetti tecnologici appositamente concepiti per durare non più di qualche anno da sostituire il prima possibile e senza possibilità di essere riparati, quando si potrebbe costruirli per farli durare molto più a lungo.

Si iper-produce, iper-lavora e iper-consuma ogni volta che: si fumano sigarette, bevono alcolici, utilizzano droghe, non ci si nutre correttamente e si inquina l'ambiente, perché così facendo si provocheranno delle malattie che dovranno essere curate producendo farmaci ed apparecchiature mediche di cui in realtà non si avrebbe affatto bisogno, se solo gli individui tenessero a loro stessi; non si utilizzano i beni in comune, ove possibile e ragionevole; si sprecano energia, materie prime e cibo, per negligenza individuale o a causa delle modalità di funzionamento del sistema socio-economico.   

In poche parole, si ha iper-produzione, iper-lavoro e iper-consumo ogni qual volta s'introducono quote d'inefficienza evitabili peggiorando l'esistenza degli esseri viventi.

Il lettore resterà sconvolto scoprendo che, allo stato attuale delle cose, la stragrande maggioranza del lavoro esistente, in realtà, è inutile e dannoso, ovvero è niente di più che un deleterio e mortifero iper-lavoro che, per il bene dell'umanità, bisognerebbe immediatamente eliminare dalla faccia della Terra.

Non serve un gran genio per comprendere che l'eliminazione dell'iper-lavoro rappresenti la via maestra da seguire per riuscire a garantire a tutti gli esseri umani l'accesso ad un certo insieme di beni e servizi effettivamente utili, essenziali e di alta qualità, con la massima efficienza possibile, lavorando per il minor numero di ore e provocando il più piccolo impatto ambientale reso possibile dalle conoscenze scientifico-tecnologiche disponibili.

Tutto ciò può essere ottenuto minimizzando il lavoro, e non massimizzandolo, come invece si sarebbe ingenuamente portati a pensare. 

Infatti, fermo restando l'obiettivo della realizzazione e della fornitura di un certo paniere di beni e servizi per un certo insieme di persone, è soltanto la minimizzazione del lavoro, ottenuta ricercando con intelligenza e ragionevolezza soluzioni volte alla massima efficienza (intesa nel senso più ampio del termine), che rappresenta la via da seguire per massimizzare, al tempo stesso, il tempo libero dalle attività lavorative e la sostenibilità ambientale.

Si può discutere su come raggiungere questo obiettivo, o su quale sia il paniere di beni e servizi essenziali da mettere a disposizione dell'intera umanità, ma non si può contestare che la miglior strategia per raggiungere questo scopo passi per la minimizzazione del lavoro in sé, ovvero, in particolare, per la totale eliminazione di ogni forma di “iper”, così come da me intesi e definiti.

Violare questo assioma significherebbe introdurre degli inutili sprechi in termini di tempo sottratto alla vita vissuta in libertà da impiegare in modo forzoso in attività lavorative superflue e nocive, dissipando materia ed energia senza una reale necessità, distruggendo ed inquinando oltre misura l'ambiente in modo del tutto irrazionale.

Se l'umanità è arrivata alla gravosa situazione in cui si trova, è proprio perché nell'odierna società si pensa principalmente a come aumentare il lavoro, anche quando il lavoro è inutile e dannoso, senza preoccuparsi di migliorare l'efficienza complessiva del sistema degnandosi di analizzare la qualità ed il fine del lavoro: l'importante è che si crei occupazione. 

Dove quel lavoro conduca pare non interessare a nessuno, neanche quando è del tutto evidente che a forza di lavorare ci si stia dirigendo verso una completa rovina.

Produrre mine antiuomo consente di creare occupazione? Benissimo: che si producano mine antiuomo. Pazienza se le conseguenze di quelle attività lavorative siano la mutilazione di esseri umani, ottenuta, per giunta, sprecando risorse ed inquinando l'ambiente: l'importante è che, così facendo, qualcuno abbia il tanto agognato posto di lavoro, mentre un'élite di sfruttatori parassitari realizza lauti profitti. 

Diminuire scientemente la vita dei beni agendo sia dal lato psicologico che da quello tecnologico consente di aumentare l'occupazione? Benissimo: che si producano oggetti soggetti ad obsolescenza programmata, manipolando le menti dell'umanità con delle apposite campagne pubblicitarie.

Pazienza se così facendo si condanneranno milioni d'individui a svolgere un lavoro insensato, sprecando materie prime ed avvelenando l'intero pianeta, provocando morte e malattie: l'importante è che così facendo i lavoratori abbiano modo di lavorare e l'industria del farmaco possa realizzare profitti vendendo i propri (falsi) rimedi.

Tutto ciò non rappresenta un'aneddotica limitata e particolare, al contrario: sta accadendo nella maggior parte dei settori economici dell'odierna società.

Gli esiti a dir poco catastrofici di una simile impostazione sono sotto gli occhi di tutti e non hanno alcun bisogno di essere illustrati ulteriormente: i problemi psico-fisici degli esseri umani, il dolore, la sofferenza e la malattia che permeano la società, lo sterminio degli animali, la distruzione e l'inquinamento ambientale, sono tutti intimamente legati a delle attività lavorative le cui modalità e il cui fine sono completamente distorti e che, nonostante ciò, si continua testardamente a voler incrementare, senza cambiare direzione, quando invece l'unica cosa intelligente da fare sarebbe quella di smetterla di dedicare le proprie energie a questo genere di attività lavorative, eliminando tutto l'iper-lavoro dalla società, rifiutandosi di metterlo in pratica.

Ma se è così che stanno le cose, perché l'odierno sistema economico introduce appositamente iper-lavoro, invece di contrastarlo?

Perché è esattamente ciò di cui ha bisogno per mantenersi in essere, anche se gli esseri umani non avrebbero alcuna necessità di iper-lavorare, dato che la sua introduzione è causa di sprechi, devastazione e sofferenze.

L'odierna economia non può fare a meno dell'iper-lavoro perché essa è interamente basata sull'iper-consumo ed è solo grazie ad esso che può continuare a sopravvivere.

Per definizione, il lavoro inutile e dannoso è, per l'appunto, inutile e dannoso, e dalla sua eliminazione l'umanità non dovrebbe far altro che trarne un gran giovamento.

Se ciò oggi non viene compreso è perché gli economisti nei loro conteggi ignorano completamente fattori di fondamentale importanza, come ad esempio il costo dei danni ambientali, o l'infelicità degli esseri viventi. 

Se solo ci si degnasse di effettuare dei calcoli tenendo in considerazione tutti i fattori, e non solo quelli che ci fanno più comodo per dimostrare che un'azienda generi profitto, senza poi ripagare i danni da essa stessa causati, ci si renderebbe immediatamente conto che la maggior parte delle attività economiche impoveriscono l'umanità, invece di arricchirla.

Eppure nell'odierna società sottrarre lavoro significa condannare un certo numero di esseri umani alla disoccupazione, diminuendo i consumi e, in definitiva, inducendo il completo fallimento dell'intera organizzazione economica.

Ma come si può anche solo pensare che, a parità di beni e servizi di cui si può disporre, l'essere più liberi dalla costrizione nei confronti del lavoro, l'impiegare un minor quantitativo di risorse ed energia, ed il ridurre l'inquinamento, possano condurre ad un peggioramento delle generali condizioni di vita dell'umanità?

E invece oggi è esattamente ciò che accade, ma non perché non sia doveroso e benefico eliminare l'iper-lavoro, bensì a causa delle conseguenze economiche che seguirebbero dall'implementazione di questo genere di strategie. 

Ma se il sistema economico non consente di attuare ciò che è oggettivamente giusto e auspicabile, per quale motivo ci si ostina a voler adottare esattamente quel modello economico, invece di sostituirlo con un altro?

Il nodo da sciogliere, quindi, risiede nelle logiche deleterie del sistema economico attualmente in essere, le quali non solo non consentono l'eliminazione dell'iper-lavoro senza indurre delle problematiche sociali, ma che, invece, ne ricercano in modo spasmodico la sua attuazione accrescendone il quantitativo, comportandosi esattamente come un drogato la cui dipendenza va intensificandosi e, per ottenere i medesimi effetti, non può far altro che incrementare la dose dello stupefacente, fin quando ciò non lo condurrà alla morte. 

Una “morte” che, nel caso della società capitalistica, potrebbe avvenire a causa di un collasso ecologico, di una guerra combattuta per aggiudicarsi le risorse disponibili, o chissà come.

Questo è quanto d'importante c'è da dire in relazione alla diminuzione del lavoro in sé. Occupiamoci ora delle tesi di chi vorrebbe ridurre il lavoro umano. La differenziazione tra questa strategia e la precedente è lecita e ci aiuterà a mettere in risalto delle ulteriori criticità.
Automazione del lavoro

Di fatto, è possibile ridurre il lavoro umano senza ridurre il lavoro in sé, ovvero senza diminuire l'insieme delle attività di produzione e fornitura di beni e servizi, pur facendo lavorare di meno gli esseri umani.

Ciò, ad esempio, può essere ottenuto sostituendo i lavoratori con delle automazioni. Così facendo, si potrebbe riuscire a produrre beni e servizi senza condannare l'umanità ad una detestabile schiavitù nei confronti del lavoro.

Visto l'attuale livello di sviluppo scientifico-tecnologico non è poi così utopico pensare ad un mondo del lavoro in cui algoritmi e robot svolgono gran parte dei compiti, mentre gli esseri umani si godono la vita in libertà, dando un piccolo contributo per far sì che il sistema automatizzato possa funzionare.

Estremizzando il concetto, si potrebbe concepire un sistema di mantenimento della collettività interamente automatizzato, il cui compito sarebbe quello di produrre e fornire i beni ed i servizi richiesti dall'umanità. 

Se il frutto del lavoro così ottenuto fosse messo a disposizione di tutti gratuitamente, oppure si fornisse ad ogni individuo una certa somma di denaro ogni mese per diritto, senza chiedere nulla in cambio, ecco che gli esseri umani sarebbero finalmente liberi di vivere la propria esistenza in condizioni di effettiva libertà, disponendo dei beni e dei servizi prodotti dalle automazioni.

Questa concezione ideale di un mondo del lavoro totalmente automatizzato, trasformerebbe l'attività lavorativa umana in una scelta volontaria, svincolata da ogni forma di ricatto e obbligo sociale che invece oggi insistono prepotentemente sulla quasi totalità della popolazione.

Nonostante in molti sostengano il contrario, con argomentazioni retoriche, non si capisce come sia possibile che un individuo che, volente o nolente, debba dedicare una parte della sua vita al lavoro possa dirsi libero. 

Soltanto una totale automatizzazione del lavoro crea le condizioni affinché vi possa essere una piena libertà nella società per tutti i suoi membri, e fin qui c'è ben poco da ribattere.

Ma la realtà fisica pone un limite invalicabile a questo sogno utopico: la sostenibilità ambientale.

Introdurre un certo livello di automazione significa produrre degli oggetti, come computer e robot, i quali, per esser costruiti e mantenuti in funzione, richiedono a loro volta un certo lavoro, consumano risorse, energia e causano inquinamento e distruzione ambientale.

Pertanto, al netto di una piccola classe di automatismi che potremmo definire biocompatibili (si pensi ad un macchinario mosso da un mulino a vento), in tutti gli altri casi non bisogna dimenticare che, allo stato attuale del livello scientifico-tecnologico, introdurre automazione significa incrementare il livello d'inquinamento, sfruttando risorse e compromettendo la sostenibilità ambientale.

Il fatto che per produrre automazioni si debba lavorare non è poi così problematico, dato che, in generale, ogni automazione ben concepita dà luogo ad un fattore di sostituzione vantaggioso da cui consegue una complessiva diminuzione del lavoro umano.

Ad esempio, se è vero che per realizzare e far funzionare un braccio robotico servono 10 operai, tra progettisti, costruttori e manutentori, è altrettanto vero che quell’automazione sarà in grado di svolgere un carico di lavoro che avrebbe occupato decine e decine di esseri umani.

Osserviamo che, nel caso di mansioni logoranti, noiose e pericolose, si potrebbe anche valutare di utilizzare comunque delle automazioni, anche nell'ipotesi in cui il tasso di sostituzione fosse svantaggioso, introducendo così dell'inefficienza, se non altro, per migliorare la qualità del lavoro e quindi l'esistenza degli esseri umani.

Nella giusta ottica, l'automatizzazione del lavoro non creerebbe alcun problema sociale, se solo questo processo non andasse a danneggiare l'ambiente, minando, di conseguenza, la sostenibilità ambientale e la salute di tutti i viventi. 

Che senso avrebbe automatizzare il lavoro per essere liberi, se poi a questa ritrovata libertà corrispondesse la malattia, la strage di numerosi animali e l'esaurimento delle risorse, dando luogo ad una società insostenibile permeata dalla sofferenza?

Per quanto argomentato nella precedente sezione, voler automatizzare il lavoro senza prima minimizzarlo sarebbe una totale follia, perché significherebbe sommare i danni ambientali dovuti all'introduzione dell'automazione ai danni ecologici causati dall'iper-consumo, aggravando una situazione che ha già superato ogni limite della decenza. 

Il modo corretto di procedere dovrebbe essere il seguente: ben venga l'automazione, in particolar modo quando consente di migliorare la qualità di vita dei lavoratori, ma prima di diminuire il lavoro umano bisogna diminuire il lavoro in sé, minimizzandolo. 

Soltanto dopo si potrà procedere a valutare cosa, come, dove, quando e perché automatizzare il lavoro residuale, quello effettivamente utile e necessario, essendo ben consapevoli che il processo di automatizzazione non è affatto indolore, e che il voler automatizzare il lavoro oltrepassando le soglie della sostenibilità ambientale equivarrebbe a compiere un suicidio collettivo.

Ora, siccome ragionando sulla base delle odierne conoscenze scientifico-tecnologiche è ragionevole attendersi che, anche dopo aver minimizzato il lavoro, non tutte le attività possano essere effettivamente automatizzate, o per ragioni tecniche o per questioni ecologiche, è anche evidente che si dovrà stabilire una scala di priorità, dando precedenza al lavoro abbruttente che nessuno vuol fare, ed escludendo a priori tutti quei mestieri che, per riuscire al meglio, richiedono delle qualità squisitamente umane, come l'amore, la creatività e l'empatia.

Alcuni osserveranno come oggigiorno l'automatizzazione del lavoro sia già in corso, ma che purtroppo questo processo non stia affatto migliorando le condizioni di vita degli esseri umani.

A causa dei robot e dell'intelligenza artificiale, infatti, in molti vengono tagliati fuori dal mercato del lavoro e non riescono più a ritrovare un'occupazione, perché, di fatto, essi sono divenuti “superflui”.

Il problema però non risiede nel processo di automazione in sé, ma nella modalità della sua attuazione, a causa della quale le classi sociali si stanno polarizzando andando a formare una massa di disoccupati disperati, non più utile per mettere in atto i processi produttivi, sovrastata da un'élite sempre più ricca, che non ha più bisogno di grandi masse di schiavi.

Ma il vero problema dell'umanità è dato dai robot che “rubano il lavoro”, o dai capitalisti che, detenendo la proprietà dei mezzi di produzione, si appropriano egoisticamente dei profitti resi possibili dall'automazione del lavoro, senza condividerli con il resto della comunità?

La domanda è chiaramente retorica e la risposta è altrettanto ovvia. Infatti, se i vantaggi derivanti dagli incrementi di efficienza e di produttività legati al processo di automazione del lavoro venissero redistribuiti equamente, non vi sarebbe alcun problema sociale, dato che i lavoratori potrebbero addirittura lavorare di meno avendo accesso al medesimo quantitativo di beni e servizi realizzati con una qualità maggiore rispetto a quanto accadeva in precedenza. 

Vi sono due ulteriori obiezioni a cui rispondere in merito alla strategia basata su di una drastica diminuzione del lavoro che, nella giusta ottica, consentirebbe di realizzare una società dove gli esseri umani avrebbero una gran quantità di tempo di cui disporre in condizioni di effettiva libertà, pur avendo accesso a tutto il necessario per vivere in modo più che dignitoso.

La prima di esse è stata mossa da un celebre personaggio italiano etichettato come psichiatra, criminologo, scrittore, giornalista, conduttore televisivo e opinionista, si tratta del “problema dell'identità”; la seconda, viene spesso ripetuta dal cosiddetto “uomo della strada” e può essere riassunta con la seguente domanda: «E poi, come riempirei le mie giornate, se non dovessi lavorare?».

Nella società capitalistica, dove regna l'illusione della libertà, il problema dell'identità degli individui è stato risolto con un equivoco: alla domanda «tu chi sei?» la maggior parte degli esseri umani in età da lavoro finisce col rispondere «io sono un ingegnere, un avvocato, un saggista...», scambiando la domanda «chi sei?» con «cosa fai nella vita?» (da qui l'equivoco).

Da questo genere di risposte si comprende che ciò che contribuisce a formare l'identità individuale è l'identificazione del soggetto con ciò che egli fa nella maggior parte del tempo della sua vita. A forza di essere costretto a lavorare, l'individuo finisce per credere di essere un lavoratore: questo è ciò che caratterizza maggiormente il nucleo centrale della sua identità.

Ora, siccome l'illustrissimo personaggio non ha la più pallida idea di come “risolvere” il problema dell'identità senza ricorrere a questo equivoco, perché, per sua stessa ammissione, nel bene o nel male, è sempre così che il problema dell'identità è stato “risolto” [cit.], egli argomenta che lo scenario che prevede una progressiva eliminazione del lavoro sarebbe da evitare, in quanto finirebbe per creare una massa d'individui atomizzati e senza identità, in quanto non più utili all'attività produttiva, che finirebbero per svolgere soltanto un ruolo passivo di consumatori. Così facendo, a suo dire, si darebbe origine alla peggiore delle distopie che sia mai stata concepita dalla più fervida e perversa mente umana.

In altri termini, questo "grandioso" pensatore ci sta dicendo che, siccome eliminando il lavoro le persone non potrebbero più costruirsi la propria identità sulla base delle attività lavorative che in passato erano costretti a svolgere, volenti o nolenti che fossero, così come si addice a dei perfetti schiavi, allora sarebbe bene continuare a mantenere tutti gli esseri umani in condizioni di schiavitù nei confronti del lavoro nonostante ciò non sia più necessario. Geniale, non c'è che dire! 

Non credo che ci sia bisogno di sottolineare l'eclatante fallacia logica sottesa a questo ragionamento, dal momento che il problema dell'identità potrebbe benissimo risolversi traendone un gran giovamento con altre modalità assai migliori rispetto al credere di essere ciò che si è stati obbligati a fare dalla società. 

Per quale assurdo motivo le cose debbano necessariamente andare così come descritte dal nostro "strepitoso" pensatore, è un mistero della fede degno della più oscura delle religioni.

Personalmente ritengo che la liberazione degli individui dagli obblighi sociali, in particolar modo dalla più odiosa e dannosa delle costrizioni, ovvero quella nei confronti di un lavoro mal finalizzato che non muove dalla più intima, sincera e autentica volontà, rappresenti una condizione necessaria per far compiere all'umanità un balzo evolutivo, incrementando il livello di benessere sociale.

Grazie all’automazione, se solo si condividesse il frutto del lavoro e si abbandonasse l’approccio consumistico, sarebbe finalmente possibile offrire ad ogni singolo essere umano sia i mezzi che il tempo necessari per ricercare se stessi e per riuscire a sviluppare e ad esprimere la propria unicità, una cosa che oggi è fortemente ostacolata dall’odierna società esattamente a causa dell’organizzazione del lavoro, che obbliga le persone a sacrificare la maggior parte del loro tempo dedicando le loro energie psico-fisiche ad un lavoro senza senso, inutile e dannoso, inducendo gli individui, non a risolvere il problema dell’identità, come ritiene erroneamente il nostro “strepitoso” pensatore, ma a smarrire completamente se stessi, sprecando la propria intera esistenza vivendo come degli insignificanti servi di un sistema completamente folle e totalmente incompatibile con una vera e reale condizione di benessere.

Se c'è una cosa di cui possiamo esser certi, è che senza assicurare delle effettive condizioni di libertà vissute al riparo dalla povertà, il problema dell'identità non verrà mai risolto. Porvi una toppa basata su di un equivoco indotto da una costrizione, non solo non risolve il suddetto problema, ma introduce delle distorsioni assolutamente dannose, ponendo un ulteriore ostacolo al processo di sviluppo spirituale dell'intera umanità. 

Non a caso nei miei scritti ho sviluppato la tesi del lavoro utilizzato come mezzo per il controllo sociale; una forma di controllo da cui è bene che l'umanità si liberi al più presto, anche grazie all'automazione.

Tutto ciò rappresenta un'ulteriore motivazione a giustificazione della riduzione del lavoro da effettuarsi a vantaggio di tutti, visto che se io ho ragione, una sua diminuzione non farebbe altro che liberare tempo ed energie che, qualora fossero correttamente indirizzate, potrebbero favorire una rinascita dell'umanità, innalzando il generale livello di coscienza. 

È praticamente impossibile che una massa d'individui posti sotto il giogo del lavoro riesca a conseguire un simile obiettivo, perché il loro cammino è fortemente ostacolato dalle quotidiane costrizioni, dovute alla mancanza di tempo, risorse ed energie da impiegare a tal fine. Non basta essere un seme per germinare, c'è bisogno anche di essere inseriti in un terreno adatto.

Affrontiamo ora la seconda obiezione rispondendo in modo secco e brutale alla seguente domanda: «E dopo? Che cosa farei tutto il giorno se non dovessi lavorare?», potresti imparare a vivere, invece di continuare ad essere una sorta di morto che cammina!

Il fatto che qualcuno muova una simile obiezione, asserendo tacitamente che è meglio essere degli schiavi eterodiretti, piuttosto che degli esseri umani liberi e autonomi che agiscono sulla base della propria volontà, è la dimostrazione più lampante di quanto il sistema riesca in modo efficace a rovinare completamente un essere umano nato creativo e vitale, fino a ridurlo ad una sorta di automa che si sente smarrito e non ha la più pallida idea di cosa fare del proprio tempo se non c'è qualcuno dall'esterno che gli suggerisce come riempire le sue giornate.

Nessun bambino sano si lamenterebbe di poter disporre di maggior tempo libero per giocare; è incredibile come dopo anni e anni di condizionamenti mentali, quel medesimo bambino, ormai divenuto adulto, arrivi addirittura a lamentarsi del fatto che qualche libero pensatore al servizio del bene e della verità stia cercando un modo per far sì che tutti gli esseri umani possano finalmente esseri liberi e felici, disponendo di tutto il tempo che desiderano per fare ciò che amano fare, agendo nel massimo rispetto di se stessi e degli altri esseri viventi.

Ciò dimostra che quell'essere umano non è più tale, ed è morto ancor prima di morire, perché un individuo eterodiretto, che, con le sue affermazioni, dimostra di non aver più alcuna volontà, di essere privo di passioni, creatività e desideri che muovono dal suo interno, di fatto, non può definirsi umano: egli si è trasformato in una macchina, divenendo esso stesso quell'automazione che potrebbe sostituirlo nel suo lavoro, ma che egli, non essendo più umano, percepisce come un suo pari, e vede come una sorta di rivale che potrà rimpiazzarlo, svolgendo ciò che egli ha portato a termine fino a quel giorno, rinunciando alla sua stessa esistenza e alla sua vera natura per mettersi al servizio di quello stesso sistema responsabile della sua rovina esistenziale.

Osserviamo, en passant, che il fatto che il lavoro non sia più obbligatorio, non implica in modo necessario che gli individui non possano più dedicarsi al lavoro, se è davvero questo che desiderano fare della propria vita. 

Se qualcuno non trova altro modo per dare un senso alla propria esistenza che sia diverso dal lavorare 12 ore al giorno, sarebbe liberissimo di farlo. 

La cosa più triste di questa vicenda, è che vi sia un gran numero di persone, tra cui si potrebbero annoverare anche degli illustri “pensatori”, che si battono con forza per difendere la strepitosa opportunità di veder negata a tutta l'umanità la possibilità di creare una società senza alcuna costrizione al lavoro, dove sia finalmente possibile vivere la vita nella sua pienezza, come dei veri esseri umani, perché a loro dire la soluzione di ogni male consiste nel dare un lavoro da 8 ore al dì ad ogni individuo: non credo che ci sia neanche bisogno di rispondere ad una simile idiozia.

Non di rado ho sentito dire che in molti non sarebbero in grado di gestire la propria libertà. E quindi? Che cosa si vorrebbe fare con questi individui ritenuti aprioristicamente condannati a non essere in grado di gestire la propria vita? Gestirla al posto loro continuando a condannarli ai lavori forzati?

Di certo una simile obiezione non rappresenta una motivazione neanche lontanamente sufficiente per legittimare l'esistenza di una società come quella attuale che, per sua costruzione, impedisce alla quasi totalità degli individui di essere liberi e felici.

A livello sociale, il massimo che si può fare è creare le condizioni al contorno affinché ogni singolo individuo possa effettivamente percorrere la propria strada verso la felicità agendo nel completo rispetto del benessere di tutti gli esseri viventi, senza incontrare impedimenti dovuti, ad esempio, alla privazione di tempo e libertà legati alla costrizione nei confronti del lavoro o alla mancanza di mezzi economici. 

A cosa servirebbe dare un lavoro da 8 ore al dì a tutti, se poi non si avesse neppure il tempo e l'energia per vivere?

È questa la meta a cui bisognerebbe ambire: assicurare a tutti la libertà. E questo obiettivo è perfettamente compatibile con una società che minimizzi il lavoro, ricorrendo anche alle automazioni, laddove sia utile farlo, a patto che si trovi un modo per far sì che tutti gli esseri umani abbiano accesso al frutto del lavoro prodotto dalla società.

Questa osservazione ci conduce in modo naturale ad un'altra classe di soluzioni basate sull'elargizione di denaro che, contrariamente a quanto avvenuto fino ad oggi, sia svincolata da ogni forma di prestazione lavorativa.

Definizioni preliminari  

Prima di entrare nel vivo della discussione mi vedo costretto a dedicare qualche riga per chiarire le diciture utilizzate. 

Questa precisazione si è resa indispensabile perché i termini che si sono imposti a livello mediatico in Italia, grazie all'operato di una certa forza politica, sono stati utilizzati in modo improprio con fini propagandistici e, purtroppo, non corrispondono affatto alle definizioni corrette. 

Il reddito minimo garantito è una misura che prevede la devoluzione periodica di una certa somma di denaro, da parte di un ente preposto, nei confronti di tutti gli individui in età lavorativa che, con il proprio reddito, non raggiungono una soglia considerata minimale. 

Una possibile formulazione del reddito minimo garantito è quella che assicura a tutti gli individui in età da lavoro una certa somma di denaro ricevuta mensilmente, in modo tale che il reddito individuale non scenda al disotto della soglia di povertà.

Supponiamo per semplicità che tale soglia corrisponda a 780 euro al mese. Questo significa che un disoccupato senza reddito riceverebbe 780 euro; un lavoratore part-time con un salario di 500 euro percepirebbe un'integrazione mensile di 280 euro; mentre chiunque guadagnasse più di 780 euro al mese sarebbe escluso dalla misura. 

Si definisce reddito minimo garantito condizionato, un reddito minimo garantito a cui vengono aggiunte delle ulteriori condizioni, senza soddisfare le quali non si può accedere alla misura, come ad esempio la disponibilità a prestare qualche ora di servizio pubblico settimanale non retribuita, la partecipazione a dei corsi di formazione e/o l'accettazione di un'offerta di lavoro segnalata dallo Stato, pena l'esclusione immediata dal programma di aiuti. 

Invito il lettore a non confondere il reddito minimo garantito con il salario minimo, il quale rappresenta una misura volta ad introdurre la più bassa remunerazione o paga oraria, giornaliera o mensile, che i datori di lavoro devono corrispondere per legge ai propri dipendenti.

Si definisce reddito minimo universale, anche noto come reddito di base incondizionato o ancora, anche se meno comune, come reddito di sussistenza, la misura che prevede un'erogazione monetaria effettuata ad intervalli regolari nei confronti di tutti gli esseri umani senza porre alcuna condizione.

Nella sua versione più generale, il reddito di base incondizionato assicura a tutti gli esseri umani, per tutto il corso della loro esistenza, un certo reddito mensile cumulabile con altri redditi da lavoro solo ed esclusivamente per il fatto di esistere. 

Questo significa che, in un mondo dove fosse in vigore un reddito incondizionato, tutti gli esseri umani maggiorenni o minorenni, occupati o disoccupati, riceverebbero mensilmente una certa somma di denaro pari, ad esempio, a 500 euro.

Quando la precedente misura interessa soltanto i cittadini di una certa nazione allora il reddito minimo universale dovrebbe essere più propriamente definito come reddito di cittadinanza, perché in tal caso l'insieme degli individui che ricevono il sussidio non è più composto dall'intera umanità, ma soltanto da quella classe di persone che sono in possesso della cittadinanza di un certo Stato. 

All'atto pratico, anche questa misura può essere declinata in vari modi, ad esempio, decidendo di escludere dall'insieme degli aventi diritto i minorenni, oppure scegliendo di modulare l'importo del reddito di esistenza in funzione dell'età anagrafica degli aventi diritto. In altri casi, si può scegliere di erogare il reddito di esistenza non con una somma di denaro, ma con un paniere composto da beni e servizi.

Siccome il discrimine fondamentale tra queste misure può essere individuato nell'esistenza o meno di condizioni da dover soddisfare per ricevere una certa elargizione monetaria, può essere utile introdurre una terminologia semplificata.

D'ora in avanti, con i termini “reddito condizionato” ci riferiremo alle varie forme di reddito minimo garantito, mentre con la dicitura “reddito incondizionato” indicheremo  le possibili formulazioni del reddito di base incondizionato.

Reddito di cittadinanza condizionato

È difficile illustrare i pregi ed i difetti di una politica economica basata sul concetto di reddito condizionato perché, com'è facile intuire, la sua bontà dipende fortemente da come questa misura viene definita, ovvero da quale sia l'importo erogato, da quanto sia ampia la platea dei riceventi e da quali siano le condizioni da rispettare per acquisire il diritto di ricevere il sussidio. La stessa problematica insiste per quanto riguarda la sostenibilità economica.

Si può comunque tentare di dare alcune indicazioni di carattere generale. Cominciamo affrontando gli aspetti economici. Per fissare le idee concentriamoci sul caso dell'Italia.

Attualmente, nel Belpaese, vi sono poco più di 5 milioni di persone che vivono in condizioni di povertà assoluta. 

Stiamo parlando di 1 milione e 778mila famiglie in difficoltà, che vorremmo aiutare istituendo un reddito condizionato. 

La misura prevede di erogare un sussidio che vada ad integrare il reddito già percepito da questa corte di popolazione, in modo tale che nessuno possa più rientrare nella categoria dei poveri assoluti. Quanto costerebbe la misura allo Stato?

Difficile a dirsi, dato che per effettuare un simile calcolo bisognerebbe essere in possesso di dati puntuali relativi alle condizioni economiche di tutti gli italiani.

La soglia di povertà, inoltre, non corrisponde ad un valore singolo uguale per tutti gli individui, ma varia sensibilmente in funzione di molti parametri, come, ad esempio, il numero dei componenti del nucleo familiare, la loro età ed il luogo di residenza. 

Si può però effettuare rapidamente una stima per eccesso andando a considerare la soglia di povertà più elevata, che corrisponde a quella di un nucleo familiare composto da un solo individuo di età compresa tra i 18 ed i 59 anni che vive in un'area metropolitana del nord Italia. In tal caso, il limite è fissato all'incirca a 830 euro al mese.

Osserviamo che, a parità di altre condizioni, se il nucleo familiare fosse composto da 2 persone la soglia non salirebbe a 830 x 2 = 1.660 euro, come si potrebbe ingenuamente pensare, ma si attesterebbe ad un valore prossimo ai 1.150 euro al mese!

Andrebbe ancora peggio ad un genitore single con un figlio a carico di età compresa tra 0 e 3 anni, la cui soglia di povertà corrisponde a 995 euro al mese!

Effettuando varie simulazioni con il calcolatore messo a disposizione dall'ISTAT sul suo sito online, ben presto, ci si può render conto che la situazione peggiore sia quella di uno scenario ipotetico dove tutti i 5 milioni di poveri assoluti siano individui single senza alcun reddito che vivono da soli in una grande città del nord Italia.

In tal caso, il costo complessivo della manovra sarebbe pari a 830 euro x 12 mesi x 5.000.000 di persone = 49.800.000.000 euro, ovvero poco meno di 50 miliardi all'anno.

Vorrei far notare al lettore che assumere come valide le precedenti ipotesi significa dire che in Italia esistono 5 milioni di senza tetto che “vivono” di elemosina per le strade di qualche città del nord: uno scenario decisamente lontano dalla realtà.

Effettuando una semplice divisione si può calcolare che il nucleo familiare medio degli italiani che vivono al disotto della soglia di povertà è composto da circa 3 persone. 

Assumendo come valido il dato medio, e mettendosi anche in questo caso nella situazione peggiore, ovvero impostando i parametri che restituiscono la soglia di povertà con un importo più elevato, e supponendo, in modo del tutto irrealistico, che nessun componente di questi nuclei familiari abbia alcun reddito, si può calcolare che il costo della manovra si attesterebbe attorno ai 28,6 miliardi di euro. 

Pur essendo ben consapevoli che, per quanto fin qui asserito, il vero costo del reddito condizionato sarebbe sicuramente inferiore, assumiamo comunque che per eliminare la povertà assoluta dall'Italia il governo debba recuperare, in qualche modo, 30 miliardi all'anno al fine di finanziare la suddetta misura. 

Già da questo semplice calcolo risulta del tutto evidente che, in un Paese ricco come lo è l'Italia, qualunque siano le reali criticità del reddito di cittadinanza, di certo, esse non risiedono nella sua insostenibilità economica. 

Ciò è ancor più vero se si considera che chi si è divertito ad effettuare i calcoli in modo puntuale sostiene che una manovra da 15,5 miliardi sarebbe più che sufficiente per coprire la totalità dei costi relativi all'istituzione del reddito condizionato.

I sostenitori di questa misura ritengono che essa non rappresenti un semplice aiuto ai poveri, ma che in realtà sia un modo per creare un maggior numero di posti di lavoro.

L'idea di fondo è la seguente: dando qualche miliardo di euro ai poveri, essi li utilizzerebbero immediatamente per acquistare beni e servizi, rilanciando così l'economia. Di conseguenza, ci sarà bisogno di un maggior numero di lavoratori e quindi i disoccupati sussidiati potranno tornare a lavorare, uscendo dal programma di sostegno statale.

I detrattori sostengono che se lo scopo è quello di creare lavoro allora sarebbe meglio destinare l'importo del reddito di cittadinanza ad investimenti pubblici caratterizzati da un alto moltiplicatore keynesiano. 

Inoltre sottolineano come, a loro avviso, l'atto di dare soldi ai poveri, senza alcuna contropartita, rappresenti un disincentivo al lavoro. 

Per ovviare a questa evenienza alcuni hanno pensato di porre un'ulteriore condizione, ovvero quella di dover accettare le proposte di lavoro che verranno fatte ai sussidiati da un certo ente preposto, pena la perdita del diritto di ricevere l'aiuto statale.

È proprio tra queste riflessioni che si possono individuare le reali criticità del reddito condizionato. Cerchiamo di capire il perché.

Pensare di rilanciare l'economia dando ai poveri qualche miliardo di euro è niente di più che una trovata propagandistica. Se poi l'importo per finanziare la manovra venisse recuperato effettuando dei tagli, non è da escludersi che complessivamente si possa anche indurre un effetto recessivo, perché le conseguenze “positive” dovute agli acquisti dei sussidiati potrebbero essere vanificate dagli effetti “negativi” legati alla minor spesa pubblica effettuata negli altri settori.

Del resto, prendere 100 euro dalla tasca destra dei pantaloni per metterli nella tasca sinistra non ha mai arricchito nessuno. Per questo motivo si può pensare di finanziare la manovra in deficit, ovvero immettendo effettivamente qualche miliardo di euro in più nell'economia reale.

In tal caso, però, è lecito attendersi che gli acquisti dei sussidiati inducano una crescita economica minore rispetto a quella che si sarebbe potuta ottenere, ad esempio, realizzando delle opere pubbliche.

Questo è senz'altro vero, ma il problema è che i poveri esistono ed hanno un bisogno immediato di denaro, e purtroppo lo spender soldi in opere pubbliche, pur rilanciando maggiormente l'economia rispetto al dar soldi ai bisognosi, avrebbe un grosso difetto: quello di far finire gran parte della ricchezza prodotta, di cui i poveri avrebbero un effettivo bisogno, nelle tasche di chi i soldi ce li ha già, e non in quelle dei poveri.

In tutta sincerità, se una parte di quei 10 miliardi di euro spesi dallo Stato in opere pubbliche debba servire per far arricchire ulteriormente un’élite di parassiti che sfrutta il lavoro degli altri, lasciando milioni di poveri nella miseria, allora, io sostengo, in modo fermo e con assoluta convinzione, che, per una mera questione di giustizia sociale, sarebbe stato mille volte meglio regalare quei 10 miliardi di euro direttamente ai cittadini più poveri, fregandosene altamente dell’entità della crescita economica.

Bisognerebbe avere il coraggio di dire le cose per quelle che sono: il reddito condizionato dato ai poveri, senza imporre ulteriori condizioni che non siano quelle di vivere al di sotto della soglia di povertà, è una misura che non va fatta per rilanciare l'economia, ma per far sì che nella società non ci siano individui poveri, risolvendo una volta per tutte il problema della povertà in modo immediato, definitivo ed effettivo, un obiettivo che con le classiche soluzioni basate sulla ricerca della crescita economica non è mai stato ottenuto. 

In ogni società, infatti, per quanto essa sia cresciuta in modo sostenuto, si è sempre riscontrata la presenza di una certa quantità di poveri, quando per eradicare la povertà sarebbe bastato fare la cosa più semplice del mondo: dare direttamente ai poveri i soldi per non esser tali. 

Ma la restante parte della comunità, in particolar modo quella composta dagli individui più ricchi, invece di esser felice di aiutare i più bisognosi, contribuendo ad eliminare la miseria ed il degrado sociale, ha sempre preferito trattenere avidamente la ricchezza per sé, inventando ogni sorta di giustificazione.

Questo atteggiamento egoistico continua ancora oggi, tanto che non appena qualcuno propone di utilizzare qualche misero miliardo di euro per far sì che nessun cittadino italiano sia più costretto a vivere al di sotto della soglia della povertà, ecco che subito si levano le grida di protesta: «Se concedessimo un sussidio ai poveri in cambio di nulla, quegli scansafatiche non farebbe più niente e resterebbero tutto il giorno sul divano. Bisogna trovare il modo di obbligarli a lavorare!».

Già... il problema è che imporre l'obbligo di accettare un qualsiasi lavoro al fine di ricevere un sussidio a degli individui effettivamente bisognosi, significa niente di più che condannare i poveri al lavoro forzato.

Essi, infatti, avendo un reale bisogno del sussidio, diverrebbero dipendenti da esso e, per paura di perdere il diritto di ricevere l'integrazione al reddito, sarebbero indotti ad accettare ogni proposta, a prescindere dalla qualità del lavoro che gli verrà imposto di fare.

L'impossibilità di scegliere il proprio lavoro sulla base della retribuzione percepita, dall'orario richiesto dal datore di lavoro, dalla distanza da compiere per poter lavorare, dalla durata del contratto etc etc, è l'esatta condizione sperimentata dagli schiavi che, fin quando non decidono di ribellarsi, non possono far altro che subire le imposizioni di chi sceglie al posto loro cosa essi debbano fare.

Non serve un sociologo per comprendere che, senza le dovute precauzioni, un simile sistema ricattatorio ed impositivo corre il serio rischio di trasformarsi nella legalizzazione del lavoro servile attuata con la complicità dello Stato a tutto vantaggio dei peggiori sfruttatori. 

Va inoltre sottolineato come tutto ciò contribuirebbe a precarizzare il lavoro, abbattere i salari e diminuire i diritti dei lavoratori.

Infatti, istituire un reddito condizionato dato ai poveri imponendo loro l'obbligo di accettare un'offerta di lavoro, significherebbe creare, a spese della collettività, un esercito di lavoratori docili, ubbidienti e disciplinati, da impiegare all'occorrenza per ogni esigenza. 

Molti di essi sarebbero anche altamente formati, perché oggigiorno, purtroppo, non basta più avere una laurea per mettersi al riparo dalla povertà.

Così facendo, ogni capitalista dedito al profitto potendo scegliere, a parità di formazione, tra un lavoratore che pretende una degna retribuzione ed un povero disgraziato che non può rifiutarsi di lavorare per non perdere il diritto di ricevere il sostegno statale, ripiegherà ben volentieri sulla seconda opzione. Complessivamente questa dinamica spingerebbe al ribasso gli stipendi.

E non è da escludersi che qualche sfruttatore non provveda a licenziare i suoi dipendenti per sostituirli con la mano d'opera offerta dai membri dell'insieme dei sussidiati, che, in forza del ricatto dovuto al reddito condizionato, risulterebbe più flessibile e a buon mercato. 

Con il passare del tempo i nuovi lavoratori, espulsi dal mondo del lavoro, rischierebbero, a loro volta, di diventare poveri, e si vedrebbero costretti a richiedere il sussidio statale, divenendo anch’essi schiavi di questa nuova trappola sociale.

Questo significa che il reddito condizionato potrebbe dare origine ad una sorta di effetto domino che, con la scusa di combattere la povertà, finirebbe per ridurre in schiavitù le persone più bisognose innescando una competizione ribassista tra i lavoratori, i cui esiti andrebbero a danno di tutti, fatta eccezione per l'élite dei capitalisti, ovviamente, i quali farebbero dei gran salti di gioia.  

Vorrei far notare al lettore che erogare il sussidio lasciando in essere la possibilità di licenziarsi, qualora le condizioni di lavoro non fossero dignitose, senza però perdere il diritto di ricevere il sussidio statale, rovescerebbe completamente la situazione, dando un maggior potere contrattuale ai lavoratori.

Quest'ultimi, infatti, certi di poter contare sul reddito condizionato, potrebbero minacciare i capitalisti di andarsene in ogni istante, esercitando così una pressione a rialzo che comporterebbe un incremento dei salari e dei diritti dei lavoratori.

Purtroppo, però, concedere questo genere di integrazione al reddito soltanto ad una certa fetta di popolazione, quella al di sotto della soglia di povertà, senza imporre l'obbligo di lavorare, darebbe origine ad altre criticità dovute alla enorme disparità di trattamento tra individui con situazioni economiche comparabili.

Se così fosse, all'atto pratico, vi sarebbero individui che, pur lavorando tutto il giorno, guadagnerebbero 1.200 euro al mese, mentre altri ne riceverebbero 780 senza far nulla!

A conti fatti, ovvero eliminando le spese dovute agli spostamenti per compiere il tragitto casa lavoro, i lavoratori verrebbero a guadagnare di meno rispetto ai soggetti sussidiati e, di certo, non passerebbe molto tempo prima che essi cominciassero a prendere in seria considerazione l'idea di licenziarsi! 

Inoltre, tutti gli individui che, lavorando part-time, percepissero soltanto un’integrazione al reddito, potrebbero pensare che forse sarebbe meglio smettere del tutto di lavorare, raggiungendo comunque la soglia della povertà grazie al sussidio statale.

Per impedire queste criticità si potrebbe stabilire che chi, senza giustificato motivo, scegliesse di licenziarsi, perderebbe il diritto di ricevere il reddito condizionato. 

Ma così facendo si verrebbe a creare un'altra disparità di trattamento, che favorirebbe coloro che prima dell'entrata in vigore della misura erano disoccupati!

Purtroppo non c'è modo di sistemare le cose: creare una società dove vi è una classe d'individui che, pur lavorando, percepisce un reddito che risulta addirittura inferiore a quello della classe dei soggetti sussidiati dallo Stato, darebbe luogo ad una disparità di trattamento responsabile di una qualche forma d'ingiustizia sociale.

La tendenza ad abbandonare il lavoro per ricevere il sussidio, dovuta alla diversità di condizioni, potrebbe essere destabilizzante e assai difficile da governare.

Come avremo modo di comprendere, la miglior soluzione a questo genere di criticità non risiede nell'imposizione dell'obbligo di lavorare, che darebbe luogo a tutt'altra serie di problematiche or ora evidenziate, bensì nell'estensione del diritto di ricevere un sussidio statale cumulabile con altri redditi da lavoro a tutti i membri della società, senza porre alcuna condizione! 

Così facendo non vi sarebbe più ingiustizia sociale, perché tutti gli individui, ricevendo il medesimo trattamento, sarebbero posti sullo stesso piano: a quel punto il voler vivere facendo affidamento soltanto sul sussidio statale sarebbe una scelta libera ed individuale, non più soggetta al problema dell'invidia sociale causata da una disparità di condizioni. 

Il punto di partenza sarebbe il medesimo per tutti, e chi lo desiderasse potrebbe lavorare, incrementando la propria ricchezza, senza essere penalizzato rispetto a chi ha scelto di non lavorare. 

È questa l'idea posta alla base del reddito incondizionato, di cui ci occuperemo in modo approfondito più avanti nella trattazione.

Se l’opportunità di vivere soltanto con il reddito erogato dallo stato non fosse concessa a tutti, ma soltanto ad una certa classe, le criticità dovute al disincentivo al lavoro, causate dalla disparità di trattamento, verrebbero inevitabilmente in essere e si dovrebbe trovare un modo per governarle.  

In tutta sincerità, viste le cifre in ballo, non ritengo che erogare un sussidio per raggiungere la soglia di povertà rappresenti di per sé un disincentivo al lavoro così grande come qualcuno vorrebbe farvi credere. 

I sussidiati non vivrebbero di certo nel lusso, dato che con l'integrazione statale riuscirebbero a mala pena a pagare le spese per il mantenimento della propria abitazione e ad acquistare del cibo per nutrirsi adeguatamente.

Per vivere senza lavorare con un sussidio mensile di qualche centinaio d'euro bisognerebbe effettuare scelte drastiche e radicali, basate su rinunce e privazioni, che solo in pochi sarebbero effettivamente disposti a fare.

È ragionevole supporre che la maggior parte delle persone preferirebbe un lavoro dignitoso al sopravvivere con un reddito prossimo alla soglia di povertà. 

Il problema quindi potrebbe essere arginato assicurando salari decenti, condizioni lavorative decorose e posti di lavoro per tutti. Purtroppo, però, neanche in questo caso le criticità sarebbero risolte in modo definitivo.

Alcuni potrebbero pensare di rifiutare un lavoro rispettabile integrando il sussidio statale con qualche lavoretto saltuario effettuato in nero, così da riuscire a guadagnare molto di più rispetto ai loro colleghi regolarmente impiegati a tempo pieno, pur dedicando alle attività lavorative poche ore alla settimana! 

Per scongiurare simili evenienze non vi sarebbe altra via se non quella d'istituire un sistema di controllo sociale atto ad individuare e punire i furbetti.  

Ciò detto, la “miglior” soluzione sembrerebbe essere quella che prevede l'obbligo al lavoro, ma per quanto abbiamo sostenuto in precedenza, questa scelta indurrebbe delle conseguenze fortemente negative che sarebbe bene evitare.

In ogni caso, per far sì che il reddito condizionato possa funzionare al massimo delle sue potenzialità, bisognerebbe istituire un apposito sistema per: assicurarsi che i richiedenti abbiano i requisiti d'accesso per ricevere il sussidio; individuare le eventuali offerte di lavoro da inviare ai sussidiati; controllare che gli aventi diritto non violino le regole stabilite... e così via.

Tutto ciò rappresenta un punto a sfavore nei confronti di questa misura. Non serve molto a rendersi conto che questa struttura rischi di trasformarsi in una mega-macchina burocratica inefficace, farraginosa e costosa, nonché lesiva della privacy. 

Osserviamo, en passant, che con un reddito incondizionato, tutto ciò non sarebbe affatto necessario: in tal caso, infatti, siccome si starebbe istituendo un diritto universale senza condizioni, non vi sarebbe null'altro da fare, se non accreditare mensilmente una certa cifra sul conto di ogni cittadino. Un'operazione che potrebbe essere evasa in pochi minuti ed in modo del tutto automatico da un semplice calcolatore. 


Sul diritto all'ozio

Consentitemi di concludere questo capitolo con una riflessione. Visto il gran risalto mediatico che è stato dato a quella che potremmo ironicamente definire come la “questione del divano” mi vedo costretto a spendere qualche parola in merito.

Cominciamo con una semplice osservazione: è strano che coloro che sottolineano il pericolo che il reddito condizionato possa indurre le persone a “stare sul divano” siano esattamente quei personaggi che hanno già assicurata quest'opportunità per se stessi. Ed è davvero ironico notare come, di solito, simili proclami vengano lanciati proprio dai divani dei salotti televisivi.

Chissà come mai quando la possibilità di oziare spetta ai poveri allora si dice che ciò sia ingiusto, illegittimo, deplorevole, immorale, vergognoso, pericoloso e nocivo, ma improvvisamente se la stessa cosa viene fatta dai ricchi allora si trasforma in qualcosa di sacrosanto, legittimo, doveroso, ammirevole, virtuoso, edificante e benefico.

La vera ingiustizia si ha quando i ricchi possono oziare grazie ai sacrifici dei lavoratori che li mantengono col frutto del loro lavoro, concedendo a questa sorta di parassiti sociali la possibilità non solo di oziare e di vivere nel lusso, ma anche di andare in televisione tutti imbellettati a sostenere che se i poveri ne avessero la possibilità passerebbero l'intera esistenza sul divano, senza far nulla.

Se è così che stanno le cose, allora io sostengo che sia legittimo che i poveri si prendano il loro meritato riposo e che lo facciano a spese dei più abbienti. Dato l'attuale divario sociale, prima che si rimettano in pari i conti, facendo restituire ai ricchi tutto il maltolto, i poveri potrebbero permettersi di oziare per secoli! 

Del resto, volendo sostituire ingiustizia con ingiustizia, sarebbe certamente preferibile che 5 milioni di poveri oziassero usando le ricchezze accumulate avidamente da un pugno di uomini, rispetto alla situazione attuale, dove un'élite di parassiti può permettersi di vivere nel lusso grazie alle privazioni ed allo sfruttamento di milioni di esseri umani.

A voler essere intellettualmente onesti, bisogna concordare sul fatto che la vera ingiustizia da risolvere non sia che gli esseri umani possano oziare, ma che questa possibilità non sia concessa in parti uguali a tutti i membri della società. 

Si dovrebbe sostenere che è ingiusto che vi sia una certa classe sociale abile al lavoro che non contribuisca pro quota al benessere sociale, facendosi carico di una parte delle attività utili alla collettività, ma questo dovrebbe valere tanto per i poveri quanto per i ricchi.

In verità, l'ozio è ciò che dà modo agli individui di essere umani. L'ozio, inteso come la possibilità di disporre di tempo libero al riparo dalle costrizioni sociali e dalla povertà, favorisce la riflessione, la creatività, l'intuizione, rende possibile lo studio, la scrittura, l'arte, la scienza, dà spazio ai sentimenti, al gioco, o più semplicemente consente di godere dell'esistenza con pienezza. 

Contrariamente a quanto vorrebbero farvi credere, se correttamente inteso, l'ozio non sarebbe il padre dei vizi, ma delle virtù.

Voler negare la possibilità di oziare ad una certa fetta di popolazione, significa volerla condannare in partenza ad una sorta di non-esistenza. Significa negare a quegli individui la possibilità di scoprire se stessi ed esprimere il loro potenziale.

In una società degna di questo nome, bisognerebbe incominciare a parlare di diritto all'ozio per tutti, e non soltanto per i furbi, i ricchi ed i malfattori. 

Possiamo discutere su quale sia la miglior strategia per far sì che tutti gli individui abbiano modo di disporre del più ampio lasso di tempo per vivere la vita in condizioni di effettiva libertà, ma non possiamo discutere sul fatto che tutti gli individui debbano avere la possibilità di oziare.

Un caso concreto: il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle

In questo saggio analizzerò pregi e difetti della principale proposta avanzata dal Movimento 5 Stelle per combattere la disoccupazione in Italia: il reddito di cittadinanza (disegno di legge n. 1148 comunicato alla presidenza il 29 ottobre 2013).

Cominciamo subito spiegando di che cosa si tratta.

Il reddito di cittadinanza, così come proposto dai pentastellati, non è un reddito universale e non è neanche incondizionato. 

Per averne diritto, infatti, bisogna essere cittadini italiani di maggiore età e bisogna anche appartenere ad un nucleo familiare che percepisce un reddito inferiore alla soglia di povertà.

Vi sono inoltre alcuni obblighi (che illustreremo in dettaglio più avanti) dai quali non ci si può sottrarre, pena la revoca del sussidio. 

Pertanto, si può già evidenziare come i termini impiegati per definire la misura siano stati utilizzati in maniera impropria, perché, a rigore, quello che si sta proponendo è un reddito minimo garantito condizionato.

Possono ricevere il cosiddetto reddito di cittadinanza anche i disoccupati, i sotto-occupati ed i pensionati, secondo le seguenti modalità: 

i membri di un nucleo familiare che non dispongono di alcun reddito avranno diritto al massimo dell'importo previsto, ovvero ad una cifra che gli farà raggiungere la soglia di povertà; 

i membri di un nucleo familiare che hanno già un reddito inferiore alla soglia di povertà riceveranno la differenza tra la cifra corrispondente alla soglia di povertà e il reddito già percepito.

Chiaramente, i nuclei familiari che dispongono di un reddito superiore alla soglia di povertà non avranno diritto ad alcun sussidio. Vediamo alcuni esempi:

il membro di un nucleo famigliare composto da un solo individuo che non ha alcun reddito, percepirà 780 euro al mese; 

se invece quello stesso individuo avesse già un reddito inferiore alla soglia di povertà, ad esempio, se percepisse 500 euro al mese, lo Stato integrerebbe i suoi introiti con ulteriori 280 euro al mese.

Fin qui tutto chiaro. Ora la situazione inizia a farsi più complessa, perché l'importo del sussidio varia in funzione del numero delle persone che compongono il nucleo familiare. In altre parole, vige una sorta di quoziente familiare. 

Per maggiore chiarezza, riportiamo degli esempi:

a) un genitore senza reddito, con un figlio minorenne a carico, riceverà 1.014 euro al mese (507 euro a testa);

b) una famiglia di tre persone, con genitori disoccupati a reddito zero e figlio maggiorenne a carico, riceverà 1.560 euro al mese (520 euro a testa);

c) una famiglia di 4 persone può arrivare a percepire un massimo di 1.950 euro al mese, a patto che nessun membro abbia un reddito (487,5 euro a testa).

Per correttezza, devo segnalare che, secondo le simulazioni ISTAT, l'importo massimo percepibile da una famiglia di quattro persone, di cui due sono figli minorenni, può arrivare al massimo a 1.638 euro (409,5 euro a testa).

Ripetiamo, a costo di essere pedanti, che anche per i nuclei familiari composti da più di un individuo continua a sussistere la regola dell'integrazione del reddito fino al raggiungimento della soglia di povertà. 

Ad esempio, un nucleo composto da due pensionati che percepiscono pensioni minime da 400 euro ciascuno, avrà diritto ad un sussidio pari ad altri 370 euro (per la coppia), come integrazione al loro reddito. E così via, valutando di caso in caso.

In parole semplici, se il reddito di un certo nucleo familiare sale, il contributo erogato dallo Stato diminuisce progressivamente, fino ad annullarsi completamente, non appena viene raggiunta o superata la soglia di povertà.

All'inizio dell'articolo, ho affermato che il reddito di cittadinanza dei 5 stelle non è un reddito incondizionato. Vediamo quindi a quali obblighi si deve necessariamente sottostare se si vuole ricevere il sussidio:

1) iscriversi presso i centri per l’impiego e rendersi subito disponibili a lavorare;
2) iniziare un percorso per essere accompagnati nella ricerca del lavoro dimostrando la reale volontà di trovare un impiego;
3) offrire la propria disponibilità per progetti comunali utili alla collettività per un totale di 8 ore settimanali;
4) frequentare percorsi per la qualifica o la riqualificazione professionale;
5) effettuare ricerca attiva del lavoro per almeno 2 ore al giorno (Sic!); 
6) comunicare tempestivamente qualsiasi variazione di reddito;
7) accettare uno dei primi tre lavori offerti.

Sottolineiamo che la violazione di almeno uno di questi obblighi implica la perdita del diritto di ricevere il reddito di cittadinanza. I pensionati, invece, sono esentati da tali richieste.

Per completezza, ricordiamo che l'istituzione del reddito di cittadinanza prevede anche l'introduzione di un salario minimo contrattuale, per un importo fissato a 9 euro lordi l'ora. 

Questo significa che, a norma di legge, nessuno potrà più percepire una retribuzione oraria inferiore a quella cifra.

Prima di analizzare in modo critico questa proposta, elenchiamo brevemente le principali fonti poste a copertura del provvedimento. 

Da un punto di vista quantitativo, diciamo subito che nel suo complesso la manovra è perfettamente sostenibile tanto che le coperture sono state certificate dalla Ragioneria dello Stato. Si parla di circa 16 miliardi di euro (per il primo anno) che, a detta dei pentastellati, garantiranno un reddito a circa 9 milioni di persone. 

Scopriamo così che, mediamente, ogni avente diritto riceverà all'incirca 16.000.000.000 di euro / 9.000.000 di individui / 12 mesi = 148 euro al mese e non 780 euro, come qualcuno avrebbe potuto ingenuamente pensare, perché altrimenti sarebbero stati necessari 9.000.000 di individui * 780 euro * 12 mesi = 84.240.000.000 euro, ovvero 84 miliardi di euro circa.

Da un punto di vista qualitativo, le principali voci di copertura riguardano:

1) tagli alle spese delle Pubbliche Amministrazioni mediante la centralizzazione degli acquisti (5 miliardi);
2) tagli alle spese militari relativi ad investimenti pluriennali per sistemi d'arma (2,5 miliardi);
3) aumento canoni per attività di ricerca ed estrazione idrocarburi in Italia (2,5 miliardi);
4) aumento di entrate a carico del bilancio di banche ed assicurazioni (900 milioni);
5) eliminazione delle auto blu delle aziende ospedaliere non strettamente indispensabili ai servizi sanitari (800 milioni);
6) taglio auto blu delle pubbliche amministrazioni (100 milioni); 
7) contributo di solidarietà sulle pensioni d'oro (700 milioni);
8) tassazione gioco d'azzardo  (600 milioni); 
9) soppressione enti inutili (400 milioni)... e così via, con altre voci di minore entità.

Ora che gli elementi chiave della proposta sono stati illustrati, vorrei procedere mettendone in evidenza i punti di criticità, cominciando dagli obblighi.

Passi l'obbligo di svolgere 8 ore di servizi di pubblica utilità, dei quali non ci sarebbe bisogno se lo Stato avesse un adeguato numero di dipendenti pubblici; passi l'obbligo della formazione, a patto che non si trasformi nella classica pagliacciata dove gli unici a trovare giovamento dai corsi di “formazione” sono gli stessi organizzatori lautamente pagati per insegnare il nulla... ma l'obbligo di ricercare attivamente il lavoro per ben 2 ore al giorno in un Paese dove il lavoro non c'è, è una pretesa al limite tra il ridicolo e il tragicomico, così come lo è l'illudere le persone di riuscire ad offrire (potenzialmente) ben 3 offerte di lavoro a diversi milioni d'individui, visto l'odierno tasso di disoccupazione!

Alcuni potrebbero argomentare dicendo che l'erogazione del reddito di cittadinanza rilancerà l'economia, creando così nuovi posti di lavoro che potranno essere assegnati ai sussidiati, magari non subito, ma nel giro di qualche anno.

Diciamo pure che anche questa prospettiva non è affatto realistica, perché la somma destinata al reddito è troppo bassa e non è neanche immessa ex-novo, spendendo ad esempio a deficit, ma avviene in condizione di pareggio di bilancio, la qual cosa ne riduce fortemente l'efficacia, perché un conto è immettere denaro nell'economia, ed un altro è spostarlo da una parte all'altra, senza contare che effettuare spesa pubblica senza svincolarsi dall'attuale aggancio monetario (leggasi Euro) contribuirebbe ad alimentare gli squilibri già in essere nel sistema economico, tutto ciò a nocumento dell'economia italiana. 

Ora, al netto di queste puntualizzazioni, vi basti sapere che è stato calcolato che per creare 6 milioni di posti di lavoro sfruttando, ad esempio, l'industria 4.0.,  si dovrebbero “investire” ben 60 miliardi di euro all'anno, da oggi fino al 2030.

Questo ci fa chiaramente comprendere che il reddito di cittadinanza, di per sé, non risolverà affatto il problema della disoccupazione italiana. 

Ciò detto, ben vengano i tagli alle spese militari, la tassazione delle attività legate alle fonti fossili ed al gioco d'azzardo, e ben venga anche un contributo di solidarietà, anche se ci si sarebbe aspettati una manovra redistributiva ben più drastica ed incisiva.

Anche perché in un Paese dove il 20% più ricco detiene quasi il 70% della ricchezza, mentre il 30% della popolazione è a rischio povertà o esclusione sociale, sarebbe anche ora di iniziare a far “impoverire” i ricchi in modo che i poveri possano (ri)cominciare a vivere in modo più agiato.

Molto male, invece, i tagli agli enti pubblici definiti “inutili”, i cui bilanci sono già stati volutamente ridotti al lumicino in modo da creare appositamente inefficienza e disservizi, legittimando così la loro privatizzazione, agendo secondo la classica tecnica problema-reazione-soluzione.

Un altro sgradevole effetto che si verificherà a causa dell'istituzione del reddito di cittadinanza proposto dai 5 stelle, riguarda l'ulteriore precarizzazione del lavoro e l'accrescimento della mobilità dei lavoratori.

È oltremodo chiaro che i più bisognosi, pur di non perdere il diritto di ricevere il sussidio, tenderanno ad accettare ogni offerta di lavoro, qualunque siano le condizioni e ovunque essa si trovi.

Il fatto che ci si possa rifiutare di lavorare per due volte potrà rallentare la dinamica di costrizione ma non ne modificherà affatto la natura: se non si vorrà perdere il diritto di ricevere il sussidio, prima o poi, si dovrà iniziare ad accettare qualsiasi lavoro, bello o brutto, vicino o lontano, e non ci si potrà opporre.

L'obbligo di dover svolgere un qualsiasi lavoro, a prescindere dalla reale volontà di un individuo e dalle sue vere passioni, pur di non perdere, in futuro, la garanzia di ricevere un sussidio necessario per evitare di finire in miseria, è una palese forma di costrizione che non incrementa in nessuna misura il potere degli oppressi nei confronti degli oppressori. All'opposto: esso costituisce un incentivo allo sfruttamento dei lavoratori. 

L'ho già detto in un mio intervento pubblico davanti ad esponenti di spicco del movimento e lo ripeto qui: così com'è stato concepito, il reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle è una moderna forma di schiavitù legalizzata, che dopo aver salvato una certa parte della popolazione dalla miseria, la condannerà ad una (in)esistenza fatta di lavori forzati, precari e mal retribuiti, dando luogo ad una lotta fratricida tra i lavoratori. 

Per non perdere il diritto di ricevere il sussidio statale, masse d'individui saranno costrette a spostarsi prontamente su e giù per l'Italia, e dovranno essere ben disposte a farsi sfruttare a seconda delle necessità dei padroni, così come si addice a dei perfetti schiavi del capitale. 

In virtù del ricatto istituito dai pentastellati, il moderno schiavo-sussidiato dovrà essere ben disposto a chinare il capo e a dire sempre di sì alle disumane pretese di sfruttamento offerte dal mercato del lavoro.

Gli schiavisti di tutta Italia ringrazieranno il Movimento, perché in questo modo avranno a disposizione un esercito di lavoratori (in gran parte anche altamente qualificati) docili e ubbidienti, da sfruttare e licenziare alla bisogna. 

Per giunta, questo esercito industriale di riserva entrerà in competizione con i lavoratori già occupati, dando luogo ad una dinamica che sposterà verso il basso i salari e diminuirà i diritti acquisiti. 

La proposta dei 5 stelle prevede di incentivare le aziende che assumono chi ha già il reddito di cittadinanza, ma tale misura è troppo poco incisiva e non modificherà le odierne dinamiche del mondo del lavoro.

Alcune aziende assumeranno i lavoratori sussidiati per trarre vantaggio dagli sgravi fiscali, trasformando così il reddito di cittadinanza in reddito d'impresa, ma la maggior parte dei capitalisti non vorrà lasciarsi sfuggire la ghiotta occasione di sfruttare le masse di sussidiati disperati avvalendosi di contratti flessibili, a termine e a chiamata, così come sta avvenendo già oggi.

Per i capitalisti il rischio a lungo termine e gli oneri dovuti alla stabilizzazione di un lavoratore mediante la stipula di un contratto decoroso (ammesso che ve ne siano più) non valgono l'eclatante vantaggio di poter disporre di una vasta gamma di schiavi adatti ad ogni genere d'impiego, che sono stati messi nella condizione di dover lodare e servire i padroni, invece di combatterli.

Non che si possa attribuire al Movimento la responsabilità della tipica assenza di etica dei capitalisti, ma il fatto di non introdurre delle norme drastiche nella loro proposta che impediscano che avvenga lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, questo sì. 

Per quanto fin qui sostenuto, è oltremodo chiaro che, di per sé, il reddito di cittadinanza proposto dai 5 stelle non riuscirà a risolvere neanche lontanamente i problemi del mondo del lavoro in Italia.

Il paradosso è che la disoccupazione potrebbe essere pressoché eliminata diminuendo per legge l'orario di lavoro e vietando gli straordinari. E invece i 5 stelle dedicano tempo ed energie ad una proposta così macchinosa (chissà perché?).

Il fatto di aver previsto l'introduzione di un livello di retribuzione orario minimo è lodevole, ma non è affatto sufficiente ad impedire che i lavoratori vengano sfruttati in modo disumano dai capitalisti. 

La lotta contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo non può ridursi soltanto ad una questione di retribuzione minima, tra l'altro con un importo assai modesto visti i tempi che corrono. Si tratta di un discorso decisamente più ampio che interessa la giustizia sociale, la qualità della vita e la felicità.

Ben venga un sussidio per chi ha un reddito al di sotto della soglia di povertà, ma che sia un aiuto vero e non un ricatto che sottende l'ennesima condanna sociale. Piuttosto che si costringano i ricchi ad aiutare forzosamente i poveri, senza alcuna contropartita, così com'è giusto e doveroso che sia.

Purtroppo le modalità con cui il reddito di cittadinanza è stato implementato dai pentastellati sono in perfetta armonia con l'attuale direzione politica di palese stampo neoliberale.

Il mio timore è che si tratti di una sorta di  “contentino”, il cui vero fine è di placare gli animi delle folle, per compiere riforme in piena continuità a quelle dei precedenti governi, al grido di «Onestà! Onestà! Onestà!».

Vi era un tempo in cui il Movimento parlava di reddito di esistenza universale ed incondizionato, facendosi portatore di una vera rivoluzione socio-economico-culturale. 

Perché il M5S non si occupa più di temi seri, come il ritorno alla sovranità monetaria, che in questa fase storica dovrebbe essere uno tra i punti più importanti dei programmi di ogni partito che intenda perseguire l'interesse del popolo?

Perché il M5S non propone un reddito di cittadinanza che assicuri a tutti, e senza alcun obbligo, 500 euro mensili cumulabili con altri redditi, in modo tale che i rapporti di forza tra lavoro e capitale possano iniziare ad invertirsi, il lavoro possa essere automatizzato a vantaggio di tutti e gli esseri umani possano scegliere con maggior libertà come vivere la propria esistenza?

Da che parte sta il Movimento: dalla parte del popolo o dalla parte del Potere?

Addendum: il Reddito di Cittadinanza in Italia

La precedente analisi è stata scritta in tempi non sospetti (2017). La sua diffusione mi è “costata” una valanga di insulti e di minacce ricevuti da parte di una nutrita schiera di fedelissimi pentastellati, acritici ed indottrinati, molti dei quali avevano addirittura capito, ascoltando il Verbo dei loro Salvatori, che con il reddito di cittadinanza tutti i poveri avrebbero ottenuto 780 euro al mese (sicuro, come no!).

Nel frattempo, un popolo di creduloni ha deciso ancora una volta di andare a votare delegando il potere al Movimento 5 Stelle. Quest'ultimo, dopo essersi alleato con la Lega, ha avuto la forza politica per trasformare in realtà la sua proposta. Tutto ciò non prima di averla profondamente modificata... in peggio! 

Pertanto, si è resa necessaria una riedizione della precedente analisi, effettuata alla luce delle modifiche introdotte nel testo originale.

Prima di effettuare un breve commento, illustrerò in dettaglio i punti salienti del nuovo reddito di cittadinanza approvato in via definitiva proprio nei giorni in cui sto scrivendo queste riflessioni.

Il sussidio statale non è riconosciuto ai singoli individui ma ai nuclei familiari e questa volta non basta che essi abbiano un reddito complessivo al disotto della soglia di povertà, perché si devono soddisfare una lunga serie di condizioni addizionali. Ad esempio bisogna avere:

1) la cittadinanza italiana e la residenza in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi 2 in modo continuativo;

2) un valore dell’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE) inferiore a 9.360 euro (780 euro al mese);

3) un valore del patrimonio immobiliare diverso dalla casa di abitazione non superiore ad una soglia di euro 30.000;

4) un valore del patrimonio mobiliare non superiore a una soglia di euro 6.000 accresciuta di euro 2.000 per ogni componente del nucleo familiare successivo al primo, fino ad un massimo di euro 10.000, incrementato di ulteriori euro 1.000 per ogni figlio successivo al secondo; i precedenti massimali sono ulteriormente incrementati di euro 5.000 per ogni componente con disabilità;

5) un valore del reddito familiare inferiore ad una soglia di euro 6.000 annui (500 euro al mese) moltiplicata per un apposito coefficiente, detto parametro di equivalenza, che è pari ad 1 per il primo componente del nucleo familiare ed è incrementato di 0,4 per ogni ulteriore componente di età maggiore di 18 anni e di 0,2 per ogni ulteriore componente minorenne, fino ad un massimo di 2,1. In ogni caso la soglia è incrementata ad euro 9.360 euro (780 euro al mese) nei casi in cui il nucleo familiare risieda in abitazione in locazione.

6) Inoltre, nessun componente deve avere: un'automobile acquistata nei 6 mesi precedenti alla domanda; automobili di cilindrata superiore ai 1600 cc; motoveicoli di cilindrata superiore ai 250 cc immatricolati nei 2 anni precedenti; navi e imbarcazioni da diporto.

7) Ed infine, se nel tuo nucleo familiare c'è un componente che si è dimesso in modo volontario, puoi scordati il reddito di cittadinanza!

Passiamo ora all'importo del sussidio. Nella misura definitiva i nuclei familiari non percepiscono un'integrazione fino a raggiungere la soglia di povertà (eh no!), ricevono un beneficio economico composto da alcune voci:

1) un'integrazione al reddito familiare fino alla soglia di euro 6.000 annui (500 euro al mese) moltiplicata per il suddetto coefficiente;

2) un'integrazione del reddito dei nuclei familiari residenti in abitazione in locazione fino ad un massimo di euro 3.360 annui (280 euro al mese).

3) un'integrazione al reddito dei nuclei familiari sulla cui abitazione grava un mutuo, fino ad un massimo di 1.800 euro annui (150 euro al mese).

I parametri variano un po' per i sussidi erogati ai pensionati: 7.560 euro per il punto 1) e 1.800 euro per il punto 2).

In ogni caso, il beneficio economico complessivo non può essere superiore ad una soglia di euro 9.360 annui (780 euro al mese), moltiplicata per il suddetto parametro di equivalenza.

Il sussidio dura 18 mesi, poi viene sospeso per un mese, ed in caso vi siano le condizioni, può essere rinnovato per altri 18 mesi. Fanno eccezione i pensionati, che riceveranno il beneficio vita natural durante.

Veniamo ora agli obblighi da rispettare. Le condizioni precedentemente (im)poste nel disegno di legge del 2013 sono rimaste sostanzialmente invariate. In poche parole, bisogna: 

essere immediatamente disponibili al lavoro, aderire ad un percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale che prevede attività al servizio della comunità, di riqualificazione professionale, di completamento degli studi e altri impegni individuati dai servizi competenti finalizzati all’inserimento nel mercato del lavoro e all’inclusione sociale.  

Sono esclusi dai precedenti obblighi tutti i soggetti di età anagrafica superiore ai 65 anni, pensionati inclusi, i disabili e i componenti del nucleo familiare già occupati e/o frequentanti un regolare corso di studi o di formazione. 

In particolare i beneficiari devono: 

registrarsi su di un’apposita piattaforma digitale e consultarla quotidianamente quale supporto nella ricerca del lavoro; svolgere ricerca attiva del lavoro; accettare di essere avviati ai corsi di formazione o riqualificazione professionale, ovvero in progetti per favorire l’auto-imprenditorialità; sostenere i colloqui psicoattitudinali e le eventuali prove di selezione finalizzate all’assunzione, su indicazione dei servizi competenti e in attinenza alle competenze certificate; accettare una delle offerte ritenute “congrue”.

Ma nella versione definitiva vi sono delle aggiunte che è doveroso segnalare. Ad esempio, ora sono stati ben specificati i vincoli territoriali relativi alle proposte di lavoro. 

Entro i primi 12 mesi, la prima offerta di lavoro dovrà essere a non più di 100 km o 100 minuti di viaggio dal luogo di residenza. 

Se la prima proposta viene rifiutata, la seconda offerta prevede una distanza massima di 250 km. E se anche questa “occasione” viene sprecata, la terza proposta può arrivare da tutta Italia.

Vi sono però delle ulteriori puntualizzazioni. Trascorsi 12 mesi senza ricevere offerte entro i 100 km, anche la prima offerta può arrivare entro i 250 km. Dopo 18 mesi, al rinnovo del sussidio, tutte le offerte di lavoro possono arrivare da tutta Italia (preparate le valigie!).

Ma il governo ha avuto un occhio di riguardo per le famiglie con dei figli minorenni e per quelle che devono prendersi cura di un disabile: in tal caso, infatti, le offerte di lavoro non possono mai superare il limite dei 250 km dalla residenza (che lusso signori, che comodità!). 

Chi invece deciderà di trasferirsi a più di 250 km di distanza, con tutta la famiglia, riceverà un bonus (evviva!). 

Nella misura sono stati previsti anche degli incentivi per le aziende. La filosofia di base è la seguente: se un'azienda assume un sussidiato ha diritto a prendere per sé una parte della quota del reddito di cittadinanza che sarebbe spettata al cittadino.  

Ad esempio, nel caso in cui un datore di lavoro assumesse a tempo pieno e con un contratto indeterminato un beneficiario del sussidio, e quest'ultimo non fosse licenziato nei primi 24 mesi senza giusta causa o giustificato motivo, gli sarebbe riconosciuto un importo pari alla differenza tra le 18 mensilità del reddito di cittadinanza e la quota già goduta dal beneficiario stesso.

Se l'assunzione avviene a seguito della formazione da parte di un ente preposto in modo coerente con le competenze acquisite, allora il precedente beneficio viene ripartito a metà tra l'ente che ha provveduto alla formazione del sussidiato e l'azienda che ha assunto il nuovo lavoratore.

Infine, ai beneficiari del reddito di cittadinanza che avviano un'attività lavorativa autonoma o un'impresa individuale entro i primi 12 mesi di fruizione del sussidio, viene riconosciuto un beneficio addizionale pari a sei mensilità dell'importo percepito.

Ciascuna di queste agevolazioni, però, non può superare il limite massimo dei 780 euro mensili. 

Passiamo ora in rassegna le principali cause di decadenza e le sanzioni previste in caso di irregolarità.

La decadenza dal programma di reddito di cittadinanza è prevista nei casi in cui uno dei membri del nucleo familiare si rifiuti di rispettare uno degli obblighi precedentemente illustrati. 

In particolare, il sussidio viene sospeso se non si accetta almeno una delle prime 3 offerte di lavoro effettuate entro i primi 12 mesi di fruizione del beneficio, oppure - udite udite - se non si accetta la prima offerta di lavoro nel caso in cui questa sopraggiunga dopo i primi 12 mesi!

Inoltre, nel caso di mancata partecipazione alle convocazioni e alle varie iniziative imposte dal programma, senza giustificato motivo, verrebbero prontamente decurtate varie mensilità al sussidio, in base alla gravità dell’atto compiuto, fino ad arrivare alla revoca totale (omettiamo questi dettagli per brevità).

Chiunque osasse accedere alla misura mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o documenti falsi, o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, sarebbe platealmente punito con la reclusione da 2 a 6 anni! Inoltre, ad avvenuta condanna, seguirebbe la restituzione retroattiva del sussidio già percepito. 

A detta dei membri del governo il sistema di controllo sarà altamente efficace. In particolare, il rifiuto della prima offerta di lavoro comporterà una verifica da parte dell'ispettorato del lavoro e della guardia di finanza. Oltre a ciò, verranno effettuati controlli a campione.

A tal fine, il beneficio economico verrà erogato attraverso un'apposita carta prepagata, così facendo ogni voce di spesa sarà tracciata. Il motivo di questa scelta è presto detto: il reddito di cittadinanza non potrà essere speso liberamente!

La carta dovrà essere utilizzata per effettuare acquisti autorizzati di primaria importanza. Non saranno ammesse spese reputate “immorali” [Sic!]. Tra gli acquisti consentiti citiamo gli alimenti e le medicine, tra quelli proibiti sigarette, vacanze, televisori, smartphone e gioco d'azzardo. 

L'importo non speso nel corso del mese corrente non potrà essere accumulato e ritornerà nelle casse dello Stato. 

Vi è un limite massimo di 100 euro al mese (moltiplicato per il famoso coefficiente di equivalenza) posto per il prelievo dei contanti. E nel caso in cui si debba pagare il mutuo o l'affitto, si può utilizzare la carta per effettuare un solo bonifico bancario al mese a tal fine.

Che dire: la proposta si commenta da sola. Purtroppo, ciò che avevo previsto non solo è stato confermato, ma è stato addirittura aggravato. 

Riuscire a peggiorare una misura come quella proposta nel 2013 non era affatto semplice, ma i nostri eroi sono riusciti a compiere questa missione impossibile con grande abilità.

I peggioramenti sono avvenuti su tutti i fronti. Rispetto alla proposta originaria i fondi destinati alla manovra sono stati sensibilmente ridotti: si è passati da circa 16 miliardi di euro a soli 7,5 miliardi (a regime). 

Di conseguenza, siccome la moltiplicazione dei pani e dei pesci è un fenomeno che soltanto un essere elevato al pari del Cristo sarebbe in grado di fare, i pentastellati si sono dovuti inventare tutta una serie di strategie per risparmiare.

Ciò ha portato ad una riduzione della platea degli aventi diritto ottenuta imponendo dei criteri di accesso più restrittivi. Anche l'importo del sussidio si è ridotto rispetto alla proposta originaria, attraverso varie metodologie e limitazioni che prima erano assenti. E come se non bastasse, il sistema di controllo dei futuri schiavi sussidiati si è fatto ancor più stringente!

In particolare, ci sono due punti che hanno dell'assurdo. Nel primo, si sostiene che per ricevere il reddito di cittadinanza si dev'essere in possesso di una residenza continuativa per almeno 2 anni; ci si augura che questo non escluda i senzatetto dal provvedimento.

Nel secondo, si impone agli aventi diritto di rispettare gli «impegni di prevenzione e cura volti alla tutela della salute individuati da professionisti sanitari» (Art.7 Comma 9); ci si augura che questo passaggio non significhi che per ricevere il reddito di cittadinanza gli aventi diritto debbano subire un'imposizione vaccinale come quella che ha condannato a morte migliaia di militari italiani (sì, proprio così: i vaccini hanno ucciso migliaia di militari in Italia. Per approfondire si rimanda all'inchiesta “Vaccinati a morte” di Vittoria Iacovella pubblicata da Repubblica).

Complessivamente, il movimento è riuscito a mettere in piedi una misura degna di uno Stato di polizia, che invece di preoccuparsi di controllare le azioni dei più grandi criminali della società, che di certo non si trovano tra i poveri, si accanisce proprio sui più bisognosi con il pretesto di aiutarli.

Oltre a scomodare l'ispettorato del lavoro, la guardia di finanza, l'arma dei carabinieri, i tribunali, le carceri, i centri per l'impiego, le agenzie per il lavoro e chissà quanti altri enti ancora, per far funzionare la mega-macchina del reddito di cittadinanza verranno assunti 6.000 dipendenti pubblici in più, ribattezzati “Navigator”. 

Saranno loro che si occuperanno di seguire passo-passo i nuovi schiavi sussidiati, facendogli sentire il fiato sul collo, così che gli "scansafatiche" mantenuti a spese della collettività non possano stare a gozzovigliare sul divano grazie all'elemosina data loro dallo Stato! 

Essi si occuperanno anche di segnalare le irregolarità, mandando in galera senza alcuna pietà chiunque osasse violare la legge per tentare di usufruire del reddito di cittadinanza!

Questi scagnozzi saranno lautamente retribuiti per svolgere i loro compiti: 30.000 euro lordi l'anno, corrispondenti a circa 1700-1800 euro netti al mese, perché il lavoro sporco dev'essere ben pagato!

E dato che i tempi stringono, non verrà indetto neanche un vero concorso: per diventare un Navigator basterà avere una laurea in certe discipline e partecipare ad un colloquio orale!

Se la matematica non è un'opinione, e questi numeri fossero confermati, ogni Navigator dovrebbe farsi carico delle sorti di 833 persone. 

Ciò significa che, lavorando 11 mesi all'anno, 6 volte alla settimana, per 8 ore al giorno, il massimo che ciascun Navigator riuscirebbe a fare, sarebbe di dedicare non più di 2 ore e mezza all'anno a ciascun assistito! 

È probabile che il numero dei Navigator aumenterà. In questi giorni, infatti, si vocifera che in realtà saranno 10.000 o forse ancora di più. 

Il movimento ha dichiarato di aver messo a bilancio un miliardo per sostenere i costi per riformare i centri per l'impiego. Si tratta di una spesa una tantum, che nella bozza del 2013 era stata stimata intorno ai 2 miliardi: chissà come mai ora si sia ridotta.

Ma il vero costo non consiste tanto nella spesa a breve termine, chiaramente necessaria per avviare la misura, quanto nella spesa dovuta al mantenimento in essere dell'intero apparato che consentirà al reddito di cittadinanza di funzionare, con tutto il suo elefantiaco sistema di controllo. 

Quest'onere è complesso da calcolare, ma il suo ammontare non è per nulla trascurabile e, vista la modestia delle cifre in ballo, rischia di essere, non dico superiore, ma comparabile alla somma che verrà destinata ai sussidi.

Soltanto il mantenimento degli odierni centri per l'impiego, dove vi sono 8.000 addetti, costa già 600 milioni di euro all'anno, e di sicuro questa voce aumenterà. Se alla spesa attuale, aggiungessimo soltanto il costo degli stipendi dei nuovi Navigator arriveremmo a ridosso del miliardo di euro. 

Che senso ha mettere in piedi un sistema che per erogare 7,5 miliardi di potenziali aiuti ai poveri, che poi in gran parte finiranno per essere devoluti alle aziende, richiede 1 miliardo, o forse ancor più, di spese per funzionare?

Per comprendere l'entità di questa cifra, basti sapere che un miliardo di euro potrebbe essere utilizzato per dare un sussidio di 500 euro al mese a più di 160.000 famiglie per un anno intero, invece di coprire i costi di un ente in cui trovano impiego soltanto 14.000 persone.  

Osserviamo che se le regole verranno applicate in modo rigido, così come nella volontà del governo, finiranno in galera molte persone, e non a causa di truffe volontarie, ma per questioni di lana caprina. 

Ora, siccome il costo medio di un carcerato in Italia è pari a 137 euro al giorno (circa 4.100 euro al mese!), è probabile che si verificheranno casi in cui i sussidiati che, per duolo o per sbadataggine, violeranno la legge, saranno condannati a 2-6 anni di carcere.

Così facendo, per ogni furbetto che tenterà di accaparrarsi il reddito di cittadinanza senza averne diritto, lo Stato finirà per pagare da un minimo di 98.400 euro, nel caso di condanna a 2 anni di carcere, ad un massimo di 295.200 euro, nel caso di condanna a 6 anni di reclusione, e tutto ciò al netto delle spese processuali, quando invece la seppur illegittima erogazione del reddito di cittadinanza sarebbe costata poco più di 14.000 euro, nel caso di un nucleo familiare composto da un singolo individuo!

Pertanto, il voler punire questi soggetti con la galera, oltre ad essere una condanna del tutto fuori misura, finirebbe per creare un danno ai contribuenti, che dovrebbero sostenere spese decisamente superiori a quelle che si sarebbero sostenute se quel cittadino fosse rimasto impunito e avesse percepito il reddito nella sua interezza: la cosa sarebbe comica, se solo non fosse tragica.

Sarebbe bastata la sospensione dell'erogazione del reddito, accompagnata da una multa, per punire in modo adeguato i furbetti e fare in modo che lo Stato recuperasse qualche spicciolo, invece di spendere i soldi della collettività per riempire ancor più delle carceri già sovraffollate.  

Il voler controllare addirittura le singole voci di spesa dei sussidiati è un qualcosa di veramente odioso. 

Se questa precauzione è ritenuta così utile e giusta nel caso dei poveri, perché allora non applicarla a tutti i dipendenti pubblici, in particolar modo ai politici?

In fin dei conti, anch'essi sono pagati dalla collettività, così come lo saranno coloro che avranno diritto a ricevere il reddito di cittadinanza. 

Quindi, se è giusto controllare i secondi non si capisce perché non debba essere altrettanto giusto controllare anche i primi.

Stiamo parlando d’individui che, in teoria, dovrebbero agire per il bene comune mettendosi al servizio della collettività. Quindi, sarebbe nell’interesse generale sincerarsi che nessun dipendente pubblico spenda il denaro dato loro dalla collettività in modo “immorale”.

Del resto, se un politico non ha nulla da nascondere, allora non dovrebbe avere neanche alcun problema ad accettare che tutti i cittadini possano controllare ogni sua singola voce di spesa, così da esser certi della sua onestà e della sua integrità, o forse no?

Vogliamo scommettere che se il medesimo trattamento venisse riservato ai politici e ai dipendenti pubblici improvvisamente si leverebbe una gran rivolta e tutti comprenderebbero l'ingiustizia che si sta commettendo nei confronti dei poveri?

Perché un livello di controllo orwelliano non viene imposto ai privilegiati ma soltanto ai disgraziati? Perché ciò che è considerato ingiusto ed illegittimo per una certa classe è ritenuto giusto e legittimo per un'altra?

Ho già esposto le criticità che un reddito di cittadinanza così mal concepito indurrà nel mondo del lavoro, trasformando i sussidiati in moderni schiavi grazie ad un ricatto che fa leva sulla necessità, mettendo in atto una competizione fratricida tra i lavoratori. Pertanto, non mi ripeterò. Dirò soltanto che rispetto alla bozza del 2013 le cose sono peggiorate ulteriormente.

Ma ci rendiamo conto che cosa vuol dire costringere un individuo ad attendere una chiamata per poi esser pronto a spostarsi dove c'è bisogno di lui, per il tempo che gli vene richiesto, senza possibilità di scegliere la tipologia di lavoro da fare? 

Ci rendiamo conto che cosa significhi andare a lavorare a 200 km da casa, o ancor più, senza potersi rifiutare, perché si ha una famiglia da mantenere? O vogliamo far finta che tutto ciò sia giusto, bello e normale? 

Vogliamo davvero aiutare i poveri o vogliamo salvarli dalla povertà per poi condannarli ad un'altra forma di miseria esistenziale?

I pentastellati insistono nel sostenere che i Navigator aiuteranno i poveri individuando per conto loro fino ad un massimo di 3 offerte di lavoro. 

Supponiamo, per semplicità di calcolo, che tutti i sussidiati accettino la prima proposta. Non si può evitare di porsi la seguente domanda: ma se è vero che in Italia ci sono milioni di posti di lavoro vacanti, come si spiega l'odierno tasso di disoccupazione?

I pentastellati replicano sostenendo che il reddito di cittadinanza rilancerà l'economia. 

Ammesso che il voler rilanciare l'economia sia la soluzione corretta, si può rispondere dicendo che se era lecito dubitare che una manovra da 16 miliardi fosse in grado di creare diversi milioni di posti di lavoro, a maggior ragione oggi è ancor più lecito dubitare che un simile obiettivo verrà ottenuto con una misura di soli 7,5 miliardi. 

L'ulteriore novità che il beneficio economico dato ai poveri si trasferirà alle aziende ha veramente dell'incredibile: si è cominciato con l'idea di aiutare i più bisognosi è si è finito col fare arricchire ancor più gli sfruttatori! Sembra però che quest'ultimo aspetto sia molto apprezzato a livello mediatico. 

Anche in questo caso non si può evitare di sottolineare la solita doppia morale: chissà come mai quando i sussidi vengono dati ai poveri si parla di una misura assistenzialistica in senso negativo, ma ciò non avviene più non appena i medesimi sussidi vengono erogati in favore delle aziende.

Volendo tirare delle conclusioni, viene quasi da pensare che, in realtà, la misura del reddito di cittadinanza sia stata appositamente concepita a vantaggio del capitale. 

Pensateci bene: grazie al reddito di cittadinanza gli animi si sono placati. Mentre in Francia i cittadini si stanno ribellando (sono ormai 12 settimane continuative che i “gilet gialli” scendono in piazza a protestare, per poi esser rispediti a casa a forza di manganellate), in Italia il popolo è sprofondato nel sonno più totale, illudendosi che il reddito di cittadinanza risolleverà le sorti del Paese (come no!). 

Questo significa che l'ordine costituito non sarà rimesso in discussione. Inoltre, lo Stato aiuterà i capitalisti a soddisfare la propria richiesta di forza lavoro qualificata e a basso costo, imponendo una forte mobilità ai lavoratori.

Il reddito di cittadinanza porterà alla formazione di un esercito di lavoratori precari sotto perenne ricatto che, per paura di perdere il sussidio, si vedranno costretti ad accettare le offerte di lavoro più indegne, senza protestare.

E dulcis in fundo, dopo che i nuovi schiavi saranno giunti nelle aziende, senza che i capitalisti abbiano compiuto alcuno sforzo, perché sarà lo Stato a selezionarli per conto loro, la collettività gli garantirà anche un bonus, sotto forma di sgravi fiscali (che lusso!).

Ormai la risposta alla domanda che avevo posto un paio d'anni fa a conclusione della mia analisi in merito alla prima proposta del reddito di cittadinanza formulata nel 2013, è divenuta oltremodo chiara all'intelligenza di ogni mente risvegliata dagli inganni dell'odierna società.

Il Movimento 5 Stelle ha iniziato la sua campagna politica maturando consensi con l'esca di un reddito di esistenza universale e incondizionato, ma una volta salito al potere ha messo in atto esattamente ciò di cui tutti gli sfruttatori hanno sempre avuto bisogno: l'ennesima strategia per indurre gli esseri umani a sottomettersi alla loro volontà.

Il disvelamento del grande inganno messo in atto dal Potere grazie al Movimento è dimostrato da numerosi cambi di posizione avvenuti su tutti i fronti: da no euro, a più Europa; da free-vax, a pro-vax... e così via.

Vale la pena di ricordare un celebre aforisma di José Mujica: «Il potere non cambia le persone, mostra come sono veramente». 

Personalmente, se fossi stato costretto a scegliere tra una manovra assistenzialistica e una manovra schiavistica, di certo avrei scelto la prima opzione. E l'avrei finanziata a spese dei ricchi, perché è indecente che in una nazione florida come l'Italia vi siano individui ridotti in povertà, non per mancanza di ricchezza ma per una questione di avidità. Ma di certo nessuna tra queste due opzioni avrebbe rappresentato la miglior strategia possibile per risolvere gli odierni problemi del mondo del lavoro. 

Se avessi potuto decidere cosa fare nell'immediato per aiutare, non solo i poveri, ma tutti i cittadini italiani, avrei senz'altro istituito un vero reddito di cittadinanza, vale a dire un reddito di esistenza incondizionato, non prima di aver attribuito la sovranità monetaria al popolo, eliminando ogni forma di debito. 

Come avremo modo di comprendere nella prossima sezione, questa misura, ritenuta dai più utopica ed irrealizzabile, in realtà, si dimostra assai concreta.

È ingenuo pensare che la sua attuazione risolverebbe tutti i problemi dell'umanità, ma di certo, rispetto ad un sussidio condizionato, un reddito incondizionato avrebbe aiutato per davvero i poveri senza ridurli in schiavitù, andando ad attenuare l'ingiustizia sociale dovuta ad una distribuzione della ricchezza oltremodo inquina e sempre più intollerabile.

Inoltre, avrebbe anche reso possibile che il processo di automazione del lavoro avvenisse senza dar luogo a criticità sociali dovute al fenomeno della disoccupazione tecnologica, consentendo, in definitiva, di muovere qualche passo in direzione dell'uguaglianza, della giustizia e della libertà.

Reddito di esistenza incondizionato

All’interno di questo capitolo analizzeremo la fattibilità economica e le implicazioni sociali di una proposta semplice ma rivoluzionaria, vale a dire l’istituzione di un reddito incondizionato.

Nella sua versione più generale, tale misura prevede l'elargizione, ad intervalli di tempo regolari, di una certa somma di denaro donata a tutti gli esseri umani presenti sulla Terra, senza chiedere nulla in cambio.

Ad esempio, in una ipotetica società dove fosse in vigore un reddito incondizionato, ogni individuo riceverebbe 500 euro al mese, fin dalla nascita, solo ed esclusivamente per il fatto di esistere. Per questo motivo il reddito incondizionato viene anche chiamato reddito di esistenza.

Da un punto di vista pratico questa misura può essere implementata in molti modi differenti, modulando l'entità del beneficio economico, oppure scegliendo di erogare una parte del sussidio in termini di beni e servizi.

Tutto ciò è senz'altro legittimo, a condizione che non venga meno una qualità essenziale, quella che caratterizza il reddito di esistenza: l'assenza di condizioni. 

Infatti, se così non fosse, si ricadrebbe nella casistica del reddito condizionato, di cui ci siamo già occupati in precedenza.

Se il reddito incondizionato non viene erogato a tutta la popolazione mondiale, ma soltanto ad un suo sottoinsieme, allora esso, a rigor di termini, non può più definirsi “universale”.

Ciò accade quando il reddito incondizionato è assegnato soltanto ai cittadini di una certa nazione; in tal caso, si può propriamente parlare di reddito di cittadinanza

Ulteriori varianti delle implementazioni del reddito incondizionato sono quelle che prevedono di dare ai minorenni un reddito inferiore rispetto a quello dei maggiorenni o, addirittura, di erogare il suddetto beneficio economico soltanto agli individui che abbiano compiuto la maggiore età.

Per fissare le idee, effettueremo le nostre riflessioni analizzando un caso concreto, quello dell'Italia, immaginando di voler istituire un reddito incondizionato che assicuri un importo mensile di 500 euro a tutti gli individui maggiorenni in possesso della cittadinanza: stiamo parlando di una platea composta all'incirca da 50 milioni di persone.

Come finanziare un reddito di esistenza?

Cominciamo la nostra analisi occupandoci degli aspetti economici, perché, di solito, la prima critica che viene mossa contro l'istituzione di un reddito incondizionato è proprio la sua insostenibilità economica. 

Del resto, per dare anche solo 500 euro al mese a 50 milioni di persone si dovrebbero trovare 500 euro x 12 mesi x 50 milioni di persone = 300 miliardi di euro all'anno! E la cifra salirebbe a 468 miliardi, se il beneficio economico fosse di 780 euro al mese. 

Si consideri che il bilancio dello Stato italiano è prossimo agli 850 miliardi, perciò c'è chi si affretta a concludere che il reddito d'esistenza sia economicamente impossibile da implementare...

Fortunatamente, questa impossibilità è soltanto presunta: esistono almeno 6 modi per finanziare il reddito di esistenza e alcuni di essi potrebbero essere attuati all'interno dell'odierno paradigma economico addirittura a costo zero per le casse dello Stato, salvaguardando tutti i servizi pubblici preesistenti.

Metodo n.1: tagliare il welfare 

Ancor prima d'illustrare questa proposta, premetto che ho deciso di citarla soltanto per completezza e per allertare i lettori avvisandoli che una sua eventuale applicazione sarebbe a dir poco disastrosa per le classi sociali più povere. Spieghiamo subito il perché.

Andando a guardare le voci di bilancio ci si accorge che, nel suo complesso, le politiche di welfare pesino, grosso modo, 450 miliardi di euro all'anno: una cifra assai più alta di quella che servirebbe per istituire un reddito incondizionato pari a 500 euro al mese.

Pertanto i sostenitori di questa soluzione diranno: «Volete un reddito incondizionato? Benissimo, affinché esso sia sostenibile bisognerà risparmiare sul welfare, privatizzando alcuni servizi pubblici... del resto, se invece di garantire l'accesso gratuito a dei servizi, lo Stato erogasse ai cittadini un reddito di pari importo rispetto alla spesa che utilizzava per il loro funzionamento, tutti quanti potrebbero comunque usufruire delle prestazioni di cui avrebbero bisogno pagandole all'occorrenza». E invece no: è questa la trappola in cui non dovete cadere!

Un servizio pubblico gratuito assicura un accesso universale; un servizio privato assicura l'accesso soltanto a chi è in grado di pagare le prestazioni.  

Si pensi, ad esempio, alla sanità: è soltanto ripartendo il costo complessivo dei servizi erogati sulla collettività che tutti quanti possono avere la certezza di potersi curare in caso di necessità; far pagare ai singoli cittadini le prestazioni di cui forse avranno bisogno significherebbe escludere in partenza i soggetti più poveri.

Dire che per garantire un reddito incondizionato pari a 500 euro al mese a tutti i maggiorenni si deve essere disposti a pagare lo scotto di una completa privatizzazione della sanità, significa dire che soltanto i ricchi potranno curarsi.

500 euro al mese sarebbero a malapena sufficienti per alimentarsi e coprire le spese della propria abitazione e, di certo, con ciò che rimarrebbe di essi, non si riuscirebbe a pagare neanche un semplice consulto medico, figuriamoci un'operazione!

Di fatto, non cambierebbe nulla, se non in peggio, se l'importo del reddito fosse più elevato, arrivando ai fatidici 780 euro al mese, un obiettivo che, conti alla mano, potrebbe essere raggiunto eliminando completamente ogni voce di spesa per le politiche sociali.

In tal caso, infatti, i cittadini più poveri non solo non riuscirebbero a pagare le prestazioni occasionali, come quelle mediche, ma non riuscirebbero neanche ad accedere a dei servizi basilari come l'istruzione!

Nonostante le eclatanti problematiche a cui si andrebbe incontro finanziando il reddito incondizionato così come appena specificato, questa proposta viene comunque portata avanti da certi politici corrotti dall'ideologia neoliberale. 

Il loro vero scopo, infatti, non è quello di offrire il miglior servizio a tutti i cittadini, aiutando in particolar modo i poveri, ma di privatizzare i servizi pubblici, così che qualche attore economico possa utilizzarli ancor meglio per realizzare profitto a danno della collettività.

In tal caso, la proposta di finanziare il reddito incondizionato tagliando il welfare farebbe proprio al caso loro e l'istituzione di un sussidio per aiutare i poveri verrebbe utilizzato come un espediente per raggiungere i loro veri obiettivi.

Per quanto fin qui sostenuto il mio monito è il seguente: state alla larga da tutte quelle forze politiche che proporranno di istituire il reddito incondizionato andando a recuperare i fondi tagliando lo Stato sociale. 

Nonostante la propaganda e la retorica con cui questa razza di vipere cercherà di convincervi del contrario, un reddito incondizionato così finanziato non sarebbe affatto sufficiente per vivere in modo dignitoso. 

E la sua istituzione, invece di aiutare i più deboli, finirebbe per condannare alla miseria un'ampia fetta di popolazione, non per colpa del reddito incondizionato in sé, ma di una sua scellerata implementazione.

Vi sono delle alternative decisamente migliori per ottenere il medesimo obiettivo, senza danneggiare in alcun modo le cassi più deboli; uno di essi è riportato qui di seguito.

Metodo n.2: redistribuire la ricchezza

Basta suddividere il PIL dell'Italia per il numero dei destinatari del beneficio economico che stiamo proponendo di attuare per rendersi immediatamente conto che ciò che impedisce di istituire un reddito incondizionato non è di certo la mancanza di ricchezza ma una sua iniqua ripartizione.

Nel 2018, infatti, il PIL dell'Italia era prossimo ai 1.700 miliardi di euro che, diviso per 50 milioni d'individui, fa 34.000 euro a testa all'anno, corrispondenti a poco più di 2.830 euro al mese. 

Ma noi per finanziare la nostra misura abbiamo bisogno soltanto di 6.000 euro per ogni individuo, nel caso volessimo istituire un reddito pari a 500 euro al mese, o al più di 9.360 euro, nel caso in cui il beneficio economico fosse di 780 euro al mese, e non di 34.000 euro!

Pertanto è del tutto evidente che una semplice manovra redistributiva sarebbe più che sufficiente per finanziare un reddito incondizionato in modo perfettamente sostenibile. Il punto quindi è come redistribuire la ricchezza. 

Ve lo spiego subito: ci sono tre metodi per calcolare il PIL e uno di essi, quello del reddito, ci dice che il PIL corrisponde alla sommatoria dei salari e dei redditi da capitale.  

Questa identità ci suggerisce di procedere al seguente modo: si tassano tutti i profitti, le rendite e gli stipendi, al netto del pagamento delle imposte, fissando una percentuale uguale per tutti. Così facendo si sarà recuperata una certa quota di PIL. 

L'importo ricavato attraverso questa operazione va fatto confluire in un fondo comune che verrà utilizzato in modo opportuno per finanziare il reddito di esistenza. 

La cifra ricavata potrà essere suddivisa per il numero degli aventi diritto, ottenendo così l'importo del beneficio economico individuale che verrà accreditato mensilmente a tutti gli aventi diritto.

Immaginiamo che una tassazione del 25% sia sufficiente per recuperare una porzione del PIL tale da riuscire a finanziare un reddito incondizionato di 500 euro al mese per 50 milioni di italiani. Che cosa accadrebbe all'atto pratico? 

Analizziamo gli scenari caso per caso. Chi non ha alcun reddito non paga nulla, ma percepisce 500 euro al mese. In tal caso, il beneficio è massimo.

Chi guadagna 500 euro netti al mese paga il 25% di imposte (125 euro), ma riceve 500 euro; così facendo il suo reddito sale da 500 euro netti al mese a 500 – 125 + 500 = 875 euro al mese. In tal caso il beneficio è di 375 euro.

Chi guadagna 1.000 euro netti al mese paga il 25% di imposte (250 euro), ma riceve 500 euro; così facendo il suo reddito sale da 1.000 euro netti al mese a 1.000 – 250 + 500 = 1.250 euro al mese. In tal caso il beneficio è di 250 euro. 

Chi guadagna 1.500 euro netti al mese paga il 25% di imposte (375 euro), ma riceve 500 euro; così facendo il suo reddito sale da 1.500 euro netti al mese a 1.500 – 375 + 500 = 1.625 euro al mese. In tal caso il beneficio è di 125 euro. 

Chi guadagna 2.000 euro netti al mese paga il 25% di imposte (500 euro), ma riceve 500 euro; così facendo il suo reddito resta invariato perché 2.000 – 500 + 500 = 2.000 euro al mese. In tal caso non si ha nessun beneficio: abbiamo individuato il punto di equilibrio! Ciò significa che tutti i percettori di redditi netti superiori ai 2.000 euro al mese finanziano la manovra.

Ad esempio, chi guadagna 3.000 euro netti al mese paga il 25% di imposte (750 euro), ma riceve 500 euro; così facendo il suo reddito diminuisce da 3.000 euro netti al mese a 3.000 – 750 + 500 = 2.750 euro al mese. In tal caso egli finanzia la misura con un contributo di 250 euro al mese.

Chi guadagna 5.000 euro netti al mese, paga il 25% di imposte (1.250 euro), ma riceve 500 euro; così facendo il suo reddito diminuisce da 5.000 euro netti al mese a 5.000 – 1.250 + 500 = 4.250 euro al mese. In tal caso egli finanzia la misura con un contributo di 750 euro al mese... e così via.

Così facendo si è stabilito un meccanismo automatico di redistribuzione della ricchezza che opera secondo la seguente filosofia: più si è poveri, meno si contribuisce e più si riceve; più si è ricchi, più si contribuisce e meno si riceve. 

Vi è poi un valore critico di soglia, che nel nostro esempio corrisponde ad un reddito pari a 2.000 euro netti al mese, superato il quale si diventa contributori netti. 

I valori precedentemente esposti a titolo di esempio variano in funzione della percentuale di tassazione stabilita per finanziare la misura, della platea degli aventi diritto al beneficio economico e del PIL realizzato in un dato anno, ma, con le dovute valutazioni del caso, possono essere calcolati a priori con un'accuratezza sufficientemente elevata.

Osserviamo che se la tassazione per finanziare il reddito rimane fissa, e la platea dei beneficiari resta costante, l'entità del sussidio economico erogato varia con la variazione del PIL. 

In altri termini, se il PIL aumenta, si accresce anche il reddito incondizionato, se il PIL diminuisce, anche l'importo del reddito si riduce. 

Se lo si ritiene opportuno, entro certi limiti, l’importo del reddito incondizionato può essere reso indipendente dalle variazioni del PIL modificando il livello di tassazione, a patto che i complessivi livelli di ricchezza si mantengano sufficientemente elevati per finanziare la misura.

Concludiamo facendo notare al lettore che, adottando questa metodologia di finanziamento, per istituire il reddito incondizionato non ci sarebbe alcuna necessità di effettuare dei tagli al welfare, e si potrebbe così evitare di privatizzare ciò che invece dovrebbe rimanere pubblico. 

A mio avviso quella appena illustrata rappresenta la migliore strategia da proporre e adottare se s'intende prendere in seria considerazione l'idea di introdurre un reddito incondizionato nell'attuale fase storica, agendo all'interno dell'odierno paradigma economico, senza rimetterlo in discussione. 

Motiverò questa scelta più avanti, effettuando una sorta di simulazione teorica al fine di prevedere gli effetti di una simile misura.

Al momento, invece, vorrei sottolineare che vi sono degli ulteriori metodi per finanziare il reddito incondizionato, non meno importanti rispetto a quello appena discusso, che mi accingo ad illustrare.

Metodo n.3: utilizzare i redditi da signoraggio

Nel senso più ampio del termine, possiamo definire "reddito da signoraggio" l'insieme dei redditi derivanti dalla creazione e dall'emissione di denaro, il quale, lo ricordiamo, viene creato dal nulla a costo zero per essere dato in prestito gravato da interessi, dando luogo alla più grandiosa truffa che sia mai stata compiuta ai danni dell'umanità.

Chi si appropria dei redditi da signoraggio? I detentori della proprietà del denaro, ovviamente, che, nell'odierna società, possono essere identificati con l'élite che trae profitto grazie agli inganni ed ai ricatti messi in atto per mezzo del sistema bancario. 

Per effettuare una stima di massima, focalizziamo l'attenzione soltanto sul denaro che potrebbe essere recuperato andando ad intercettare tutti gli interessi pagati su tutti i debiti del mondo, sia pubblici che privati, pur essendo consapevoli che così facendo non si andrebbe a calcolare l'intero ammontare dei redditi da signoraggio.

Il mondo è metafisicamente sommerso da un oceano di debiti immaginari, che, tra debiti pubblici e debiti privati, ha raggiunto la cifra monstre di 250.000 miliardi di dollari. 

Immaginiamo che questi debiti siano gravati da un interesse del 3,5% annuo e siano equamente ripartiti su tutta la popolazione. Se così fosse ognuno dei 7,6 miliardi di cittadini dovrebbe pagare in interessi alle banche circa 250.000 miliardi x 0,035 / 7,6 miliardi / 12 mesi =  96 dollari al mese.

Qualcuno penserà che in fondo sia poca cosa, ma in realtà non è così che stanno le cose. Per comprenderlo basta considerare che la maggior parte degli abitanti della Terra vive in condizioni di estrema povertà e, di fatto, non sarebbe in grado di sostenere neanche un sol dollaro di quell'onere.

Vi ricordo che attualmente 3,4 miliardi di persone sopravvivono con meno di 5,5 dollari al giorno, pari a 165 dollari al mese; in particolare, 800 milioni di essi non raggiunge neanche la soglia dei 1,9 dollari al giorno.

Effettuando il medesimo calcolo, contestualizzandolo alla situazione dell'Italia, ci si rende subito conto che la cifra da rendere mensilmente al sistema bancario non sia affatto modesta!

In Italia, infatti, la somma del debito pubblico e di quello privato ammonta al 350% del PIL: stiamo parlando di circa 5.950 miliardi di euro. Supponiamo che il tasso d'interesse annuo sia del 3,5%. Scopriamo così che una platea di 50 milioni di italiani deve rendere al sistema bancario circa 5.950 miliardi x 0,035 / 50 milioni / 12 mesi =  347 euro al mese a testa in interessi!

A questo punto potrebbe venirci in mente un’idea fantastica per trasformare i redditi da signoraggio in un reddito d’esistenza: perché non attribuire la proprietà del denaro agli esseri umani, al fine di utilizzare tutti gli introiti derivanti dal pagamento degli interessi sui debiti per creare un fondo comune da impiegare per finanziare il reddito incondizionato?

La proposta è interessante perché potrebbe essere attuata all'interno dell'odierno paradigma economico, trasformando un'azione parassitaria perpetrata a danno dell'umanità, in un metodo per aiutare i soggetti più bisognosi, sfruttando esattamente il medesimo sistema con cui attualmente una élite di criminali domina sul mondo intero. 

All'atto pratico, bisognerebbe impadronirsi di tutto il sistema bancario per renderlo pubblico e metterlo al servizio dell'umanità, liquidando con un bel calcio nel sedere tutti quei parassiti che utilizzano le banche per ottenere un profitto. A quel punto rimarrebbero soltanto i tecnici e gli impiegati il cui ruolo sarebbe indispensabile per far funzionare un nuovo sistema bancario pubblico. 

I costi di gestione dell'apparato, come ad esempio gli stipendi e le spese per il mantenimento delle strutture e delle apparecchiature, potrebbero tranquillamente essere creati dal nulla, senza indebitare nessuno. Così facendo, ciascuno dei 50 milioni di aventi diritto potrebbe ricevere 347 euro al mese. 

Qualcuno potrebbe replicare sostenendo che l'importo sia troppo modesto. In effetti, all'inizio di questo capitolo, avevamo promesso di finanziare un reddito incondizionato con una cifra pari a 500 euro al mese. 

Non c'è problema, per aumentare ancor più il beneficio economico nulla vieta di attuare una ulteriore metodologia per recuperare altri fondi, ad esempio, redistribuendo un po' di ricchezza oppure andando ad eliminare alcune spese inutili e dannose come quelle militari (discuteremo questa opzione più avanti).

Personalmente trovo questa metodologia molto originale, perché sfrutta il medesimo sistema utilizzato dai banchieri per arricchirsi e dominare il mondo, impiegandolo per una finalità positiva, togliendogli il “giocattolo” dalle mani.

Si consideri che soltanto ripristinando la sovranità monetaria, e incominciando a finanziare lo Stato con moneta emessa senza debito, si potrebbero risparmiare fior di miliardi, perché non si dovrebbe più pagare alcun interesse sul debito pubblico: stiamo parlando di una cifra prossima agli 80 miliardi di euro all'anno, che corrispondono ad un reddito incondizionato di circa 130 euro al mese a testa.

Ciò nonostante, non prenderei in seria considerazione l'attuazione di questa strategia per una serie di motivazioni, la più importante delle quali è la seguente: mi piacerebbe eliminare il meccanismo del debito dalla faccia della Terra (assieme al denaro!) perché lo ritengo un inutile e dannoso strumento di dominio tremendamente brutale ed efficace. Non a caso esso viene impiegato da tempo immemore per ridurre in schiavitù l'umanità.

Basta un po' di riflessione per accorgersi che la pretesa di rendere indietro una somma di denaro, addirittura gravata da interessi, non ha alcun senso: il denaro, infatti, in quanto pura finzione metafisica, frutto di una creatio ex nihilo completamente immaginifica, in realtà, non appartiene a nessuno. Pertanto, si può solo fingere che vi sia un proprietario del denaro.

Quindi si potrebbe benissimo concepire e realizzare una società dove il denaro viene creato ed emesso, non solo senza che vi sia alcun interesse, ma senza neanche pretenderne la restituzione, eliminando completamente il concetto di debito. 

Come? Facendo finta che il proprietario del denaro non voglia imporre il pagamento d'interessi e non sia neanche minimamente interessato a riavere indietro le somme prestate!

Capisco che queste posizioni siano assai lontane dal sentire comune, a causa di anni e anni di metodico indottrinamento sul funzionamento del denaro, ma in verità non c'è nulla che obblighi l'umanità ad accettare le attuali convenzioni poste a fondamento delle dinamiche di utilizzo del denaro, perché esse sono del tutto arbitrarie. 

E allora tanto vale modificarle in modo tale che nessuno possa più essere ridotto in schiavitù con la truffa del debito, e da ciò possa trarne giovamento l'intera umanità.

Metodo n.4: utilizzare i profitti

Una delle motivazioni per cui nell'attuale periodo storico si sta parlando sempre più del reddito incondizionato è legata al massiccio processo di automazione delle attività lavorative reso possibile dai robot e dall'intelligenza artificiale. 

Siccome, a differenza di quanto avveniva in passato, le automazioni stanno rimpiazzando i lavoratori in tutti i settori, dal primario al terziario, e al momento non c’è un quarto settore da utilizzare per ricollocare i cosiddetti disoccupati tecnologici, alcuni stanno incominciando a pensare che forse l’unico modo per sostenere i consumi consista nell’introdurre un reddito incondizionato.

Così facendo l'automazione del lavoro non indurrebbe criticità (al netto delle questioni ambientali, ovviamente!), perché sia gli occupati che i disoccupati avrebbero comunque un reddito per vivere, e quindi il processo di sostituzione dei lavoratori umani con degli strumenti tecnologici potrebbe procedere a passo spedito. 

Ora, però, bisogna cercare di rispondere alla seguente domanda: come mai i capitalisti scelgono di automatizzare il lavoro? Non di certo per spirito caritatevole: essi lo fanno per il denaro. 

In particolare, la sostituzione dei lavoratori umani con le automazioni avviene a condizione che il saggio di profitto ottenuto con questa nuova strategia industriale subisca un qualche incremento. 

Inutile dire che, in generale, a parità di costi, le automazioni consentano di produrre quantitativi maggiori, con una più alta qualità, rispetto a quanto non si riesca a fare sfruttando gli esseri umani. 

Se ciò non fosse possibile, i capitalisti sarebbero ben felici di continuare a sfruttare schiavi umani, così come hanno fatto finora, senza farsi tanti scrupoli.

Questo significa due cose: la prima, che automatizzando il lavoro i beni ed i servizi prodotti sarebbero disponibili esattamente come lo erano prima, se non addirittura in quantità e qualità maggiori; la seconda, che ciò che i capitalisti riescono a risparmiare licenziando i lavoratori umani, ovvero la spesa per i loro stipendi, una volta ripagato l'investimento per automatizzare il lavoro, finisce nello loro tasche, trasformandosi in profitto. 

Siccome in generale è del tutto ragionevole assumere che, tenuto conto di tutti gli aspetti, il tasso di sostituzione uomo-macchina sia svantaggioso per gli esseri umani, ovvero che per ogni robot-software impiegato vengano distrutti un maggior numero di posti di lavoro rispetto a quanti se ne creino, la conseguenza di questo processo di automazione del lavoro sarà la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi individui: quelli che detengono la proprietà dei mezzi di produzione. 

Senza prendere delle contromisure, questo processo andrà avanti fin quando non si verificheranno delle criticità. A lungo andare, infatti, è evidente che un simile sistema non riuscirà a mantenersi in essere, perché i produttori per vendere hanno pur sempre bisogno di una massa di consumatori, e se la ricchezza non verrà redistribuita attraverso i salari, o con altri metodi, prima o poi, il meccanismo s'incepperà. 

Attualmente siamo ancora nella fase in cui le aziende, automatizzando il lavoro, incrementano i loro profitti, lasciando però senza reddito una piccola parte di dipendenti, quelli non più utili per raggiungere gli obiettivi di produzione; essi, una volta licenziati, può darsi che non riusciranno a ritrovare un’occupazione.

In futuro le cose peggioreranno, perché i disoccupati tecnologici aumenteranno, il lavoro scarseggerà sempre più e la ricchezza continuerà a concentrarsi. Come si può risolvere la situazione?

È del tutto evidente che se invece di alimentare i profitti dei capitalisti gli incrementi di efficienza venissero impiegati per finanziare un reddito da erogare ai nuovi disoccupati, quest'ultimi non avrebbero più alcun problema, perché potrebbero continuare a vivere in tutta tranquillità, anche senza lavorare.

Si comprende quindi che il problema dei lavoratori non è dovuto ai robot che “gli rubano il lavoro”, lasciandoli senza salario, ma è causato dall'avidità dei capitalisti che, per incrementare egoisticamente i loro profitti, finiscono per concentrare sempre più la ricchezza a danno dei disoccupati, una ricchezza che, se venisse redistribuita, sarebbe di per sé sufficiente a risolvere ogni problema economico legato all'avvento delle automazioni.

Si consideri che, in Italia, la quota profitti sul PIL nel 2017 era prossima al 40%: stiamo parlando di circa 680 miliardi di euro. 

Questo significa che, se si utilizzassero i profitti per finanziare un reddito incondizionato erogato ad una platea di 50 milioni d'individui, ciascuno degli aventi diritto potrebbe ricevere una somma di denaro pari a 680 miliardi / 50 milioni / 12 mesi = 1.133, 33 euro al mese!

Ma noi non abbiamo bisogno di 680 miliardi per finanziare il reddito di esistenza che ci eravamo prefissati di realizzare, ma di soli 300 miliardi, nel caso in cui l'importo fosse di 500 euro al mese, o al più di 468 miliardi, se si volesse garantire un beneficio economico di 780 euro al mese.

Si scopre così che per finanziare il reddito incondizionato sarebbe sufficiente recuperare il 44,1 % dei profitti, nel primo scenario, oppure il 68,8 %, nel secondo. 

Come caso limite, si potrebbe pensare di impiegare tutti i profitti realizzati dalle aziende per finanziare un reddito incondizionato. Per farlo, bisognerebbe attribuire la proprietà dei mezzi di produzione a tutti gli esseri umani, trasformando le aziende private in pubbliche.

Questo significa che non ci sarebbe più una distinzione tra quota salari e quota profitti, perché esisterebbe soltanto denaro da redistribuire in modo equo alla collettività.

Com'è facile intuire, a quel punto, rimpiazzare i lavoratori con delle macchine non causerebbe alcuna criticità, dato che ogni individuo sano di mente sarebbe ben lieto di ricevere un reddito decoroso pur lavorando di meno. E tutto ciò, grazie agli incrementi di efficienza dovuti all'introduzione di nuova tecnologia, potrebbe avvenire in modo pressoché automatico!

Se così fosse, l'automazione del lavoro cesserebbe di rappresentare una sorta di minaccia sociale e si trasformerebbe in una strepitosa opportunità di liberazione dell'umanità da una detestabile schiavitù nei confronti del lavoro.

Metodo n.5: condividere la ricchezza

Questo metodo è il più semplice, il più efficace, il più bello ed il più elegante, ma anche quello che troverà maggiore resistenza a causa dell'avidità, dell'invidia, dell'egoismo e della stupidità della maggior parte degli esseri umani. 

In realtà, lo abbiamo già illustrato, seppur in modo velato, nelle precedenti sezioni. Ma ora lo esporremo, una volta per tutte, a chiare lettere: se tutti gli esseri umani mettessero insieme la ricchezza prodotta e la condividessero con amore suddividendola in parti uguali con tutti i membri della società, non ci sarebbe alcun bisogno di finanziare un reddito incondizionato, perché ogni individuo disporrebbe già di un reddito sufficientemente elevato per vivere in modo agiato. 

Siccome l'Italia produce un PIL di 1.700 miliardi all'anno, questo significa che 50 milioni di persone potrebbero disporre di un reddito di cittadinanza di ben 2.830 euro lordi al mese. 

Non credo che ci sia altro da aggiungere. O forse sì...

Metodo n.6: utilizzare il denaro speso per attività nocive

Tempo fa, ho calcolato che guerre, fumo, alcol, droga e obesità, tra spese, costi e mancati guadagni, sommano una cifra equivalente al 20 % del PIL mondiale. In verità, l'elenco potrebbe essere esteso ulteriormente.

Ad esempio, ogni anno nel mondo vengono persi al gioco d'azzardo ben 365 miliardi di dollari. Ma questo è nulla, se si considera che le spese sanitarie mondiali nel 2020 sfonderanno quota 8.700 miliardi di dollari all'anno. 

Per finanziare un reddito incondizionato sarebbe importante recuperare una certa parte di questa cifra: si consideri che la spesa sanitaria pubblica e privata italiana sfiora il 9 % del PIL (circa 150 miliardi di euro).

Per tentare di capire se sia possibile farlo, bisogna rispondere alla seguente domanda: come mai le persone hanno una così grande necessità di spendere soldi per curarsi? 

Gran parte del problema risiede nell'alimentazione: gli esseri umani introducono nel loro corpo cibi che non sono adatti alla loro natura e che per giunta sono contaminati da sostanze tossiche. Dopo decenni di quotidiani suicidi alimentari, è il minimo che possa accadere che si sviluppino delle patologie. 

Per ridurre ulteriormente l'incidenza delle malattie, bisognerebbe smetterla d'inquinare l'ambiente, perché altrimenti, pur alimentandosi correttamente, gli esseri umani continuerebbero comunque ad ammalarsi, anche se in minor misura. 

Immettere nell'ambiente sostanze tossiche, prima o poi, ucciderà qualcuno, e non si capisce come sia possibile che l'omicidio effettuato con la pistola sia considerato illegale (a patto che non sia un uomo in divisa a sparare), mentre quello effettuato con gli erbicidi ed i gas di scarico, invece no. 

È del tutto evidente che se l'umanità cominciasse ad alimentarsi in modo sano e la smettesse d'inquinare l'ambiente, la spesa sanitaria mondiale crollerebbe drasticamente e la maggior parte di quella cifra mostruosa potrebbe essere utilizzata in modo più intelligente rispetto al tentare di curare malattie che se ci si fosse comportati con intelligenza neanche sarebbero esistite. 

Se ci si prendesse cura del proprio corpo e della natura, pensate un po', non ci sarebbe più bisogno di spendere fior di miliardi impiegando migliaia di ricercatori in tutto il mondo per tentare di scoprire una cura miracolosa contro il temibile cancro, attualmente “curato” somministrando ai milioni di malati già presenti in tutto il mondo farmaci costosissimi prodotti da aziende private il cui scopo è quello di ottenere profitti, perché il cancro, improvvisamente, invece di rappresentare la seconda causa di morte, diverrebbe una malattia rara. La stessa cosa accadrebbe con le malattie cardiovascolari, che oggigiorno sono la prima causa di morte... e così via, per molte altre patologie.

Considerando tutti questi aspetti, ovvero guerre, fumo, alcol, droga, obesità, salute e gioco d'azzardo, non è esagerato sostenere che si potrebbe recuperare, in tutta tranquillità, una cifra superiore al 25 % del PIL mondiale. Nel caso dell'Italia questa percentuale si tradurrebbe in un reddito incondizionato di poco superiore ai 700 euro al mese erogato ad una platea di 50 milioni d'individui. 

Ciò significa che, se solo gli esseri umani la smettessero di dedicare tempo, risorse ed energia ad attività dannose e cominciassero ad orientarsi alla vita, di colpo, scoprirebbero di disporre di denaro a sufficienza per finanziare un reddito universale incondizionato utilizzando proprio quelle risorse economiche che prima impiegavano stupidamente per distruggere, uccidere e far ammalare se stessi, il mondo intero ed i suoi abitanti.

Capisco che questa proposta sia inattuabile senza che prima abbia luogo un risveglio di coscienza di massa, ma ho voluto comunque inserirla nell'elenco delle possibilità per far comprendere l'eclatante follia dell'odierna umanità.

Quest'ultimo metodo ci aiuta a comprendere che non è affatto vero che non ci sono soldi a sufficienza per finanziare un reddito incondizionato; i soldi ci sono, ma vengono impiegati male. Se ne deduce che l'introduzione di un reddito di esistenza non sia tanto una questione economica, quanto una questione di evoluzione spirituale. 

Metodo n.7: soluzioni innovative e/o miste

Abbiamo già esposto 6 strategie per finanziare un reddito incondizionato, ma in realtà si potrebbero individuare altri metodi per farlo. Essi però richiederebbero di effettuare un cambio di paradigma, ripensando in modo sostanziale le dinamiche socio-economiche e/o quelle del denaro. Omettiamo per brevità questi aspetti, non necessari in questa fase storica, rimandando il compito di elaborare ulteriori soluzioni innovative all'intelligenza dei lettori più volenterosi.

Prima di procedere oltre con l'analisi, vorrei osservare che alcuni dei precedenti metodi possono anche essere combinati tra loro, dando luogo ad un gran numero di possibilità.

Ad esempio, si potrebbe decidere di finanziare il reddito incondizionato attingendo per una parte dai profitti e per l'altra dal taglio delle spese militari, non prima di aver recuperato la sovranità monetaria, così da riuscire a recuperare altri fondi abbattendo la spesa per gli interessi sul debito pubblico... e così via. 

Per non tediare ulteriormente il lettore, eviterò ben volentieri di analizzare caso per caso tutta questa lunga serie di possibilità, rimandando l'onere ai singoli individui, i quali dovranno dedicarsi a questo compito in modo particolare nel caso il cui, in futuro, una qualche forza politica proporrà l'introduzione di un vero reddito di cittadinanza.

Possiamo però fissare un punto: quanto fin qui riportato prova che quello dell'impossibilità economica è soltanto un argomento retorico. 

Chi si oppone al reddito incondizionato sostenendo che esso sia economicamente insostenibile o è un ignorante o è in mala fede.


La questione del disincentivo al lavoro


Procediamo ora affrontando un'ulteriore obiezione mossa dai detrattori del reddito incondizionato. Essa si basa sul Sacro Graal dei luoghi comuni: «Se dessimo soldi a tutti senza pretendere nulla in cambio allora nessuno farebbe più niente!».

Per nostra fortuna le dinamiche del comportamento umano sono assai più complesse di quanto vorrebbero lasciare intendere i sostenitori di una simile tesi.

In realtà, esiste già uno Stato in cui i cittadini ricevono un reddito incondizionato, eppure in quel luogo il tasso di disoccupazione è di gran lunga inferiore a quello dell'Italia: si tratta dell'Alaska. Pertanto, è già dimostrato che non è affatto vero che dando soldi a tutti senza porre condizioni nessuno farebbe più nulla.

Che cosa farebbero gli individui se disponessero di un reddito incondizionato dipende da una molteplicità di fattori fortemente determinanti, come ad esempio, l'entità dell'importo erogato, la cultura degli individui, la struttura della società in cui essi vivono e via dicendo. 

Dare 300 euro al mese non è come darne 600; erogare il medesimo beneficio a tutti, non è come erogare un importo che decresce all'aumentare del reddito già percepito lavorando; istituire un reddito incondizionato in una società competitiva ed individualista non è affatto come istituirlo in una società cooperativa e collettivista; assicurare un reddito vitalizio ad individui spiritualmente elevati non è come assicurarlo ad un popolo con un basso livello di coscienza... e così via.

In linea di principio, l'introduzione di un reddito incondizionato potrebbe indurre le persone ad agire in modo diverso rispetto ad oggi, ma non è affatto detto che questa variazione di comportamento avvenga, né che conduca l'umanità alla rovina.

Questa maldicenza fa il paio con quella che potrebbe essere definita la retorica degli sfruttatori, la quale può essere riassunta così: «Se le persone non fossero obbligate a lavorare, allora non lavorerebbe più nessuno!». 

Ma come? Quegli stessi individui hanno sempre sostenuto che nell'odierna società il lavoro fosse una scelta libera assicurata dal libero mercato effettuata in un mondo che rispetta la libertà dell'individuo, e poi, non appena qualcuno vuole istituire un reddito incondizionato, dando un'effettiva libertà ai membri della società, viene fuori che le persone lavorano perché sono obbligate a farlo? Come si spiega questo cambio di vedute?

Come avremo modo di comprendere, la verità non è che se le persone non fossero obbligate non lavorerebbero più, ma che non sarebbero più disposte a lavorare secondo le odierne modalità, che sono ingiuste e disumane; in particolare, potendo fare affidamento sul reddito d'esistenza, nessuno sarebbe più disposto a farsi sfruttare: ecco qual è il punto dolente per i detentori di capitale! 

E siccome chi trae vantaggio da questo sistema vuole che le cose continuino a rimanere esattamente così come sono, perché è l'odierno ordine delle cose che gli consente di esercitare il proprio dominio sugli altri, anche mediante la schiavitù del lavoro, ecco che la classe dei privilegiati e degli sfruttatori s'affretta ad inventare espedienti retorici per fare in modo che ciò che potrebbe potenzialmente liberare l'umanità dalle sue catene non venga attuato.

Cerchiamo quindi di fare chiarezza in merito alla questione dell'eventuale disincentivo al lavoro indotto dall'istituzione di un reddito di esistenza incondizionato. 

Chiariamo subito che un essere umano sano, nel senso più ampio del termine, per sua natura, è attivo e vitale. È la malattia a rendere inattivi gli individui, e ciò accade a prescindere dalla situazione economica: anche un ricco che cade in depressione diventa apatico e demotivato. 

Ora possiamo mettere in risalto una situazione particolare degna di rilievo perché, in un modo o nell'altro, interessa milioni di persone soltanto in Italia. 

Supponiamo che la causa, o la concausa, dell'insorgenza di una malattia, sia fisica che mentale, di un individuo sia proprio la sua condizione di ristrettezza economica. 

Magari un soggetto non ha potuto alimentarsi correttamente, oppure ha somatizzato gli effetti dell'emarginazione sociale tipicamente subita da chi vive in povertà, e quindi è diventato inattivo.

In tal caso, dare un reddito incondizionato a quell'individuo non lo renderebbe pigro e svogliato, ma gli sarebbe di grande aiuto per ripristinare un corretto stato di salute psico-fisica, che rappresenta la precondizione per riuscire ad inserirsi attivamente nella società. 

Non basta dare un supporto psicologico ad un individuo caduto in depressione, se la causa del suo stato d'animo è legata alla sua situazione economica, ed è del tutto assurdo pretendere di curarlo somministrandogli degli antidepressivi: per risolvere il suo problema bisogna dargli dei soldi, così che egli possa riprendere le redini della sua vita. 

Ci dicono che dare soldi alle persone le renderebbe inattive. Benissimo, vediamo come si comporta chi ha soldi in abbondanza. 

Se questa ipotesi fosse vera i ricchi dovrebbero essere i più grandi scansafatiche del mondo, invece essi vengono dipinti come i soggetti più industriosi che esistano sulla faccia della Terra. 

È evidente che c'è qualcosa che non va nelle precedenti affermazioni: o non è vero che i ricchi sono attivi, o non è vero che disporre di soldi renda inattivi.

Se è vero che i ricchi sono inattivi, allora come mai nel loro caso è ritenuto legittimo che essi possano oziare e nessuno propone di ridurre la loro ricchezza, così che venga meno il loro disincentivo al lavoro e la smettano di gozzovigliare? 

Non credo che vi sia neanche il bisogno di riflettere su quale possibilità sia da preferire tra uno scenario in cui un solo uomo, grazie alle sue smisurate ricchezze, possa essere inattivo, ed una situazione in cui, con la medesima quantità di denaro, si aiuti un’ampia platea di poveri. 

E se invece non è vero che disporre di grandi quantità di denaro renda inattivi, allora come può essere vero che dare un po' di soldi ai poveri li renderà inoperosi? 

Mi auguro che non si vorrà spiegare il tutto avanzando l'ipotesi di una diversità biologica tra i membri di queste due classi sociali, tirando in ballo idee ottocentesche ampiamente confutate con il rigore della scienza... 

Perché quasi nessuno è disposto a prendere in considerazione l'ipotesi opposta, ovvero che sia proprio la disponibilità di denaro a rendere le persone attive? 

Non sto sostenendo che l'avere dei soldi da spendere equivalga all'essere attivi, sto sostenendo che avere dei soldi possa rappresentare un incentivo per essere attivi e che invece il non averli sia un disincentivo. 

È evidente che quella appena esposta non sia una legge universale, ciò nonostante essa ben si presta a spiegare un'ampia maggioranza di casi. 

Se ci si sofferma un attimo a riflettere, ben presto ci si accorge che non è affatto difficile individuare numerose situazioni in cui quanto è stato appena sostenuto si verifica appieno. 

Del resto, se un individuo non ha un soldo in tasca, è assai difficile che riuscirà a mettere in atto le sue idee. Indovinate un po' perché? Perché in una società basata sul denaro per fare la stragrande maggioranza delle cose serve denaro, che, guarda un po', i poveri, al contrario dei ricchi, non hanno! 

Supponiamo che un individuo voglia avviare un'attività: secondo voi in quale scenario sarebbe più propenso a mettersi all'opera? 

In una società dove, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe fare affidamento su di un reddito di esistenza, oppure in un'altra dove dovrebbe contare soltanto sull'esito del suo investimento? 

Sempre ammesso che quel soggetto abbia disponibilità economiche sufficienti per avviare la propria attività, il che è alquanto improbabile, in particolar modo se si è poveri!

Al contrario, con un reddito incondizionato in molti tenterebbero di seguire le proprie passioni. Qualcuno fallirebbe, qualcun altro no. Ma il fallimento non sarebbe punito con la miseria, perché vi sarebbe comunque una soglia minima sotto la quale nessuno potrebbe scendere: ciò spingerebbe le persone creative e volenterose ad agire e non di certo a poltrire. 

Oggi invece la maggior parte degli individui che vorrebbero dedicarsi ad un'attività non può farlo, non per mancanza di idee o di volontà, ma per paura di fallire e/o per mancanza di fondi. 

Il reddito incondizionato mitigherebbe la paura del fallimento e aiuterebbe molte persone ad accantonare denaro per trasformare i propri sogni in realtà.

Vorrei osservare che, in generale, è lecito supporre che il disincentivo al lavoro risulti più elevato con i classici sussidi condizionati che non con un reddito incondizionato, eppure essi sono già presenti nella società e nessuno si lamenta della diminuzione della propensione al lavoro da essi indotta. 

Infatti, a differenza di un reddito incondizionato, un sussidio condizionato induce una sorta di dipendenza nei beneficiari della misura, i quali, pur di continuare a rimanere all'interno dei parametri che gli consentono di avere accesso al sussidio, tendono ad adattare le proprie condizioni economiche ai paletti imposti dalla legge, anche a costo di rifiutare il lavoro. 

Così facendo, invece di favorire il reinserimento nel tessuto sociale, un sussidio condizionato tende a rinchiudere il soggetto percepente in una sorta di trappola della povertà, essenzialmente provocata dalla paura di perdere i benefici di cui quell'individuo ha chiaramente bisogno per sopravvivere.

Ciò non accade con un reddito incondizionato, perché, appunto, non si pongono condizioni per averne diritto, e quindi non vi può essere alcuna paura di perdere l'aiuto economico erogato dallo Stato.

Tutto ciò si traduce in un più ampio numero di strategie praticabili per tentare di reinserirsi nella società.

Per massimizzare l'effetto positivo di rilancio personale è di fondamentale importanza che il reddito incondizionato sia erogato in denaro, e non in beni e servizi.

La differenza è sostanziale, perché il denaro dà una maggiore libertà di azione rispetto alla possibilità di disporre di beni e servizi per un importo equivalente.

Avere vitto e alloggio pagati in una stanza di albergo, non è come disporre di 780 euro al mese. 

Nel primo caso si può mangiare e dormire al caldo, ma essendo poveri non si disporrà di una base monetaria per formarsi o per avviare un qualche genere di attività. 

Così facendo, l'unica speranza per reinserirsi nella società consisterà nel trovare una qualche tipologia di lavoro dipendente compatibile con il proprio profilo professionale. 

Nel secondo caso, invece, il soggetto potrebbe effettuare un percorso di riqualificazione conseguendo anche una laurea oppure, pur con qualche sacrificio, potrebbe addirittura tentare di avviare un'impresa. 

Ci sono due ulteriori categorie di persone che possono aiutarci a riflettere in merito al tema del disincentivo al lavoro: i pensionati ed i volontari. Vediamo subito perché.

Se è vero che dare soldi alle persone le rende inattive, ciò dovrebbe essere ancor più vero per i pensionati. 

In tal caso, infatti, dopo una vita di duro lavoro, molto spesso condotto in modo forzoso, ci si aspetterebbe che tutti quanti accettassero di buon grado l'assegno pensionistico e smettessero di fare ogni cosa per godersi un meritato riposo andandosene in vacanza... e invece non è affatto così che vanno le cose!

In Italia c'è un vero e proprio esercito di lavoratori che, pur avendone maturato il diritto, rifiutano di andare in pensione per continuare a lavorare. E ciò avviene nonostante le penalizzazioni economiche in termini di maggior tassazione in cui incorreranno!

Stiamo parlando di un numero superiore al mezzo milione di persone. Una parte di essi ha dichiarato di dover continuare per questioni di necessità (circa 6 su 10), ma la restante parte (circa 4 su 10) ha ammesso di farlo per una mera questione di volontà!

Il fatto che vi sia una quota di lavoratori non trascurabile che, pur potendo andare in pensione, sceglie comunque di continuare a lavorare, nella consapevolezza di dover subire un disincentivo economico, rappresenta un'ulteriore confutazione della tesi che dare soldi alle persone le renderebbe inattive. 

Si consideri che la maggior parte dei lavoratori giunge all'età pensionabile così malmesso che, pur volendo, non gli sarebbe possibile continuare a dedicarsi a qualsiasi attività. 

Ma non finisce qui: se si vanno ad analizzare le abitudini dei pensionati che si sono mantenuti in salute si scopre che essi, pur non lavorando ufficialmente, sono tutt'altro che inattivi: in molti si dedicano allo sport, altri coltivano la terra e altri ancora non mancano di dare il loro contributo per la realizzazione di eventi con finalità sociali. 

Questa riflessione ci conduce ad un altro fenomeno di rilievo che riguarda individui di tutte le età: il volontariato. 

In Italia si stima la presenza di 6,63 milioni di persone che si impegnano gratuitamente per gli altri e per il bene comune. Si tratta di un vero e proprio esercito di lavoratori che non vengono retribuiti in senso economico ma che, nonostante ciò, agiscono lo stesso.

La loro presenza dimostra che l'essere attivo oppure no, non dipende dal fatto che si percepisca o meno una somma di denaro per fare ciò che si è deciso di voler fare.

Se s'istituisse un reddito incondizionato quei 6,63 milioni di volontari continuerebbero a fare esattamente ciò che facevano anche quando non disponevano del sussidio statale. Di certo, nel loro caso, ricevere dei soldi non li renderebbe meno attivi rispetto a quanto non lo siano già.

È invece ragionevole aspettarsi che accada l'esatto opposto, ovvero che grazie ad un reddito incondizionato il numero dei volontari aumenterebbe. Con ogni probabilità, la stessa tendenza si verificherebbe anche per il quantitativo di tempo individuale da essi dedicato alle attività di volontariato. 

Tutto ciò a ulteriore prova che non è affatto vero che dando soldi a tutti senza chiedere nulla in cambio le persone non farebbero più nulla. Nel caso del volontariato, le persone sarebbero attive quanto, o addirittura più, di prima, ma si dedicherebbero maggiormente alle cose che loro ritengono importanti. 

E magari qualcuno comincerebbe a rifiutarsi di fare ciò che gli viene imposto di fare, a prescindere dalla sua reale volontà. 

Abbiamo tutti gli elementi per tentare di rispondere alla seguente domanda: chi è che nell'odierna società, potendo contare su di un reddito incondizionato, abbandonerebbe il proprio lavoro?

Se quanto abbiamo sostenuto finora corrisponde a realtà, le persone che amano davvero ciò che fanno non smetterebbero di dedicare il loro tempo alle attività a cui sono soliti dedicarsi soltanto perché lo Stato metterebbe a loro disposizione un sussidio. Tutt'altro, con ogni probabilità esse si dedicherebbero a ciò che erano solite fare con ancor più energia, gioia e impegno.

Per un individuo che ha una certa passione, il poter disporre di 500 euro al mese in modo incondizionato, non sarebbe altro che un solido punto di appoggio su cui contare per continuare a coltivare i propri sogni. 

Pertanto, se passione e lavoro svolto coincidono, si può essere ragionevolmente sicuri che quel soggetto non cambierà le sue abitudini, neanche con un reddito incondizionato di 1.000 euro al mese, perché egli già fa ciò che vorrebbe realmente fare: egli fa ciò che fa, non per il denaro che riceve in cambio, ma come fine in sé, agendo in forza dell'amore che prova nei confronti di ciò che fa. 

Chi è quindi che smetterebbe di lavorare se venisse introdotto un reddito di esistenza? Tutti quegli individui che odiano il proprio lavoro. E perché odiano il proprio lavoro? Forse perché ciò che fanno non corrisponde a ciò che vorrebbero fare. E come mai si dedicano ad un'attività che, in realtà, non vorrebbero fare? 

La risposta è evidente: perché sono stati costretti a farlo dalla società, tramite dei ricatti economici e/o dei condizionamenti mentali. E come può essere considerato giusto costringere una persona a fare una cosa che odia, forzandola ad agire contro la sua volontà? 

La situazione ideale a livello sociale è quella in cui tutti gli individui dedicano il loro tempo e le loro energie psico-fisiche ad attività utili e in ogni caso non nocive per la collettività, nei confronti delle quali provano una vera passione, e non di certo quella in cui la maggior parte dei lavoratori viene costretta a lavorare in modo forzoso mettendo in atto dinamiche inutili e nocive. 

È soltanto quando un individuo allinea l’attività a cui si dedica al suo vero essere, agendo senza danneggiare gli altri esseri viventi, che egli può esprimere il suo massimo potenziale, essendo pienamente felice per ciò che fa e di ciò che fa, e non quando viene costretto a fare ciò che odia o per cui non è portato, andando contro la sua natura e, in alcuni casi, danneggiando perfino gli altri.

Il reddito incondizionato potrebbe chiaramente aiutare la società a muovere qualche passo in questa direzione. 

Consentitemi una precisazione: è corretto dire che chi odia il suo lavoro smetterebbe di lavorare? 

No, è più corretto dire che grazie ad un reddito incondizionato quell'individuo lascerebbe la sua attuale occupazione per cominciare a dedicarsi ad altre attività più compatibili con il suo essere. 

Questo non significa che quell'individuo smetterebbe di lavorare completamente, perché magari cambierebbe lavoro.

Una piccola parte, però, potrebbe effettivamente scegliere di rifiutarsi di svolgere una qualsiasi attività economico-produttiva. 

Ammettiamo, ora, per un istante, che il reddito di esistenza fosse sostenibile, perché il lavoro non dovrebbe essere volontario?

Se il livello scientifico-tecnologico lo consentisse, per quale motivo non si dovrebbe dare agli individui la possibilità di scegliere se vivere usufruendo del reddito o se incrementare la loro ricchezza materiale sacrificando un certo quantitativo di tempo per il lavoro?

Personalmente preferirei una società in cui ciascuno si facesse carico, pro quota, di una parte del lavoro umano necessario al conseguimento del massimo benessere sociale possibile, ma ciò non m'impedisce di concepire un mondo dove alcuni decidono di lavorare per passione e altri scelgono di dedicarsi ad attività non produttive (da un punto di vista economico) in piena libertà. 

Del resto, se il lavoro fosse effettivamente una scelta, e non un obbligo, per tutti, e non soltanto per i furbi ed i malfattori, non vi sarebbe né ingiustizia, né invidia sociale. 

C’è però un rischio da non sottovalutare, ovvero che in un mondo in cui tutti si dedicassero a ciò che amano fare, si trascurerebbero delle attività lavorative effettivamente utili e necessarie, che oggi invece vengono svolte perché qualcuno è costretto ad occuparsene con il ricatto e la forza.

L'ingiustizia di questo modo di operare è del tutto evidente. Pertanto è doveroso trovare una soluzione decisamente più civile per far sì che ciò non possa più accadere.

Prima d’indicare come si potrebbe risolvere questo (eventuale) problema, converrà tentare di valutarne l’entità. E per farlo, sarebbe una buona cosa cercare di comprendere se e quanto diminuirebbe la propensione al lavoro se si assicurasse un reddito incondizionato a tutta l’umanità.

Approccio teorico

Immaginiamo ora di istituire un reddito di base e cerchiamo di capire quanta voglia di lavorare toglierebbe agli individui appartenenti alle seguenti categorie: 1) poveri; 2) normali lavoratori; 3) lavoratori benestanti; 4) ricchi. 

Per ragionare in modo concreto, scegliamo di implementare il reddito incondizionato secondo la modalità numero 2 precedentemente illustrata, ovvero erogando un importo massimo di 500 euro che decresce all'aumentare del reddito da lavoro percepito, fino a diventare un'imposta.

Caso numero 1: Per definizione, un soggetto povero non ha un reddito sufficientemente elevato per soddisfare i suoi bisogni primari; ciò significa che egli o è disoccupato o è sottoccupato. Si creano così due sottocategorie. 

Caso numero 1-a: individuo disoccupato con reddito pari a zero, reddito incondizionato erogato pari a 500 euro al mese.

Un individuo disoccupato con un reddito di soli 500 euro al mese garantito dallo Stato rimarrebbe comunque povero. A meno di ritirarsi nei boschi vivendo di autoproduzione, o di condurre vita ascetica, quel reddito di per sé non sarebbe affatto sufficiente per vivere in modo decoroso. 

Di certo egli non soffrirebbe più la fame, ma non riuscirebbe neanche a pagare l'affitto, o il riscaldamento della propria abitazione, nel caso ne avesse una di sua proprietà. 

Pertanto, fatta eccezione per una sparuta minoranza di soggetti, è ragionevole supporre che gli appartenenti a questa classe sociale cercherebbero comunque un lavoro, se non altro per integrare il reddito di esistenza.

Caso numero 1-b: individuo sottoccupato con reddito pari a 500 euro al mese, reddito incondizionato erogato pari a 375 euro al mese.

Un individuo sottoccupato con un reddito da lavoro di 500 euro al mese, vedendosi incrementare le proprie disponibilità dallo Stato per un importo pari a 375 euro al mese, supererebbe la soglia della povertà, percependo 875 euro al mese. 

Osserviamo che, nella gran parte delle situazioni, anche un simile reddito sarebbe appena sufficiente per vivere in modo decoroso, in particolar modo in città. 

Possono quindi presentarsi due casi: o il soggetto si accontenta della sua nuova condizione, oppure vuole ulteriormente migliorare la sua situazione reddituale. È difficile immaginare che qualcuno di essi sceglierebbe di abbandonare completamente il lavoro per usufruire di un sussidio di soli 500 euro al mese. 

Questo significa che, complessivamente, per gli appartenenti a queste classi la propensione al lavoro non diminuirebbe.

Caso numero 2: normale lavoratore con una retribuzione di 1.500 euro al mese, reddito incondizionato erogato pari a 125 euro al mese.

A seguito dell'introduzione del reddito di esistenza un normale lavoratore, così come appena definito, incrementerebbe il suo reddito da 1.500 a 1.625 euro al mese. 

Suddividiamo ulteriormente l'analisi in due casi: lavoratore dipendente, lavoratore autonomo. Si consideri che nel 2018 su 23,5 milioni di occupati circa 18 milioni erano lavoratori dipendenti (76,6 %) mentre quelli indipendenti erano soltanto 5,5 milioni (23,4 %). 

Il lavoratore dipendente, di norma, viene assunto con un contratto che prevede lo svolgimento di 40 ore settimanali. Il fatto che lo Stato gli assicuri una sorta di bonus di 125 euro al mese potrà renderlo un po' più felice, ma non cambierà di una sola virgola il suo orario di lavoro. 

È assai improbabile che egli scelga di licenziarsi per avere accesso a 500 euro al mese di reddito incondizionato, finendo così a vivere al di sotto della soglia di povertà! 

Egli invece potrebbe decidere di passare ad un regime part-time, ammesso che gli venga concesso, e che la nuova situazione reddituale gli sembri sufficientemente elevata per soddisfare i suoi bisogni.    

Intuitivamente non sembra ragionevole attendersi che, di fatto, una simile scelta possa interessare un elevato numero d’individui, da un lato perché non è poi così semplice trovare una nuova occupazione con regime part-time e dall’altro perché in molti non potrebbero permettersi di guadagnare di meno, perché la loro nuova condizione reddituale non sarebbe sufficiente per mantenere la propria famiglia.

In ogni caso, se ciò avvenisse, si creerebbero nuovi posti di lavoro che, con ogni probabilità, verrebbero occupati dai soggetti senza lavoro desiderosi d'incrementare la propria condizione economica.

I lavoratori autonomi, invece, vedendosi incrementare i loro guadagni, potrebbero decidere di lavorare qualche ora in meno. Ma così facendo creerebbero nuovi spazi di mercato che si tradurrebbero in posti di lavoro per i soggetti che non disdegnano di aumentare il loro reddito.

Vista l'entità del beneficio, è ragionevole attendersi che la quota di lavoratori autonomi che sceglierebbe di ridurre il proprio orario di lavoro a parità di reddito, non sia poi così elevata. 

Caso numero 3: lavoratore benestante con reddito superiore alla soglia in cui si diventa contribuenti netti del reddito di esistenza.

Questa classe di lavoratori sarebbe penalizzata dall'istituzione di un reddito incondizionato così come proposto in questa riflessione: seppur di poco, il loro reddito diminuirebbe.

Ad esempio, chi percepiva un reddito netto di 2.500 euro, dopo l'introduzione della misura, guadagnerebbe 2.375 euro, subendo una riduzione di 125 euro al mese; chi invece percepiva un reddito netto di 3.500 euro guadagnerebbe 3.125 euro, subendo una riduzione di 375 euro al mese.

In ogni caso, questa classe di soggetti guadagnerebbe cifre sufficientemente elevate per vivere in modo più che agiato. Di certo, l'imposizione di quest'onere non peggiorerebbe la loro esistenza e non gli toglierebbe la voglia di lavorare.

Caso numero 4: individui ricchi che non hanno bisogno di lavorare.

In tal caso, l'imposizione di un prelievo prossimo al 25 % sul reddito netto di un individuo “ricco” da utilizzare per finanziare il reddito incondizionato, avrà l'effetto di farlo andare su tutte le furie, ma di certo non inciderà sulle sue abitudini lavorative: se un individuo che percepiva 1 milione di euro all'anno prima dell'introduzione del reddito era solito oziare, continuerà a farlo anche disponendo di un reddito di 750.000 euro, se invece era un gran stacanovista, avrà una buona ragione in più per incrementare i suoi ritmi di lavoro.

Ora, se tutti i nuclei familiari fossero composti da singoli individui, o da singoli individui con figli minorenni a carico (il che attenuerebbe ancor più le dinamiche di abbandono o di riduzione nei confronti del lavoro sopra esposte), l'istituzione del reddito incondizionato, così come descritto, non comporterebbe un problema sociale gravoso dovuto al disincentivo al lavoro. 

Esso invece aiuterebbe un gran numero di persone a reinserirsi nella società, eliminando le situazioni di povertà più drammatiche, e migliorerebbe le disponibilità economiche delle fasce più deboli della popolazione, ridistribuendo la ricchezza in direzione di una maggiore equità. Purtroppo però la realtà è assai più complessa.

Se invece di analizzare i comportamenti dei singoli individui si tentasse di prevedere le scelte dei nuclei familiari, l'analisi si complicherebbe oltremisura. Visto il numero di variabili in gioco, la casistica diverrebbe eccessivamente elevata per essere passata interamente in rassegna all'interno di questo scritto. 

Si pensi solo al caso di un nucleo familiare composto da due individui e a tutte le possibili combinazioni di reddito e tipologia d'occupazione. Effettuare uno studio completo, al fine di ottenere un modello matematico affidabile, ricorrendo al calcolo delle probabilità e alla teoria dei giochi, sarebbe di certo possibile, ma richiederebbe mesi di lavoro. 

Tutto ciò sarebbe assai utile per il dibattito, ma per quanto mi risulta, ad oggi, non c'è nessuno che si sia cimentato in una simile impresa (ecco un'ottima idea per un dottorato di ricerca. Spero che qualcuno raccolga il mio suggerimento!). 

Si può comunque tentare di dare qualche indicazione di massima, individuando tre categorie: nuclei familiari poveri, benestanti e ricchi.

Il caso dei nuclei familiari “ricchi” è quello meno problematico. Per come abbiamo deciso d'implementare la misura, essi sarebbero dei contribuenti netti. In ogni caso, l'introduzione del reddito non altererebbe in modo significativo le loro esistenze: ricchi erano e ricchi rimarrebbero. È ragionevole attendersi che la loro propensione al lavoro non diminuirebbe. 

Anche il caso dei nuclei familiari più poveri non è poi così problematico, come invece si potrebbe pensare. A scanso di equivoci, giudichiamo “poveri” quei nuclei familiari con un reddito non superiore alla soglia di povertà. Introducendo un reddito incondizionato, a parità di condizioni, molti di essi varcherebbero tale soglia, ma non per questo navigherebbero nell'oro. 

Mi resta difficile pensare che una famiglia appena uscita dalla soglia di povertà scelga di rinunciare al lavoro per sopravvivere solo con il reddito d'esistenza, ritornando così al di sotto della soglia di povertà! 

Ovviamente non si può escludere a priori che ciò non accadrà in nessun caso, ma in generale è ragionevole attendersi che la propensione al lavoro, o rimarrebbe invariata, nel caso in cui ci si accontentasse della nuova condizione, o si accrescerebbe, nel caso in cui si tentasse di trovare un lavoro per incrementare ulteriormente il proprio benessere materiale. 

I cambiamenti più significativi avverrebbero nella situazione intermedia, quella di un nucleo familiare nella “norma”. Ed è qui che la casistica si complica a dismisura. 

Analizziamo alcuni dei comportamenti che potrebbero manifestarsi in un nucleo familiare composto da marito e moglie. 

Nel caso in cui entrambi i coniugi lavorassero a tempo pieno, l'incentivo sarebbe modesto. Pertanto, è lecito attendersi che la loro propensione al lavoro non muterebbe in modo sensibile, anche se non è da escludere che in certi casi qualcuno potrebbe decidere di ridurre le ore dedicate al lavoro, potendo contare sull'integrazione statale. 

Questa dinamica, però, avrebbe un deterrente di tipo economico, perché, per come è stata concepita la misura, riducendo il numero di ore lavorate si andrebbe comunque a percepire un reddito inferiore rispetto alla situazione in cui si lavorava a tempo pieno senza integrazione. 

Si è quindi portati a pensare che se quella coppia ha scelto di dedicasi completamente al lavoro, lo abbia fatto per godere di un certo tenore di vita, e non è detto che sia disposta a ridurre il proprio benessere economico. L’eventualità però esiste ed in tal caso indurrebbe un’effettiva diminuzione della propensione al lavoro.

Magari la coppia potrebbe decidere di avere un figlio e così la donna sceglierebbe di licenziarsi per poter usufruire appieno del reddito al fine di trascorrere più tempo con il/la nascituro/a. 

Probabilmente la situazione sarebbe temporanea, perché, nonostante l'integrazione statale, sopperire ai bisogni di un nucleo familiare di 3 persone con un solo stipendio risulterebbe alquanto difficile. In tal caso, la propensione al lavoro diminuirebbe, ma solo per un certo lasso di tempo. 

Nel caso in cui uno solo dei due coniugi lavorasse a tempo pieno, può darsi che l'altro componente del nucleo familiare deciderebbe di percepire il massimo del sussidio, senza far nulla. In tal caso la propensione al lavoro rimarrebbe invariata.

È anche lecito attendersi che entrambi i soggetti passino ad un regime part-time, ammesso che riescano ad effettuare questa transizione, perché, così facendo, avrebbero tutti e due tempo e soldi a sufficienza per vivere, guadagnando addirittura di più rispetto alla situazione precedente. In tal caso si avrebbe una redistribuzione del lavoro, ma non una diminuzione della propensione al lavoro. 

Se i due coniugi avessero già un contratto part-time, sarebbe lecito attendersi che non mutino la loro propensione al lavoro e siano ben felici di ricevere una certa integrazione reddituale da parte dello Stato lavorando per il medesimo numero di ore. Se uno dei due decidesse di licenziarsi per godere del massimo importo erogato, la loro situazione reddituale calerebbe sensibilmente. 

In generale, la presenza di uno o più figli all'interno di un nucleo familiare non farebbe altro che aumentare la propensione al lavoro, se non altro perché le necessità economiche si accrescono all'aumentare del numero delle bocche da sfamare. 

Ovviamente una simile analisi è troppo semplicistica per trarre conclusioni definitive, anche se essa sembrerebbe suggerire che l'introduzione di un reddito incondizionato, così come proposto nella modalità 2) per un importo massimo di 500 euro, non indurrebbe delle grandi criticità.

Visto e considerato l'attuale tasso di disoccupazione, è più che ragionevole ipotizzare che il disincentivo al lavoro che si verificherebbe in una certa classe sociale sarebbe più che compensato dai comportamenti dei membri che, per una ragione o per l'altra, intendono incrementare la propria situazione reddituale, ma la complessità della realtà sociale c'impedisce di trarre delle conclusioni attendibili sulla base di una simile analisi. 

Nell'esempio precedente abbiamo discusso il caso in cui l'importo del reddito diminuisce progressivamente all'aumentare del reddito da lavoro percepito. Un discorso a parte andrebbe fatto per il caso in cui il reddito incondizionato fosse effettivamente uguale per tutti. 

Supponiamo che, effettuando dei tagli a delle spese dannose e recuperando una quota dei profitti, tutti gli esseri umani possano disporre di 500 euro al mese in più, senza che lo Stato ne recuperasse una parte con una tassazione progressiva. 

È chiaro che le dinamiche cambierebbero ulteriormente, se non altro perché l'incentivo ricevuto dalla classe media sarebbe superiore rispetto alla simulazione descritta in precedenza. 

Uno dei motivi per cui bisognerebbe dare il medesimo sussidio a tutti pone i suoi fondamenti sulla psicologia. 

Se tutti potessero contare su di una certa cifra di denaro, supponiamo 500 euro, allora ciò non verrebbe percepito come un punto di arrivo, ma come un punto di partenza comune, da cui ciascuno muoverebbe i suoi passi per migliorare ulteriormente la propria condizione. 

Così come oggi si parte da un reddito nullo, salvo rare e fortunate eccezioni, in questo nuovo scenario si partirebbe da un reddito di base garantito che verrebbe dato per scontato. 

C'è chi arriva a sostenere che riservare il medesimo trattamento a tutti annullerebbe addirittura l'effetto del disincentivo al lavoro, perché sposterebbe il livello di benessere verso l'alto: in un certo senso, siccome tutti avrebbero 500 euro al mese, disporre di “soli” 500 euro al mese sarebbe psicologicamente percepito come oggi si percepisce una condizione con reddito nullo. 

Questa argomentazione, pur avendo un senso, è decisamente debole, dato che avere 500 euro al mese non è affatto come non avere nulla, in particolar modo per le implicazioni psicologiche!

Se l'importo del reddito incondizionato fosse “troppo” elevato, esso rischierebbe di trasformarsi in un punto di arrivo per un certo numero di persone. Di solito questa eventualità vuole esser fatta passare come il male assoluto, ma non è affatto detto che debba essere così.

Ad esempio, se grazie alle automazioni l'esigenza di lavoro umano venisse a diminuire sempre più, allora sarebbe un bene che il reddito di esistenza fosse sufficientemente elevato così da trasformarsi in un effettivo disincentivo nei confronti del lavoro umano, che, di fatto, neanche sarebbe disponibile, oltre a non essere più indispensabile.

Ecco quindi che, calibrando in modo opportuno l'importo del sussidio, si sarebbe trasformato quello che per molti è un “difetto” del reddito di esistenza, in un “pregio”.

Se si ritiene che sia ingiusto che a livello sociale vi siano individui che possano vivere senza far nulla col reddito di esistenza mentre altri scelgono di lavorare, allora l’alternativa consiste nella redistribuzione del lavoro esistente. E non sarebbe male effettuare questa misura incrementando progressivamente i salari a mano a mano che l’automazione divenisse sempre più spinta e l’orario di lavoro diminuisse. 

Se è vero che per questioni ecologiche la crescita economica non è più praticabile, si deve concludere che non ci sono altre vie da percorrere, perché se non si redistribuisce la ricchezza, o erogando un reddito incondizionato o tramite i salari, redistribuendo il lavoro, i disoccupati tecnologici saranno condannati alla miseria. Sempre ammesso che non si voglia eliminare fisicamente dalla faccia della Terra gli individui ritenuti “inutili”.

Che cosa accadrebbe effettivamente scegliendo d'introdurre un reddito incondizionato è difficile a dirsi. Intuitivamente si sarebbe portati a pensare che per una certa fetta di popolazione il disincentivo al lavoro aumenterebbe all'accrescersi dell'importo erogato, ma se si vuole essere intellettualmente onesti non bisogna omettere di valutare gli effetti di retroazione a sua volta causati da questo fenomeno.

Proviamo a cambiare punto di vista. Ammettiamo che un reddito incondizionato troppo elevato induca effettivamente un disincentivo al lavoro di una certa entità: ma chi l'ha detto che questo fenomeno non possa migliorare le condizioni di vita dell'umanità?

Il fatto che alcuni individui decidano di ridurre il tempo che erano soliti dedicare al lavoro prima dell'introduzione del reddito incondizionato potrebbe indurre tre effetti: 1) redistribuzione del lavoro esistente; 2) automazione del lavoro; 3) crescita dei salari. In tutta sincerità, io ritengo che, se gestite correttamente, queste dinamiche sarebbero tutt'altro che negative. 

Del primo caso abbiamo già parlato, ed abbiamo concluso che questa eventualità sarebbe auspicabile, grazie ad essa infatti si ridurrebbe la disoccupazione dando maggior tempo agli individui per vivere la vita.

Il secondo ed il terzo caso sono in qualche modo collegati. Infatti, se i lavoratori non fossero disposti ad occuparsi di determinati compiti, per fare in modo essi che vengano comunque portati a termine, ammesso che siano effettivamente utili per la collettività (altrimenti sarebbe un bene che nessuno se ne occupasse!), non si dovrebbe far altro che automatizzare ciò che è automatizzabile oppure, nel caso in cui ciò non fosse possibile, re-incentivare i lavoratori incrementando i compensi. 

È chiaro che le maggiori criticità si verificherebbero con le mansioni non automatizzabili ma necessarie che però nessuno vorrebbe fare, perché, ad esempio, si tratta di attività poco gratificanti, noiose, pericolose e/o logoranti. 

Ma se si procedesse minimizzando il lavoro, ovvero eliminando il lavoro inutile e dannoso, si automatizzasse ciò che resta, e s'incrementassero le retribuzioni laddove ve ne fosse l'esigenza, il problema dei compiti detestabili sarebbe pressoché risolto.

Complessivamente queste retroazioni provocate dal disincentivo al lavoro migliorerebbero le condizioni di vita di tutti, fatta eccezione per i ricchi.

Redistribuendo il lavoro i disoccupati ricomincerebbero a dare il loro contributo alla società offrendo prestazioni lavorative in cambio di un reddito dignitoso. 

Automatizzare il lavoro, in presenza di un reddito incondizionato, significherebbe incominciare a liberare l'umanità dalla costrizione al lavoro, senza condannare nessuno alla miseria; ciò sarebbe ancor più vero, se si prevedesse un meccanismo per incrementare in modo automatico l'importo del reddito di esistenza a mano a mano che l'automazione del sistema economico-produttivo diventasse sempre più spinta. 

Ed infine, aumentare le retribuzioni dei lavori meno desiderabili è quanto di più giusto e doveroso si possa e si debba fare.

Ritengo che ci siano elementi a sufficienza per concludere che, se correttamente gestito, l'eventuale disincentivo al lavoro indotto dal reddito incondizionato possa addirittura trasformarsi in un punto di forza e non in un elemento di debolezza. 

Approccio empirico

Sviluppando queste argomentazioni, però, non siamo ancora riusciti a stabilire l'entità del problema legato all'eventuale disincentivo al lavoro. 

Per tentare di capire cosa accadrebbe realmente introducendo un reddito incondizionato c'è chi ha proposto di lavorare su base empirica, andando a valutare gli esiti degli esperimenti che sono già stati effettuati nel corso della storia in varie parti del mondo. Il tutto può essere integrato con i risultati dei sondaggi basati su interviste e questionari. 

Esistono decine di studi effettuati in tal senso, dove una certa parte della popolazione ha ricevuto un reddito incondizionato erogato in denaro e/o in beni e servizi per un certo lasso di tempo. 

I più interessanti sono stati raccolti nel testo divulgativo intitolato Utopia per realisti, di Rutger Bregman e nel saggio, assai più approfondito e ampio, intitolato Il reddito di base. Una proposta radicale, di Philippe Van Parijs.

Ciò che emerge da questi studi è che a fronte dell'introduzione del reddito in nessun caso la percentuale d'individui che ha scelto di non dedicarsi alle attività lavorative, così come comunemente intese oggi, ha superato il 10 % degli aventi diritto (ho approssimato per eccesso): un dato, che se corrispondesse alla realtà, sarebbe perfettamente sostenibile.

Vorrei far notare al lettore che nel momento in cui sto scrivendo queste riflessioni, in Italia, il tasso di disoccupazione è prossimo al 10 % e non mi pare che il mondo stia crollando. 

È vero, nel Belpaese ci sono diversi milioni di poveri, ciò però non è dovuto al fatto che non ci sia lavoro a sufficienza per creare benessere per tutti, ma ad una forte concentrazione della ricchezza a vantaggio di una élite di privilegiati; una ricchezza che se fosse equamente distribuita consentirebbe a tutti di vivere in modo più che dignitoso, senza alcun bisogno d'incrementare il quantitativo di attività lavorative già in essere. 

Si consideri, inoltre, che l'automazione del lavoro in futuro ridurrà ulteriormente la necessità di lavoratori umani e l'istituzione di un reddito incondizionato potrebbe risolvere le criticità legate a questo fenomeno.

In una società dove il tasso di disoccupazione si attestasse al 10%, o anche più, ma in cui vi fosse un reddito incondizionato sufficientemente elevato, vi sarebbero delle differenze sostanziali rispetto alla situazione attuale: tanto per cominciare, i disoccupati lo sarebbero per scelta e non verrebbero condannati alla fame. 

Essi, inoltre, contribuirebbero al funzionamento dell'economia spendendo il loro reddito, una cosa che i disoccupati di oggi di certo non possono fare, a meno che non appartengano alla élite dei ricchi che possono permettersi il lusso di non lavorare.

Stando ai risultati delle ricerche effettuate, a che cosa si dedicano quei presunti scansafatiche che hanno scelto di riappropriarsi del loro tempo grazie al reddito di esistenza? 

I dati confutano ancora una volta la summenzionata retorica del divano: in molti casi si tratta di donne che hanno deciso di portare a termine la gravidanza in tranquillità dedicandosi ai propri figli, in molti altri ancora si tratta d'individui che hanno scelto di mettersi a studiare.

Come mai allora si continua ad argomentare contro l'istituzione di una simile misura?

A titolo di esempio, vorrei riportare gli esiti di uno dei tanti esperimenti sociali volti a testare gli effetti dovuti alla temporanea introduzione di un reddito incondizionato.

Esso non è presente nei saggi sopra citati, per il semplice fatto che i dati preliminari, relativi al primo anno di sperimentazione, sono stati diffusi proprio in questi giorni.

Lo cito, non tanto per discuterne i risultati, che non sono né superiori, né inferiori in termini di qualità, quantità e attendibilità, a quelli degli altri esperimenti già condotti e analizzati, ma soltanto per far notare al lettore con quale disonestà intellettuale viene affrontato oggigiorno il tema del reddito incondizionato. 

L’esperimento, ancora in corso, consiste nell’erogare, per un periodo di 2 anni, 560 euro al mese, cumulabili con altri redditi da lavoro e senza porre alcuna condizione, ad una platea di 2.000 disoccupati di età compresa tra i 25 e i 58 anni scelti a caso. 

Trascorso questo periodo, le azioni degli individui coinvolti nell’esperimento saranno confrontate con quelle di un gruppo di controllo che non ha avuto accesso alla misura, ma che è stato comunque aiutato con il sistema di welfare già in vigore. 

Quest’ultimo prevede sanzioni per i disoccupati che rifiutano le offerte di lavoro, così come avverrà con il (falso) reddito di cittadinanza approvato dal governo italiano.

Tanto per cominciare, citiamo i titoli delle principali testate nazionali e dei più famosi siti web che hanno diffuso l'esito del primo anno di sperimentazione sintetizzandolo così:

ANSA: Finlandia ammette, “reddito di base inutile, non crea lavoro”. 
Il Sole 24 Ore: Finlandia, il reddito di base universale non crea lavoro.
Repubblica: Reddito di base, la Finlandia ammette il flop: “Non ha aiutato a trovare lavoro”.
Il Giornale: La Finlandia boccia il suo reddito di cittadinanza.
Tg Com 24: Finlandia: “Il reddito di base per i disoccupati non aiuta a rilanciare l'occupazione”.

A giudicare da questi titoli viene quasi da pensare che l'esperimento abbia prodotto degli esiti nefasti... e invece, andando a leggere all'interno dei suddetti articoli si scopre che:

1) ai fini del livello occupazionale, la permutazione di un reddito condizionato con un reddito incondizionato non ha indotto differenze degne di rilievo; più precisamente, i beneficiari del reddito di base in un anno hanno lavorato mediamente mezza giornata in più rispetto al gruppo di controllo.

2) dal punto di vista della salute, i  beneficiari del reddito di base universale hanno manifestato un maggior benessere, da tutti i punti di vista; in particolare, rispetto al gruppo di controllo, essi manifestavano minor sintomi di stress, una maggiore capacità di concentrazione, una minor incidenza di problemi di salute. Erano anche più fiduciosi nel futuro e nella loro capacità di affrontare i problemi della società.

In estrema sintesi, se si assumessero come validi gli esiti di questo esperimento e li si estendesse a tutta la popolazione (operazione alquanto discutibile da un punto di vista logico), ciò significherebbe due cose: che se si sostituisse il welfare condizionato già esistente con un reddito incondizionato, gli aventi diritto continuerebbero a lavorare tanto quanto prima, se non di più, ma sarebbero decisamente più sani e felici. 

Così facendo, volendo essere davvero pessimisti, nella peggiore delle ipotesi si sarebbero migliorate le condizioni di vita dei più poveri, senza scoraggiarli nella ricerca del lavoro più di quanto non lo fossero già, semplificando notevolmente un sistema di welfare basato su obblighi, controlli e sanzioni che, per loro stessa ammissione, risulta farraginoso. 

In tutta sincerità, come si possa giudicare questo esperimento come un fallimento, è veramente un mistero. 

Precisiamo inoltre che in Finlandia la soglia di povertà è prossima ai 1.200 euro mensili; pertanto, dai risultati di questo studio emerge anche che, da un punto di vista empirico, non esiste un effetto “scoraggiamento” nella ricerca di lavoro per coloro che ricevono dallo Stato un reddito incondizionato vicino al 50 % della soglia di povertà.

Come mai allora c'è tutta questa negatività rispetto agli esiti di un esperimento che ha mostrato degli ottimi lati positivi?

La motivazione ce la suggeriscono gli stessi autori dei suddetti articoli: dopo esser stata aspramente criticata da alcuni politici, anche l’OCSE ha avvertito Helsinki che, per implementare un reddito di base a livello nazionale, senza aumentare i costi per le finanze pubbliche, si sarebbe reso necessario un intervento redistributivo da attuare incrementando le tasse ai più ricchi. 

Ecco qual è la vera criticità, non si tratta dell'inefficacia della misura, ma di fare in modo che i ricchi possano continuare a rimaner tali.

Prima di procedere oltre consentitemi di spendere due parole per commentare i titoli scelti per sintetizzare l'esito dell'esperimento condotto in Finlandia.

Dire che il reddito di base sia inutile, è semplicemente falso, perché, di fatto, ha contribuito a migliorare le condizioni di salute e felicità dei percettori. 

Non è neanche vero che non aiuti a trovare lavoro: esso, infatti, ha aiutato a trovare lavoro tanto quanto il sistema di welfare già in essere. 

Sostenere che il reddito di base non crei lavoro non è lecito: come si può sapere se esso possa creare o no lavoro traendo conclusioni sulla base dello “stimolo” economico indotto da una minuscola platea di 2.000 individui che hanno ricevuto soltanto 560 euro al mese per non più di dodici mesi? 

Di certo, gli effetti sull'economia sarebbero stati sensibilmente differenti se la misura avesse interessato tutti i poveri, e non soltanto un piccolo campione di individui estratti a sorte.

Analoghi discorsi possono essere fatti per l'affermazione che il reddito incondizionato non aiuti a rilanciare l'occupazione: come si può dedurlo in base ad un campione così ridotto? 

Vogliamo scommettere che se si fosse estesa la misura a tutti, redistribuendo in modo serio la ricchezza, gli esiti sarebbero stati sensibilmente differenti?

Che la Finlandia abbia bocciato il reddito incondizionato sarà anche vero ma questo non significa che esso sia stato un flop: per quanto abbiamo appena sostenuto sarebbe stato più corretto sostenere che la Finlandia ha bocciato il reddito nonostante questo abbia migliorato le condizioni di vita dei più poveri senza scoraggiare la ricerca del lavoro. 

Sinceramente non mi stupisce più di tanto che si tenti di trarre conclusioni negative sulla base di dati empirici che invece suggeriscono il contrario. 

Ciò accade ogni volta che certi gruppi di potere intendono confermare aprioristicamente le loro posizioni fingendo di accreditarle con degli studi “scientifici” che in realtà non vengono condotti con rigore ed in modo imparziale.

Spesso le ricerche sono congegnate per confermare i risultati che ci si è prefissati di ottenere, fregandosene di stabilire quale sia la verità.

Oggigiorno la falsa scienza interviene in ogni ambito, dalla salute all'ecologia, passando per l'economia. Simili mistificazioni sono già accadute con gli esperimenti relativi al reddito incondizionato che sono stati effettuati in passato, accadono ancora oggi, come vi ho appena mostrato, e sono pronto a scommettere che accadranno anche in futuro.

Per quanto riguarda i programmi di sostegno pubblico al reddito il caso di mistificazione più eclatante, a mio avviso, si è verificato con il sistema Speenhamland: un tentativo per cercare di porre rimedio alle gravi condizioni socio-economiche che la Poor law (legge sulla povertà) varata sotto il regno di Elisabetta I non era stata in grado di affrontare.

Qualche decennio dopo la sua introduzione venne avviata un'ambiziosa indagine governativa volta ad indagare le condizioni dei lavoratori agricoli, sulla povertà nelle campagne e sugli effetti prodotti dal sistema Speenhamland.

Gli incaricati della Royal Commission raccolsero montagne di dati che diedero vita ad una relazione di 13.000 pagine il cui esito può essere così sintetizzato: il sistema Speenhamland era stato un completo fallimento, aveva causato un'esplosione demografica, la riduzione dei salari e l'aumento di condotte immorali, incrementando ancor più il degrado della classe lavoratrice. 

Per lungo tempo la relazione della Royal Commission fu considerata una fonte autorevole ed ebbe un'ampia diffusione. Personaggi del calibro di Karl Marx la utilizzarono per decretare l'inutilità e la nocività di simili misure assistenziali. 

Peccato però che alcuni storici negli anni 60 e 70 del Novecento scoprirono che gran parte di quella relazione era stata redatta ancor prima di aver raccolto un sol dato e che essa fosse in buona parte manipolata.

I questionari distribuiti erano incompleti per il 90%; le domande erano state concepite per essere tendenziose; vennero utilizzate risposte opzionali decise in anticipo per sostenere certe tesi. Inoltre, quasi nessuna delle persone intervistate riceveva il sussidio previsto dalla misura. 

Da dove provenivano quindi i dati? Per la maggior parte, derivavano dai membri delle élite locali, con una particolare presenza di uomini appartenenti al clero, la cui opinione preconcetta era che dando un sostegno ai poveri, così come previsto dal sistema Speenhamland,  essi sarebbero soltanto divenuti più pigri e viziosi.

Inutile dire che con queste premesse era del tutto ovvio che il massimo che un simile studio avesse potuto fare fosse di confermare i pregiudizi dei committenti. La realtà, invece, si avvicinava di molto all'esatto opposto di quanto venne sostenuto nelle conclusioni della suddetta relazione. 

Gli anni passano, ma il modo di agire del Potere è sempre il medesimo ed è intrinsecamente basato sulla mistificazione della realtà e l'utilizzo della menzogna.

Nonostante con un'analisi attenta ed imparziale si possa dedurre che gli esiti degli esperimenti fin qui condotti nel corso della storia muovano in favore dell'istituzione del reddito incondizionato, e non il contrario, mostrando in particolare come questa eclatante ondata di “nulla-facentismo”, preconizzata dai detrattori della suddetta misura, non si sia mai verificata in nessuna situazione, e nonostante io sia intuitivamente convinto della positività di questo genere di soluzione, per una mera questione d'onestà intellettuale devo rifiutare con forza la validità delle conclusioni che si sarebbe portati a trarre sulla base di questo genere di studi.

Pensare di prevedere il reale comportamento degli esseri umani con delle interviste, andando a creare statistiche previsionali sulla base di intenzioni e desideri, è quanto di più inaffidabile possa esser fatto. Pertanto, escluderei gli esiti dei sondaggi. Veniamo ora agli studi empirici. 

Il problema dei vari esperimenti che sono stati effettuati è che essi, in realtà, non erano affatto basati su dei veri redditi incondizionati: per un motivo o per l'altro, le modalità attuate non si avvicinavano a quella che invece sarebbe la realtà delle cose qualora s'istituisse un vero reddito di esistenza. 

Ciò è accaduto per i seguenti motivi: il reddito non è stato erogato a tutta la popolazione, ma soltanto ad un piccolo campione d'individui; l'erogazione del sussidio non era illimitata nel tempo, ma limitata alla durata dell'esperimento; in alcuni casi il reddito era decisamente troppo basso in altri non era erogato in denaro, ma in alimenti e/o in servizi; in altri ancora veniva meno l'assenza di condizioni... e così via.

Ora, è del tutto evidente che se il reddito incondizionato non viene erogato a tutta la popolazione si tagliano immediatamente fuori dall'esperimento delle dinamiche fondamentali, di cui invece bisognerebbe tener conto; per ovviare a questo inconveniente si potrebbe scegliere un campione sufficientemente ampio e rappresentativo, ma non mi risulta che ciò sia mai avvenuto

Purtroppo, per stabilire su base empirica se una certa implementazione del reddito incondizionato rilancerebbe, o meno, l’economia di una nazione, non c’è altra via che non sia quella di erogare il reddito e vedere che cosa accadrà.

Il fatto di essere consapevoli che l'erogazione del sussidio duri soltanto per un certo lasso di tempo cambia drasticamente le dinamiche del gioco: un conto è ricevere 500 euro al mese per sempre, un altro è essere consapevoli di poterne disporre solo per 1, o 2, anni.  

Dare un reddito basso, supponiamo 100 euro, non è come dare un reddito elevato, supponiamo 1.000 euro, la differenza di comportamento indotta sarebbe sostanziale; la medesima problematica si verificherebbe erogando lo stesso importo o in denaro o in beni/servizi, complicando ancor più l'analisi. 

Ed infine, il voler sperimentare un reddito incondizionato ponendo delle condizioni, pretendendo di trarne delle conclusioni affidabili in merito a come si comporterebbero gli esseri umani se tali vincoli non ci fossero, è una palese contraddizione. 

Per tutte queste ragioni le conclusioni degli studi empirici fin qui condotti non possono essere reputate attendibili. 

Vi è però un singolo caso che fa eccezione e che merita di essere menzionato. Si tratta dell'unica realtà al mondo in cui esiste effettivamente un reddito incondizionato:  l'Alaska. 

Il questa nazione, fin dal 1976, tutti i cittadini residenti da più di un anno percepiscono in egual misura i profitti ottenuti da un fondo di investimento pubblico. L'importo oscilla, a seconda delle annate, tra i 1.000 ed i 2.000 dollari a testa all'anno. 

Si consideri che in Alaska la soglia di povertà per un nucleo familiare composto da un singolo individuo è pari a 15.600 dollari all'anno.

Quali sono i risvolti sociali? Da qualunque punto di vista lo si osservi, l'esperimento dell'Alaska risulta un successo: non ha creato disincentivo al lavoro, ha aiutato i più poveri ed ha contribuito a sostenere l'economia nei periodi di crisi.

Pertanto, esso può essere ragionevolmente utilizzato come argomento a supporto della tesi che un reddito incondizionato dell'ordine del 13% della soglia di povertà (circa 100 euro al mese in Italia) sarebbe benefico per la società. 

Ma da un punto di vista empirico, se volgiamo essere intellettualmente onesti, più di così non possiamo sostenere.

A voler esser pignoli, si potrebbe argomentare ulteriormente, sostenendo che, a rigor di logica, nemmeno la precedente tesi sia valida; infatti, applicando un'identica misura in un altro Stato, si avrebbe a che fare con un contesto differente che sarebbe caratterizzato da condizioni al contorno diverse in merito all'economia e alla cultura degli esseri umani. 

Tralasciamo quest'ultima osservazione e procediamo con la nostra analisi assumendo, più o meno tacitamente, che sia lecito aspettarsi che in ambito sociale esperimenti condotti in contesti “simili” producano effetti “analoghi”. 

Se ciò è vero, possiamo concludere che se si erogassero 100 euro al mese a tutti gli italiani, senza chiedere nulla in cambio, non si verificherebbe alcuna dinamica sociale dannosa.

Ma il nostro proposito era di istituire un reddito più elevato. E così siamo di nuovo al punto di partenza per mancanza di evidenze empiriche... come si risolve questa problematica? 

In realtà, la soluzione è davvero banale: basta introdurre il reddito incondizionato con gradualità nel corso degli anni, invece che in un'unica soluzione, riservandosi di interrompere il processo d'incremento dell'importo non appena comincino a manifestarsi dei segnali premonitori che mettono in evidenza l'insorgenza di dinamiche sociali dannose. 

In altri termini, il reddito di esistenza andrebbe tarato sperimentandolo sul campo. 

Uno dei nodi da sciogliere consiste proprio nello stabilire quale sia il “giusto” importo da erogare: esso dovrebbe essere sufficientemente elevato per dare un aiuto reale e concreto, ma non dovrebbe essere così alto da indurre dinamiche destabilizzanti che, a loro volta, causassero conseguenze negative per la società.

Vista la complessità della realtà sociale in cui si andrebbe ad operare, invece di perder tempo con la dialettica, o tentando di stabilire, una volta per tutte, quale sia il miglior valore a priori, rischiando di commettere dei grossolani errori di valutazione, la strategia più ragionevole ed efficace sembrerebbe essere proprio quella basata su di un'attuazione progressiva della misura, accompagnata da una precisa analisi delle retroazioni, valutando passo dopo passo come procedere. Soltanto in questo modo le decisioni potrebbero fondarsi su solide basi empiriche.

Sappiamo già che un reddito incondizionato di 100 euro al mese non arrecherebbe alcun problema a livello sociale e sappiamo anche che un reddito di 500 euro al mese sarebbe perfettamente sostenibile da un punto di vista economico. Benissimo, vorrà dire che il primo anno s'introdurrà un reddito di 100 euro al mese e che successivamente questo importo verrà aumentato gradualmente, di anno in anno. 

Così facendo, nel giro di 5-10 anni si raggiungerebbe l'importo desiderato, avendo tutto il tempo per effettuare misurazioni, studi e valutazioni operando concretamente sulla realtà. 

A mio avviso, questa è la migliore strategia da seguire se lo scopo è quello d'introdurre un reddito incondizionato nell'odierno sistema economico, senza rimettere in discussione le sue logiche e senza cambiarne la struttura effettuando un cambio di paradigma in senso rivoluzionario.

Qual è il giusto importo da erogare?

Prima di trarre alcune conclusioni, consentitemi di effettuare delle ulteriori riflessioni sull'entità dell'importo da erogare. 

Il buon senso vorrebbe che il reddito di esistenza si attestasse su di un valore non inferiore, o al più uguale, alla soglia della povertà, perché in una società degna di questo nome non dovrebbe esserci nessun individuo condannato alla miseria: questo è il minimo che si dovrebbe pretendere per una questione di giustizia sociale.

Non di rado, però, è stato sostenuto, in particolar modo da alcuni attori sociali vicini al mondo dell'imprenditoria, che un simile importo sarebbe troppo elevato.

Essi argomentano dicendo che se l’alternativa consiste nello scegliere tra vivere da povero con 780 euro al mese garantiti dallo Stato oppure lavorare per tutto il giorno (come uno schiavo) per guadagnare 1200 euro al mese, di cui una gran parte dev’essere spesa per recarsi al lavoro, è ovvio che in molti prenderebbero in seria considerazione l’idea di abbandonare il lavoro... e avrebbero tutte le ragioni del mondo per farlo (aggiungo!). 

La questione non è se sia giusto o no erogare un reddito di esistenza per fare in modo che nessuno possa vivere al di sotto della soglia della povertà, la questione è che non bisogna sfruttare i lavoratori.

In tal caso è del tutto evidente che il problema del disincentivo al lavoro non possa essere imputato all'eccessivo ammontare del reddito incondizionato, ma semmai debba essere individuato nell'entità dei salari che evidentemente risultano talmente bassi da sfiorare la soglia di povertà. 

Di certo, se le condizioni di lavoro fossero dignitose e le retribuzioni fossero più elevate la questione del disincentivo al lavoro non sarebbe così significativa.

Questo esempio ci aiuta a comprendere che l'entità dell'eventuale disincentivo al lavoro non può essere valutata soltanto sulla base dell'importo del reddito di esistenza, ma dev'essere più correttamente calcolata considerando il differenziale tra il reddito incondizionato erogato e la retribuzione del lavoro.

Un conto è ricevere un reddito incondizionato di 500 euro in una realtà sociale dove lavorando 40 ore alla settimana si riesce a guadagnare 1.200 euro al mese, un conto è riceverlo in un'altra società dove il salario corrisposto è pari a 2.000 euro al mese. 

Se sulla base di evidenze empiriche si scoprisse che per calibrare correttamente la misura il “giusto” rapporto tra reddito incondizionato e retribuzione lavorativa fosse, ad esempio, di 1 a 3, questo non dovrebbe implicare che l'importo del reddito incondizionato debba attestarsi ad 1/3 del salario medio, ma semmai che il salario medio non debba essere inferiore a 3 volte la soglia di povertà. 

Cerchiamo quindi di evitare di cadere in questa ulteriore trappola. 

In merito alla sostenibilità socio-economica di un reddito incondizionato “elevato”, che si attestasse addirittura al di sopra della soglia di povertà, c'è un'altra riflessione da fare: essa dipende fortemente dal livello di coscienza dell'umanità. 

In una società composta da individui spiritualmente elevati qualunque livello di reddito incondizionato sarebbe sostenibile; essi, infatti, darebbero comunque il loro contributo dedicando spontaneamente una parte del proprio tempo alle attività lavorative utili e necessarie al conseguimento del benessere sociale. 

E ciò accadrebbe anche se l'importo del reddito fosse così alto da consentire ai soggetti percepenti di vivere nel lusso senza far nulla, perché nessuno sarebbe disposto ad approfittarsi degli altri e tutti sarebbero pienamente consapevoli che il reddito incondizionato può essere erogato soltanto a condizione che l'umanità cooperi sinergicamente.

Se però la società è composta da individui caratterizzati da un basso livello di coscienza, è lecito aspettarsi che l'introduzione di un reddito incondizionato spinga certi soggetti ad avvantaggiarsene a scapito degli altri. 

In tal caso l'introduzione di alcune contromisure sarebbe necessaria per assicurare la complessiva tenuta sociale.

Per analoghe argomentazioni, neanche la componente culturale dev'essere sottovalutata. 

L'introduzione di un reddito incondizionato dovrebbe procedere di pari passo con la diffusione di valori etico-morali sufficientemente elevati da risultare compatibili con una società che offre a ciascun individuo l'effettiva libertà di scegliere cosa fare della propria vita. 

In particolare, tali valori dovrebbero essere trasmessi ai membri delle nuove generazioni.

Sarebbe veramente comico, se non fosse tragico, se gli esseri umani del futuro impiegassero la strepitosa opportunità di vivere la vita in libertà offerta dal reddito incondizionato per ri-confinarsi autonomamente entro delle nuove forme di schiavitù; uno scenario che non è da escludere.

Punti di forza del reddito incondizionato

Assumiamo ora che il reddito di esistenza sia economicamente sostenibile e che la questione del disincentivo al lavoro possa essere gestita senza dar adito a problematiche sociali. 

Abbiamo già accennato a come l'istituzione di una simile misura risolverebbe ogni sorta di problema legato alla povertà. Infatti, in un'economia florida, se lo Stato garantisse un reddito non inferiore alla soglia di povertà, di colpo, non vi sarebbero più poveri. 

In particolare, i membri delle classi più disagiate incrementerebbero il loro stato di salute, sarebbero più felici e acquisirebbero una maggiore fiducia nel futuro.

Inoltre, abbiamo anche sottolineato come, grazie all'istituzione di un reddito incondizionato sufficientemente elevato, sarebbe finalmente possibile indirizzare l'umanità verso una progressiva liberazione dalla costrizione al lavoro ottenuta implementando un sempre più spinto livello di automazione della produzione e della fornitura dei beni e dei servizi, senza causare alcun problema sociale dovuto alla disoccupazione. 

Se non altro, infatti, grazie al reddito incondizionato, i disoccupati tecnologici non sarebbero più condannati alla miseria e, volendo, potrebbero integrare il beneficio statale dedicando una parte del loro tempo al lavoro. 

En passant, abbiamo anche evidenziato come il reddito incondizionato darebbe un maggior potere contrattuale alla classe dei lavoratori che non subirebbe più i classici ricatti legati alla minaccia del licenziamento ed alla scarsità (artificiale) di lavoro. 

Al contrario, se il reddito fosse sufficientemente elevato, sarebbero gli stessi lavoratori a minacciare i padroni, dato che i dipendenti potrebbero andarsene via in tutta tranquillità, qualora le condizioni di lavoro non fossero soddisfacenti, senza rischiare di finire in rovina. 

In particolare, nessuno sarebbe più costretto ad esser sfruttato. Di conseguenza, si verificherebbe un incremento dei salari, soprattutto nel caso delle mansioni più brutte, degradanti e mal pagate.

Nonostante la loro innegabile importanza, questi aspetti rappresentano soltanto alcuni tra i numerosi punti di forza del reddito incondizionato. 

Ad esempio, è ben noto che una certa parte di azioni criminali siano causate da situazioni di ristrettezza economica. Questo significa che l'introduzione di un reddito incondizionato comporterebbe una riduzione della criminalità. 

Nell'odierna società ci sono delle attività che non vengono classificate come prestazioni di lavoro ma che invece lo sono eccome. 

Accade così che chi si dedica ad esse non percepisca alcuna retribuzione, dando luogo ad una palese ingiustizia.

Si pensi alle casalinghe: come mai se un individuo pulisce la propria abitazione non riceve alcun compenso ma se invece compie il medesimo gesto nella casa di altri soggetti improvvisamente viene pagato? 

Svolgere le faccende domestiche è, o non è, un lavoro? È ovvio che la risposta sia affermativa, ma ciò nonostante la medesima attività, da un lato non viene retribuita, mentre dall'altro sì! 

Questa è una situazione del tutto paradossale che verrebbe immediatamente risolta istituendo un reddito incondizionato. 

Osserviamo che una simile misura incrementerebbe la mobilità del lavoro senza però dar luogo a tutti gli aspetti negativi legati a questo fenomeno che invece sussistono nell'odierna società. 

Infatti, con un reddito incondizionato, le persone potrebbero cambiare lavoro in tutta tranquillità, senza aver paura di restare disoccupate. 

Inoltre, per molti individui il reddito di esistenza rappresenterebbe una solida base su cui poter contare per inseguire i propri sogni. 

Molte persone, che non hanno potuto realizzarsi a causa della loro condizione economica, potrebbero riprendere in mano la propria esistenza. 

In generale, l'istituzione di un reddito incondizionato assicurerebbe maggior tempo libero agli esseri umani, se non altro a causa dei processi di automazione e redistribuzione del lavoro che conseguirebbero alla sua introduzione.

Come questo maggior quantitativo di tempo, liberato dagli obblighi e dalle costrizioni presenti nell'odierna società, verrà impiegato, non è facile a dirsi. 

Probabilmente una certa parte della popolazione sprecherà quest'opportunità, dedicandosi ad attività inutili e dannose, ma un'altra parte la sfrutterà appieno, indirizzando le proprie energie in attività utili e benefiche.

Nel bene o nel male, il reddito incondizionato consentirebbe agli esseri umani di esprimere il loro vero potenziale.

Gli effetti positivi dovuti a questa eventualità non possono essere previsti, ma vi è una seria possibilità che da essi possa scaturire una grande spinta evolutiva, sia da un punto di vista scientifico-tecnologico che da un punto di vista artistico-spirituale, che si ripercuoterebbe in senso positivo su tutta la società.

Oggigiorno molti individui talentuosi, che sarebbero potuti diventare dei grandi artisti, musicisti, scrittori, pensatori, scienziati etc etc, non hanno potuto sviluppare i loro talenti a causa della struttura sociale, che li ha privati dei mezzi economici e/o del tempo per ricercare, sviluppare ed esprimere la loro vera natura.

Grazie al reddito incondizionato, invece, la cultura rifiorirebbe ed anche la scienza potrebbe ricominciare a servire la verità. 

Non è un mistero che oggigiorno la maggior parte dei ricercatori, per paura di perdere i fondi ed il posto di lavoro, risponda più a questioni di profitto che non alla verità, e di come tutto ciò abbia deviato la scienza dal suo vero fine. 

Con un reddito incondizionato i ricercatori potrebbero contare su di una base sicura per condurre le loro ricerche in modo imparziale, autonomo e disinteressato, sfuggendo ai ricatti dell'odierna società.

Si potrebbe andare avanti ad elencare ulteriori effetti positivi riconducibili all'istituzione di un reddito di base, ma ci fermiamo qui, anche perché ritengo che tutto ci sia più che sufficiente per giustificare la sua attuazione. 

Reddito incondizionato, profitto e controllo sociale

Resta ancora un ultimo nodo da sciogliere: abbiamo visto che il reddito incondizionato è economicamente sostenibile e che esistono diversi metodi per implementarlo e finanziarlo. 

Abbiamo spiegato perché la questione del disincentivo al lavoro indotta dal reddito incondizionato non rappresenti affatto un'eclatante problematica ingestibile e pericolosa e come, al contrario, se correttamente intesa, possa addirittura trasformarsi in una strepitosa opportunità per liberare l'umanità dalla costrizione al lavoro, migliorando le condizioni di vita di tutti.

Abbiamo illustrato quale sia la via da seguire per implementare il reddito di esistenza, senza che si verifichino dinamiche dannose e destabilizzanti.

Abbiamo evidenziato un gran numero di situazioni in cui il reddito incondizionato, non solo sarebbe utile, ma sarebbe addirittura auspicabile, mostrando come esso contribuirebbe a risolvere una moltitudine di problematiche, migliorando le generali condizioni di benessere dei membri della società... ma allora: per quale motivo il reddito incondizionato viene osteggiato con forza? 

Vi sono due motivazioni: una è legata al profitto e l'altra al controllo sociale.

In qualsiasi modo lo si implementi, è evidente che il reddito incondizionato sia una misura redistributiva che opera a danno dei ricchi e a vantaggio dei poveri. 

Questo significa che una sua attuazione andrebbe ad intaccare la ricchezza ed il potere di quella élite che oggi domina il mondo, la quale è disposta a fare di tutto per evitare di perdere i suoi privilegi.

Inoltre, se correttamente implementato, il reddito incondizionato rappresenterebbe un formidabile strumento di liberazione dell'umanità, perché in un mondo basato sul denaro, dare soldi alle persone senza chiedere nulla in cambio significa incrementare effettivamente la libertà individuale.

Ma chi trae vantaggio dall'attuale sistema non vuole che gli esseri umani si liberino dalle gabbie in cui sono stati confinati. 

Al contrario, essi hanno un grande bisogno che gli individui dipendano dal sistema e vivano in un continuo stato di paura, subendo la pressione di un grande ricatto economico.

Il mantenimento di questo artificioso stato di oppressione è di fondamentale importanza per far sì che le masse obbediscano ai loro dominatori, ed agiscano facendo esattamente ciò che essi gli suggeriscono di fare, secondo le modalità da essi stabilite.

In definitiva, si può sostenere che non esistano obiezioni serie all'implementazione di un reddito incondizionato: esiste soltanto un sistema di controllo che cade. Questo sistema di controllo si chiama schiavitù del lavoro. 

Se l'essere umano viene liberato da questa forma di dominio, il sistema, per come lo conosciamo oggi, non può continuare ad esistere. Ma non bisogna commettere il grossolano errore di pensare che l'istituzione del reddito di esistenza sia di per sé sufficiente a liberare definitivamente l'umanità. 

L'élite, infatti, potrebbe mettere in atto delle contromisure, dando luogo a nuove forme di controllo sociale che non è da escludersi siano ancora più efficaci rispetto a quelle che sono state sperimentate fino ad oggi. 

In verità ciò sta già accadendo e, se ci si guarda intorno, si può osservare come l'umanità si stia dirigendo verso una sorta di tecno-dittatura, dove, utilizzando la moderna tecnologia digitale, ogni singolo individuo verrà controllato e giudicato in tempo reale, sulla base dei propri pensieri e delle proprie azioni.

In questa ottica, lo stesso reddito di esistenza, se male implementato, potrebbe a sua volta trasformarsi in un temibile mezzo per il controllo sociale.

Supponiamo di vivere in una società dove ad ogni individuo viene assegnato un punteggio sociale calcolato sulla base dei suoi comportamenti, così come sta già accadendo oggi a Shanghai e come avverrà in tutta la Cina nel giro d'un paio d'anni. 

E supponiamo anche che l'erogazione del reddito sia in qualche modo legata a questo punteggio, con la scusa che non sia giusto dare un sussidio ad un “cattivo” cittadino. 

Si consideri che l'istituzione di analoghe sanzioni è già stata presa in seria considerazione, tanto che la Cina impedirà l'accesso ad aerei e treni a tutti i cittadini con un punteggio sociale ritenuto “basso”.

Se così fosse, il reddito incondizionato si trasformerebbe in una potente arma ricattatoria. Lo Stato, infatti, avendo il potere di assegnare (ed alterare) il punteggio, potrebbe sospendere l'erogazione del sussidio in qualsiasi momento, a sua totale discrezione. 

Questo significa che tutti i cittadini dovranno comportarsi in modo tale da non far diminuire il proprio punteggio, il che equivale a porre la parola fine alla libertà individuale concessa dall’istituzione del reddito incondizionato, perché di fatto, per non rischiare di perdere il sussidio, ogni individuo potrebbe fare soltanto ciò che il governo giudicherebbe come lecito e virtuoso.

Per scongiurare questa evidente deriva autoritaria è di fondamentale importanza che il reddito incondizionato sia effettivamente tale, ovvero che non si ponga alcuna condizione che comporti il decadimento dell'erogazione del sussidio. 

Lo ripeto: il reddito incondizionato dovrebbe essere a tutti gli effetti privo di condizioni.

Se così non fosse, e ad esempio lo si vincolasse alla tenuta di una certa condotta misurata con un punteggio sociale, ciò che era stato inizialmente concepito come uno strumento di libertà, correrebbe il serio rischio di trasformarsi in un nuovo strumento di schiavitù, ancor più temibile della classica costrizione al lavoro messa in atto nelle società capitalistiche basate sul mercato. 

Vi prego di prestare la massima attenzione ad una simile eventualità.

Reddito incondizionato ed ecologia

Vorrei concludere questa (lunga) riflessione mettendo in evidenza un ulteriore punto di criticità legato all'eventuale implementazione di un reddito incondizionato.

Per quanto possa sembrare paradossale, un reddito di base potrebbe salvare il capitalismo dalle sue contraddizioni, e non è affatto detto che ciò sia un bene.

Oggi l'umanità è in grado di produrre più cose rispetto al passato con una minore forza lavoro, ma a causa della disoccupazione tecnologica non vi è un'adeguata platea di consumatori. 

Ed ecco che l'economia entra in crisi, le contraddizioni esplodono e diventano talmente evidenti da spingere anche i pensatori più ottusi a rimettere in discussione le odierne dinamiche sociali. 

Istituendo un reddito incondizionato i rapporti di forze tra capitale e lavoro raggiungerebbero un nuovo equilibrio, la ricchezza esistente verrebbe parzialmente redistribuita, ed i consumi ripartirebbero, se non altro a causa degli acquisti effettuati dalle fasce di popolazione più povere che, grazie al sussidio statale, disporrebbero di maggior denaro rispetto alla situazione precedente. 

Al netto di qualche aggiustamento, si spera in meglio, il capitalismo rimarrebbe in essere così com'è, con tutte le sue storture. 

Il PIL ricomincerebbe a crescere, e con esso il dissenso e la critica sociale si placherebbero, rimandando ancora una volta a data da destinarsi un'auspicabile cambiamento di paradigma in direzione di un nuovo modello socio-economico-culturale.

In particolare, ridare ossigeno all'economia capitalistica significherebbe far ripartire con grande energia l'ennesimo ciclo economico basato su modalità di iper-consumo del tutto folli, superflue ed irrazionali, finalizzate alla generazione di profitto e non all'appagamento dei veri bisogni dell'umanità. 

Questo si tradurrebbe immediatamente in un quantomai nocivo incremento della distruzione e dell'inquinamento ambientale, che avrebbe luogo in un ecosistema ormai prossimo al collasso... come si potrebbe uscire da questa situazione? Non di certo lasciando masse di poveri nella miseria, ovviamente.

Siccome è evidente che il reddito incondizionato, a parità di fattori rispetto alla situazione attuale, implicherebbe un incremento della capacità di consumo degli esseri umani, ed è altrettanto evidente che sia giusto dare un reddito a tutti, così da eliminare una volta per tutte la povertà, per disinnescare gli effetti nocivi dell'iper-consumo causato da questa misura bisognerebbe accompagnare la sua istituzione con una trasformazione radicale dei modi di produzione e di consumo, passando da una modalità quantitativa ad una modalità qualitativa.

In altri termini, bisognerebbe smetterla di produrre e consumare pensando al profitto, e invece bisognerebbe incominciare a farlo con la massima efficienza, al fine di soddisfare le vere esigenze di tutti minimizzando al contempo l'impatto ambientale. 

Se non si seguirà questa via, pur avendo risolto il problema della povertà, si finirà per provocare un danno ecologico ancor più grave rispetto alle criticità che ci eravamo prefissati di risolvere, vanificando ogni conquista in direzione della libertà resa possibile dall’introduzione del reddito di esistenza.

Riorganizzazione del mondo del lavoro in senso rivoluzionario

Lo scopo che ci eravamo prefissati di raggiungere, prima di addentrarci nelle precedenti riflessioni, consisteva nel cercare d'individuare una soluzione per ottenere un'organizzazione ottimale del mondo del lavoro.

Ciò significa che con le nostre proposte avremmo dovuto: 

a) produrre e fornire beni e servizi essenziali per tutti i membri della società;
b) eliminare il problema della disoccupazione; 
c) massimizzare la libertà e la felicità degli individui; 
d) minimizzare l'impatto ambientale assicurando un complessivo livello di sostenibilità. 

A tal fine, abbiamo passato in rassegna le seguenti possibilità:

1) creazione di nuovo lavoro; 
2) redistribuzione del lavoro esistente; 
3) riduzione del lavoro esistente;
4) reddito di cittadinanza condizionato;
5) reddito di esistenza incondizionato.

Procediamo ora cercando di trarre alcune conclusioni.

Mediante l'analisi fin qui condotta abbiamo constatato che purtroppo nessuna di queste soluzioni è in grado, di per sé, di risolvere tutte le problematiche relative al mondo del lavoro che sono presenti nell'odierna società. 

Ad esempio, creando nuovo lavoro le criticità ambientali rischierebbero di accrescersi e invece di incrementare la libertà degli individui li si condannerebbe a dedicare al lavoro una dose addizionale di tempo. 

Redistribuire il lavoro non significa produrre e fornire beni e servizi essenziali per tutti ed inoltre, così facendo, non si riuscirebbe a sconfiggere definitivamente neanche la disoccupazione.

L'eliminazione del lavoro inutile e dannoso, pur essendo un obiettivo sacrosanto, qualora venisse perseguita all'interno dell'odierno paradigma economico, ridurrebbe alla miseria milioni di persone che non avrebbero più un reddito da lavoro.

Il reddito condizionato salverebbe i poveri dalla fame per condannarli alla schiavitù tramite un ricatto; quello incondizionato eliminerebbe la povertà ma rilancerebbe i consumi accrescendo le criticità ambientali. 

Già da queste semplici riflessioni, che non esauriscono la casistica degli aspetti negativi, si può dedurre che l'organizzazione del mondo del lavoro che conseguirebbe dall'attuazione di ciascuna delle soluzioni precedentemente elencate non condurrebbe ad un'organizzazione ottimale del mondo del lavoro.

La misura che permetterebbe di ottenere i risultati migliori sembrerebbe essere il reddito incondizionato, ma anch'essa non sarebbe sufficiente per raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissati. 

Sarebbe ingenuo pensare di riuscire a risolvere i problemi del mondo del lavoro soltanto dando un reddito incondizionato a tutti, non perché questo sia impossibile da fare, una tesi che ritengo di aver ampiamente confutato, ma per il semplice fatto che le criticità non si esaurirebbero trovando un modo per far sì che tutti possano disporre di un reddito, anche senza lavorare. 

Infatti, se così fosse, il lavoro inutile e dannoso resterebbe in essere, e sarebbe folle non volerlo eliminare. Il consumismo continuerebbe ad esistere causando disastri ad ogni livello della società... e così via.

Nulla vieta però di combinare una o più strategie tra quelle prese in considerazione, al fine di ottenere una soluzione ancor più efficace. 

Ad esempio, si potrebbe pensare di istituire un reddito incondizionato, di redistribuire il lavoro e di eliminare tutte le attività economiche inutili e dannose. Questa combinazione mi sembra la migliore tra quelle possibili.

Così facendo, infatti, si riuscirebbe a: risolvere i problemi legati alla disoccupazione; massimizzare il tempo libero; incrementare la felicità; produrre beni e servizi per tutti minimizzando l'impatto ambientale. 

Avremmo ottenuto un'organizzazione ottimale? Non ancora, anche se ci saremmo avvicinati di molto all'obiettivo. A ben pensare, resterebbero fuori alcune criticità. 

Ad esempio, ben venga una riduzione dell'orario di lavoro per far sì che tutti possano contribuire pro quota prendendo parte alle attività economiche, ma più che di un intervento “una tantum”, servirebbe un meccanismo di riduzione automatico dell'orario di lavoro che operasse in funzione degli incrementi di efficienza del sistema, altrimenti ogni volta si dovrebbe intervenire per rimodulare il tutto.

Costruendo un mondo senza povertà, dove gli obblighi sociali nei confronti del lavoro fossero minori rispetto alla situazione attuale, ed in cui si avrebbe la certezza di poter disporre di beni e servizi per vivere, sarebbe del tutto ragionevole attendersi un incremento del generale livello di felicità, ma ciò non sarebbe sufficiente per ottenere una sua massimizzazione.

Un mondo felice è un mondo privo d'ingiustizia, ma adottando il precedente mix di soluzioni molte ingiustizie resterebbero in essere.

Si pensi allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Istituendo un reddito incondizionato i rapporti di forze si bilancerebbero, spostando l'asticella in direzione dei lavoratori, ma vi sarebbero comunque individui che si approprierebbero del frutto del lavoro degli altri, sfruttandoli. 

Per costruire una società priva d'ingiustizia lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo non andrebbe soltanto diminuito, andrebbe completamente eliminato.

Bisognerebbe riorganizzare la società senza che vi siano padroni e lavoratori. I padroni non servono, serve soltanto la collaborazione di esseri umani che si pongono tutti sullo stesso piano, pur occupandosi di compiti diversi, agendo al sol fine di conseguire il bene comune. 

Si pensi alla distribuzione della ricchezza. L'esigenza di una forte redistribuzione è oltremodo evidente. 

Si pensi che in Italia il 20% della popolazione detiene il 66% della ricchezza netta. Ma forse è più chiaro dire che l'80% della popolazione dispone soltanto del 34 % della ricchezza netta.

E la situazione a livello mondiale è ancora peggiore: ciò dimostra che o si redistribuisce la ricchezza o non si risolverà un bel niente, né in Italia, né altrove.

Sarò un idealista, ma io non riesco proprio a capire come qualcuno possa considerare giusto che nella società vi sia un individuo più ricco di un altro.

La visione secondo cui sia legittimo ricompensare con maggior denaro gli individui più intelligenti, forti, scaltri, violenti, manipolatori o fortunati, a seconda dei casi, è tremendamente dannosa ed intrinsecamente ingiusta, a prescindere dalla caratteristica che si ritiene debba essere premiata.

Voler legittimare una simile dinamica sociale significa condannare in partenza chiunque non possieda quella “qualità”, che tra l'altro non è affatto detto che sia positiva.

Il voler accumulare per sé, sottraendo ricchezza agli altri, in particolar modo quando vi sono individui che mancano del necessario, è un forte indicatore di pochezza spirituale.

Se è vero che l'umanità è composta da esseri umani allora essi dovrebbero mettere in comune la ricchezza che sono in grado di produrre, per condividerla con tutti i membri della società. 

Questo si addice ad una comunità di esseri evoluti, ma ciò non sarebbe possibile adottando il mix di soluzioni precedentemente individuato, perché sebbene la ricchezza verrebbe fortemente redistribuita, vi sarebbero ancora ampi margini per arricchirsi a dismisura a danno degli altri. 

In una società basata sul denaro, ricchezza e potere procedono a braccetto, causando ulteriori problematiche che sarebbe bene evitare. 

I ricchi, infatti, cercano di mettere in atto strategie per il controllo sociale al fine di imporre il loro dominio sugli altri, se non altro per mantenere i loro privilegi. 

Questo è un altro ottimo motivo per cui nella società la ricchezza dovrebbe essere condivisa rendendo impossibile una sua concentrazione, così che nessuno possa acquisire, per mezzo delle sue disponibilità economiche, un maggior potere rispetto ai propri simili. 

Spesso ho sentito dire da illustri pensatori che il lavoro serve all'uomo per emanciparsi. Altri sostengono che il lavoro nobiliti l'uomo e lo renda libero e felice.

Per come è concepito e organizzato oggi il lavoro simili affermazioni risultano a dir poco puerili oltre che palesemente false.

Vorrei ricordare a questi "grandiosi" intellettuali che la scritta “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi) venne posta all'ingresso dei campi di concentramento nazisti.

Se il lavoro è mal concepito, mal organizzato ed è addirittura imposto, non emancipa da un ben niente, non nobilita proprio nessuno ed ancor meno rende liberi e felici.

Che razza di nobilitazione è quella di rovinarsi la salute sprecando una vita intera per svolgere dei compiti in modo forzoso?

Da cosa si è emancipato un povero che per non esser tale deve lavorare per tutto il giorno come uno schiavo?

Come può dirsi libero un individuo che, volente o nolente, deve alzarsi al suono di una sveglia per trascorrere 8 ore al giorno, bene che vada, all'interno di un'azienda? 

È ora di smetterla con questa risibile etica del lavoro. Il lavoro non è un valore in sé, assume valore in base alla realtà sociale che produce. 

Questo significa che il lavoro dev'essere ben indirizzato, perché se il lavoro non è organizzato nel modo corretto e non insegue i giusti fini, l'unica cosa che è in grado di fare è di rovinare l'esistenza di tutti gli esseri viventi, fino a produrre una completa devastazione: esattamente ciò che sta avvenendo sulla Terra, grazie alla tanto decantata odierna organizzazione del lavoro capitalistica.

Ciò che l'umanità è riuscita a fare, a forza di seguire le indicazioni di questi strepitosi "geni" secondo cui il lavoro è una panacea per tutti i mali, è di trasformare il mondo intero in un grande campo di concentramento, in cui lo scopo ultimo delle attività lavorative consiste nell'annichilimento della vita.

Per far sì che un individuo sia felice, non basta trovargli un lavoro, bisogna fare in modo che quel lavoro sia compatibile col suo essere, senza obbligarlo a dedicare forzosamente la maggior parte della sua esistenza a quel compito, altrimenti anche lo svolgimento di un'attività dettata dalla più pura e sincera passione si trasformerebbe in una sorta di tortura. Inoltre, è di fondamentale importanza che il lavoro svolto sia utile, benefico ed essenziale per la società.

Con il mix di soluzioni precedentemente individuate, il secondo ed il terzo obiettivo tra quelli appena citati sarebbero assicurati dalla minimizzazione del lavoro e dalla redistribuzione del carico di lavoro esistente, oltre che dalla garanzia di poter contare su di un reddito incondizionato, ma le criticità dovute al primo obiettivo non verrebbero risolte in modo soddisfacente, anche se la possibilità di seguire le proprie passioni sarebbe certamente più elevata rispetto ad oggi.

Siccome per far funzionare la macchina sociale al meglio è indispensabile che i lavoratori non siano soltanto appassionati, ma anche competenti, e non è detto che le due cose procedano sempre di pari passo, bisognerebbe anche trovare un modo per assegnare i compiti in base alla passione ed al talento.

Eliminando il lavoro inutile e dannoso, e di conseguenza anche l'iper-consumo, l'impatto ambientale sarebbe minimizzato, ma non è detto che ciò sia sufficiente per assicurare una complessiva stabilità ecologica.

Potrebbe darsi il caso in cui, pur agendo con la massima efficienza, il paniere di beni e servizi prodotti e forniti sarebbe comunque troppo ampio per risultare compatibile con la finitezza del pianeta Terra.

Andrebbe quindi introdotta una scala di priorità rispetto ai beni ed ai servizi da produrre e fornire, dando precedenza alle cose più importanti. A quel punto si dovrebbe procedere incrementando le attività economiche fin quando gli indicatori ambientali non segnalassero di aver raggiunto dei valori critici per la sostenibilità. 

Se ciò avvenisse, bisognerebbe dilazionare nel tempo la produzione delle cose meno urgenti ed essenziali che non fossero ancora in produzione, oppure, nei casi più estremi, bisognerebbe rinunciare ad esse, fin quando, in futuro, un innalzamento delle conoscenze scientifico-tecnologiche consentisse di ottenere degli incrementi di efficienza.

Questa limitazione potrà non piacere a molti, ma c'è ben poco da fare: se non si vuole condurre l'umanità all'autodistruzione i limiti ambientali non possono essere oltrepassati. Tanto vale prenderne consapevolezza della loro esistenza e rispettarli con intelligenza tagliando il superfluo, invece del necessario. 

Non come accade oggi, dove non solo il rispetto dei limiti che sanciscono la sostenibilità non viene minimamente preso in considerazione, ma la maggior parte delle cose che si producono e si consumano sono inutili e dannose, mentre molti esseri umani non dispongono di beni e servizi fondamentali.

Vi siete mai chiesti come mai nonostante gli incredibili incrementi di produttività verificatisi nel corso degli ultimi 100 anni l'orario di lavoro non sia affatto diminuito come invece ci si sarebbe aspettati che avvenisse?

Verso la fine degli anni Trenta, persino l'economista John Maynard Keynes profetizzò che nel giro di un secolo, grazie allo sviluppo scientifico-tecnologico, gli esseri umani sarebbero riusciti a produrre tutto il necessario per condurre una vita dignitosa con non più di 15 ore di lavoro a settimana. 

Mancano all'incirca 10 anni allo scadere della profezia e l'orario di lavoro medio in Italia è prossimo alle 40 ore settimanali, considerando un montante annuo medio pari a 1740 ore suddiviso su 11 mensilità lavorative (ferie escluse).

Che cos'è andato storto? Semplice: Keynes non aveva inserito nel conteggio l'umana stupidità. La spiegazione è dovuta ad un insieme di fattori che elencherò brevemente qui di seguito:

1) il sistema ha progressivamente ampliato il paniere di beni e servizi, passando dalla realizzazione di beni utili ed essenziali alla produzione di beni inutili ed inessenziali, dando luogo al fenomeno dell'iper-produzione;

2) il sistema ha progressivamente incrementato la velocità di consumo, sostituendo la produzione di beni durevoli con merce appositamente concepita per essere buttata via il prima possibile, dando luogo al fenomeno dell'iper-consumo;

3) gli incrementi di efficienza e di produttività resi possibili dall'avanzare dello stato della tecnica non sono stati ricercati ed utilizzati per diminuire l'orario di lavoro, ma per incrementare i profitti degli sfruttatori, i quali o sceglievano di accrescere la produzione a parità di lavoratori occupati, o procedevano a licenziare i lavoratori non più utili per realizzare la medesima produzione; in entrambi i casi l'orario di lavoro non diminuiva;

4) invece di combattere la disoccupazione redistribuendo il lavoro e la ricchezza esistenti, si è preferito escogitare ogni sorta di soluzione volta a creare sempre più lavoro, introducendo via via quantitativi di lavoro inutile, dannoso e privo di senso, per fare in modo che le persone tornassero ad essere occupate e a consumare, dando luogo al fenomeno dell'iper-lavoro.

La sinergia di questi fattori ha fatto sì che la profezia di Keynes non si avverasse. Se oggi gli esseri umani non lavorano 15 ore a settimana ma 40, non è di certo perché l'umanità non sarebbe in grado di produrre tutto il necessario lavorando non più di 3 ore al giorno, se solo ci fosse la volontà di farlo.

Nessuno ha mai effettuato uno studio in tal senso, ma l'intuizione mi dice che, considerando l'attuale livello di sviluppo scientifico-tecnologico, se si eliminasse tutto l'iper-lavoro e si automatizzasse ciò che è utile e ragionevole automatizzare, 3 ore di lavoro al giorno sarebbero anche troppe per soddisfare i veri bisogni dell'intera umanità.

Sarebbe bastato adottare i seguenti criteri per scongiurare il collasso ecologico, ormai imminente, realizzando una sorta di paradiso sulla Terra donando a tutti la massima libertà:

1) ampliare il paniere di beni e servizi senza consentire che venissero introdotti beni inutili ed inessenziali, adottando strategie e soluzioni atte a minimizzare la produzione;

2) ridurre la velocità di consumo, mettendo a disposizione beni durevoli, riparabili da utilizzare in comune, cercando di minimizzare i consumi;

3) minimizzare il lavoro, fermo restando l'obiettivo di produrre e fornire beni e servizi per tutta l'umanità, automatizzando il lavoro con un po' di buon senso e ripartendo il carico di lavoro umano residuo tra tutti i membri della società abili al lavoro, tenendo conto sia dei talenti che delle capacità.

4) condividere la ricchezza così generata con tutti i membri della società, assicurando l'accesso ai beni ed ai servizi prodotti e forniti dalla cooperazione degli esseri umani per gli esseri umani.

Ma evidentemente una simile soluzione era troppo complicata per le "grandi" menti degli economisti che hanno indicato la rotta da seguire per far “progredire” l'umanità, salvo poi condurla alla completa rovina.

Conclusione

Osserviamo che se si tenessero in considerazione tutte le indicazioni fin qui fornite per elaborare una nuova soluzione, si riuscirebbe effettivamente ad ottenere un'organizzazione ottimale del mondo del lavoro. 

Ma disgraziatamente l'attuazione di questo genere di strategia non sarebbe neanche lontanamente compatibile con le dinamiche dell'odierno sistema socio-economico.

La soluzione così ottenuta, infatti, darebbe luogo ad una nuova società basata su di una riorganizzazione del mondo del lavoro intesa in senso rivoluzionario, che non potrebbe essere concretamente applicata senza effettuare un vero e proprio cambio di paradigma economico-culturale.

Tutto ciò non deve stupire il lettore, perché è impossibile risolvere tutte le criticità del mondo del lavoro continuando a muoversi entro i vincoli posti dalle odierne logiche, dato che, in ultima analisi, sono esse stesse a generare le problematiche che ci eravamo prefissati di voler eliminare. 

Ne consegue che un'organizzazione ottimale del mondo del lavoro non può essere ottenuta senza essere disposti a cambiare le regole del gioco, adottando un nuovo modello socio-economico fondato su altre logiche, rispetto a quelle attuali. 

Lasciatemi concludere con una brevissima riflessione filosofica, ma non per questo meno importante rispetto a quanto abbiamo fin qui esposto. 

Spesso ci si arrovella la testa per concepire soluzioni complesse, quando invece le cose potrebbero essere semplicissime. 

Se gli esseri umani si dedicassero a ciò che amano fare, mettessero le loro competenze a disposizione degli altri, in modo gratuito e disinteressato, e agissero altruisticamente guardando al bene comune, l'umanità compirebbe la più grande delle rivoluzioni possibili. E non ci sarebbe più neanche bisogno di utilizzare il denaro.

Mirco Mariucci

Fonti:
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  17. Reddito di cittadinanza, ultime news: come funziona e i requisiti. TPI, 30 gennaio 2019. 
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  37. Italia, cresce l’economia. Istat rivede al rialzo PIL 2017. Qui Finanza, 21 settembre 2018. 
  38. Quota salari e regime di accumulazione in Italia. Economia politica, Rosa Canelli, Riccardo Realfonzo, 9 febbraio 2018.
  39. Gioco d’azzardo, i numeri del mercato mondiale. Il Denaro, 31 maggio 2017.
  40. Gioco d'azzardo: gli italiani buttano un miliardo di euro al mese nelle slot machine. L'Espresso, 1 marzo 2018.
  41. Outlook Deloitte: spesa sanitaria mondiale in crescita del 4% l'anno fino al 2021. Il Sole 24 Ore, Rosanna Magnano, 9 febbraio 2018.
  42. La spesa sanitaria pubblica e privata è l’8,9% del Pil. Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 2018.
  43. Occupazione in Italia: ecco i numeri. Documentazione.info, Francesco D'Ugo, 5 novembre 2018.
  44. Volontariato, radiografia di quei 6 milioni e mezzo di italiani votati al bene comune. Repubblica, 16 gennaio 2017.
  45. Quel mezzo milione di pensionati che sceglie di lavorare ancora. Corriere della Sera, Francesco Cevasco, 2 luglio 2018. 
  46. Lavoratori che ritardano la pensione e pensionati al lavoro: quali possibilità in Italia? Il punto pensioni e lavoro, Mara Guarino, 17 settembre 2019.
  47. Cina, il Grande Fratello che controlla un miliardo e mezzo di cittadini. Repubblica, Massimo Ferraro 29 dicembre 2017. 
  48. La Cina come Black Mirror: entro il 2020 introdurrà un punteggio sociale. TPI, Marta Perroni, 20 marzo 2018.
  49. La Cina impedirà a chi ha un basso “punteggio social” di viaggiare su aerei e treni per un anno. La Stampa, Emanuele Capone, 19 febbraio 2018.  
  50. La Cina darà un punteggio social ai suoi cittadini dal 2020. WIRED, Diletta Parlangeli, 25 ottobre 2017.
  51. La sperimentazione del sistema di credito sociale cinese ha impedito ai cittadini “cattivi” di viaggiare con aerei e treni. Busines Insider, Tara Francis Chan, 7 giungo 2018.
  52. L'istituzione del "sistema Speenhamland". Dizionario di storia moderna e contemporanea Bruno Mondadori. 
  53. Poor law. Enciclopedia Treccani. 
  54. Finlandia ammette,'reddito di base inutile, non crea lavoro'. ANSA, 9 febbraio 2019. 
  55. Finlandia, il reddito di base universale non crea lavoro. Il Sole 24 Ore, Michele Pignatelli, 8 febbraio 2019. 
  56. Reddito di base, la Finlandia ammette il flop: "Non ha aiutato a trovare lavoro". Repubblica, Andre Tarquini, 8 Febbraio 2019. 
  57. La Finlandia boccia il suo reddito di cittadinanza. Il Giornale, Gerry Freda, 9 febbraio 2019.
  58. Finlandia: "Il reddito di base per i disoccupati non aiuta a rilanciare lʼoccupare". Tg Com 24, 8 febbraio 2019.
  59. Finlandia, il "reddito di cittadinanza" fallisce il test: non aiuta i disoccupati a lavorare. Emma Beswick, 8 febbraio 2019. 
  60. Finlandia, chi ha ricevuto il reddito universale non ha lavorato di meno. Wall Street Italia, Alberto Battaglia, 8 febbrai 2019.
  61. I primi risultati sull’introduzione del “reddito di cittadinanza” in Finlandia. Il Post, 8 febbraio 2019.
  62. Soglia di povertà in Alaska. ASPE.
  63. Il 20% degli italiani detiene il 66% della ricchezza. Quotidiano Italia, 22 gennaio 2018. 

1 commento:

  1. Est "triste" che i "nostri MONDI di essere" (leggo sempre, da sempre,e continuerò a farlo sino a che il tuo cervello produrrà così tanta celestiale sinfonia)non inneschi una rivoluzione capace di superare, e x sempre, questo kriminale e disumanizzante sistema di cannibalismo umano. Col sangue agli occhi ma nel cuore un universo di amore continuo a ringraziarti x quello che doni. Lillo, Cittadino dell'Universo.

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