giovedì 7 giugno 2018

La questione ecologica sarà la più grande sfida del XXI secolo


Approfondimento sulle tematiche ecologiche legate
all'ambiente, all'energia ed al settore dei trasporti.

Demografia

Ogni società è composta da un insieme di individui che interagiscono all'interno di un ambiente.

Ad oggi, la società degli esseri umani è formata da 7,6 miliardi di persone che popolano un pianeta del sistema solare chiamato Terra.

L'umanità ha impiegato decine di migliaia di anni per raggiungere, nel 1800, una popolazione composta da 1 miliardo di individui. 

Da quel momento, però, ha avuto luogo un'esplosione demografica riassunta nella seguente progressione: nel 1927 sono stati raggiunti i 2 miliardi di esseri umani; nel 1974 la popolazione è raddoppiata toccando i 4 miliardi d'individui; stando alle previsioni, nel 2023 la popolazione mondiale raddoppierà ancora raggiungendo gli 8 miliardi di persone, per poi passare a 8,6 miliardi nel 2030, 9,8 miliardi nel 2050 ed infine 11 miliardi nel 2100.

Nel periodo 2010-2013, l'aspettativa di vita media a livello globale per gli uomini è stata pari a 68,5 anni, mentre per le donne è stata di 73,5 anni, con un valor medio, calcolato considerando entrambi i sessi, di 71 anni; entro il 2050, l'aspettativa di vita media globale crescerà fino a raggiungere i 76,2 anni. 

Si tenga presente che questi dati sono soggetti ad una forte variabilità, a seconda di dove si ha la fortuna di nascere e vivere.

Ad oggi, infatti, l'aspettativa di vita più elevata si registra nel Principato di Monaco (~89 anni), seguono in ordine: Giappone (~85 anni), Singapore (~85 anni), Macao (~85 anni) e la Repubblica di San Marino (~83 anni). 

Nel 2015, la media UE-28 per il medesimo indicatore si attestava sugli 80,6 anni, mentre l'Italia faceva registrare 82,7 anni di vita media attesa alla nascita. 

I valori più bassi, invece, vengono rilevati in Nigeria (~54 anni), Mozambico (~54 anni), Lesotho (~53 anni), Repubblica Centrafricana (~53 anni), Somalia (~53 anni), Zambia (~53 anni), Swaziland (~52 anni), Gabon (~52 anni), Afghanistan (~52 anni), Guinea Bissau (~51 anni) e Ciad (~51 anni).

Non c'è alcun dubbio che l'umanità stia invecchiando: nel 2015, soltanto l'8,5% degli abitanti della Terra (circa 617 milioni di individui) aveva 65 anni o più, ma entro il 2050 questa classe di popolazione si attesterà al 17% del totale (circa 1,6 miliardi di persone).

In particolare, gli over 60 passeranno dagli attuali 962 milioni, a 2,1 miliardi nel 2050, per arrivare a 3,1 miliardi nel 2100.

A livello mondiale, il tasso di fecondità sta diminuendo pressoché ovunque, tanto che negli ultimi 50 anni si è assistito ad un dimezzamento del numero medio di figli per donna, che oggi è pari a 2,45.

Si consideri che il tasso di sostituzione della specie umana, vale a dire quel valore che mantiene costante la popolazione, è pari a 2,1 figli per donna.

I dati previsionali dicono che i Paesi ad alto tasso di fecondità (più di 5 figli in media per donna) scompariranno, quelli con un medio tasso di fecondità (da 2,1 a 5 figli in media per donna) subiranno una riduzione, mentre si verificherà un forte aumento delle nazioni che non raggiungono la soglia di sostituzione, tanto che entro il 2030 il 67% della popolazione vivrà in luoghi dove le donne avranno uno o due figli.

Tra gli Stati con i tassi di natalità più elevati troviamo: Congo, Guinea, Liberia, Niger, Afghanistan, Mali, Angola, Burundi, Uganda e Sierra Leone, i quali fanno registrare più di 45 nati ogni 1.000 abitanti. 

Al lato opposto, tra i Paesi con i tassi di natalità più bassi, ci sono: Lituania, Croazia, Slovenia, Bulgaria, Bosnia, Giappone, Germania, Singapore, Hong Kong e Macao, con valori inferiori a 10 nati ogni 1.000 abitanti. 

Da un punto di vista quantitativo, ciò significa che mentre le donne nigeriane mettono al mondo 7,3 bambini, quelle tedesche ne danno alla luce soltanto 1,5. La media europea si attesta a 1,58 figli per donna, mentre in Italia ogni donna genera in media 1,34 bambini. 

In estrema sintesi, possiamo dire che nonostante l'umanità si stia riproducendo ad un minor tasso percentuale rispetto al passato, nei prossimi decenni la popolazione mondiale continuerà lo stesso ad aumentare, insieme all'età media della popolazione ed all'aspettativa di vita. 

Il maggior contributo in termini di natalità proverrà dai membri dei Paesi più poveri, quelli in via di sviluppo.

Se da una parte è vero che non ci si può fidare ciecamente dei dati previsionali, in particolar modo quando si parla di popolazione mondiale, perché il numero degli esseri umani potrebbe variare sensibilmente a causa di fattori non prevedibili a priori, come ad esempio il verificarsi di un cataclisma o la scelta politica d'imporre delle stringenti pianificazioni per il controllo demografico, dall'altra è altresì vero che il quantitativo di soggetti che già oggi popola la Terra è divenuto così elevato da rappresentare un fattore determinante che non può più essere trascurato.

Non a caso, negli anni ottanta del Novecento, il biologo Eugene F. Stoermer coniò il termine “antropocene” (dal greco “anthropos” che significa “uomo”) per indicare l'epoca geologica attuale, nella quale le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche del pianeta Terra sono direttamente riconducibili alle attività umane.

Del resto è inevitabile che ciò avvenga, perché come ci ricorda Friedrich Hegel, nel suo Scienza della logica, un incremento quantitativo di un certo fenomeno non provoca soltanto un aumento della quantità, ma induce anche una variazione della qualità. 

Se un migliaio di abitanti in tutto il mondo adottasse uno stile di vita consumistico, non noteremmo pressoché alcuna variazione nell'ambiente, perché complessivamente il loro impatto sarebbe trascurabile; ma se quel medesimo stile di vita venisse praticato dall'intera popolazione globale, gli sconvolgimenti ambientali sarebbero così eclatanti da trasformare la Terra in un luogo non più adatto ad ospitare la vita.

Ad oggi, la sola Cina conta 1,391 miliardi di persone, corrispondenti a circa il 21% della popolazione mondiale; a seguire troviamo: l'India con 1,286 miliardi di cittadini (~ 19%), l'Unione Europea con 494 milioni di persone (~ 7%), gli Stati Uniti con 325 milioni d'individui (~ 5%) e l'Indonesia con 255 milioni di persone (~ 4%). L'Italia conta 60,6 milioni di abitanti (~ 0,8%).

Complessivamente l'Asia ospita 4,5 miliardi di persone; l'Africa 1,2 miliardi; l'America 1 miliardo e l'Unione europea 740 milioni.

Gli occidentali sono culturalmente indotti a pensare che essi giochino un ruolo centrale nelle dinamiche globali, ma di per sé questi dati mostrano, perlomeno da un punto di vista strettamente quantitativo, che il maggior “peso” demografico debba posizionarsi in Oriente.

Una simile conclusione, però, stride con l'egemonia socio-economico-culturale occidentale, con particolare riferimento al ruolo degli Stati Uniti d'America in ambito geopolitico.

Quest'ultimi, pur sommando non più del 5% della popolazione mondiale, riescono a collezionare una serie di record (negativi) di tutto rispetto: sono il primo Paese al mondo per l’utilizzo di fertilizzanti chimici e per emissioni di CO2, il secondo per inquinamento delle acque e il terzo per volumi di pescato. 

E nonostante la biocapacità media mondiale sia pari a 1,78 ettari pro capite, gli americani “vantano” un'impronta ecologica pari a 9,6 ettari pro capite. 

Non è esagerato affermare che se Cina ed India adottassero il medesimo livello di consumo degli americani l'umanità causerebbe la sua stessa estinzione.

Già da questi dati, il lettore più accorto avrà intuito che qualcosa non torna: è evidente che si possano sfruttare più risorse di quante ce ne spetterebbero in media soltanto a discapito degli altri.

Ad una festa di compleanno con 10 invitati e una sola torta tagliata in 10 parti uguali, per soddisfare l'ingordigia d'uno dei partecipanti, è inevitabile che qualcun altro debba rinunciare a mangiare la sua fetta.

Ciò accade anche per lo sfruttamento delle risorse della Terra, le quali, per ovvi motivi, sono limitate.

Per spiegare come sia possibile che un piccolo numero d'individui possa permettersi il lusso di avere un'impronta ecologica così elevata, un dato su tutti sarà più che sufficiente: quello relativo alle spese militari.

Neanche a dirlo, in testa alla classifica ritroviamo gli Stati Uniti, con ben 663 miliardi di dollari all'anno, seguiti da Cina, Regno Unito, Francia e Russia, rispettivamente con 98, 69, 67 e 61 miliardi di dollari. 

In termini comparativi, ciò significa che gli Stati Uniti spendono circa 7 volte in più rispetto alla Cina e 11 volte in più rispetto alla Russia. 

L'Unione Europea, nel suo complesso, è la seconda forza mondiale per spese militari, con la ragguardevole cifra di 331 miliardi di dollari utilizzati per finalità belliche, nonostante vi siano ben 75 milioni di poveri distribuiti nelle varie nazioni dell'Eurozona di cui bisognerebbe occuparsi.

Nel mondo, si stima che la spesa militare totale si attesti (ufficialmente) sui 1.750 miliardi di dollari, un dato che non ho alcuna esitazione a definire osceno, nonostante esso sia ampiamente sottostimato: soltanto un ingenuo potrebbe pensare che il denaro destinato alle questioni militari venga completamente rendicontato, dichiarando pubblicamente il suo effettivo ammontare alla luce del Sole.

Dacché gli esseri umani hanno camminato sulla Terra, le guerre sono servite a conquistare nuovi territori e ad arrogarsi, con l'uso diretto della forza, il diritto allo sfruttamento delle risorse altrui. 

Pertanto, se gli Stati destinano ancor oggi un quantitativo di denaro così elevato per fini bellici, possiamo dedurre che per essi la guerra rappresenti un fattore decisivo per mantenere in essere i propri livelli di consumo, ovvero, l'attuale ordine sociale.

Violenza e civiltà sono due aspetti in totale antitesi. Il fatto che si utilizzino così tante risorse per eserciti ed armamenti, è la dimostrazione più lampante dell'eclatante arretratezza della specie umana.

Se gli sforzi psico-fisici, il tempo e i fondi economici destinati alla guerra fossero stati impiegati in modo intelligente e altruistico per migliorare le condizioni di vita di tutti gli esseri viventi, a quest'ora si sarebbero pressoché risolti tutti i problemi che invece ancora oggi affliggono l'umanità. 


Ambiente

Il basso livello evolutivo della specie umana non si evince soltanto dal modo cinico e brutale con cui costruisce armi sempre più efficaci per sterminare, dominare e sottomettere i propri simili, ma anche dal rapporto insano che ha instaurato nei confronti della natura.

In questo ambito, i più importanti indicatori convergono in un'unica direzione: gli esseri umani stanno depredando, distruggendo e inquinando la loro casa, la Terra, per mezzo di un sovra-sfruttamento incurante dei limiti dovuti alla finitezza del pianeta che popolano.

L'impatto complessivo, generato dai modi di produzione e consumo adottati dall'umanità, ha superato di misura le capacità rigenerative dell'ecosistema già da alcuni decenni.

Questo è quanto sintetizzato nel computo dell'Earth Overshoot Day, caduto il 2 agosto nell'anno 2017, una data che sta ad indicare il giorno in cui la richiesta di risorse naturali dell’umanità per l'anno corrente supera la quantità che la Terra sarebbe in grado di generare nel corso del medesimo anno.

Ciò significa che gli esseri umani stanno sovra-sfruttando la Terra ad un ritmo 1,7 volte superiore rispetto alla capacità di rigenerazione degli ecosistemi o, se preferite, che per soddisfare l'attuale richiesta di risorse in modo "sostenibile" servirebbero 1,7 pianeti.

Il precedente dato è riferito alle complessive dinamiche globali ma, com'è facile intuire, i Paesi più sviluppati riescono a fare ben di peggio.

Ad esempio, se tutti gli abitanti della Terra vivessero come i cittadini degli U.S.A. avrebbero bisogno di 5 pianeti per soddisfare le loro esigenze, se invece adottassero lo stile di vita dei tedeschi necessiterebbero di 3,2 mondi, se consumassero come gli italiani gli occorrerebbero 2,6 pianeti Terra, mentre lo stile di vita dei cinesi richiederebbe 2,1 mondi.

Al tipico sovra-sfruttamento dei Paesi più “avanzati” fa eccezione l'India, con un impatto ambientale così modesto da richiedere soltanto 0,6 mondi. 

Ma l'ecologismo degli indiani non è il frutto di un virtuosismo volontario, dovuto a un'elevata efficienza o a una particolare attenzione nei confronti dell'ambiente, bensì a una diffusa e gravosa condizione di povertà.

In India, infatti, si stima che il 75% della popolazione sopravviva con meno di 2 dollari al giorno; tra questi individui ben 456 milioni non raggiungono la quota minima di sopravvivenza, stabilita in 1,25 dollari al giorno. Complessivamente, è stato calcolato che l'India ospiti il 33% di tutti i poveri del pianeta. 

Analoghe considerazioni possono essere fatte per tutti gli Stati più poveri: il loro apparente ecologismo è la conseguenza forzosa della loro miseria materiale. 

Da questi dati emerge in modo forte e chiaro un'esigenza: quella di ridurre il sovra-sfruttamento dei Paesi del Primo Mondo, così da liberare energia e risorse da impiegare per consentire ai poveri di non esser più tali e cercare, al tempo stesso, di ricondurre lo sfruttamento ambientale globale entro una condizione di sostenibilità.

Chi ha oltrepassato i limiti ecologici deve indietreggiare, se vuole fare in modo che tutti possano prosperare.

Che ogni Paese debba adottare degli stili di vita che se fossero estesi al resto del mondo  impiegherebbero la biocapacità di un numero minore o uguale a quella di un solo pianeta, è una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per assicurare la sopravvivenza dell'umanità nel lungo termine.

Ma evidentemente questa banalità non dev'esser chiara a quei "grandi" economisti che continuano a prescrivere ricette basate sulla crescita proprio a quei Paesi che dovrebbero decrescere per primi, perché hanno già oltrepassato di misura i limiti ambientali.

Nel corso degli anni, per sostenere la crescita economica, si sono alimentati i consumi, passando dalla doverosa soddisfazione di bisogni reali e fondamentali, al folle appagamento di falsi bisogni più utili alla sopravvivenza del sistema economico in sé, che non agli esseri umani. 

E così, pur di mantenere in vita un'economia malsana, l'umanità si è auto-imposta l'imperativo d'un consumo sempre più rapido e futile, illudendosi che il consumismo fosse una pratica indolore. 

Ma incrementare oltre misura il consumo significa anche accrescere l'inquinamento ambientale e l'inevitabile processo di trasformazione da materia disponibile a materia non disponibile, producendo così materia degradata non più impiegabile per le finalità antropiche.

Per quanto gli ecologisti più sprovveduti asseriscano il contrario, ciò vale persino in un'economia totalmente dedita al riciclaggio, ma è ancora più vero in un sistema estrattivo di tipo lineare basato sul profitto, come quello che caratterizza l'epoca attuale, dove il destino degli oggetti consiste nel finire il più rapidamente possibile in una discarica (o in un inceneritore) per fare in modo che si possa ri-produrre e ri-comprare in continuazione le stesse cose, impiegando futilmente quantitativi addizionali di materia, energia, tempo (di vita) e lavoro.

Come chiunque può comprendere, simili dinamiche introducono un'eclatante inefficienza, del tutto dannosa ed evitabile, messa in atto per questioni di profitto e non perché attraverso di essa si concorra al miglioramento delle condizioni di vita dell'umanità. 

L'entità dei processi estrattivi legati ad una crescita economica drogata è descritta dalla seguente progressione:

nel 1970, al fine di soddisfare la domanda di beni e servizi, l'umanità estraeva dall'ambiente 22 miliardi di tonnellate all'anno di materie prime; nei 4 decenni successivi, la crescita economica ha spinto sempre più in alto i consumi, fino a richiedere l'estrazione di 70 miliardi di tonnellate di materie prime nel 2010; il 2017 ha fatto segnare un altro incremento del 26,5% rispetto al 2010, raggiungendo così la cifra di 88,6 miliardi di tonnellate di materie prime sottratte all'ambiente per finalità antropiche.

Ma non finisce qui: se non verranno prese contromisure, si stima che nel 2050 il sistema economico pretenderà la mostruosa cifra di 180 miliardi di tonnellate di materie prime all'anno per soddisfare la domanda di beni e servizi dell'umanità che verrà.

Attualmente, i Paesi più ricchi consumano quantitativi di risorse 10 volte superiori rispetto agli Stati più poveri, attestando i loro fabbisogni di materie prime a circa il doppio rispetto alla media mondiale.

Tradotto in numeri, ciò significa che mentre gli abitanti del Nord America e dell'Europa hanno un impatto pro capite di 25 e 20 tonnellate all'anno di materie prime, gli africani devono accontentarsi di 3 tonnellate a testa, pur abitando in uno dei continenti più ricchi di risorse naturali.

Ma nei processi produttivi, se da un lato c'è estrazione, dall'altro c'è re-immissione di materia, più o meno degradata, più o meno inquinante. 

Ciò avviene sia a causa dei processi di trasformazione, che inevitabilmente "consumano" ed emettono sia energia che materia, che per l'utilizzo dei beni, i quali sono soggetti a guasti, usura e obsolescenza, e possono produrre emissioni durante il loro funzionamento.

Pertanto, se il consumo diviene di massa, come lo è senz’altro ormai da alcuni decenni, hanno luogo delle problematiche macroscopiche, che non possono essere ignorate, dovute alla produzione di “scarti” formati da sostanze di varia natura, la cui presenza può essere in qualche modo dannosa, sia per l’ambiente che per gli esseri viventi.

È stato stimato che l'umanità produca complessivamente 4 miliardi di tonnellate di spazzatura all'anno, un quantitativo che potrebbe salire fino a raggiungere i 6 miliardi di tonnellate entro i prossimi 10-15 anni.

Poco meno della metà del totale della spazzatura (1,6-2 miliardi di tonnellate) è composta da rifiuti di tipo urbano prodotti dalle famiglie, mentre la parte restante è formata dai cosiddetti "rifiuti speciali" provenienti da attività industriali e produttive.

Di tutta questa mole di rifiuti, soltanto il 19% viene riciclato o compostato, l'11% viene utilizzato per produrre energia ed il restante 70% finisce in discarica.

Per quanto riguarda l'avviamento al riciclo, secondo Eurostat, la media europea si attesta al 37%. Germania, Inghilterra e Francia raggiungono rispettivamente il 43%, il 44% e il 54%. In testa all'Eurozona troviamo l'Italia con una percentuale del 76,9%.

Ora qualcuno starà pensando che con delle percentuali così elevate l'Italia sia prossima ad aver risolto il problema dei rifiuti... Ma è davvero così che stanno le cose? 

Non esattamente, perché le percentuali dipendono dalle linee guida adottate per effettuare il calcolo; inoltre non tutto ciò che è avviato al riciclo viene effettivamente riciclato.

Accade così che nel 2016 la raccolta differenziata sia cresciuta del 12,8% rispetto al 2015, ma di tale crescita circa il 40% sia riconducibile alle differenti modalità di calcolo introdotte di recente.

E non mancano esempi di città dove il 50% della plastica conferita per essere riciclata finisce lo stesso negli inceneritori per produrre energia. 

Incrociando i dati di Utilitalia e Ispra, si scopre che nel 2016 la quota di riciclaggio italiano si attestava attorno al 49% dei rifiuti, un calcolo ottenuto sommando le seguenti voci: recupero di materia (~26%), trattamento biologico dell’organico (~19%), trattamenti intermedi di selezione e biostabilizzazione (~ 3%) e compostaggio domestico (~1%).

Il 25-30% di ciò che non viene riciclato finisce in discarica mentre un 18-21% viene incenerito, o meglio "valorizzato", come si suol dire oggigiorno per cercare di mitigare con la propaganda le innegabili problematiche legate all'incenerimento dei rifiuti. 

Ma nei termovalorizzatori ci sono i filtri: già i filtri. Ed inoltre, bruciare i rifiuti consente di evitare di ammucchiare spazzatura in discarica... e invece no!

Cominciamo col dire che, nel 2016, il 70% degli impianti funzionanti sul territorio italiano ha avuto problemi di emissioni fuori norma, inchieste della magistratura e mancate autorizzazioni degli enti di controllo.

Del resto, anche il più moderno impianto di termovalorizzazione produce comunque emissioni di particolato, diossine, furani, idrocarburi policiclici aromatici e metalli, sebbene lo faccia entro i limiti fissati da un qualche ente, figuriamoci cosa possano emettere gli impianti più vecchi; inoltre, si deve considerare che l'incenerimento riduce fino al 70% la massa dei rifiuti in ingresso. 

Ciò significa che per ogni tonnellata di spazzatura restano comunque da gestire non meno di 300 kg di "ceneri" pesanti e leggere: le prime, derivano dal residuo non combustibile dei rifiuti (si pensi ad esempio ai metalli, al vetro o a materiali inerti) e sono classificate come rifiuto speciale non pericoloso; le seconde, sono legate ai trattamenti di depurazione dei reflui gassosi, vengono prodotte in quantità di 30-60kg per tonnellata di materiale in ingresso e sono altamente tossici.

In certi casi le ceneri pesanti possono essere riciclate, a patto che non siano troppo contaminate, altrimenti finiscono in discarica. I loro processi di riciclo, però, prevedono lavaggi in acqua, vagliature, l'utilizzo di sostanze chimiche e trattamenti termici ad elevata temperatura; le ceneri leggere, invece, generalmente vengono smaltite in discarica.

Numericamente parlando, in Italia, su oltre 6,3 milioni di tonnellate di rifiuti inceneriti, circa 1,4 milioni di tonnellate rimangono come residui e rifiuti.

Tra di essi vi sono 980 mila tonnellate di ceneri pesanti, 200 mila tonnellate di residui provenienti dai processi di abbattimento dei fumi e 180 mila tonnellate di scorie pericolose di varia natura, senza considerare i rifiuti liquidi e fangosi altamente inquinanti che derivano dai processi di abbattimento delle polveri di emissione degli impianti.

Tra le curiosità ecologiche legate alla pratica del bruciar rifiuti, è interessante scoprire che, pur essendo una delle principali cause di emissione di sostanze inquinanti, la combustione incontrollata di pattume condotta a cielo aperto non venga presa in considerazione, sottostimando così l'inquinamento atmosferico.

Eppure, nel mondo, circa il 40% dei rifiuti vengono “smaltiti” ogni anno attraverso dei roghi incontrollati, immettendo nell'aria sostanze dannose sia per la salute umana che per i cambiamenti climatici.

Le conseguenze disastrose dovute ad una concezione economica autoreferenziale e metafisica, che ignora questioni fondamentali come l'impatto ambientale e la salute umana, sono divenute così eclatanti da essere facilmente individuabili. 

Il caso della plastica ha dell'incredibile: l'umanità ha inquinato i mari con più di 150 milioni di tonnellate di materie plastiche. 

Non soddisfatti, gli esseri umani continuano a contaminare gli oceani con circa 8 milioni di tonnellate di plastica all'anno. Se non saranno prese contromisure, nel 2050 in acqua ci sarà più plastica che pesci, anche perché quest'ultimi si avviano all'estinzione. 

Nel frattempo le “isole” di plastica, già formatesi nelle zone di convergenza delle correnti degli oceani, si accrescono sempre più, sia per estensione che per densità; la più grande di esse, l'Isola di plastica del Pacifico, ricopre una superficie tre volte più grande di quella della Francia.

Ovviamente, i primi a farne le spese sono gli animali: l'aspetto, e forse l'odore, della plastica li attira e così finiscono per scambiarla per cibo.

Ciò dà origine a delle vere e proprie stragi, come quella degli albatros documentata da Chris Jordan sull'isola di Midway. In quel luogo, i volatili e i loro piccoli muoiono ogni giorno dopo una lunga agonia provocata dall'ingestione di spazzatura. 

Non sono soltanto le macro-plastiche disperse negli oceani ad arrecare danno agli animali, ma anche le micro-plastiche, le quali possono essere facilmente ingerite da una più ampia gamma di specie.

Ma alla natura non manca di certo il senso dell'umorismo e così ciò che gli esseri umani credono di gettar via impunemente gli si ripresenta in tavola, sia nei piatti che nei bicchieri.

Oltre al pesce ed ai molluschi, risultano contaminati da particelle di plastica anche il miele, la birra e il sale da cucina.

Dei 159 campioni d'acqua potabile prelevati dai rubinetti di città grandi e piccole sparse per i vari continenti del mondo, l'83% conteneva fibre di plastica. 

La contaminazione più elevata, in termini percentuali, è stata riscontrata negli Stati Uniti (94%) mentre quella più bassa in Europa (72%).  

Non se la cava meglio l'acqua venduta in bottiglie di plastica, che presenta particelle contaminanti nel 93% delle occorrenze, anche se in questo caso c'era da aspettarselo. 

Al momento, i rischi per la salute dovuti all'introduzione della plastica nel regime alimentare umano vengono minimizzati, l'importante è che tutto resti così com'è e si continui a far profitto.

Di certo, chi ha la possibilità di acquistare acqua in bottiglia se la passa decisamente meglio rispetto a quei 2 miliardi di persone che invece sono costrette a utilizzare, per bere e lavarsi, una fonte d'acqua contaminata, esponendosi così al serio rischio di contrarre malattie mortali come colera, dissenteria, tifo e poliomielite.

Nel mondo, infatti, più di 4 miliardi di persone vivono in condizioni di scarsità d’acqua per almeno un mese all'anno, mentre 500 milioni di persone abitano in luoghi dove il consumo annuo di acqua è doppio rispetto alla quantità che la pioggia riesce a reintegrare.

Se non si adotteranno delle drastiche contromisure, nel 2030 il 47% della popolazione mondiale subirà problematiche dovute alla scarsità di acqua, mentre nel 2050 circa il 60% della popolazione globale vivrà in condizioni di stress idrico.

Se l'acqua degli oceani è inquinata, l'aria sembrerebbe esserlo ancora di più, tanto che, in alcuni giorni, le cappe di smog che ricoprono le città possono essere fotografate dallo spazio. 

E non stiamo parlando soltanto dell'ormai celebre inquinamento delle città dell'India e della Cina ma anche di quelle italiane.

Nel 2017, in Italia, 39 capoluoghi di provincia hanno superato la soglia di sicurezza dei 35 giorni annui oltre il limite massimo di smog consentito per le polveri sottili (media giornaliera superiore a 50 microgrammi per ogni metro cubo), tra questi in 10 hanno oltrepassato il limite dei 90 giorni annui oltre la soglia massima d'inquinamento stabilita dalle direttive europee.

Per quanto riguarda l'ozono, sono state 44 le città italiane che hanno registrato il superamento del limite di 25 giorni oltre la soglia consentita nell’anno solare. 

Sommando i due dati, la maglia nera spetta a Cremona con ben 178 giorni di inquinamento rilevato (105 per le polveri sottili e 73 per l’ozono); a seguire: Pavia 167 giorni, Lodi, Mantova e Monza a pari (de)merito con 164 giorni d'inquinamento totale, Milano 161 giorni ed Alessandria con 160 giorni.

Si badi bene: non che negli altri giorni l'aria non fosse inquinata, lo era lo stesso ma entro i limiti stabiliti (ad arbitrio) da un certo ente. Come a dire che a norma di legge è lecito respirare sostanze nocive, mentre invece esse non dovrebbero essere presenti.

Resta il fatto che, a detta dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), il 92% della popolazione mondiale respira aria inquinata oltre il limite di sicurezza per le polveri sottili.

Un limite, quello relativo al PM10, che per l'OMS corrisponde ad una media su base annua di 20 microgrammi per metro cubo, senza mai raggiungere in un sol giorno i 50 microgrammi per metro cubo, mentre per le direttive europee si attesta su di una media assai più accomodante pari a 40 microgrammi per metro cubo, consentendo che i giorni in cui possono essere sforati i 50 microgrammi per metro cubo non siano più di 35 all'anno.

La stessa cosa accade per il PM2.5, con una soglia massima stabilita dalla UE pari ad una media annua di 25 microgrammi per ogni metro cubo, che invece, stando al parere dell’OMS, dovrebbe attestarsi sui 10 microgrammi. 

Si tenga presente che il PM10 ed il PM2.5 sono stati classificati dallo IARC (International Agency for Research on Cancer) come cancerogeni certi per l'uomo.

Le conseguenze esiziali dovute a questo piccolo, lento ma continuo processo di avvelenamento generalizzato, sono innegabili, tanto da essere ufficialmente stimate: 7 milioni di morti all'anno.

L'inquinamento dell'aria è la causa del 24% delle morti per attacco cardiaco, del 25% degli ictus letali, del 43% delle morti per malattie polmonari ostruttive e del 29% dei tumori al polmone.

E come se non bastasse, lo smog fa invecchiare il cervello, danneggia la pelle e causa l'infertilità maschile. 

Tra i grandi Paesi europei, l'Italia è quello che fa registrare il più alto numero di morti per inquinamento atmosferico. 

Il bel paese ha una media di 1.500 morti premature all'anno per inquinamento per milione di abitanti, ed è seguito da Germania con 1.100 morti, Francia e Regno Unito, che si attestano a circa 800 morti, e Spagna con 600 morti. 

La media europea è pari a 1.000 morti premature all'anno per inquinamento per milione di abitanti.

I gas che vengono immessi nell'aria non rappresentano soltanto un problema per la salute umana ma influiscono anche sul clima. È questo il caso dei cosiddetti gas serra o, più in generale, dei gas climalteranti.

Tra di essi elenchiamo: il vapore acqueo (H2O), l'anidride carbonica (CO2), il protossido di azoto (N2O), il metano (CH4) ed alcuni gas fluorurati, come ad esempio: i clorofluorocarburi (CFC), gli idrofluorocarburi (HFC), i perfluorocarburi (PFC) e l'esafluoruro di zolfo (SF6).

Questi gas condividono la caratteristica di far penetrare la radiazione solare nell'atmosfera e di ostacolare l'uscita della radiazione infrarossa riemessa dalla superficie terrestre. 

Ne consegue un certo innalzamento della temperatura media dell'atmosfera ed una minor intensità delle escursioni termiche tra giorno e notte. 

Tutto ciò è noto con il nome di “effetto serra” ed è proprio dal suo verificarsi che ha origine un equilibrio dinamico fondamentale per lo sviluppo e la sopravvivenza delle forme di vita presenti sulla Terra.

Al contrario, è l'incremento dell'effetto serra a rappresentare un serio problema, non per la Terra, la quale è sopravvissuta tranquillamente ad ogni genere di cataclisma, ma per i suoi abitanti.

Già, perché se si ha un aumento di gas ad effetto serra in atmosfera, si ha anche un incremento della temperatura media globale, e bisognerebbe tenere a mente che, circa 252 milioni di anni fa, un innalzamento della temperatura media di una decina di gradi causò l'estinzione del 95% delle specie animali. 

Il principale gas ad effetto serra, il cui anomalo quantitativo sembrerebbe essere direttamente riconducibile alle attività antropiche, è l'anidride carbonica (CO2), responsabile di per sé per il 5-20% dell’effetto serra complessivo.

Un suo incremento nell'atmosfera determina un innalzamento delle temperature che, a sua volta, causa una maggior presenza di vapore acqueo, dando luogo così ad alcuni meccanismi di retroazione positivi che tendono ad aumentare ulteriormente la temperatura media.

Il vapore acqueo, infatti, è il componente climalterante dell'atmosfera più "potente", responsabile di per sé per almeno i due terzi dell'effetto serra naturale. Pertanto, un incremento di CO2 di origine antropica causa, seppur indirettamente, anche un innalzamento di temperatura dovuto ad una maggior presenza di vapore acqueo.

Va inoltre ricordato che gli oceani sono dei grandi contenitori di CO2, in quanto quest'ultima è solubile in acqua. E siccome all'aumentare del calore diminuisce la solubilità della CO2, gli incrementi di temperatura causano rilascio di anidride carbonica nell'aria.

Quando ciò si verifica, l'ecosistema mette in atto delle contromisure che tendono a fare in modo che nel, suo complesso, il sistema raggiunga un nuovo “equilibrio” termodinamico, il quale (purtroppo) prevede una temperatura media più elevata. 

Ovviamente le dinamiche sono reversibili e chiaramente sono assai più complesse rispetto a questi semplici esempi appena esposti.

Ma a giudicare dai dati e dalle previsioni ad oggi reperibili, sembrerebbe proprio che la temperatura media globale sia destinata a salire, non senza che si verifichino delle (spiacevoli) complicazioni.

A livello mondiale, il 97% della comunità scientifica sostiene che il riscaldamento globale abbia una causa antropica e che la CO2 reciti un ruolo centrale in questo processo. Non mancano però delle voci dissonanti.

In realtà, i negazionisti dei cambiamenti climatici, così definiti in modo improprio sui mass media, non negano affatto che vi sia un incremento delle temperature in corso, sostengono però che la causa principale di questo fenomeno non sia imputabile alle attività umane, ma ad altri fattori, come ad esempio ad una maggiore intensità dell'irraggiamento solare.  

Negare l'origine antropica del riscaldamento globale non è affatto comparabile con l'affermare che la Terra è piatta: nel secondo caso esiste un esperimento cruciale per stabilire chi ha ragione (basta prendere un aereo ed effettuare qualche giro intorno al mondo), nel primo caso, invece, per raggiungere una certezza assoluta servirebbe una piena conoscenza delle dinamiche climatiche, di cui l'umanità ancora non dispone. 

Inoltre, vale la pena di ricordare che, in generale, il fatto che la maggioranza dei membri della comunità scientifica sia concorde con una qualsiasi tesi non è garanzia di verità: vi fu un tempo in cui la comunità scientifica credeva che la Terra fosse piatta, e che esistesse l'etere luminifero, fin quando queste credenze non furono confutate.

Per questo, a rigor di termini, bisognerebbe parlare di Teoria del riscaldamento globale di origine antropica, perché non si tratta di una verità dimostrata, così come invece accade per i teoremi della matematica che sono accompagnati da dimostrazioni oggettive e rigorose.

E bisognerebbe sempre mantenere la mente aperta, ascoltando tutte le teorie e le contro-argomentazioni, assumendo un atteggiamento di sano scetticismo nei confronti di ogni convincimento personale, perché è soltanto in questo modo che l'umanità può sperare di cogliere qualche elemento di verità.

Del resto, l'esperienza di ieri, e di oggi, mostra che dalla fossilizzazione dogmatica del pensiero scaturiscono i peggiori disastri.

Da un punto di vista sociologico, gli oppositori della Teoria antropica sostengono che la narrazione catastrofista legata ai cambiamenti climatici sia funzionale dal punto di vista economico, sia per ottenere fondi di ricerca con maggiore facilità, che per generare profitti sfruttando la cosiddetta “green economy”.

In modo simmetrico, la medesima argomentazione viene rivolta contro i negazionisti, accusati di essere finanziati dalle multinazionali del petrolio, che, così facendo, possono continuare indisturbate a trarre profitto dallo sfruttamento delle fonti fossili.

Ma i negazionisti replicano che imporre ai Paesi in via di sviluppo un divieto di utilizzare le fonti fossili, invitandole ad utilizzare direttamente le energie rinnovabili, di fatto, significhi impedire a quei Paesi di svilupparsi e che l'ecologismo sia stato strumentalizzato politicamente per esercitare una forma di controllo sociale, assicurandosi così l'esclusiva sullo sfruttamento delle risorse...

Si potrebbe andare avanti ancora a lungo, ma un simile approfondimento non è affatto necessario per le finalità di questo scritto: vi spiego subito perché.

Nel corso della trattazione assumerò come ipotesi di lavoro che i cambiamenti climatici siano da attribuirsi alle attività antropiche, se non altro per un principio di precauzione.

Se è vero che le temperature stanno aumentando già di per sé, non si comprende l'esigenza di dare man forte al processo, immettendo nell'atmosfera quantitativi addizionali di gas climalteranti in presenza di strategie alternative che consentirebbero di evitare gran parte di quelle emissioni, senza diminuire la qualità della vita degli esseri umani. 

Inoltre, come avrete modo di comprendere leggendo i miei scritti, le soluzioni da me concepite hanno validità generale e possono essere parimenti attuate sia nel caso in cui l'origine del riscaldamento globale sia antropica, sia nel caso in cui non lo sia.

Per questo motivo, ho ritenuto opportuno evitare di condurvi nei meandri della doverosa e interessante indagine atta a stabilire se i cambiamenti climatici in corso siano, per così dire, naturali o artificiali, ma invito chi volesse approfondire la questione, sia da un punto di vista scientifico che sociologico, a consultare le note che ho inserito in bibliografia.

Per il momento, possiamo procedere oltre concordando su di un punto: la temperatura media globale sta aumentando.

Secondo le stime, nel 2015, l'aumento globale di temperatura rispetto all'epoca preindustriale era di circa 0,93 gradi centigradi. 

Se non ci saranno inversioni di tendenza, si prevede un incremento di 4-8 gradi centigradi medi, a seconda degli scenari e dei modelli adottati, con delle conseguenze che sono state definite "catastrofiche" già al verificarsi di un incremento di soli 3-5 gradi.

Se poi si dovessero superare i 5 gradi d'innalzamento, si metterebbe in dubbio la sopravvivenza di gran parte dell'umanità.

Per scongiurare questi scenari, nel 2015, con gli accordi di Parigi, i delegati di circa 200 Paesi di tutto il mondo si sono impegnati a mantenere l'aumento della temperatura media entro i 2 gradi centigradi dai livelli preindustriali, riservandosi di compiere tutti gli sforzi necessari affinché l'aumento non superi gli 1,5 gradi. 

L'accordo prevede una sostanziale diminuzione delle emissioni di gas serra a partire dal 2020, fino a raggiungere, al massimo entro il 2100, il momento in cui la produzione di nuovi gas climalteranti sarà sufficientemente bassa da essere assorbita naturalmente.

Nel frattempo, dopo tre anni di stallo, le emissioni di anidride carbonica risultano in aumento ed il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annuncia il ritiro dagli accordi di Parigi.

Nel mese di aprile 2018, la concentrazione mensile media di anidride carbonica in atmosfera ha superato le 410 parti per milione. 

L'analisi dei carotaggi di ghiaccio, prelevati in Groenlandia e in Antartide, ha consentito di stabilire che un simile livello non era mai stato raggiunto negli ultimi 800.000 anni.

Per migliaia e migliaia di anni, infatti, la CO2 presente in atmosfera ha oscillato tra le 170 e le 280 parti per milione, incrementando rapidamente la sua concentrazione in concomitanza dell'inizio dell'era industriale.

Che gli obiettivi stabiliti negli accordi di Parigi saranno disattesi è cosa pressoché certa. 

Basti sapere che vi è una sorta di inerzia nei processi di riscaldamento globale, per cui le temperature continuerebbero a salire di 0,5-2 gradi anche se l'umanità, di colpo, smettesse completamente di emettere gas serra.

I ghiacciai hanno già superato un punto di non ritorno e, pur in assenza di nuove emissioni antropiche, il 40% di essi continuerebbe a sciogliersi. 

Secondo alcuni ricercatori, entro il 2040, nei mesi più caldi dell'anno si assisterà, per la prima volta, al totale disgelo del Polo Nord.

Vent'anni fa, il livello dei mari cresceva di circa 2,2 millimetri all'anno, oggi invece la crescita ha raggiunto i 3,3 millimetri annui. 

Le previsioni più ottimistiche stimano un incremento complessivo del livello dei mari pari a 34-75 centimetri entro il 2100, a patto di riuscire a mantenere l'aumento della temperatura  globale entro i 2 gradi centigradi; le più pessimistiche, arrivano a profetizzare una crescita del livello del mare di 150-190 centimetri. 

Se l'innalzamento si attestasse intorno ai 65 cm, il 7% della popolazione mondiale dovrebbe trasferirsi, perché altrimenti rischierebbe di finire sommersa.

Se le temperature medie globali dovessero aumentare di 4 gradi centigradi, l'inghiottimento da parte del mare di terre emerse abitate riguarderebbe 470-760 milioni di persone. 

Tra le città che potrebbero scomparire troviamo: Londra, New York, Shanghai, Hong Kong, Calcutta, Mumbai, Dhaka, Jakarta, Hanoi, Rio de Janeiro, ma anche le italianissime: Napoli, Pisa, Ravenna e Venezia.

Tenendo in considerazione il rischio relativo a innalzamento del livello del mare, mareggiate e condizioni climatiche estreme, è stato previsto che entro il 2060 più di un miliardo di persone saranno esposte a fenomeni d'inondazione.

I più colpiti saranno i poveri delle città di: Calcutta e Mumbai (India), Dhaka (Bangladesh), Guangzhou (Cina), Saigon (Vitnam); Shanghai (Cina) e Bangkok (Thailandia).

Ma le inondazioni causeranno ingenti danni economici anche a: Miami e New York City (USA), Alessandria (Egitto) e Tokyo (Giappone).

Non mancano voci dissonanti che giudicano le proiezioni sui cambiamenti climatici del gruppo intergovernativo IPCC addirittura troppo “ottimistiche”, perché a loro avviso, per contenere gli incrementi di temperatura entro i 2 gradi, bisognerebbe attuare rapidamente delle radicali modifiche agli stili di vita, con tagli drastici di consumo di energia e beni, nel mentre che si procede ad un completo passaggio dai combustibili fossili ad altre forme di energia a emissioni zero.

Stando a questi pareri, per rispettare gli accordi di Parigi, sembrerebbe necessario come minimo un taglio alle emissioni di anidride carbonica che va dal 40% al 70% entro il 2050. 

Altri ricercatori hanno diffuso degli studi secondo i quali la probabilità che entro il 2100 l'aumento della temperatura media sia compreso tra 2 e 4,9 gradi centigradi è del 90%.

Com'è noto, il difetto delle previsioni in ambito ambientale consiste nell'intrinseca impossibilità di includere fattori aleatori determinanti, come le scoperte e le innovazioni scientifico-tecnologiche o l'avvento di un cataclisma.

Per ironia della sorte, l'eruzione di un super-vulcano potrebbe oscurare i cieli, facendo precipitare l'umanità in una nuova piccola era glaciale. Ciò, ad oggi, non può essere previsto. 

Così come non è dato sapere se tra qualche anno la scienza consentirà all'umanità di padroneggiare il clima a suo arbitrio, con conseguenze sociali che non oso neppure immaginare, visto l'attuale livello spirituale.

Il valore delle suddette previsioni è però innegabile: esse dicono che se non verranno adottate delle  contromisure è ragionevole attendersi che gli incrementi di temperatura stimati si verificheranno. 

In tal senso, le previsioni sui cambiamenti climatici rappresentano un potente invito all'azione.

Per contrastare l'aumento delle temperature, l'umanità ha a disposizione due strategie: cambiare il proprio stile di vita, di consumo e di sviluppo, oppure tentare d'intervenire attivamente a livello fisico, per fare in modo che il riscaldamento globale non si verifichi o addirittura regredisca. Chiaramente queste due strategie possono anche combinarsi tra di loro.

Io propendo per intervenire nel modo in cui è concepita l'economia, agendo con razionalità sulla produzione ed il consumo di beni e servizi, ma sono pronto a scommettere che, pur di non rimettere in discussione il modello capitalistico, gli sforzi dei principali attori sociali si concentreranno sulla seconda possibilità: forse si arriverà a costruire degli scudi termici nello spazio, o si tenterà di modificare l'atmosfera con dei programmi di geoingegneria, o magari si studieranno dei sistemi per rimuovere i gas serra dall'atmosfera. 

E tutto ciò, bene che vada, avverrà in modo temporaneo, per favorire la transizione verso un modello più ecosostenibile; oppure, nel peggiore dei casi, sarà adottato come “soluzione” permanente, per mantenere in essere così com'è l'attuale modello socio-economico con tutte le sue distorsioni.

Ma i problemi relativi alle attività antropiche non riguardano esclusivamente il riscaldamento globale: l'aumento della temperatura è soltanto una delle questioni ambientali che si dovranno necessariamente affrontare nel 21-esimo secolo.

Forse l'umanità non sta provocando il riscaldamento globale, ma è innegabile che stia comunque trasformando la Terra in un luogo ostile, sempre più incompatibile con la vita. 

L'inquinamento dell'aria, dell'acqua e della terra, è già sufficientemente elevato da intaccare la salute degli esseri umani in modo significativo, e le previsioni non lasciano affatto intendere che nei prossimi decenni avrà luogo un'inversione di tendenza.

Ma la cosa più eclatante è che tutto ciò stia avvenendo in un clima d'indifferenza, con una generale volontà che rema nella direzione dell'autodistruzione: la natura grida, ma l'umanità è sorda.

Sia il Fondo Monetario Internazionale che l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico hanno rivisto a rialzo le stime di crescita mondiali, sia per l'anno corrente (2018) che per quello che verrà, indicando un +3,9% su base annua per il PIL del mondo.

Ma con gli attuali modi di produzione e di consumo, quando l'economia cresce, aumentano anche l'inquinamento, la distruzione ed il degrado ambientale. 

A poco è servito l'appello rivolto all'umanità firmato e pubblicato nel 1992 da 1.700 scienziati di chiara fama, all'interno del quale si denunciava l'insostenibilità delle attività antropiche e si proclamava la necessità di adottare un grande cambiamento nella gestione della Terra al fine di evitare il declino della civiltà. 

E chissà se avrà una qualche utilità il secondo appello, giunto a distanza di 25 anni dal primo monito e pubblicato di recente in un saggio sottoscritto da ben 15.000 scienziati di tutto il mondo.

Dal 1992, fatta eccezione per la stabilizzazione dello strato di ozono, non solo l'umanità non ha messo in atto le soluzioni necessarie per risolvere i problemi ambientali, ma è addirittura riuscita a far aggravare la situazione relativamente alle minacce ed alle criticità preannunciate!

Negli ultimi 25 anni, infatti, si sono verificati: una riduzione del 26% della quantità di acqua dolce disponibile per la popolazione mondiale; un incremento del 75% di zone oceaniche “morte”, vale a dire in cui la vita animale non riesce a diffondersi a causa dell'inquinamento e della scarsità di ossigeno; la distruzione di 120 milioni di ettari di foreste; un incremento di emissioni di gas serra superiore al 60%; un incremento della temperatura media terrestre del 167%; una crescita della popolazione umana del 35% ed una diminuzione della popolazione animale di mammiferi, rettili, anfibi, uccelli e pesci del 29%. 

L'umanità si sta avvicinando, con passi da gigante, verso un inconsueto fenomeno che potrebbe essere definito come un collasso sistemico.

Nel loro complesso, le attività antropiche stanno causando quella che il WWF non ha esitato a definire come la «sesta estinzione di massa».

Dal 1970 al 2012, è andato scomparendo il 58% della popolazione presente sulla Terra per quanto riguarda la fauna dei vertebrati terresti e marini. Inoltre, è stato stimato che, nel giro di poche generazioni, l'umanità potrebbe causare l'estinzione di almeno i tre quarti delle specie animali.

In Europa, oggi, sono a rischio di estinzione il: 42% dei mammiferi autoctoni, 15% degli uccelli, 45% delle farfalle, 30% degli anfibi, 45% dei rettili e il 52% dei pesci di acqua dolce.

Con le loro azioni, gli esseri umani stanno portando le specie viventi all'estinzione con un tasso da 100 a 1.000 volte superiore rispetto al ritmo naturale di riduzione della biodiversità. E questa strage si amplifica ad ogni incremento della temperatura media mondiale.

Gli alberi sono degli ottimi alleati per contrastare il fenomeno del riscaldamento globale, ma l'umanità preferisce distruggere anche queste evolutissime forme di vita, piuttosto che rispettarle ed essergli riconoscenti per il fatto di rendere possibile la loro esistenza. 

Si stima che nel mondo esistano 3.000 miliardi di alberi, vale a dire circa 400 esemplari per ogni essere umano, ma negli ultimi 11.000 anni, a causa delle attività antropiche, il loro numero si è già ridotto del 46%. E purtroppo la tendenza non si è ancora invertita.

Ad oggi, vengono abbattuti 15 miliardi di alberi ogni anno, a fronte dei 5 miliardi che vengono ripiantati, generando così un saldo negativo pari a 10 miliardi di alberi all'anno.

Com'è facilmente intuibile, la distruzione e la frammentazione degli habitat, sottratti alle necessità degli animali per soddisfare i bisogni degli esseri umani, rappresentano due tra le principali concause della perdita di biodiversità.

In tutto il mondo, nel periodo che va dal 2000 al 2010, circa 13 milioni di ettari di foreste all'anno sono stati convertiti ad altro uso, o sono andati perduti per cause naturali.

Un dato in diminuzione rispetto ai circa 16 milioni di ettari l'anno persi nel decennio precedente, che però non può ancora considerarsi soddisfacente.

Infatti, tenuto conto dei programmi di riforestazione e della naturale espansione delle foreste, per il decennio che va dal 2000 al 2010, si ottiene una perdita netta di area forestale pari a 5,2 milioni di ettari l'anno, rispetto agli 8,3 milioni di ettari distrutti negli anni '90.

Vi sono però alcune realtà in controtendenza, come ad esempio la foresta amazzonica, dove il tasso di deforestazione è in aumento e, nel periodo tra agosto del 2015 e luglio 2016, ha raggiunto il livello più alto dal 2008.

La dimensione del polmone verde del mondo si sta riducendo ad un ritmo di quasi 8 mila chilometri quadrati all'anno, disboscando un'area corrispondente a circa 128 campi da calcio l’ora.

Per rendersi conto dell'entità di questi numeri, è sufficiente sapere che tra il 2000 e il 2013 la superficie mondiale delle foreste vergini è diminuita del 7,2%.

Rendere negativo il tasso di deforestazione netto, ovvero incrementare l'area effettiva coperta da foreste e alberi da frutto, sarebbe fondamentale non solo per la conservazione della biodiversità, ma anche per contrastare il riscaldamento globale.

Non tutti sanno che la sola deforestazione è responsabile del 20-30% dei gas serra annualmente rilasciati nell’atmosfera, e che una seria politica volta all'adozione di soluzioni climatiche di tipo naturale, come ad esempio il rimboschimento, potrebbe coprire da sé il 37% delle azioni di mitigazione necessarie per mantenere il riscaldamento climatico entro i 2 gradi, senza bisogno di ulteriori iniziative. 

Ma l'umanità, negli ultimi 40 anni, invece di prendersi cura dell'ambiente, ha contribuito alla degradazione del 33% dei suoli coltivabili del pianeta.

Complessivamente, il 75% dei terreni destinati ad uso alimentare è in fase di degradamento e questa percentuale potrebbe arrivare al 95% entro il 2050. Si tratta di numeri che mal si conciliano con un incremento demografico della popolazione mondiale e la conseguente richiesta di maggior cibo.

È stato stimato che, per soddisfare la domanda mondiale futura di cibo, la produzione agricola dovrebbe aumentare del 60% a livello globale entro il 2040.

In passato, per incrementare il rendimento dei terreni, è stata adottata un'agricoltura di tipo intensivo, ricorrendo a fertilizzanti e diserbati chimici. Ma ad una resa superiore, ottenuta nel breve termine, è corrisposto un maggiore sfruttamento, con una progressiva degradazione dei suoli.

Per formare 2,5 cm di suolo attivo, adatto a produrre cibo, la natura impiega ben 500 anni. Ne consegue, che serviranno secoli affinché le aree degradate tornino ad essere produttive, a meno che l'uomo non intervenga appositamente su di esse per velocizzarne il ripristino. 

Purtroppo, l'approccio intensivo si è rivelato fallimentare sia dal punto di vista della sostenibilità che della salubrità. 

In Italia, i pesticidi sono presenti nel 67% delle acque superficiali e nel 33% delle acque sotterranee e superano i limiti di sicurezza rispettivamente nel 23,9% e nell'8,3% dei casi.

Su tutti gli inquinanti svetta il Glifosato, l'erbicida più utilizzato al mondo, classificato dall’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come “probabilmente cancerogeno” (gruppo 2A).

Nel mondo, i pesticidi causano 200.000 decessi all'anno per avvelenamento acuto, di cui il 99% dei casi si verifica nei Paesi in via di sviluppo. Va molto peggio agli animali, soprattutto agli impollinatori. 

Oltre alla ormai celebre moria delle api, in gran parte attribuita all'utilizzo dei pesticidi neonicotinoidi, è stato riscontrato un calo significativo nella popolazione degli insetti, dei piccoli mammiferi e in quella degli uccelli.

Le ragioni sono diverse ma tutte riconducibili all'utilizzo di erbicidi e insetticidi: c'è chi viene direttamente ucciso da queste sostanze e chi muore perché i semi di cui si nutre sono avvelenati. 

Altri non riescono a sopravvivere perché si sarebbero dovuti nutrire di quegli insetti che però, a causa dei pesticidi, non sono più presenti.

I biologi francesi lamentano una perdita del 50% degli uccelli di campagna rispetto al 1980, mentre quelli tedeschi dichiarano che oggi sono presenti soltanto il 33% degli insetti volatili rispetto a 25 anni fa.

Ed ecco che alcuni “geni” hanno già sfoggiato “soluzioni” di tipo tecnologico per sopperire alle funzioni naturalmente svolte da api e farfalle realizzando dei robot impollinatori, dimostrano così tutta la loro idiozia.

La buona notizia è che, studi scientifici alla mano, nel lungo periodo l'agricoltura biologica si è rivelata molto più produttiva di quanto non si pensasse, dato che, in media, la resa dei suoli biologici è pari all'80% di quelli convenzionali.

Ciò significa che, mediamente, fatta 100 la produzione di un terreno lavorato in modo biologico, il medesimo appezzamento di suolo, se fosse stato coltivato in modo convenzionale, avrebbe potuto rendere un 25% in più. 

Ovviamente ci sono delle differenze, in meglio ed in peggio, a seconda delle colture. Ad esempio, per quanto riguarda la frutta, di norma, la resa del biologico risulta comparabile rispetto ai metodi convenzionali, ma nel caso dei cereali quest'ultima tecnica produce mediamente un 35% in più.

Sebbene nel breve periodo la transizione verso il biologico richiederebbe di mettere in atto delle strategie per compensare un certo calo di produzione, nel lungo periodo garantirebbe la sicurezza alimentare, perché con l'agricoltura biologica i suoli organici tendono a mantenere integre le loro proprietà biologiche, fisiche e chimiche, assicurando così una produzione stabile al trascorrere degli anni.

Ciò non accade con i metodi convenzionali che sovrasfruttando il terreno lo degradano inesorabilmente. Questo significa che il vantaggio in termini di produzione ottenibile nel breve termine con l'agricoltura intensiva, a lungo andare non è garantito.

Oltre alla sicurezza alimentare, la cessazione dell'utilizzo di sostanze chimiche dannose indurrebbe un benefico incremento della fauna selvatica e contribuirebbe a far diminuire l'incidenza di malattie sugli esseri umani, i quali, invece di nutrirsi con alimenti avvelenati, ricomincerebbero ad alimentarsi con dei cibi sani.

I detrattori sostengono che quella del biologico sia una favoletta romantica, bella ma impossibile, perché attraverso di esso non si riuscirebbero a sfamare tutti gli abitanti della Terra. 

A sostegno di questa tesi, essi asseriscono che, per le principali colture, il biologico produca fino al 50% in meno rispetto ai metodi intensivi, richiedendo, di conseguenza, di coltivare fino al doppio della terra attualmente lavorata per ottenere le medesime quantità.

Nonostante la realtà sia ben più rosea rispetto a quanto vorrebbero farci credere i fautori dei metodi intensivi, e non manchino prove a supporto del fatto che, con i dovuti accorgimenti, il biologico possa produrre tanto quanto il convenzionale (si vedano, ad esempio, le tecniche utilizzate da Masanobu Fukuoka descritte nel saggio intitolato la rivoluzione del filo di paglia), poniamoci pure nel peggiore dei casi, ovvero assumiamo, in modo precauzionale, che il biologico produca sempre il 50% in meno e quindi che, per ottenere il medesimo quantitativo di cibo attualmente prodotto, si debba lavorare esattamente il doppio della terra!

Se è così che stanno le cose, allora l'umanità non ha nulla di cui preoccuparsi.

Si consideri che, attualmente, un terzo del cibo prodotto a livello mondiale (circa 1,3 miliardi di tonnellate) viene sprecato, ed un altro terzo viene utilizzato per nutrire gli animali d'allevamento. Quindi, tanto per cominciare, si potrebbe compensare la riduzione dovuta alla minore produttività del biologico diminuendo l'inefficienza del sistema.

Se poi, oltre a questo fattore, si prendesse in considerazione anche l'eclatante inefficienza dovuta al consumo umano di alimenti di origine animale, si comprenderebbe immediatamente che la questione della sostenibilità alimentare relativa all'adozione del biologico potrebbe essere risolta definitivamente se l'umanità smettesse di cibarsi di animali.

Infatti, a parità di apporto calorico, la produzione di carne bovina richiede 28 volte la terra, 11 volte l'acqua e 6 volte i fertilizzanti, che sarebbero sufficienti per la produzione di altre tipologie di carni, uova e prodotti caseari, oltre a liberare gas serra in quantità 5 volte superiori agli altri tipi di produzione. 

Quest'ultimi alimenti, a loro volta, richiedono da 2 a 6 volte le risorse necessarie a produrre cibi di origine vegetale ad essi equivalenti dal punto di vista nutrizionale, come ad esempio grano, farro, riso e patate. 

Se poi si scegliesse di sostituire questi alimenti con la frutta, si otterrebbe un altro grande incremento d'efficienza rispetto alla produzione di legumi e cereali, dato che, in generale, l'utilizzo degli alberi da frutto rappresenta il metodo meno impattante, più produttivo e maggiormente sostenibile attualmente a disposizione dell'umanità.

Per comprendere quanta inefficienza comporti il consumo di alimenti di origine animale, basti sapere che un ettaro di terreno utilizzato per produrre carne rossa può sfamare soltanto una persona; il medesimo terreno finalizzato alla produzione di latte alimenterebbe 2 persone; impiegando un ettaro di terra per coltivare grano, mais, riso e patate, si riuscirebbero a nutrire rispettivamente 15, 17, 19 e 22 esseri umani. 

Ma il numero d'individui nutriti per ettaro di terra utilizzata salirebbe ancor più se si prendesse in considerazione il consumo di frutta. 

Si tenga presente che, mentre per i legumi ed i cereali più diffusi, come ad esempio frumento, orzo, farro e ceci, la resa oscilla tra 2 e 8 tonnellate ad ettaro, nel caso della frutta dolce, come ad esempio mele, pere, pesche e kaki, non è difficile ottenere una produzione compresa tra le 15 e le 40 tonnellate per ettaro. 

La frutta secca invece, come ad esempio noci, nocciole, pistacchi e arachidi, può essere prodotta con una resa che oscilla tra 1 e 4 tonnellate a ettaro, ma non bisogna dimenticare che essa risulta assai più proteica, calorica ed ancor più ricca di acidi grassi essenziali, rispetto ai legumi ed ai cereali.

Quindi, nonostante la quantità per ettaro di frutta secca ottenibile sia inferiore rispetto a quella assicurata da legumi e cereali, se si considerasse il potere nutrizionale, ancora una volta alimentarsi di frutta risulterebbe il metodo più efficiente per sfamare l'umanità.

Ciò significa che se si cambiassero le abitudini alimentari, orientandosi verso il consumo di prodotti di origine vegetale, gli incrementi di efficienza sarebbero così elevati che non si avrebbe alcuna necessità di compensare la diminuzione di produttività dovuta alla transizione verso il biologico lavorando un maggior quantitativo di terra. 

In tal caso, infatti, si verificherebbe l'esatto contrario rispetto a quanto sostenuto dai fautori del convenzionale, ovvero si riuscirebbe a soddisfare la domanda mondiale di cibo addirittura utilizzando un minor quantitativo di terreno rispetto ad oggi, anche senza ricorrere all'utilizzo di fertilizzanti e pesticidi dannosi.

Decade così la principale argomentazione mossa contro il biologico: quella di non essere in grado di sfamare l'intera popolazione mondiale.

Riducendo gli sprechi e diminuendo il consumo di prodotti di origine animale, non solo il biologico potrebbe sfamare l'umanità, ma riuscirebbe a farlo in modo duraturo e maggiormente sostenibile, contrastando i cambiamenti climatici, diminuendo l'inquinamento ambientale, salvaguardando la fauna e migliorando la salute degli esseri umani.

Dati alla mano, la riduzione del consumo di carne e l'incremento dell'apporto di frutta e verdura, consentirebbero di evitare 5,1 milioni di morti premature entro il 2050; una dieta vegetariana salverebbe 7,4 milioni di vite, mentre un'alimentazione esclusivamente basata su alimenti di origine vegetale allungherebbe l'esistenza a 8,1 milioni di persone.

È noto, infatti, che nel mese di ottobre 2015 l'International Agency for Research on Cancer (IARC)  abbia classificato la carne rossa come “probabilmente cancerogena” (classe 2A) e la carne rossa lavorata (insaccati e salumi) come “sicuramente cancerogena” (classe 1).

La comunità scientifica degli epidemiologi concorda sul fatto che diete “ricche” di proteine animali, soprattutto carni rosse e lavorate, inducano un maggior rischio di sviluppare patologie come diabete, infarto e problemi cardiovascolari, obesità e cancro.

Il limite massimo di consumo di carne che non costituisce un pericolo rilevante per la salute è stato stabilito in 500 grammi alla settimana dallo IARC e in 300 grammi alla settimana dal World Cancer Research Fund. 

L'Harvard School of Medicine suggerisce di limitare ancor più il consumo di carne rossa, evitando di superare due porzioni da 80 grammi a settimana.

In termini di gas serra, ridurre il consumo di carne a 300 grammi a settimana consentirebbe di abbattere le emissioni del 30 % entro il 2050, eliminando del tutto la carne si avrebbe un decremento di emissioni del 63 %, mentre adottando un regime alimentare vegano le emissioni diminuirebbero del 70 %.

Mediamente, nelle nazioni industrializzate, si consumano 224 grammi di carne pro capite al giorno, corrispondenti a circa 1,6 kg a settimana e a 82 kg l'anno a persona, mentre nei Paesi in via di sviluppo se ne consumano dai 10 ai 20 kg all'anno a persona. 

Ad oggi, il settore dell'allevamento rappresenta, a livello mondiale, il maggiore fattore d'uso antropico delle terre; nel suo complesso, l'industria zootecnica utilizza il 30 % dell'intera superficie terrestre non ricoperta dai ghiacci e il 70 % di tutte le terre agricole.

Le emissioni derivanti dagli allevamenti sono superiori a quelle causate dal trasporto aereo, su ruote, navale e ferroviario. Produrre 1 kg di carne rossa richiede 15.000 litri d'acqua, contro i 200-2.500 litri necessari per produrre 1 kg dei più comuni alimenti di origine vegetale. 

L'occupazione delle terre, la deforestazione, la degradazione del suolo, l'emissione di gas serra, l'inquinamento, la distruzione dell'ecosistema marino e lo sfruttamento intensivo della pesca, rendono il settore zootecnico il principale fattore nella riduzione della biodiversità.

Nonostante la carne sia l'alimento più insostenibile, il suo consumo globale sembrerebbe destinato a salire del 73% entro il 2050, anche grazie alla spinta dovuta al rapido sviluppo economico dei Paesi emergenti che stanno imitando lo stile di vita degli Stati più “avanzati”.

Ma i paradossi in ambito alimentare non finisco qui:

1) l'umanità utilizza sostanze chimiche per incrementare e velocizzare la produzione di alimenti vegetali, per renderli più belli e fare in modo che si conservino più a lungo, ma così facendo, mentre si nutre, si avvelena.

Fortunatamente, sono sufficienti non più di 15 giorni di dieta biologica per indurre un crollo significativo della presenza di pesticidi nelle urine. Questo è quanto è stato messo in evidenza analizzando una tipica famiglia di città, prima e dopo l'adozione di una dieta priva di pesticidi.

2) L'OMS lancia un allarme a livello mondiale perché i batteri stanno diventando sempre più resistenti agli antibiotici e di conseguenza viene suggerito (giustamente) di ridurre l'uso di questi farmaci allo stretto indispensabile, salvo poi scoprire che la principale causa dello sviluppo di super-batteri antibiotico-resistenti è da attribuirsi al consumo di carne!

E mentre nel mondo si registrano 500 mila casi di infezioni antibiotico-resistenti, e l'antibiotico-resistenza viene definita come la più grande minaccia alla medicina moderna, negli Stati Uniti l’80% degli antibiotici prodotti non vengono utilizzati dagli esseri umani ma negli allevamenti di animali.

A livello mondiale, l'industria della carne consuma un quantitativo di antibiotici triplo rispetto a quello impiegato direttamente dagli esseri umani; nel 2013 gli allevatori hanno impiegato 131 mila tonnellate di antibiotici, un quantitativo che salirà fino a 200 mila tonnellate entro il 2030, se non verranno prese contromisure. 

3) Nel 2016, 815 milioni di persone hanno sofferto la fame, mentre 1,9 miliardi di persone erano in sovrappeso.

Ogni giorno 8 mila bambini muoiono di fame prima di aver compiuto i 5 anni d'età e allo stesso tempo 41 milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni sono obesi o in sovrappeso.

Così, da un lato, ci sono individui sottoalimentati che avrebbero un disperato bisogno di cibo e, dall'altro, ce ne sono degli altri che si ammalano a causa di un'inutile sovralimentazione. 

La situazione si fa ancor più paradossale, se si pensa che quei 1,3 miliardi di tonnellate di cibo sprecati ogni anno sarebbero sufficienti per sfamare 3,2 miliardi di persone.

E poiché chi soffre la fame vive principalmente nei Paesi in via di sviluppo, mentre chi abusa del cibo si trova nei cosiddetti Paesi "avanzati", ne deduciamo logicamente che oggi le persone non muoiono di fame perché non c'è da mangiare, ma perché sfamare i poveri non genera profitto.

4) Per quanto detto in precedenza, l'umanità trarrebbe un gran giovamento da una transizione di massa verso un'alimentazione biologica basata su alimenti di origine vegetale. Inoltre, la degradazione dei suoli coltivabili rappresenta un problema centrale, soprattutto se si verificheranno gli scenari di aumento della popolazione previsti.

E che cosa stanno facendo gli imprenditori per risolvere questi problemi? Stanno ricoprendo i propri terreni con pannelli fotovoltaici, oppure li stanno utilizzando per produrre biogas!

Evidentemente, posizionare i pannelli sui tetti di capannoni ed abitazioni, proibendo l'impiego dei terreni coltivabili per queste finalità, era un concetto troppo complesso da elaborare per le piccole menti dei politici; o forse una simile misura non sarebbe stata funzionale all'arricchimento di quei pochi che avevano disponibilità economiche tali da riuscire a realizzare dei grandi impianti fotovoltaici posizionati a terra.

Che dire poi della follia di coltivare cibo da bruciare per produrre energia anche quando questa attività è svolta addirittura in perdita dal punto di vista energetico? 

È proprio questo ciò che sta accadendo con le centrali a biomassa, perché i "lungimiranti" imprenditori si sono accorti che era assai più facile e remunerativo produrre mais da usare come combustibile, piuttosto che alimentare i biodigestori andando soltanto a recuperare gli scarti biologici, come invece avrebbe dovuto essere.

Si consideri che per alimentare una centrale da 1 megawatt con delle colture dedicate, sono necessari circa 300 ettari di terreno. Inoltre, siccome ciò che viene prodotto non è destinato ad uso alimentare, e ciò che conta è solo la resa, gli imprenditori si sentono autorizzati ad usare pesticidi e fertilizzanti in dosi massicce, inquinando il terreno e le falde acquifere circostanti. 

Si potrebbe andare avanti ancora a lungo, ma ci fermiamo qui. Già che siamo in tema, converrà riportare qualche dato relativo all'energia.


Energia

Nel 2004 l’umanità ha utilizzato circa 15 terawatt di energia così suddivisi: petrolio 37,8% (5,6 TW yr); carbone 25,6% (3,8 TW yr); gas naturale 23,6% (3,5 TW yr); nucleare 6% (0,9 TW yr); idroelettrico 6% (0,9 TW yr); eolico, solare, geotermico e legnatico 0,88% (0,13 TW yr).

Scopriamo così che l'energia rinnovabile non copriva neanche il 7 % del fabbisogno energetico mondiale. 

Nel corso di 10 anni, le fonti rinnovabili hanno visto raddoppiare la potenza installata in UE, tanto che nel 2015 riuscivano a soddisfare il 16,7% del fabbisogno energetico. Ad oggi, nel mondo, le rinnovabili coprono circa il 19,2% dei consumi di energia totali ed il 23,7% di quelli elettrici. 

In base alle previsioni, la domanda energetica mondiale aumenterà del 30-35% entro il 2040, soprattutto a causa della maggior richiesta dovuta ai Paesi emergenti, quali Cina e India. Ciò nonostante, alcuni ritengono che nel 2040 le fonti rinnovabili riusciranno a soddisfare il 40% del fabbisogno energetico mondiale.

Qualitativamente parlando, tra le fonti non rinnovabili, sarà ancora il petrolio a primeggiare, seguito dal gas naturale, in forte ascesa. Il consumo di carbone, invece, diminuirà in modo consistente.

Per quanto riguarda le riserve di fonti fossili, se i consumi si mantenessero ai livelli attuali e non venissero scoperti nuovi giacimenti, il petrolio si esaurirebbe entro 45 anni, il gas naturale entro 60 anni ed il carbone entro 130 anni.

C'è da dire che queste previsioni non sono molto attendibili. Alcuni, infatti, sostengono che il petrolio si esaurirà tra 70 anni, altri invece che i giacimenti petroliferi dureranno per più di un secolo. 

Il vero problema delle fonti fossili non è nella loro evidente scarsità, ma nei danni ambientali dovuti al loro utilizzo: se si bruciassero tutte le riserve di petrolio, gas e carbone già scoperte oggi, la temperatura media aumenterebbe di ben 9,5 gradi rispetto al livello preindustriale, mettendo in dubbio la sopravvivenza dell'umanità.

Inoltre, il buon senso vorrebbe che si conservasse in modo parsimonioso un certo quantitativo di queste risorse non rinnovabili per soddisfare i bisogni, non necessariamente energetici, delle generazioni che verranno. Anche per questo è di fondamentale importanza che avvenga una transizione verso l'utilizzo di altre fonti energetiche. 

Per fornire un quadro generale dello stato delle cose rispetto all'energia rinnovabile, è necessario riportare qualche dato. In particolare, concentreremo l'analisi sull'eolico, sull'idroelettrico e sul fotovoltaico che, in questo periodo, vanno per la maggiore. 

Tra le principali fonti rinnovabili, l'eolico è quella che sta facendo registrare la crescita più rapida in tutto il mondo (+10,8% rispetto al 2016). In Europa, nel 2016, l'energia prodotta dal vento superava quella prodotta con il carbone, mentre, nel 2017, è stata installata più potenza da eolico che da qualsiasi altra fonte.

Alcuni studi prevedono che l'energia del vento potrebbe soddisfare un terzo dei bisogni energetici mondiali entro il 2050. 

L'economicità dell'eolico e la sua lunga durata, sono tra le principali caratteristiche in grado di spiegare questa rapida ascesa, la quale in passato è stata favorita anche con degli appositi incentivi statali. 

Oggi, invece, al verificarsi di opportune condizioni ambientali, ed includendo nel computo anche le esternalità negative, lo sfruttamento del vento risulta tra i sistemi più economici per produrre energia, anche rispetto ad alcune fonti fossili (come il carbone).

È stato previsto che nel giro di qualche anno l'energia del Sole e del vento diverranno le più economiche in assoluto. 

La vita utile media degli odierni impianti eolici è di circa 25 anni, anche se questo lasso di tempo può essere ulteriormente incrementato con degli appositi interventi di manutenzione. 

I parchi eolici hanno già dimostrato di riuscire ad erogare tre quarti della potenza originaria a distanza di 19 anni, facendo così registrare una prestazione paragonabile a quella delle centrali a turbogas. 

A detta degli esperti di settore, le pale eoliche di nuova generazione consentiranno di migliorare ulteriormente questi risultati, rendendo gli impianti ancora più duraturi nel tempo.

Attualmente, il punto debole dell'energia eolica risiede nei processi da compiere una volta che gli impianti giungono a fine vita.

Ad oggi, infatti, il metodo di smaltimento più comune consiste nel gettare le pale dismesse in discarica.

Da un punto di vista tecnico, gran parte degli impianti sono formati da materiali facilmente recuperabili, come ad esempio il calcestruzzo, l'acciaio e il rame, impiegati per il basamento, la torre e il rotore, ma per quanto riguarda le pale la situazione si complica.

Queste, infatti, sono realizzate in materiale composito formato da resine rinforzate con fibre di vetro e carbonio, le quali possono essere separate riscaldando le pale a circa 600 gradi, con un gran dispendio di energia.  

In un mondo sempre più alimentato dal vento, il problema della gestione dei rifiuti provenienti dagli impianti eolici non potrebbe essere ignorato: basti sapere che entro il 2020, nella sola Europa, si dovranno gestire circa 50.000 tonnellate di compositi derivanti da pale eoliche giunte a fine vita.

Per questo motivo, in molti stanno tentando di trovare soluzioni per rendere il processo di recupero dei compositi più conveniente: c'è chi sta cercando di sviluppare un solvente per separare il vetro dai materiali plastici senza la necessità di riscaldare il composito e chi propone di realizzare le pale con materiali biodegradabili.

Altri ancora stanno mettendo a punto un processo di riciclaggio meccanico, al fine di generare materie prime seconde da impiegare in altri settori, e i più fantasiosi hanno riutilizzato direttamente le pale per realizzare dei parchi giochi per bambini. 

Anche se, con ogni probabilità, in futuro si riuscirà ad ottenere un processo di riciclaggio per gli impianti eolici sufficientemente efficiente, il problema, ad oggi, è ancora aperto. 

Tra le più significative fonti rinnovabili, non si può evitare di analizzare l'energia idroelettrica, particolarmente importante perché priva del difetto di intermittenza tipico della produzione eolica e di quella fotovoltaica.

Un aspetto non secondario, ma poco considerato, riguardante gli impianti idroelettrici, consiste nella possibilità di stoccaggio dell'energia.

Infatti, si possono sfruttare le fasi di sovrapproduzione energetica per pompare acqua da valle a monte all'interno di appositi serbatoi, così da poter disporre di scorte di energia addizionali da impiegare nei momenti di scarsa produzione.

Con un simile accorgimento tecnico, gli impianti idroelettrici riescono ad imitare i processi di accumulazione che si sarebbero potuti realizzare impiegando delle batterie.

Sfruttando questa idea, si possono realizzare degli accumulatori di energia idroelettrica da impiegare per risolvere i problemi di stoccaggio legati all’utilizzo delle fonti rinnovabili intermittenti, ad esempio, pompando acqua di giorno per poi rilasciarla di notte, riuscendo così a soddisfare la domanda energetica in quei lassi di tempo in cui il Sole ed il vento non dovessero essere presenti e/o sufficienti.

La vita utile media degli impianti idroelettrici varia a seconda della potenza e della tecnologia impiegata ma, in generale, è molto elevata (30-50 anni o più). 

Il principale problema legato all'idroelettrico è dovuto all'impatto ambientale e alle conseguenze socio-economiche relative alla costruzione di enormi accumuli di acqua necessari per alimentare le turbine dei grandi impianti.

Dighe e sbarramenti modificano radicalmente vasti paesaggi, distruggono habitat naturali, richiedono spostamenti di abitanti in altri territori e possono esporre alcune città a rischi di inondazione dovuti ad un eventuale cedimento delle strutture.  

Per ovviare a questo genere di inconvenienti, negli ultimi decenni, si sono diffuse tecnologie dedicate al micro e al mini idroelettrico, che consentono di sfruttare bacini idrici di ridotta dimensione, al fine di produrre una potenza energetica inferiore ai 100 kW (nel caso del micro idroelettrico) o compresa tra 100 kW e 1 MW (per quanto riguarda il mini idroelettrico).

Questo genere di impianti presenta un basso impatto ambientale e può essere realizzato in modo capillare sfruttando fiumi, torrenti e canali irrigui a regime costante, senza dar luogo a grandi stravolgimenti territoriali.

La tecnologia dell'idroelettrico ha una lunga storia alle sue spalle e per questo può considerarsi consolidata. L'efficienza raggiunta è così elevata che è possibile trasformare in energia elettrica fino al 95% dell’energia potenziale dell’acqua.

Assai più modesto è il rendimento dei pannelli fotovoltaici.

Ad oggi, i moduli fotovoltaici ad uso aerospaziale hanno un rendimento del 50%, ma i loro costi sono proibitivi per un uso di massa. Nei pannelli presenti in commercio, invece, il rendimento varia dall'8,5% dei moduli in silicio amorfo, al 21-25% dei moduli in eterogiunzione.

Tali valori possono accrescersi di un 30-45% grazie all'utilizzo di inseguitori solari ad uno o a due assi di rotazione.

La vita media utile di un impianto fotovoltaico è di circa 20-30 anni. I produttori assicurano un calo delle prestazioni dei moduli pari al 10% in 10 anni e del 20% in 20 anni. 

In realtà, i pannelli hanno una vita stimata ben più ampia (40-60 anni a seconda della tecnologia), ma con il passare del tempo il loro rendimento diminuisce a tal punto da non renderli più economicamente remunerativi.

Il punto debole degli impianti fotovoltaici è costituito dagli inverter, i quali presentano una durata in vita media di 10-15 anni. 

Come avremo modo di comprendere più avanti nel corso della trattazione, anche per il fotovoltaico la gestione a fine vita risulta alquanto problematica, sebbene per motivazioni diverse rispetto all'eolico.

Tutti conoscono i pannelli fotovoltaici, ma in pochi hanno idea di che cosa sia e come funzioni il solare termodinamico (anche detto solare a concentrazione).

Con questa tipologia di tecnologia, l’energia del Sole, invece di essere sfruttata mediante delle celle fotovoltaiche per produrre direttamente elettricità, viene convogliata, attraverso degli specchi parabolici, su di un tubo ricevitore.

Dentro questo tubo scorre un fluido, detto fluido termovettore, che assorbe l'energia e la trasporta in un serbatoio che è in contatto termico con uno scambiatore di calore che, in definitiva, genera vapore. 

A sua volta il vapore è utilizzato per azionare una classica turbina, che funziona secondo gli schemi tradizionalmente utilizzati anche per i combustibili fossili, l'energia geotermica e le centrali nucleari a fissione. 

In sostanza, il solare termodinamico produce elettricità azionando una classica turbina a vapore utilizzando l'energia sprigionata dal Sole. 

I raggi di luce si concentrano attraverso l’azione di numerosi specchi geometricamente disposti in modo da formare una parabola sul cui fuoco è posizionata una sorta di grande caldaia sorretta da una torre.

A causa della sua conformazione peculiare, questo genere d’impianto è noto al pubblico con il nome di Torre solare.

Nel mondo sono già state costruite diverse centrali che funzionano con la tecnologia del solare termodinamico. Tra le più potenti citiamo l’Aurora Solar Energy Project, situata nel sud dell’Australia.

Costituita da oltre 12.000 specchi riflettenti ad inseguimento solare, Aurora è in grado di erogare 150 MW di potenza e riesce a fornire energia a circa 90.000 abitazioni con otto ore di stoccaggio a pieno carico. L'autonomia è resa possibile da un sistema di accumulo termico a sali fusi che svolge il ruolo di una “batteria”.

La torre solare più alta del mondo si trova nel deserto del Negev, in Israele, si compone di circa 50.000 pannelli solari disposti intorno a una struttura alta 250 metri e fornisce energia a 130.000 abitazioni.

Il più grande sito di produzione solare multi-tecnologico al mondo, invece, si trova in Marocco; una volta a regime, il mega complesso di Noor Ouarzazate erogherà una potenza di picco di 580 MW. Ciò significa che quell’impianto riuscirà a soddisfare i bisogni energetici di oltre 300.000 abitazioni.

In un'intervista, il fisico italiano Carlo Rubbia ha dichiarato di aver stimato che per alimentare un terzo dell'Italia con il solare termodinamico, sarebbe sufficiente ricoprire di pannelli una zona vasta quanto l'area circoscritta dal Grande Raccordo Anulare.

A questo punto, però, è lecito chiedersi se esista una metodologia per orientarsi nella scelta tra le numerose fonti energetiche disponibili: la risposta è positiva.

Un modo rapido per confrontare le fonti energetiche consiste nel comparare i rispettivi indici EROEI, vale a dire il loro indice di ritorno di energia sull’investimento energetico effettuato.

Da un punto di vista matematico, l’EROEI di una fonte energetica è dato dal rapporto tra l’energia prodotta effettivamente utilizzabile e tutta l’energia impiegata per arrivare al suo ottenimento; fisicamente parlando, si può interpretare questo valore come un indicatore sintetico della resa energetica di una certa fonte.

Fonti energetiche con indice EROEI maggiore di 1 producono più energia di quanta ne richiedano, mentre fonti con indice EROEI minore di 1 sono in perdita energetica ed il loro sfruttamento comporta un impiego di energia maggiore di quanta se ne ricavi.

L’EROEI del petrolio è in forte diminuzione, a causa della crescente difficoltà d’estrazione, ed è  passato da un valore maggiore di 100 nel 1940, a 23 nel 1970 per attestarsi intorno ad 8 ai nostri giorni.

Ciò significa che lo sfruttamento del petrolio produce 8 volte più energia di quanta ne richieda per essere estratto, lavorato e distribuito.

Tra le rinnovabili, la fonte con il più alto indice EROEI è senza alcuna ombra di dubbio l’idroelettrico, con un valore che varia tra 11 e 250, a seconda del tipo di tecnologia, dimensione e durata dell’impianto.

Segue il solare termodinamico, con un indice compreso tra 4 e 25. L’eolico ha un EROEI che varia tra 5 e 20, il fotovoltaico tra 1,7 e 10, la legna 2,6 mentre il bioetanolo oscilla (pericolosamente) tra 0,7 e 1,8.

Siccome il bioetanolo è considerato un biocarburante, ciò significa che, in alcuni casi, produrre biocarburanti rischia di essere una totale follia termodinamica, perché senza i dovuti accorgimenti si può impiegare più energia di quanta se ne produca. E tutto ciò al netto dei problemi legati alla sottrazione di suolo per la coltivazione di cibo e all’inquinamento ambientale.

C’è però una domanda fondamentale a cui si deve cercare di dare una risposta: è effettivamente possibile alimentare il mondo soltanto ad energia rinnovabile? La risposta è affermativa. 

Si consideri che il Sole irradia la superficie terrestre con onde elettromagnetiche che forniscono una potenza di 1.367 W/m^2, una quantità nota come costante solare. 

Tenendo conto della superficie della Terra esposta al sole, si può calcolare un dato di 120.000 TW di energia potenzialmente sfruttabile. 

Dal momento che non si può ricoprire l'intero globo di pannelli e tenuto conto dell'efficienza del processo, è chiaro che non tutta l'energia che arriva dal Sole possa essere utilizzata. 

Ma poiché nel 2004 il consumo energetico mondiale dell'umanità era pari a 15 TW, è altresì chiaro che recuperare uno 0,0125% dell’energia solare irradiata sulla Terra non sia poi così utopico. 

Nel 2008, il fisico italiano Carlo Rubbia ha stimato che un ipotetico quadrato di specchi con un’area di 40.000 km² (200 km di lato) sarebbe sufficiente per sostituire tutta l'energia derivata da fonti fossili prodotta oggi nel mondo; si tratta di una superficie equivalente ad appena lo 0,1% delle zone desertiche della cosiddetta Cintura del Sole.

Ciò dimostra che l'energia solare potrebbe essere già di per sé sufficiente per soddisfare le esigenze dell’umanità.

Se poi si considerassero i contributi aggiuntivi che potrebbero arrivare dall’impiego combinato di idroelettrico, fotovoltaico, eolico e geotermico, oltre al notevole risparmio sulla richiesta energetica che si otterrebbe passando da una società dedita all'iper-consumo, ad una dove le cose fossero concepite per durare a lungo e, quando possibile, venissero utilizzate in comune, e si cercasse anche di ridurre l’inefficienza combattendo gli sprechi energetici attualmente presenti in ogni dove (si pensi solo alle case non isolate termicamente), si comprenderebbe come, in definitiva, il problema di una completa transizione verso le fonti rinnovabili si riduca ad una questione di volontà.


Stando alle valutazioni di un gruppo di ricerca, pubblicate nello studio intitilato “Clean and Renewable Wind, Water, and Sunlight (WWS). All-Sector Energy Roadmaps for 139 Countries of the World”, la transizione potrebbe avvenire piuttosto rapidamente: con i dovuti investimenti, 139 Paesi, su 206 presenti nel mondo, potrebbero raggiungere l’80% di energia rinnovabile già nel 2030 toccando il 100% entro il 2050.

Il verificarsi di un simile scenario comporterebbe la creazione di 24,3 milioni di posti di lavoro permanenti ed eviterebbe la morte prematura di 3-5 milioni di persone all’anno al 2050.

Inoltre, da un punto di vista economico, si avrebbe una diminuzione del prezzo dell’energia ed un risparmio significativo sui costi legati all’inquinamento (22.800 miliardi di dollari) e ai cambiamenti climatici (28.500 miliardi di dollari). 


Ad esempio, in Italia, il costo dell’energia diminuirebbe di 1,7 cent €/kWh, con un risparmio pro capite di 320 € l’anno; un risparmio, che salirebbe a 6.163 € l’anno ad individuo, considerando anche i minori costi climatici (-3.245 €/anno) e sanitari (-2.918 €/anno) legati all’inquinamento; inoltre, la transizione verso le rinnovabili salverebbe 46.000 vite all’anno e creerebbe circa 485.000 nuovi posti di lavoro (al netto di quelli persi nel settore dell’energia fossile). 

Alcune fonti di energia rinnovabile, però, sono intrinsecamente discontinue (si pensi al Sole e al vento).

Ciò lascerebbe intendere che un sistema 100% rinnovabile non sarebbe in grado di evitare il verificarsi di blackout. Ma anche in questo caso, il suddetto problema è tecnicamente risolvibile. 

Per stabilizzare il sistema, si potrebbe ricorrere ad un uso combinato di energia rinnovabile intermittenti con altre fonti di energia, sempre rinnovabili, che però non sono soggette a discontinuità, quali ad esempio il geotermico e il già citato idroelettrico.

Inoltre, si potrebbe accumulare l'energia prodotta in eccesso dalle fonti intermittenti mediante dei sistemi di stoccaggio, come ad esempio batterie e bacini idrici, così da poter rilasciare questa energia di riserva in caso di necessità; alcuni hanno anche proposto di stabilizzare la rete utilizzando le batterie delle auto elettriche in sosta.

Così facendo, il fabbisogno energetico potrebbe essere principalmente soddisfatto da solare, eolico e moti ondosi, mentre, idroelettrico, geotermico e batterie di vario genere, potrebbero fare in modo che non si verifichino vuoti di erogazione.

Oltre a ciò, per rendere stabile il sistema, contrastando il problema dell'intermittenza, si dovrebbe modificare la rete di distribuzione dell'energia, trasformando l'attuale architettura in modo tale da renderla compatibile con le modalità di produzione, erogazione e stoccaggio richieste dalle fonti non rinnovabili.

La vecchia rete, infatti, fu concepita e realizzata per trasportare energia da pochi grandi produttori a molti consumatori in modo sostanzialmente unidirezionale, utilizzando fonti non soggette ad intermittenza. 

Al contrario, le moderne fonti rinnovabili richiedono una rete bidirezionale, in grado di gestire in modo “intelligente” sia l'energia immessa dai grandi produttori che quella generata dai sempre più numerosi medio-piccoli produttori, i quali, di norma, auto-producono energia intermittente per auto-consumo immettendo in rete l'eccesso di produzione di cui non necessitano, ma che, talvolta, hanno anche bisogno di attingere energia dalla rete.

La trasformazione della vecchia rete di distribuzione in una smart grid (rete intelligente) è un punto di fondamentale importanza, la cui mancata attuazione sarebbe in grado di per sé d'impedire il processo di transizione verso un mondo alimentato al 100% a rinnovabili.

Senza di essa, infatti, non si riuscirebbero a gestire i picchi di produzione, distribuendo correttamente l’energia disponibile sulla base delle richieste che sopraggiungono in tempo reale.

Simili criticità si sono già verificate in Italia, in particolare al sud, dove in certe situazioni è stata paradossalmente prodotta “troppa” energia da fonti rinnovabili in relazione alla capacità di gestione della rete elettrica esistente.

In Germania, invece, a causa di un eccesso di produzione da fonti rinnovabili, per un breve lasso di tempo il prezzo dell'energia elettrica è diventato addirittura negativo. Ciò significa che gli utilizzatori sono stati pagati per consumare elettricità!

Per quanto riguarda la produzione della sola energia elettrica da fonti rinnovabili, l'Italia è prima al mondo per utilizzo di fotovoltaico, con una produzione che copre l'8% del fabbisogno nazionale, seguita dalla Grecia 7,4% e dalla Germania 7,1%. 

L'utilizzo combinato di fonti rinnovabili consente di soddisfare il 37,3% della domanda elettrica lorda nazionale degli italiani. L'idroelettrico contribuisce per il 14%, mentre l'eolico per il 6%.

Nel mese di giugno 2016, in Italia la produzione mensile di elettricità è stata coperta per il 50,5% da fonti di energia rinnovabile, mentre il 21 maggio 2017 è stato raggiunto un picco di produzione giornaliero in grado di soddisfare l'87% della domanda elettrica nazionale. 

Nel 2016, il Portogallo ha fatto registrare 110 ore consecutive di elettricità fornita esclusivamente da fonti rinnovabili.

Nel mondo, esistono già un centinaio di città che soddisfano oltre il 70% dei loro bisogni elettrici tramite Sole, vento, biomasse e calore della terra; tra queste, 40 raggiungono percentuali prossime al 100%. 

Considerando complessivamente l'energia elettrica, i trasporti e il riscaldamento, nel 2016, in Italia le fonti rinnovabili hanno soddisfatto soltanto il 17,41% dei consumi finali lordi. 

È chiaro che per ottenere una transizione completa verso le rinnovabili bisognerebbe elettrificare anche tutti i trasporti, non prima di aver riconvertito i sistemi di riscaldamento delle abitazioni.

In particolare, si dovrebbero sostituire i veicoli in circolazione con dei mezzi elettrici, magari diminuendone il numero, grazie all'implementazione di un sistema di trasporto pubblico efficiente.

Purtroppo temo che questo secondo scenario, assai più auspicabile dal punto di vista della sostenibilità, sarà disatteso, dato che le previsioni parlano di un imminente raddoppio del parco auto, passando dall’attuale miliardo di autoveicoli ai due miliardi di mezzi circolanti nel 2030.

Per comprendere l'impatto ambientale degli spostamenti, si tenga presente che il 54% del petrolio estratto nel mondo è destinato ai mezzi di trasporto.

Personalmente, non nutro dubbi sul fatto che sia possibile una transizione completa verso le rinnovabili; i punti critici, a mio avviso, non risiedono nella fattibilità, né in quella tecnica né in quella economica, ma negli ostacoli legati alle dinamiche del profitto e nella sostenibilità dell'odierna tecnologia che dovrebbe essere adottata per produrre ed utilizzare l'energia rinnovabile.

Se e come la transizione avverrà, ed in quali tempi, dipenderà fortemente dalle pressioni ambientali, da quanto profitto questo nuovo settore sarà in grado di generare e dall’inerzia che sarà opposta al cambiamento da tutti quegli attori sociali che si stanno arricchendo grazie al massiccio utilizzo delle fonti non rinnovabili.

Ma se non si guarderà all'efficienza e non si adotterà una prospettiva di lungo periodo, l'umanità rischierà ancora una volta di “risolvere” un problema causandone un altro, che ci si augura non sia superiore a quello attuale. 

In ogni caso, tutto ciò dipenderà da come i processi di transizione saranno implementati e dagli eventuali incrementi d'efficienza dovuti alla ricerca scientifica e all'innovazione tecnologica.

Nelle prossime pagine, cercherò di chiarire queste mie perplessità, con specifico riferimento agli evidenti limiti dell'odierno livello tecnologico.

Immaginiamo quindi che, in un mondo completamente alimentato da energia rinnovabile, il fotovoltaico rappresenti la principale fonte energetica, così come suggerito dagli scenari precedentemente presi in esame.

Com'è facile intuire, ciò significa che in tutto il mondo verranno prodotti e ri-prodotti miliardi di pannelli solari, con un congruo numero di inverter, i quali saranno continuamente sostituiti e riparati: che impatto ambientale avrà una simile dinamica?

Molto dipenderà dal futuro sviluppo tecnologico. È opinione comune che l'impatto complessivo sarebbe relativamente "basso", e di certo inferiore rispetto all'utilizzo delle fonti fossili, ma viste le quantità in gioco la questione non dovrebbe essere sottovalutata.

Si tenga presente che sia la produzione, sia il riciclaggio, per quanto li si possa etichettare con il termine “green”, sono processi che hanno conseguenze negative. 

A giudicare dalla potenza di fotovoltaico già installata in Italia, assumendo una durata media di 25 anni per gli impianti, nel 2035 il Bel paese dovrà gestire 1,5-3 milioni di tonnellate di rifiuti fotovoltaici giunti a fine vita. 

Quest'ultimo dato è soggetto ad una certa variabilità, perché non è ancora ben noto quale sarà il reale quantitativo di rifiuti da trattare per ogni kilowatt di potenza fotovoltaica installata.

Ad incidere sul bilancio ecologico dell'intero ciclo di vita e di ri-produzione degli impianti fotovoltaici, vi sono diversi fattori quali, ad esempio, la distribuzione territoriale degli impianti e l'effettiva riciclabilità dei pannelli.

Impianti di piccole dimensioni, fortemente dispersi sul territorio, incrementano il costo economico ed ambientale relativo alla loro gestione, se non altro per le maggiori distanze da compiere per il trasporto tra gli impianti e i centri di raccolta e trattamento dei pannelli.

Allo stato attuale, i moduli fotovoltaici sono riciclabili per l'80% del loro peso, anche se è già stata annunciata la realizzazione di moduli riciclabili e riutilizzabili al 100%. 

Il 90% dei pannelli è costituito da materiali classificati come non pericolosi: si tratta sostanzialmente di vetro, silicio, alluminio e polimeri. Sono però presenti anche materiali nocivi, quali piombo e cromo.

I componenti di maggior valore degli impianti fotovoltaici (silicio, vetro, rame e alluminio) sono riciclabili e possono essere impiegati per la ri-produzione di nuovi pannelli. 

Ad oggi, si è realisticamente in grado di recuperare il 100% dell'alluminio, il 95% del vetro e il 75% del silicio. Il recupero di argento, indio, gallio e tellurio, presente nei moduli, si attesta al 60%. 

Valutando i costi da sostenere per completare un ipotetico processo di riciclaggio di un impianto fotovoltaico ed i ricavi ottenibili rivendendo le materie prime seconde, si scopre che l'operazione non sempre risulta economicamente vantaggiosa.

La rimuneratività dei processi di riciclaggio dei pannelli sembrerebbe destinata ad incrementare nel tempo, con l'aumentare degli accumuli di rifiuti fotovoltaici da trattare. 

È stato stimato che il valore cumulativo dei materiali tecnicamente recuperabili dai pannelli fotovoltaici giunti a fine vita potrebbe raggiungere i 450 milioni di dollari nel 2030, per accrescersi fino ai 15 miliardi di dollari nel 2050, quando nel mondo ci saranno oltre 60 milioni di tonnellate di rifiuti dovuti al fotovoltaico. 

Si tenga presente che, in base alle previsioni, gli impianti fotovoltaici tenderanno ad aumentare, perlomeno fin quando non si compirà una completa transizione verso le rinnovabili, e con essi, aumenterà, in modo differito nel tempo, anche la mole di rifiuti da riciclare.

Sebbene non vi sia scarsità di silicio, essendo quest'ultimo tra i materiali più abbondanti sulla Terra, i processi di estrazione, purificazione e drogaggio, necessari per raggiungere un grado di purezza e conducibilità adatti alle applicazioni, richiedono un certo dispendio d'energia e l'impiego di sostanze chimiche pericolose, quali: arsenico, fosforo, gallio, piombo e boro.

Vista la presenza di sostanze inquinanti, i pannelli giunti a fine vita non possono essere bruciati, perché così facendo si produrrebbero esalazioni tossiche, e non possono neanche essere lasciati in discarica, perché contaminerebbero terreni e falde acquifere. 

Se si vorrà guardare alla sostenibilità, tutti i pannelli dovranno essere sottoposti ad un qualche genere di processo di riciclaggio, i cui limiti attuali sono però evidenti, dato che non tutto può essere riciclato e, paradossalmente, anche riciclare inquina.  

È ragionevole affermare che se queste enormi masse di materiale esausto saranno gestite con cura, e si prenderanno tutte le dovute precauzioni nei processi di produzione e ri-produzione dei pannelli fotovoltaici, l'impatto complessivo non sarà “troppo” elevato e, nel suo complesso, il Sole rappresenterà per l'umanità una fonte energetica durevole, anche se non propriamente sostenibile.

Se invece si guarderà al profitto, si causerà un nuovo genere di disastro ecologico, paradossalmente attuato in nome della sostenibilità.

Sinceramente, prima di spendere centinaia di miliardi per riempire il mondo di pannelli a bassa efficienza con una durata utile di 20-30 anni, investirei qualche miliardo di dollari in ricerca e sviluppo, al fine di esser ragionevolmente sicuro di non aver alternative all'invadere il mondo con un eclatante quantitativo di prodotti inefficienti.


Anche perché se grazie a queste ricerche si riuscisse, ad esempio, a padroneggiare la fusione fredda, non vi sarebbe alcun bisogno di tempestare il mondo con i pannelli fotovoltaici...


Trasporti

Contrariamente a quanto si potrebbe ingenuamente pensare, gli scenari legati ad una totale elettrificazione dei mezzi di trasporto sono assai critici. 

In primo luogo, il litio commercialmente sfruttabile, vale a dire l'elemento base per la produzione di batterie destinate ad alimentare gli autoveicoli elettrici, è “scarso” e molto concentrato in poche zone del mondo.

I principali giacimenti si trovano in Bolivia, Cile ed Argentina. Queste tre nazioni raggiungono da sole il 70% delle riserve mondiali sfruttabili. 

Il Salar de Uyuni in Bolivia, il più grande deserto di sale al mondo, di per sé, contiene il 50% delle riserve mondiali di litio; il resto dei giacimenti si trova in Cina, Tibet, Russia, Canada e Australia.

Si stima che vi siano 10-15 milioni di tonnellate di litio sfruttabili e che la domanda mondiale salirà fino a 300.000-500.000 tonnellate all'anno nel 2025. 

Basta effettuare una semplice divisione per rendersi conto che, se non ci saranno nuovi sviluppi tecnologici, i 2 miliardi di autoveicoli circolanti nel 2030 non potranno essere alimentati con batterie agli ioni di litio.

Supponendo di impiegare 15 kg di litio per ogni batteria e di esaurire tutti i giacimenti ad oggi sfruttabili al sol fine di produrre auto elettriche, al massimo si potrebbero costruire 1 miliardo di batterie.

Ci sarebbero poi da alimentare navi ed aerei, ammesso che per quest'ultimi sia tecnicamente possibile farlo. 

Per ovvie ragioni, alcuni ritengono che la produzione di litio non riuscirà a tenere il passo con la domanda dovuta alla crescente produzione di auto elettriche e che i prezzi di questa materia prima saranno destinati ad aumentare. E per scongiurare questa evenienza, c'è già chi pensa di estrarre il litio dall'acqua del mare.

Il contenuto totale di litio disciolto nell'acqua di mare è considerevole: si stima che ve ne siano intorno ai 230 miliardi di tonnellate. Il problema è che la sua concentrazione media è pari a 0,14-0,25 parti per milione. Ciò rende i processi di estrazione di litio dall'acqua altamente inefficienti. 

Supponiamo ora che i produttori riescano a soddisfare la domanda di risorse legata alla transizione verso autoveicoli elettrici alimentati a batterie.

Com'è noto, il tradizionale procedimento di estrazione di litio non è indolore: impiega grandi quantitativi di acqua e ricorre a sostanze chimiche nocive. Oltre a ciò, l'impatto ambientale dovuto alla realizzazione delle batterie è molto elevato. 

È stato calcolato che oggi la produzione di una batteria Tesla emetta nell'atmosfera tanta CO2 quanta se ne sarebbe immessa circolando per 8 anni con un'auto a benzina. 

Più precisamente, se metà dell'energia impiegata nei processi produttivi delle batterie deriva da combustibili fossili, per emettere tanta CO2 quanta ne richiederebbe la produzione di batterie da 30 kWh e da 100 kWh bisognerebbe percorrere rispettivamente 42.000 km e 154.000 km con una utilitaria mossa da un motore a benzina di 1200 cc di cilindrata.

Considerando l'intero ciclo di vita, le auto elettriche emettono meno CO2 di quelle a benzina, soltanto a patto che l'energia utilizzata per produrre e ricaricare le batterie provenga principalmente da fonti rinnovabili.

Ma quando si costruiscono autoveicoli, che siano essi elettrici o a benzina, non esiste soltanto il problema delle emissioni di CO2. Estrarre e riciclare i materiali per produrre e ri-produrre le auto è già di per sé un processo inquinante.

I processi produttivi delle auto elettriche emettono e consumano grandi quantità di rifiuti tossici ed energia per costruire le batterie ad alta capacità di cui i veicoli tradizionali non hanno bisogno per funzionare.

Così le auto elettriche vengono alla luce con un impatto ambientale più elevato rispetto alle auto alimentate a derivati del petrolio.

In seguito, però, tale “distanza” viene super-compensata durante l'utilizzo, per merito dell'assenza di emissioni delle auto elettriche, tanto cara agli abitanti delle città, e della maggiore efficienza dei motori elettrici (90% circa) rispetto a quelli endotermici (circa 28% per i motori a benzina e 40% per i diesel).

Oltre a ciò si devono considerare i costi ambientali dovuti alla realizzazione e alla manutenzione delle infrastrutture che consentono il transito dei veicoli; quest'ultimi, a loro volta, hanno delle parti soggette ad usura e vengono periodicamente rottamati, per essere sostituiti con degli altri veicoli reputati più prestazionali, confortevoli e/o alla moda.

Si pensi ancora alle strade, agli pneumatici, alle problematiche di gestione delle batterie, li si moltiplichi per le necessità di 2 miliardi di vetture e si comprenderà che razza di disastro ecologico si provocherebbe, pur guidando delle modernissime auto elettriche a “emissioni zero”.

È stato calcolato che entro il 2050 saranno costruiti altri 25 milioni di km di strade, incrementando del 60% la lunghezza totale delle vie già presenti nel mondo, e con esse, si andrà inevitabilmente incontro agli effetti negativi dovuti ad attività estrattive, disboscamento ed inquinamento, collegati alla loro realizzazione.

Quando si pensa all'aria irrespirabile delle città, si punta immediatamente il dito contro gli scarichi degli autoveicoli. Eppure, si sono verificate delle situazioni dove l'usura delle strade ha rilasciato nell'aria un maggior quantitativo di PM10 rispetto a quello emesso dalle automobili.

All'inquinamento dell'aria contribuiscono anche l'usura dei freni e degli pneumatici, tanto che, in alcune città, il loro contributo ha eguagliato le emissioni dei moderni motori diesel.

Gli pneumatici esausti devono essere riciclati. In alcuni casi possono essere rigenerati, in altri invece no. In tal caso, il 70% della gomma può essere recuperato e reimpiegato in varie applicazioni, mentre il restante 30% viene “valorizzato” per produrre energia, ovvero, in termini più comprensibili, viene bruciato.

Questo in teoria, perché in pratica nella sola Italia si stima che delle circa 400.000 tonnellate di pneumatici fuori uso annualmente generate, ben il 50% venga utilizzato come combustibile, il 25% sia macinato e riutilizzato come materia prima seconda, mentre il restante 25% venga disperso in discariche abusive.

Provate ad immaginare che disastro ambientale si verificherebbe in Italia, se un simile trattamento venisse riservato anche agli impianti fotovoltaici giunti a fine vita!

Ovviamente, bruciare gomme e rifiuti è considerato pericoloso e dannoso ed è giustamente illegale, a meno che non possediate un cementificio, perché in quel caso bruciare gomme e rifiuti diverrebbe innocuo, utile e perfettamente legale. 

E come se le prese per i fondelli non bastassero, c'è anche chi ha il coraggio di definire i combustibili derivati da pneumatici e rifiuti come una fonte di energia “rinnovabile”, perché in questo modo gli scarti vengono valorizzati!

Peccato che l'Arpa, ovvero l'agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, lamenti una serie di considerevoli incrementi relativi a varie patologie proprio in quelle zone in cui, di fatto, i cementifici sono stati trasformati in una sorta di inceneritori: mortalità generale? +20 %. Tumore al polmone? +180 %. Cardiopatia ischemica e infarto? +90 %. E così via...

Se ne avete il coraggio, immaginate quanto possano nuocere quei 2,2 miliardi di pneumatici già prodotti ogni anno e che, stando alle previsioni, diverranno 2,7 miliardi di pezzi nel 2022.

Già il solo “buttar via” l'intero parco auto circolante, per riciclarlo (bene che vada) e produrre altrettante autovetture elettriche, avrebbe un impatto ambientale che non ho neanche il coraggio di stimare.

A quel punto, se ciò avvenisse, ci sarebbero più di un miliardo di batterie con una vita media attesa di 10-20 anni, che a fine vita andrebbero periodicamente smontate, rigenerate, riciclate o smaltite, ammesso che i proprietari non decidano di rottamare anche l'intero autoveicolo per comprarne un altro di nuova generazione. 

E tutto ciò a patto che nel frattempo qualcuno abbia trovato una soluzione soddisfacente per estrarre litio dal mare, riciclare le batterie o per produrle con un altro materiale, perché in caso contrario non ci sarebbe più litio da utilizzare per produrre la nuova generazione di batterie.

Proprio così, perché la cattiva notizia è che, ad oggi, il problema del riciclaggio degli accumulatori al litio non ha ancora trovato una soluzione soddisfacente. 

Le batterie esauste possono essere riutilizzate dopo un opportuno processo di rigenerazione, ma a costo di un inevitabile decadimento delle prestazioni. Così facendo, prima o poi, gli accumulatori giungerebbero comunque a fine vita e dovrebbero essere smaltiti, in quanto non più rigenerabili.

Senza contare che le batterie rigenerate non potrebbero essere impiegate nuovamente nelle automobili, ma soltanto in sistemi che richiedono prestazioni minori, come ad esempio nello stoccaggio di energia prodotta dagli impianti fotovoltaici.

Attualmente, riciclare il litio è talmente anti-economico che, di fatto, al netto di qualche progetto pilota, non esistono neanche impianti adatti a questo genere di procedimento. 

E mentre c'è chi sta sperimentando un'innovativa tecnica di riciclaggio basata sull'utilizzo di funghi, le batterie esauste finiscono in discarica e negli inceneritori. 

Per quanto fin qui riportato, allo stato attuale delle cose, affermare che le auto elettriche siano auto ad “emissioni zero” è una totale assurdità. 

Adottando autoveicoli elettrici si sposterà l'inquinamento lontano dalla vista (e dai polmoni) di chi vive in città, ma non si risolverà affatto il problema della sostenibilità ambientale dei sistemi di trasporto. 

Nel migliore dei casi, infatti, si otterrà un certo incremento di efficienza rispetto ad uno scenario con veicoli alimentati a derivati del petrolio. Ma ciò non significa che l'inquinamento ambientale diminuirà rispetto allo stato attuale, perché le sostanze inquinanti già presenti si sommeranno alle ulteriori emissioni nocive legate ai processi di elettrificazione.

Inoltre, sarebbe del tutto inutile, controproducente e dannoso, sostituire il parco auto con dei veicoli elettrici, se poi l'energia necessaria per alimentare le batterie continuasse ad esser principalmente prodotta ricorrendo alle fonti fossili, perché in tal caso l'efficienza complessiva diminuirebbe invece di aumentare!

Che senso avrebbe bruciare derivati del petrolio per generare corrente per caricare una batteria per alimentare un autoveicolo, potendo alimentare direttamente quel mezzo con dei derivati del petrolio?

La verità in merito alla questione delle automobili è dura da digerire: non si può pensare di dare una vettura ad ogni abitante del pianeta, che a sua volta la sostituirà ogni 10-20 anni, illudendosi che questo genere di soluzione sia sostenibile.

Eliminare le batterie, alimentando direttamente le automobili elettriche con una tecnologia wireless che trasmette energia pulita e rinnovabile, sarebbe già un ottimo passo verso la sostenibilità, ammesso che la comunità scientifica riesca ad ottenere una simile conquista e tutto ciò sia compatibile con la salute dei viventi. Ma non sarebbe ancora sufficiente.

Per fare in modo che tutti gli abitanti della Terra possano spostarsi per molte generazioni senza devastare l'ambiente, c'è bisogno di un radicale cambio di prospettiva. 

Per farvi comprendere ciò che ho in mente, devo introdurre qualche ulteriore elemento di riflessione...

L'attuale organizzazione dei trasporti è totalmente irrazionale: le automobili restano inutilizzate per il 95% della loro vita. Oltre a ciò, si consideri l'eclatante inefficienza dovuta al fornire energia ad una massa di circa 1.400 kg per spostare un solo individuo dal peso medio di 70kg, con un rapporto di 20 a 1. 

Gli italiani trascorrono in media 1 ora e 27 minuti al giorno in auto. Sembrerà poca cosa, ma nell'arco di una vita intera ciò significa passare più di 5 anni in macchina. Onestamente, impiegare il 6% della propria esistenza in spostamenti, mi sembra un grandissimo spreco esistenziale. 

In Europa non va molto meglio, infatti, la media del tempo trascorso in auto durante la vita è pari a 4 anni e 1 mese. Per cosa viene utilizzata principalmente l'automobile? Per andare al lavoro. 

Il 71% dei lavoratori italiani ricorre alla propria auto privata per coprire il tragitto casa-lavoro. E chi abita in città, lo fa ad una velocità media inferiore ai 20 km/h: qualunque ciclista ultrasettantenne saprebbe fare di meglio in sella alla sua bici in carbonio.

Non c'è da stupirsi se il 46% dei lavoratori abbia affermato che sarebbe disposto a cambiare lavoro pur di avvicinarsi a casa.

E mentre ogni giorno 5,5 milioni di pendolari si affidano ai treni per i loro spostamenti, in Italia le merci continuano ad essere trasportate su gomma per il 91% del volume totale, contribuendo così a circa un terzo dei consumi energetici legati ai trasporti.

Va ancora peggio alla Spagna, con una percentuale del 96,6%, mentre Gran Bretagna, Francia e Germania trasportano su gomma rispettivamente l'86,7%, l'81% ed il 67% del totale delle merci. 

Basti sapere che il trasporto su gomma produce solo in Italia danni per 15,5 miliardi di euro. In tutta Europa, invece, il solo costo sanitario dovuto all'inquinamento prodotto dai mezzi pesanti è pari a 45 miliardi di euro.

L'elettrificazione dei camion è appena cominciata, anche se le caratteristiche tecniche degli e-truck già in produzione, che cominceranno a circolare nei prossimi anni, sono piuttosto soddisfacenti: si parla di potenze dell'ordine dei 1.000 cavalli con autonomie di 800-1.200 km.

È curioso sapere che la motrice progettata da Tesla copra lo 0-100 km/h in 5 secondi senza il rimorchio, ottenendo in accelerazione delle prestazioni comparabili a quelle di una Ferrari 360 Modena.

Ma la principale meta degli autotrasportatori non è la pista da corsa, bensì il porto, dove ogni giorno transitano enormi quantitativi di merci.

Nel 2015, in Europa, i porti sono stati visitati da 2.224.608 navi, mentre in questo momento, nel mondo, una flotta di 90.000 navi cargo sta trasportando 20 milioni di container; di questi, 10.000 vengono dispersi in mare ogni anno.

Complessivamente, il 90% del trasporto globale di merci ha luogo via mare. A tal fine, le navi da trasporto coprono, in media, 288.300 km all'anno, una distanza equivalente a tre quarti del percorso Terra-Luna.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, se si considera la sola emissione di CO2 il trasporto via mare è il più efficiente.

Infatti, in termini di anidride carbonica equivalente per tonnellata di merce trasportata al chilometro percorso, una nave con un carico superiore alle 8.000 TEU emette non più di 13 grammi di CO2, a seguire troviamo treni, bilici ed aerei con tratta continentale, rispettivamente con 26, 82 ed 676 grammi di CO2.

Se poi il viaggio in areo riguarda una rotta nazionale, allora le emissioni salgono vertiginosamente fino a 1.223 grammi di CO2 per tonnellata di merce trasportata al chilometro percorso. 

Ma quando si parla di impatto ambientale non ci si può limitare al solo conteggio della CO2: bisogna anche valutare cosa si emette e dove. 

Si scopre così, che sebbene i trasporti marittimi contribuiscano per una quota pari al 2,5% dei gas climalteranti, le navi sono responsabili del 15% del totale delle emissioni di ossido di azoto e dell'8% di quelle di ossido di zolfo, due simpatiche sostanze che, oltre a provocare tutta una lunga serie di problemi alla salute, sono responsabili anche delle piogge acide. 

E siccome la concentrazione del traffico marino ha luogo vicino ai porti, il 70% delle emissioni viene rilasciato entro una distanza di 400 km dalla costa, contribuendo per oltre il 55% al totale dell'inquinamento atmosferico delle zone portuali.

A livello europeo, questi dati si traducono in circa 50.000 decessi all'anno e 58 miliardi di euro di costi sanitari, principalmente a danno degli abitanti delle aree costiere e portuali. 

Gran parte dell'inquinamento delle navi è dovuto all'utilizzo di oli combustibili, decisamente meno raffinati (e costosi) rispetto al diesel delle automobili, che vengono preferiti per una esclusiva questione di convenienza economica. 

In alcuni casi il tenore di zolfo contenuto in questi carburanti può raggiungere il 3,5%, contro il limite europeo di 10 parti per milione imposto al diesel destinato agli autoveicoli.

È così che hanno luogo situazioni eclatanti, dove, a parità di distanza percorsa e limitatamente ad una specifica sostanza, una grande nave da crociera emette inquinanti atmosferici comparabili a quelle emesse da 5 milioni di automobili. 

Come chiunque potrà immaginare, il problema della rimozione dello zolfo dai carburanti è anch'esso economico: l'adozione di oli combustibili con lo 0,5% di zolfo comporterebbe un sovrapprezzo del 50%. 

Ciò nonostante, sembra che si stiano prendendo provvedimenti affinché, a decorrere dal 2020, il tenore di zolfo massimo consentito nei combustibili per uso marittimo risulti inferiore allo 0,5%, anche perché, a livello europeo, questo genere di provvedimenti consentirebbe di realizzare dei risparmi in termini di spesa sanitaria così elevati da giustificare i maggior costi previsti.

Nel frattempo, diesel e benzina, che a causa dell'alta concentrazione di sostanze nocive sarebbero considerati illegali sia in America che in Europa, vengono tranquillamente venduti in Africa, dove le normative ambientali sono più permissive. 

Neanche a dirlo, l'elettrificazione di tutte le navi è ancora ben lungi dal diventare realtà, anche se qualcosa si sta muovendo. 

La Norvegia, particolarmente sensibile alle tematiche ambientali, ha deciso di creare un'intera flotta di navi elettriche per solcare in modo più sostenibile i suoi numerosi fiordi; ogni tipologia di nave dovrà essere trazionata interamente dall'elettricità o da un sistema ibrido (gas naturale + batterie). 

In Olanda sono state realizzate le prime chiatte 100% elettriche in grado di trasportare 200 container, mentre in Cina è stata inaugurata la prima nave cargo completamente elettrica: misura 70,5 metri di lunghezza ed ha un'autonomia di 80 km percorsi a 12,8 km all'ora.

I limiti tecnologici sono evidenti e non manca chi sta pensando di “aiutare” le batterie delle navi sfruttando il Sole ed il vento. 

Se l'elettrificazione delle navi è problematica, quella dei velivoli lo è drasticamente di più. 

L'impresa più eroica, nel settore degli aerei elettrici, è stata compiuta con il progetto Solar Impulse, il cui scopo è stato quello di dimostrare la possibilità di "circumnavigare" il globo con un aereo totalmente alimentato ad energia solare.

L'obiettivo è stato raggiunto, ma con un velivolo in grado di trasportare una sola persona, in una cabina non pressurizzata, a velocità media inferiore ai 90 km orari.

Al di là di qualche (ottimistico) annuncio per il futuro, ad oggi, non esistono aerei elettrici che siano minimamente in grado di svolgere le medesime funzioni dei numerosissimi velivoli che sono attualmente in servizio.

Alzando lo sguardo in cielo, scopriamo che mediamente, in ogni momento, più di 1 milione di persone sta volando all'interno di circa 10.000 aerei. 

Il traffico aereo è aumentato notevolmente negli ultimi decenni: nel 1970 sono stati registrati 310 milioni di passeggeri annui, nel 1990 è stata raggiunta la quota di 1 miliardo di viaggiatori, mentre nel 2016 ben 3,5 miliardi di passeggeri hanno sorvolato il mondo. 

Considerando i grammi di anidride carbonica emessa per il trasporto civile, gli aerei conquistano la maglia nera rispetto ad auto, autobus e treni, i quali emettono rispettivamente 285, 104, 68 e 14 grammi di CO2 per passeggero ad ogni chilometro percorso.

Nel loro complesso, i velivoli contribuiscono per il 13% delle emissioni totali di gas serra legati ai trasporti e a circa il 3,3% delle emissioni totali di CO2 dell'UE. Su scala globale, i gas climalteranti dovuti al volo sono pari al 2% del totale, poco meno del contributo delle navi.

Un dato ancora più eclatante è quello che scaturisce dall'analisi dell'impatto ambientale degli aerei militari: è stato calcolato che un mese di guerra aerea comporti un'emissione di CO2 equivalente all'effetto serra totale provocato in un anno da una città di 310.000 abitanti.

Anche per i velivoli il discorso relativo alle emissioni non è tanto quantitativo bensì qualitativo e di certo non può ridursi alla sola CO2.  

Infatti, sia i grandi motori diesel delle navi, che le turbine a reazione dei velivoli, emettono grandi quantitativi di idrocarburi (HC), ossido di carbonio (CO) e particolato (PM), oltre ai già citati ossidi di azoto (NOx) e di zolfo (SOx).  

Ciò accade perché, a differenza dei motori delle automobili, questi dispositivi non sono provvisti di catalizzatori e filtri anti-particolato, atti a ridurre sensibilmente le emissioni nocive. 

A differenza della CO2, che così come il vapore acqueo non è né un gas inquinante (in senso stretto) né tossico, anche se gioca un ruolo importante nei processi del riscaldamento globale, i suddetti gas sono effettivamente tossici e nocivi, sia per l'ambiente che per gli esseri viventi.

Ma l'imperativo della moderna società globalizzata richiede che persone e cose si spostino sempre di più, e sempre più velocemente. Ed infatti, le previsioni parlano di una forte crescita per i prossimi decenni, sia del trasporto di merci che di persone, sia via aria che via mare.

Nel 2014, i Paesi del mondo hanno spedito all'estero beni per la mostruosa cifra di 17.979.000 milioni di dollari. Sul podio troviamo Cina, Stati Uniti e Germania, sia in termini di esportazioni che di importazioni.

Qualcuno potrebbe ingenuamente pensare che un così elevato scambio commerciale sia strettamente necessario per soddisfare i bisogni degli esseri umani: e invece no.

Per comprendere la follia dei meccanismi legati alle importazioni ed alle esportazioni basterà citare un semplice esempio: quello dell'olio di oliva. 

In Italia il consumo nazionale di olio è pari a 660.000 tonnellate, ma gli oliveti presenti sul territorio nazionale ne producono 460.000 tonnellate. Ciò significa che, per soddisfare i bisogni degli italiani, basterebbe importare 200.000 tonnellate di olio da qualche altra nazione che ne produce in eccesso.

E invece, i dati ci dico che l'Italia importa 629.000 tonnellate di olio, e ne esporta 376.000, movimentando più di un milione di tonnellate di olio!

Così facendo s'introduce un'eclatante inefficienza, che si manifesta con un inutile spreco di energia, risorse, tempo e lavoro, oltre che con un evitabile incremento dell'inquinamento ambientale. E tutto ciò a causa di uno spostamento di merci non necessario per soddisfare i reali bisogni degli italiani.

Questo genere di dinamiche non accadono soltanto per l'olio di oliva ma per ogni genere di prodotto, perché la logica del sistema non è produrre e consumare in loco, per poi importare se la produzione non è sufficiente, ed esportare solo se la produzione è in eccesso rispetto al fabbisogno, la logica adottata è quella del profitto.

La stessa logica suggerisce di estrarre le materie prime da una parte del mondo, per spedirle nel luogo dove vi è il minor costo del lavoro e le norme ambientali sono più permissive, per poi ricaricare tutto ancora una volta e rispedire i beni nei mercati che contano. 

E poco importa se ciò è del tutto irrazionale dal punto di vita fisco, etico ed ambientale: basta che si massimizzino i profitti. 

Se quanto fin qui affermato è corretto, possiamo sostenere che per ottenere un sistema di trasporti “sostenibile” per l'intera umanità, innanzitutto bisognerebbe ridurre drasticamente gli spostamenti, sia delle cose che delle persone, cominciando con l'eliminazione di tutti i viaggi e le movimentazioni futili. 

In secondo luogo, bisognerebbe privilegiare i mezzi di trasporto più ecologici, utilizzandoli in modo condiviso.

Servirebbe quindi una soluzione a "tutto tondo", che intervenga su più fronti, e cioè dal punto di vista fisico, economico, sociologico, tecnologico e architettonico.

Per rendere sostenibili i trasporti bisognerebbe: 

1) minimizzare il consumo di cose, producendo beni di elevata qualità e abbandonando un consumismo tanto scellerato quanto dannoso per l'umanità;

2) localizzare l'economia, auto-producendo per auto-consumo, importando solo ciò che non può convenientemente essere prodotto in loco, ed esportando gli eccessi di produzione effettivamente utili alle necessità degli altri;

3) riprogettare i luoghi di vita degli esseri umani, in modo che gli abitanti di ogni comunità dispongano del necessario per soddisfare i propri bisogni senza dover compiere quotidianamente dei grandi spostamenti;

4) in particolare, quando possibile e ragionevole, i luoghi di lavoro dovrebbero situarsi in prossimità dei nuclei abitativi, ed il numero dei posti di lavoro dovrebbe essere commisurato al quantitativo di abitanti presenti nelle comunità;

5) gli spostamenti dovrebbero avvenire con un efficiente ed efficace rete di trasporto pubblico, la quale potrebbe collegare le varie comunità con dei mezzi ad alta velocità (come ad esempio il treno), e potrebbe coprire il resto del territorio con una flotta di autoveicoli dotati di intelligenza artificiale che prelevino passeggeri e/o cose e li conducano a destinazione autonomamente, secondo dei criteri di massimizzazione dell'efficienza;

6) infine, i ritmi di vita richiesti dalla società e la stessa architettura delle comunità, dovrebbero esser tali da favorire ed agevolare gli spostamenti a piedi ed in bicicletta, diminuendo così la necessità di ricorrere ad altri mezzi di trasporto, a tutto vantaggio della salute fisica e della salubrità ambientale. 

Si badi bene, che questo genere di soluzione sussiste a prescindere dal tipo di fonte energetica utilizzata per i trasporti, in quanto è stata concepita per massimizzare l'efficienza del servizio erogato ed il rispetto per l'ambiente; pertanto, si sarebbe già potuta attuare, con gran vantaggio per l'umanità, pur sfruttando le fonti fossili, se non fosse per un piccolo inconveniente: che una simile concezione risulti totalmente incompatibile con un'economia capitalistica basata sulle logiche del profitto.

È però evidente che tra un treno alimentato a gasolio, ed un treno alimentato ad energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, quest'ultima soluzione risulti oggettivamente superiore, e quindi preferibile rispetto alle altre alternative, perché consente d'incrementare l'efficienza del sistema a parità di servizio erogato, favorendo il rispetto dell'ambiente.

Ma pur adottando tutte queste prescrizioni, l'umanità non avrebbe comunque ottenuto un sistema di trasporto “sostenibile”, nel senso stretto del termine, perché quando si tratta di attività tecnologiche antropiche, l'impatto zero non può esistere (o almeno, non con l'attuale livello di conoscenza scientifica). 

Ciò che si può, e si deve fare, è adottare la miglior soluzione disponibile per pagare il minor contributo all'entropia, ottenendo così una condizione durevole, che sia al tempo stesso la più rispettosa possibile per l'ambiente e garantisca le più elevate condizioni di benessere per gli esseri viventi. 

Un'indicazione dettata dal buon senso che però, ad oggi, non è stata neanche lontanamente presa in considerazione, perché la società capitalistica non intende altra ragione che non sia quella della massimizzazione del profitto ricercata da attori economici che agiscono all'interno di un mercato.

Ma disgraziatamente chi opera nel mercato, checché ne dicano gli economisti, apprezza e ricerca l'inefficienza ogni qual volta quest'ultima sia in grado di assicurargli un guadagno, anche a discapito delle generali condizioni di benessere dell'umanità. E più il guadagno è elevato, e tanto più un attore economico sarà disposto a chiudere un occhio per fingere che dalle sue azioni non seguano conseguenze negative.

L’umanità però è giunta ad un punto di non ritorno: se non si adotterà un approccio economico razionale scientificamente pianificato che sia rispettoso dell’ambiente e massimizzi, al contempo, sia l’efficienza del sistema, che il benessere collettivo, difficilmente si riuscirà ad assicurare cibo, energia, prodotti e un sistema di trasporto efficiente, ad ogni essere umano facente parte di una popolazione che ben presto supererà i 9 miliardi d’individui.

Sempre ammesso che i gruppi di potere elitari che traggono enormi vantaggi dall'odierna organizzazione sociale non intendano strumentalizzare l'ecologia per legittimare la povertà di un'ampia fetta di popolazione, rendendola, ipso facto, una condizione ineluttabile per la realizzazione della sostenibilità: se ciò dovesse avvenire siate pronti a rigettare con forza questo ridicolo espediente retorico. 

In ogni caso, ciò che emerge con estrema chiarezza da questa ampia raccolta di dati e previsioni relativi alla demografia, l'ambiente, l'energia ed i trasporti, è che per gli esseri umani la questione ecologica rappresenterà la più grande sfida del XXI secolo. 

Mirco Mariucci

Fonti:



Crescita e povertà


Demografia


Impronta ecologica


Spese militari
Utilizzo materie prime
Rifiuti e riciclaggio
Plastica
Contaminazione acqua e scarsità idrica
Inquinamento dell'aria
Riscaldamento globale
Estinzione di massa
Deforestazione
Biologico VS Convenzionale
Erbicidi e pesticidi
Alimentazione
Resa piante da frutto
Antibiotico resistenza
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