giovedì 7 giugno 2018

La questione ecologica sarà la più grande sfida del XXI secolo


Approfondimento sulle tematiche ecologiche legate
all'ambiente, all'energia ed al settore dei trasporti.

Introduzione

A mio avviso, chi sceglie di dedicarsi alla sociologia dovrebbe occuparsi di analizzare e comprendere la società, al fine d'individuare e risolvere gli eventuali problemi che la caratterizzano.

Del resto, se i sociologi si limitassero soltanto a descrivere la realtà sociale senza avanzare delle soluzioni, la loro impresa sarebbe pressoché inutile.

Incidentalmente, ciò che comunemente s'intende per società è caratterizzato da una complessità intrinseca assai elevata.

Così, quando si tenta di fornire delle valide soluzioni nell'ambito della sociologia, un approccio monodisciplinare è condannato al fallimento già in partenza: le tesi di un economista rischiano d'ignorare gli aspetti fisici e/o quelli psicologici; le proposte di un politico possono risultare eticamente discutibili e/o ecologicamente insostenibili... e così via.

Se tali soluzioni venissero comunque attuate, risolverebbero una criticità causandone delle altre, le cui conseguenze potrebbero addirittura essere più gravi del “male” che ci si prefiggeva di combattere.

Questo è ciò che accade quando si perde di vista la visione d'insieme e si dà credito ad individui che si sono altamente specializzati in un solo settore del sapere. 

Ne consegue che, se si vuol concepire qualcosa di significativo in sociologia, l'unica speranza risiede nel remare contro corrente rispetto all'odierna tendenza, adottando un approccio multidisciplinare.

Già da questa breve premessa, s'intuisce che quello di migliorare la società sia un obiettivo gravoso ma irrinunciabile.

Sin dal principio, ho sostenuto che l'intento dei miei scritti in ambito sociologico consistesse nel favorire il passaggio dall'odierna Distopia Capitalistica ad una Nuova Società a misura d'essere umano.

Negli ultimi anni, però, ho compreso con estrema chiarezza che non può esistere una società a misura d'essere umano, senza che vi sia una società che si prenda cura, al tempo stesso, sia della natura che di ogni essere vivente. 

Al netto di questa piccola ma profonda rivisitazione, il mio obiettivo originario è rimasto pressoché immutato.

Affinché una simile transizione abbia luogo, è indispensabile che si acquisisca consapevolezza rispetto alla situazione in cui ci troviamo.

Ecco perché all'interno di questo saggio ho raccolto un'ampia collezione di dati e previsioni che, nel loro complesso, forniscono un quadro generale delle (disgraziate) condizioni in cui versa l'odierna società.

Invece di presentare un arido elenco di dati, ho deciso di esporre le informazioni che seguono in modo discorsivo, inserendo occasionalmente qualche riflessione, sperando così di aver reso più interessante la lettura di questi capitoli.

Demografia

Ogni società è composta da un insieme di soggetti che interagiscono all'interno di un ambiente.

Ad oggi, la società degli esseri umani è formata da 7.618.888.106 d'individui che popolano un pianeta del sistema solare chiamato Terra. 

L'umanità ha impiegato decine di migliaia di anni per raggiungere, nel 1800, una popolazione composta da 1 miliardo di persone. 

Da quel momento, ha avuto luogo un'esplosione demografica riassunta nella seguente progressione: nel 1927 sono stati raggiunti i 2 miliardi di esseri umani; nel 1974 la popolazione è raddoppiata toccando i 4 miliardi d'individui; stando alle previsioni, nel 2023 la popolazione mondiale raddoppierà ancora raggiungendo gli 8 miliardi di persone, per poi passare a 8,6 miliardi nel 2030, 9,8 miliardi nel 2050 ed infine 11 miliardi nel 2100.

Nel periodo 2010-2013, l'aspettativa di vita media a livello globale per gli uomini è stata pari a 68,5 anni, mentre per le donne è stata di 73,5 anni, con un valor medio di 71 anni; entro il 2050, l'aspettativa di vita media globale crescerà fino a raggiungere i 76,2 anni. 

Si tenga presente che questi dati sono soggetti ad una forte variabilità, a seconda di dove si ha la fortuna di nascere e di vivere.

Ad oggi, infatti, l'aspettativa di vita più elevata si registra nel Principato di Monaco (~89 anni), seguono in ordine: Giappone (~85 anni), Singapore (~85 anni), Macao (~85 anni) e la Repubblica di San Marino (~83 anni). 

Nel 2015, la media UE28 si attestava sugli 80,6 anni, mentre l'Italia faceva registrare 82,7 anni di vita media attesa alla nascita. 

I valori più bassi, invece, vengono registrati in Nigeria (~54 anni), Mozambico (~54 anni), Lesotho (~53 anni), Repubblica Centrafricana (~53 anni), Somalia (~53 anni), Zambia (~53 anni), Swaziland (~52 anni), Gabon (~52 anni), Afghanistan (~52 anni), Guinea Bissau (~51 anni) e Ciad (~51 anni).

Non c'è alcun dubbio che l'umanità stia invecchiando: nel 2015, soltanto l'8,5% degli abitanti della Terra (circa 617 milioni di individui) aveva 65 anni o più, ma entro il 2050 questa classe di popolazione si attesterà al 17% del totale (circa 1,6 miliardi di persone).

Gli over 60 passeranno dagli attuali 962 milioni, a 2,1 miliardi nel 2050, per arrivare a 3,1 miliardi nel 2100.

A livello mondiale, il tasso di fecondità sta diminuendo pressoché ovunque, tanto che negli ultimi 50 anni si è assistito ad un dimezzamento del numero medio di figli per donna, che oggi è pari a 2,45.

Si consideri che il tasso di sostituzione della specie umana, vale a dire quel valore che mantiene costante la popolazione, è pari a 2,1 figli per donna.

I dati previsionali ci dicono che i paesi ad alto tasso di fecondità (più di 5 figli in media per donna) scompariranno, quelli con un medio tasso di fecondità (da 2,1 a 5 figli in media per donna) subiranno una riduzione, mentre osserveremo un forte aumento dei paesi che non raggiungono la soglia di sostituzione, tanto che entro il 2030 il 67% della popolazione vivrà in paesi dove le donne avranno uno o due figli.

Tra gli Stati con i tassi di natalità più elevati troviamo: Congo, Guinea, Liberia, Niger, Afghanistan, Mali, Angola, Burundi, Uganda e Sierra Leone, i quali fanno registrare più di 45 nati ogni 1000 abitanti. 

Al lato opposto, tra i paesi con i tassi di natalità più bassi, ci sono: Lituania, Croazia, Slovenia, Bulgaria, Bosnia, Giappone, Germania, Singapore, Hong Kong e Macao, con valori inferiori a 10 nati ogni 1000 abitanti. 

Da un punto di vista quantitativo, ciò significa che mentre le donne nigeriane mettono al mondo 7,3 bambini, quelle tedesche ne danno alla luce soltanto 1,5.

La media europea si attesta a 1,58 figli per donna, mentre in Italia ogni donna genera in media 1,34 bambini. 

In estrema sintesi, possiamo dire che nonostante l'umanità si stia riproducendo ad un minor tasso percentuale rispetto al passato, nei prossimi decenni la popolazione mondiale continuerà lo stesso ad aumentare, insieme all'età media della popolazione ed all'aspettativa di vita. 

Se da una parte è vero che non ci si può fidare ciecamente dei dati previsionali, in particolar modo quando si parla di popolazione mondiale, perché il numero degli esseri umani potrebbe variare sensibilmente a causa di fattori non prevedibili a priori, come ad esempio il verificarsi di un cataclisma o la scelta politica d'imporre delle stringenti pianificazioni per il controllo demografico, dall'altra è altresì vero che il quantitativo di soggetti che già oggi popola la Terra è divenuto così elevato da rappresentare un fattore determinante che non può più essere trascurato.

Non a caso, negli anni ottanta, il biologo Eugene F. Stoermer coniò il termine “antropocene” (dal greco “anthropos” che significa “uomo”) per indicare l'epoca geologica attuale, nella quale le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche del pianeta sul quale viviamo sono direttamente riconducibili alle attività umane. 

Del resto è inevitabile che ciò avvenga, perché come ci ricorda Friedrich Hegel, nel suo Scienza della logica, un incremento quantitativo di un certo fenomeno non provoca soltanto un incremento della quantità, ma induce anche una variazione della qualità. 

Se un migliaio di abitanti in tutto il mondo adottasse uno stile di vita sfacciatamente consumistico, non noteremmo pressoché alcuna variazione nell'ambiente, perché complessivamente il loro impatto sarebbe trascurabile; ma se quel medesimo stile di vita venisse esteso all'intera popolazione globale, gli sconvolgimenti ambientali sarebbero così eclatanti da trasformare la Terra in un luogo non più adatto ad ospitare la vita.

Ad oggi, la sola Cina conta 1,391 miliardi di persone, corrispondenti a circa il 21% della popolazione mondiale; a seguire troviamo: l'India con 1,286 miliardi di cittadini (~ 19%), l'Unione Europea con 494 milioni di persone (~ 7%), gli Stati Uniti con 325 milioni d'individui (~ 5%) e l'Indonesia con 255 milioni di persone (~ 4%). L'Italia conta 60,6 milioni di abitanti.

Complessivamente, l'Asia ospita 4,5 miliardi di persone; l'Africa 1,2 miliardi; l'America 1 miliardo e l'unione europea 740 milioni.

Siamo culturalmente abituati a pensare che l'Italia giochi un ruolo centrale nelle dinamiche globali, ma di per sé questi dati mostrano, perlomeno da un punto di vista strettamente quantitativo, che il maggior “peso” debba posizionarsi in Oriente.

Una simile conclusione però stride con l'odierna egemonia socio-economico-culturale occidentale, con particolare riferimento al ruolo degli Stati Uniti d'America in ambito geo-politico.

Quest'ultimi, pur sommando non più del 5% della popolazione mondiale, riescono a collezionare una serie di record (negativi) di tutto rispetto: sono il primo paese al mondo per l’utilizzo di fertilizzanti chimici e per emissioni di CO2, il secondo per inquinamento delle acque e il terzo per volumi di pescato. 

E nonostante la biocapacità media mondiale sia pari a 1,78 ettari pro capite, gli americani “vantano” un'impronta ecologica pari a 9,6 ettari pro capite. 

Non è esagerato affermare che se Cina ed India adottassero il medesimo livello di consumo degli Americani l'umanità causerebbe la sua stessa estinzione.

Già dalla lettura di questi dati, il lettore più accorto avrà intuito che qualcosa non torna: è evidente che si possono sfruttare più risorse di quante ce ne aspetterebbero in media soltanto a discapito degli altri.

Ad una festa di compleanno con 10 invitati e una sola torta tagliata in 10 parti uguali, se si vuole soddisfare l'ingordigia d'uno dei partecipanti è inevitabile che qualcun altro debba rinunciare alla sua fetta. 

Ciò accade anche per lo sfruttamento delle risorse della Terra, le quali, per ovvi motivi, sono limitate.

Per spiegare come sia possibile che un piccolo numero d'individui possa permettersi il lusso di avere un'impronta ecologica così elevata, un dato su tutti sarà più che sufficiente: quello relativo alle spese militari.

Neanche a dirlo, in testa alla classifica ritroviamo gli Stati Uniti, con ben 663 miliardi di dollari all'anno, seguiti da Cina, Regno Unito, Francia e Russia, rispettivamente con 98, 69, 67 e 61 miliardi di dollari. 

In termini comparativi, ciò significa che gli Stati Uniti spendono circa 7 volte in più rispetto alla Cina e 11 volte in più rispetto alla Russia. 

L'Unione Europea, nel suo complesso, è la seconda forza mondiale per spese militari, con la ragguardevole cifra di 331 miliardi di dollari spesa alla faccia dei 75 milioni di poveri distribuiti nelle varie nazioni dell'Eurozona.

Nel mondo, si stima che la spesa militare totale si attesti (ufficialmente) sui 1.700 miliardi di dollari, un dato che non ho alcuna esitazione a definire osceno.

Dacché l'uomo ha camminato sulla Terra, le guerre sono servite a conquistare nuovi territori ed arrogarsi, con l'uso diretto della forza, il diritto allo sfruttamento delle risorse altrui. 

Pertanto, se gli Stati destinano ancor oggi un così elevato quantitativo di denaro alle questioni militari, possiamo dedurre che la guerra rappresenti un fattore decisivo per mantenere in essere i propri livelli di consumo.

Violenza e civiltà sono due aspetti in totale antitesi. Il fatto che si dedichino così tante risorse alla guerra è la dimostrazione più lampante dell'eclatante arretratezza della specie umana.

Se gli sforzi psico-fisici, il tempo e i fondi economici destinati alla guerra fossero stati impiegati in modo intelligente e altruistico per migliorare le condizioni di vita di tutti gli esseri viventi, a quest'ora avremmo pressoché risolto tutti i problemi che invece ancora oggi affliggono l'umanità. 


Ambiente

La pochezza della specie umana non si evince soltanto dal modo cinico e brutale con cui costruisce armi sempre più potenti per sterminare e sottomettere i propri simili, ma anche dal rapporto insano che ha instaurato nei confronti della natura.

In questo ambito, i più importanti indicatori convergono in un'unica direzione: stiamo depredando, distruggendo e inquinando la nostra casa, la Terra, per mezzo di un sovra-sfruttamento incurante dei limiti imposti dalla finitezza del pianeta che popoliamo.

L'impatto complessivo, dovuto ai modi di produzione e consumo adottati dall'umanità, ha superato di misura le capacità rigenerative dell'ecosistema, già da alcuni decenni.

Questo è quanto sintetizzato nel computo dell'Earth Overshoot Day, caduto il 2 agosto nell'anno 2017, una data che sta ad indicare il giorno in cui la richiesta di risorse naturali dell’umanità per l'anno corrente supera la quantità di risorse che la Terra è in grado di generare nel corso dello stesso anno.

Ciò significa che l'umanità sta sfruttando la natura ad un ritmo 1,7 volte superiore rispetto alla capacità di rigenerazione degli ecosistemi o, se preferite, che per soddisfare l'attuale richiesta di risorse avremmo bisogno di 1,7 pianeti.

I paesi più sviluppati riescono a fare anche di peggio: se tutti gli abitanti della Terra vivessero come i cittadini degli U.S.A. avremmo bisogno di 5 pianeti, se invece adottassero lo stile di vita dei tedeschi servirebbero 3,2 mondi, se consumassero come noi italiani occorrerebbero 2,6 terre, mentre gli stili di vita dei cinesi richiederebbero 2,1 mondi.

Al tipico sovra-sfruttamento dei paesi più “avanzati” fa eccezione l'India, con un impatto ambientale così modesto da richiedere soltanto 0,6 mondi. 

Ma l'ecologismo degli indiani non è un ecologismo volontario, dovuto a un'elevata efficienza o a una particolare attenzione nei confronti dell'ambiente, bensì a una diffusa e gravosa condizione di povertà.

In India, infatti, si stima che il 75% della popolazione sopravviva con meno di 2 dollari al giorno; tra questi individui ben 456 milioni non raggiungono la quota minima di sopravvivenza, stabilita in 1,25 dollari al giorno. Complessivamente, è stato calcolato che l'India ospiti il 33% di tutti i poveri del pianeta. 

Analoghe considerazioni possono essere fatte per tutti gli Stati più poveri: il loro apparente ecologismo è la conseguenza forzosa della loro miseria esistenziale. 

Da questi dati emerge in modo forte e chiaro un'esigenza: quella di ridurre il sovra-sfruttamento dei paesi del Primo Mondo, così da liberare energia e risorse da impiegare per consentire ai poveri di non esser più tali e cercare, al tempo stesso, di ricondurre lo sfruttamento ambientale globale entro un livello di maggiore sostenibilità.

Chi ha oltrepassato i limiti ambientali deve indietreggiare, se vuole fare in modo che tutti possano prosperare.

Che ogni paese debba adottare degli stili di vita che se fossero estesi al resto del mondo  impiegherebbero la biocapacità di un numero minore o uguale a quella di un solo pianeta, è una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per assicurare la sopravvivenza della nostra specie nel medio-lungo termine. 

Evidentemente questa banalità non dev'essere chiara a quei grandi economisti che continuano a prescrivere ricette basate sulla crescita proprio a quei paesi che dovrebbero decrescere per primi, perché hanno già oltrepassato di misura i limiti della sostenibilità.

Nel corso degli anni, per sostenere la crescita economica si sono alimentati i consumi, passando dalla doverosa soddisfazione di bisogni reali fondamentali, al folle appagamento dei bisogni metafisici del sistema economico. 

E così, pur di mantenere in vita un'economia malsana, l'umanità si è auto-imposta l'imperativo d'un consumo sempre più rapido e futile, illudendosi che il consumismo fosse una pratica indolore. 

Ma incrementare oltre misura il consumo significa anche incrementare l'inquinamento ambientale e l'inevitabile processo di trasformazione da materia disponibile a materia non disponibile, producendo così materia degradata non più impiegabile per le finalità antropiche. 

Per quanto gli ecologisti più sprovveduti asseriscano il contrario, ciò vale persino in un'economia totalmente dedita al riciclaggio, ma è ancora più vero in un sistema estrattivo di tipo lineare basato sul profitto, come quello che caratterizza la nostra epoca, dove il destino degli oggetti consiste nel finire il più rapidamente possibile in una discarica (o in un inceneritore) per fare in modo che si possa ri-produrli e ri-comprarli in continuazione, impiegando futilmente quantitativi addizionali di materia, energia, tempo (di vita) e lavoro.

Come chiunque può comprendere, simili dinamiche introducono un'eclatante inefficienza, del tutto dannosa ed evitabile, messa in atto per questioni di profitto e non perché concorra al miglioramento delle condizioni di vita dell'umanità. 

L'entità dei processi estrattivi legati ad una crescita economica drogata dall'inefficienza è descritta dalla seguente progressione:

nel 1970, al fine di soddisfare la domanda di beni e servizi, l'umanità estraeva dall'ambiente 22 miliardi di tonnellate all’anno di materie prime; nei 4 decenni successivi, la crescita economica ha spinto sempre più in alto i consumi, fino a richiedere l'estrazione di 70 miliardi di tonnellate di materie prime nel 2010; il 2017 ha fatto segnare un altro incremento del 25% rispetto al 2010, raggiungendo così la cifra di 88,6 miliardi di tonnellate di materie prime sottratte all'ambiente per finalità antropiche.

Ma non finisce qui: se non verranno prese contromisure, si stima che nel 2050 il sistema economico pretenderà la mostruosa cifra di 180 miliardi di tonnellate di materie prime all'anno per soddisfare la domanda di beni e servizi dell'umanità che verrà.

Attualmente, i paesi più ricchi consumano quantitativi di risorse 10 volte superiori rispetto ai paesi più poveri, attestando i loro fabbisogni di materie prime a circa il doppio rispetto alla media mondiale.

Tradotto in numeri, ciò significa che mentre gli abitanti del Nord America e dell'Europa hanno un impatto pro capite di 25 e 20 tonnellate all'anno, gli africani devono accontentarsi di 3 tonnellate di risorse a testa, pur abitando in uno dei continenti dai quali vengono estratte più materie prime al mondo.

Ma nei processi produttivi, se da un lato c'è estrazione, dall'altro c'è re-immissione di materia, più o meno degradata, più o meno inquinante. 

Ciò avviene sia a causa dei processi di trasformazione, che inevitabilmente "consumano" ed emettono sia energia che materia, che per l'utilizzo di beni, i quali sono soggetti a guasti, usura e obsolescenza, e possono produrre emissioni nel corso del loro funzionamento.

Pertanto, se il consumo diviene di massa, come lo è senz'altro ormai da alcuni decenni, hanno luogo due grandi problematiche che non possono essere ignorate: la produzione di “scarti” e di sostanze di varia natura, la cui presenza può essere in qualche modo dannosa, sia per l'ambiente che per gli esseri viventi.

È stato stimato che l'umanità produca complessivamente 4 miliardi di tonnellate di spazzatura all'anno, un quantitativo che potrebbe salire fino a raggiungere i 6 miliardi di tonnellate entro i prossimi 10-15 anni.

Poco meno della metà del totale della spazzatura (1,6-2 miliardi di tonnellate) è composta da rifiuti di tipo urbano prodotti dalle famiglie, mentre la parte restante è formata dai cosiddetti "rifiuti speciali" provenienti da attività industriali e produttive.

Di tutta questa mole di rifiuti, soltanto il 19% viene riciclato o compostato, l'11% viene utilizzato per produrre energia ed il restante 70% finisce in discarica.

Per quanto riguarda l'avviamento al riciclo, secondo Eurostat, la media europea si attesta al 37%. Germania, Inghilterra e Francia raggiungono rispettivamente il 43%, il 44% e il 54%. In testa all'Eurozona troviamo l'Italia con una percentuale del 76,9%.

Ora qualcuno starà pensando che con delle percentuali così elevate l'Italia sia prossima ad aver risolto il problema dei rifiuti... Ma è davvero così che stanno le cose? 

Non esattamente, perché le percentuali dipendono dalle linee guida adottate per effettuare il calcolo; inoltre non tutto ciò che è avviato al riciclo viene effettivamente riciclato.

Accade così che nel 2016 la raccolta differenziata sia cresciuta del 12,8% rispetto al 2015, ma di tale crescita circa il 40% sia riconducibile alle differenti modalità di calcolo introdotte di recente.

E non mancano esempi di città dove il 50% della plastica conferita per essere riciclata finisce lo stesso negli inceneritori per produrre energia. 

Incrociando i dati di Utilitalia e Ispra, si scopre che nel 2016 la quota di riciclaggio italiano si attestava attorno al 49-52,5% dei rifiuti, un calcolo ottenuto sommando le seguenti voci: recupero di materia (~26%), trattamento biologico dell’organico (~19%), trattamenti intermedi di selezione e biostabilizzazione (~ 3%) e compostaggio domestico (~1%).

Il 25-30% di ciò che non viene riciclato finisce in discarica mentre un 18-21% viene incenerito, o meglio "valorizzato", come si suol dire oggigiorno per cercare di mitigare con la psicologia le innegabili problematiche legate all'incenerimento dei rifiuti. 

Ma nei termovalorizzatori ci sono i filtri: già i filtri. Ed inoltre, bruciare i rifiuti consente di evitare di ammucchiare spazzatura in discarica: e invece no.

Cominciamo col dire che, nel 2016, il 70% degli impianti funzionanti sul territorio italiano ha avuto problemi di: emissioni fuori norma, inchieste della magistratura e mancate autorizzazioni degli enti di controllo.

Del resto, anche il più moderno impianto di termovalorizzazione produce lo stesso emissioni di particolato, diossine, furani, idrocarburi policiclici aromatici e metalli, sebbene lo faccia entro i limiti fissati da un qualche ente, figuriamoci cosa possano emettere gli impianti più vecchi; inoltre, si deve considerare che l'incenerimento riduce fino al 70% la massa dei rifiuti in ingresso. 

Ciò significa che per ogni tonnellata di spazzatura restano comunque da gestire 300kg di "ceneri" pesanti e leggere: le prime,  derivano dal residuo non combustibile dei rifiuti (si pensi ad esempio ai metalli, al vetro o a materiali inerti) e sono classificate come rifiuto speciale non pericoloso; le seconde, sono legate ai trattamenti di depurazione dei reflui gassosi, vengono prodotte in quantità di 30-60kg per tonnellata di materiale in ingresso e sono altamente tossici.

In certi casi le ceneri pesanti possono essere riciclate, a patto che non siano troppo contaminate, altrimenti finiscono in discarica. I loro processi di riciclo, però, prevedono lavaggi in acqua, vagliature, l'utilizzo di sostanze chimiche e di trattamenti termici ad elevata temperatura; le ceneri leggere, invece, generalmente vengono smaltite in discarica.

Numericamente parlando, in Italia, su oltre 6,3 milioni di tonnellate di rifiuti inceneriti, almeno 1,4 milioni di tonnellate rimangono come residui e rifiuti.

Tra di essi vi sono 980 mila tonnellate di ceneri pesanti, 200 mila tonnellate di residui provenienti dai processi di abbattimento dei fumi e 182 mila tonnellate di scorie pericolose di varia natura, senza considerare i rifiuti liquidi e fangosi altamente inquinanti che derivano dai processi di abbattimento delle polveri di emissione degli impianti.

Tra le curiosità ecologiche legate alla pratica del bruciar rifiuti, è interessante scoprire che, pur essendo una delle principali fonti di sostanze inquinanti, la combustione incontrollata di pattume condotta a cielo aperto non venga presa in considerazione, sottostimando così l'inquinamento atmosferico.

Eppure, nel mondo, circa il 40% dei rifiuti vengono “smaltiti” ogni anno attraverso dei roghi incontrollati, immettendo nell'aria sostanze dannose sia per la salute umana che per i cambiamenti climatici.

Le conseguenze disastrose dovute ad una concezione economica autoreferenziale e metafisica, che ignora questioni fondamentali come l'impatto ambientale e la salute umana, sono divenute così eclatanti da essere facilmente individuate. 

Il caso della plastica ha dell'incredibile: abbiamo inquinato i mari con più di 150 milioni di tonnellate di materie plastiche. 

Non soddisfatti, continuiamo a contaminare gli oceani con circa 8 milioni di tonnellate di plastica all'anno. Se non saranno prese contromisure, nel 2050 in acqua ci sarà più plastica che pesci. 

Nel frattempo le “isole” di plastica, già formatesi nelle zone di convergenza delle correnti degli oceani, si accrescono ulteriormente, sia per estensione che per densità; la più grande di esse, l'Isola di plastica del Pacifico, ricopre una superficie tre volte più grande di quella della Francia.

Ovviamente, i primi a farne le spese sono gli animali: l'aspetto, e forse l'odore, della plastica li attira e così finiscono per scambiarla per cibo.

Ciò dà origine a delle vere e proprie stragi, come quella degli albatros documentata da Chris Jordan sull'isola di Midway. In quel luogo, i volatili e i loro piccoli muoiono ogni giorno dopo una lunga agonia provocata dall'ingestione di spazzatura. 

Non sono soltanto le macro-plastiche disperse negli oceani ad arrecare danni agli animali, ma anche le micro-plastiche, le quali possono essere facilmente inghiottite da una più ampia gamma di specie.

Ma alla natura non manca di certo il senso dell'ironia e così ciò che gli esseri umani credono di gettar via impunemente gli si ripresenta diritto in tavola, sia nei piatti che nei bicchieri.

Oltre al pesce ed ai molluschi, risultano contaminati da particelle di plastica anche il miele, la birra e il sale da cucina.

Dei 159 campioni d'acqua potabile prelevati dai rubinetti di città grandi e piccole sparse per i vari continenti del mondo, l'83% conteneva fibre di plastica. 

La contaminazione più elevata, in termini percentuali, è stata riscontrata negli Stati Uniti (94%) mentre quella più bassa in Europa (72%).  

Non se la cava meglio l'acqua venduta in bottiglie di plastica, che presenta particelle contaminanti nel 93% dei casi, anche se in questo caso c'era d'aspettarselo. 

Al momento, i rischi per la salute dovuta all'introduzione della plastica nel regime alimentare umano vengono minimizzati, l'importante è che tutto resti così com'è e si continui a far profitto.

Di certo, chi ha la possibilità di acquistare acqua in bottiglia se la passa decisamente meglio rispetto a quei 2 miliardi di persone che invece sono costrette a utilizzare, per bere e lavarsi, una fonte d'acqua contaminata, esponendosi così al serio rischio di contrarre malattie mortali come colera, dissenteria, tifo e poliomielite.

Nel mondo, infatti, più di 4 miliardi di persone vive in condizioni di scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno, mentre 500 milioni di persone vive in luoghi dove il consumo annuo di acqua è doppio rispetto alla quantità che la pioggia riesce a reintegrare.

Se non si adotteranno delle drastiche contromisure, nel 2030 il 47% della popolazione mondiale subirà problematiche dovute alla scarsità di acqua, mentre nel 2050 circa il 60% della popolazione globale vivrà in condizioni di stress idrico.

Se l'acqua degli oceani è inquinata, l'aria che respiriamo sembrerebbe esserlo ancora di più, tanto che, in alcuni giorni, le cappe di smog che ricoprono le città possono essere fotografate dallo spazio. 

E non stiamo parlando soltanto dell'ormai celebre inquinamento delle città dell'India e della Cina ma anche di quelle italiane.

Nel 2017, in Italia, 39 capoluoghi di provincia hanno superato la soglia di sicurezza dei 35 giorni annui oltre il limite massimo di smog consentito per le polveri sottili (media giornaliera superiore a 50 microgrammi per ogni metro cubo), tra questi in 10 hanno oltrepassato il limite dei 90 giorni annui oltre la soglia massima d'inquinamento stabilita dalle direttive europee.

Per quanto riguarda l'ozono, sono state 44 le città italiane che hanno registrato il superamento del limite di 25 giorni oltre la soglia consentita nell’anno solare. 

Sommando i due dati, la maglia nera spetta a Cremona con ben 178 giorni di inquinamento rilevato (105 per le polveri sottili e 73 per l’ozono); a seguire: Pavia 167 giorni, Lodi, Mantova e Monza a pari (de)merito con 164 giorni d'inquinamento totale, Milano 161 giorni ed Alessandria con 160 giorni.

Si badi bene: non che negli altri giorni l'aria non fosse inquinata, lo era lo stesso ma entro i limiti stabiliti (ad arbitrio) da un certo ente. Come a dire che a norma di legge è lecito respirare sostanze nocive, ma a piccole dosi.

Resta il fatto che, ad opinione dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), il 92% della popolazione mondiale respiri aria inquinata oltre il limite di sicurezza per le polveri sottili.

Un limite, quello relativo al PM10, che per l'OMS corrisponde ad una media su base annua di 20 microgrammi per metro cubo, senza mai raggiungere in un sol giorno i 50 microgrammi per metro cubo, mentre per le direttive europee si attesta su di una media assai più accomodante pari a 40 microgrammi per metro cubo, consentendo che i giorni in cui possano essere sforati i 50 microgrammi per metro cubo non siano più di 35 all'anno.

La stessa cosa accade per il PM2.5, con una soglia massima stabilita dall'OMS pari ad una media annua di 10 microgrammi per ogni metro cubo, che invece stando al parere della UE dovrebbe attestarsi sui 25 microgrammi. 

Si tenga presente che il PM10 ed il PM2.5 sono stati classificati dallo IARC (International Agency for Research on Cancer) come cancerogeni certi per l'uomo.

Le conseguenze esiziali dovute a questo piccolo, lento ma continuo processo di avvelenamento generalizzato, sono innegabili, tanto da essere ufficialmente stimate: 7 milioni di morti all'anno.

L'inquinamento dell'aria è la causa del 24% delle morti per attacco cardiaco, del 25% degli ictus letali, del 43% delle morti per malattie polmonari ostruttive e del 29% dei tumori al polmone.

E come se non bastasse, lo smog fa invecchiare il cervello, danneggia la pelle e causa l'infertilità maschile. 

Tra i grandi paesi europei, l'Italia è quello che fa registrare il più alto numero di morti per inquinamento atmosferico. 

Il bel paese ha una media di 1.500 morti premature all'anno per inquinamento per milione di abitanti, ed è seguito da Germania con 1.100 morti, Francia e Regno Unito che si attestano a circa 800 morti e Spagna con 600 morti. 

La media europea è pari a 1.000 morti premature all'anno per inquinamento per milione di abitanti.

I gas che immettiamo nell'aria non rappresentano soltanto un problema per la salute umana ma influiscono anche sul clima. È questo il caso dei cosiddetti gas serra o, più in generale, dei gas climalteranti.

Tra di essi elenchiamo: il vapore acqueo (H2O), l'anidride carbonica (CO2), il protossido di azoto (N2O), il metano (CH4) ed alcuni gas fluorurati, come ad esempio: i clorofluorocarburi (CFC), gli idrofluorocarburi (HFC), i perfluorocarburi (PFC) e l'esafluoruro di zolfo (SF6).

Questi gas condividono la caratteristica di far penetrare la radiazione solare nell'atmosfera e di ostacolare l'uscita della radiazione infrarossa riemessa dalla superficie terrestre. 

Ne consegue un certo innalzamento della temperatura media dell'atmosfera del nostro pianeta ed una minor intensità delle escursioni termiche tra giorno e notte. 

Tutto ciò è noto con il nome di “effetto serra” ed è proprio dal suo verificarsi che ha origine un equilibrio dinamico fondamentale per lo sviluppo e la sopravvivenza delle forme di vita presenti sulla Terra.

Al contrario, è l'incremento dell'effetto serra a rappresentare un serio problema, non per la Terra, la quale è sopravvissuta tranquillamente ad ogni genere di cataclisma, ma per i suoi abitanti.

Già, perché se si ha un incremento di gas ad effetto serra in atmosfera, si ha anche un incremento della temperatura media globale, e bisognerebbe tenere a mente che, circa 252 milioni di anni fa, un aumento della temperatura media di 5-15 gradi causò l'estinzione del 95% delle specie animali. 

Il principale gas ad effetto serra, il cui anomalo incremento sembrerebbe essere direttamente riconducibile alle attività antropiche, è l'anidride carbonica (CO2), responsabile di per sé per il 5-20% dell’effetto serra complessivo.

Un suo incremento determina un innalzamento delle temperature che, a sua volta, causa una maggior presenza di vapore acqueo in atmosfera, dando luogo così ad alcuni meccanismi di feedback positivi che tendono ad incrementare ulteriormente la temperatura media.

Il vapore acqueo, infatti, è il principale gas a effetto serra, responsabile per almeno i due terzi dell'effetto serra naturale. Pertanto, un incremento di CO2 di origine antropica causa, seppur indirettamente, anche un incremento di temperatura dovuto ad una maggior presenza di vapore acqueo in atmosfera. 

Va inoltre ricordato che gli oceani sono dei grandi contenitori di CO2, in quanto quest'ultima è solubile in acqua. E siccome l'incremento di calore diminuisce la solubilità della CO2, gli aumenti di temperatura causano rilascio di anidride carbonica nell'aria.

Quanto ciò si verifica, l'ecosistema mette in atto delle contromisure che tendono a fare in modo che nel, suo complesso, il sistema raggiunga un nuovo “equilibrio” termodinamico, il quale (purtroppo) prevede una temperatura media più elevata. 

Ovviamente le dinamiche sono reversibili e chiaramente sono assai più complesse rispetto a questi semplici esempi appena esposti.

Ma a giudicare dai dati e dalle previsioni ad oggi reperibili, sembrerebbe proprio che la temperatura media globale sia destinata a salire, non senza che si verifichino delle (spiacevoli) complicazioni.

A livello mondiale, il 97% della comunità scientifica sostiene che il riscaldamento globale abbia una causa antropica e che la CO2 reciti un ruolo centrale in questo processo. Non mancano però delle voci dissonanti.

In realtà, i negazionisti dei cambiamenti climatici, così definiti in modo improprio sui mass media, non negano affatto che vi sia un incremento delle temperature in corso, sostengono però che la causa principale di questo fenomeno non sia imputabile alle attività umane, ma ad altri fattori, come ad esempio ad una maggiore o minore intensità dell'irraggiamento solare.  

Negare l'origine antropica del riscaldamento globale non è affatto comparabile con l'affermare che la Terra è piatta: nel secondo caso esiste un esperimento cruciale per stabilire chi ha ragione (basta prendere un aereo ed effettuare qualche giro intorno al mondo), nel primo caso, invece, per raggiungere una certezza assoluta servirebbe una conoscenza perfetta delle dinamiche climatiche, una conquista che, ad oggi, non è stata ancora raggiunta.

Inoltre, vale la pena di ricordare che, in generale, il fatto che la maggioranza della comunità scientifica sia concorde con una qualsiasi teoria non è garanzia di verità: vi fu un tempo in cui la comunità scientifica credeva che la Terra fosse piatta o che esistesse l'etere luminifero, fin quando queste credenze non furono confutate. 

Per questo, a rigor di termini, bisognerebbe parlare di Teoria del riscaldamento globale di origine antropica, perché non si tratta di una verità dimostrata, così come invece accade per i teoremi della matematica che sono sempre accompagnati da dimostrazioni rigorose.

E bisognerebbe sempre mantenere la mente aperta, ascoltando tutte le teorie e le contro-argomentazioni, assumendo sempre un atteggiamento di sano scetticismo nei confronti di ogni nostro convincimento personale, perché è soltanto in questo modo che l'umanità può sperare di cogliere qualche elemento di verità.

L'esperienza di ieri e di oggi mostra che dalla fossilizzazione dogmatica del pensiero scaturiscono le peggiori disgrazie per l'umanità.

Da un punto di vista sociologico, gli oppositori della Teoria antropica sostengono che la narrazione catastrofista legata ai cambiamenti climatici sia funzionale dal punto di vista economico, sia per ottenere fondi di ricerca con maggiore facilità, che per generare profitti sfruttando la cosiddetta “green economy”.

In modo simmetrico, la medesima argomentazione viene rivolta contro i negazionisti, accusati di essere finanziati dalle multinazionali del petrolio, che in questo modo possono continuare indisturbate a trarre profitto dallo sfruttamento delle fonti fossili.

Ma i negazionisti replicano che imporre ai paesi in via di sviluppo un divieto di utilizzare le fonti fossili, invitandole ad utilizzare direttamente le energie rinnovabili, di fatto, significhi impedire ai paesi emergenti di svilupparsi e che l'ecologismo sia stato strumentalizzato politicamente per esercitare una forma di controllo sociale ed assicurarsi così l'esclusiva sullo sfruttamento delle risorse...

Si potrebbe andare avanti, ma un simile approfondimento non è affatto necessario per le finalità di questo scritto: vi spiego subito perché.

Nel corso della trattazione assumerò come ipotesi di lavoro che i cambiamenti climatici siano da attribuirsi alle attività antropiche, se non altro per un principio di precauzione.

Se è vero che le temperature stanno aumentando già di per sé, non si comprende l'esigenza di dare man forte al processo, immettendo nell'atmosfera quantitativi addizionali di gas climalteranti in presenza di strategie alternative che consentirebbero di evitare gran parte di quelle emissioni, senza diminuire la qualità della vita degli esseri umani. 

Inoltre, come avrete modo di comprendere, le soluzioni da me concepite hanno validità generale e possono essere parimenti attuate sia nel caso in cui l'origine del riscaldamento globale sia antropica, sia nel caso in cui non lo sia.

Per questo motivo, ho ritenuto opportuno evitare di condurvi nei meandri della doverosa e interessante indagine atta a stabilire se i cambiamenti climatici in corso siano, per così dire, naturali o artificiali, ma invito chi volesse cominciare ad approfondire la questione, sia da un punto di vista scientifico che sociologico, a consultare le note che ho inserito in bibliografia.

Per il momento, possiamo procedere oltre concordando su di un punto: la temperatura media globale sta aumentando.

Secondo le stime, nel 2015, l'aumento globale di temperatura rispetto all'epoca pre-industriale era di circa 0,93 gradi centigradi. 

Se non ci saranno inversioni di tendenza, si prevede un incremento di 4-8 gradi centigradi medi, a seconda degli scenari e dei modelli adottati, con delle conseguenze che sono state definite "catastrofiche" già al verificarsi di un incremento di soli 3-5 gradi.

Se poi si dovessero superare i 5 gradi d'incremento, si metterebbe in dubbio la sopravvivenza di gran parte dell'umanità.

Per scongiurare questi scenari, nel 2015, con gli accordi di Parigi, i delegati di circa 200 paesi di tutto il mondo si sono impegnati a mantenere l'aumento della temperatura media entro i 2 gradi centigradi dai livelli pre-industriali, riservandosi di compiere tutti gli sforzi necessari affinché l'aumento non oltrepassi gli 1,5 gradi. 

L'accordo prevede una sostanziale diminuzione delle emissioni di gas serra a partire dal 2020, fino a raggiungere, al massimo entro il 2100, il momento in cui la produzione di nuovi gas climalteranti sarà sufficientemente bassa da essere assorbita naturalmente.

Nel frattempo, dopo tre anni di stallo, le emissioni di anidride carbonica risultano in aumento ed il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annuncia il ritiro dagli accordi di Parigi.

Nel mese di aprile 2018, la concentrazione mensile media di anidride carbonica in atmosfera ha superato le 410 parti per milione. 

L'analisi dei carotaggi di ghiaccio, prelevati in Groenlandia e in Antartide, ha consentito di stabilire che un simile livello non era mai stato raggiunto negli ultimi 800.000 anni.

Per migliaia e migliaia di anni, infatti, la CO2 presente in atmosfera ha oscillato tra le 170 e le 280 parti per milione, incrementando rapidamente la sua concentrazione in concomitanza dell'inizio dell'era industriale.

Che gli obiettivi stabiliti negli accordi di Parigi saranno disattesi è cosa pressoché certa. 

Basti sapere che vi è una sorta di inerzia nei processi di riscaldamento globale, per cui le temperature continuerebbero a salire di 0,5-2 gradi anche se smettessimo completamente già oggi di emettere gas serra.

I ghiacciai hanno già superato un punto di non ritorno e pur in assenza di nuove emissioni antropiche il 40% di essi continuerebbe a sciogliersi. 

Secondo alcuni ricercatori, entro il 2040, nei mesi più caldi dell'anno assisteremo per la prima volta al totale disgelo del Polo Nord.

Vent'anni fa, il livello dei mari cresceva di circa 2,2 millimetri all'anno, oggi invece la crescita ha raggiunto i 3,3 millimetri annui. 

Le previsioni più ottimistiche, stimano un incremento complessivo del livello dei mari pari a 34-75 centimetri entro il 2100, a patto di riuscire a mantenere l'aumento delle temperature entro i 2 gradi centigradi; le più pessimistiche, arrivano a profetizzare una crescita del livello del mare di 150-190 centimetri. 

Se l'innalzamento si attestasse intorno ai 65 cm, il 7% della popolazione mondiale dovrebbe trasferirsi, perché altrimenti rischierebbe di finire sommersa.

Se le temperature medie globali dovessero aumentare di 4 gradi centigradi, l'inghiottimento da parte del mare di terre emerse abitate riguarderebbe 470-760 milioni di persone. 

Tra le città che potrebbero scomparire troviamo: Londra, New York, Shanghai, Hong Kong, Calcutta, Mumbai, Dhaka, Jakarta, Hanoi, Rio de Janeiro, ma anche le italianissime: Napoli, Pisa, Ravenna e Venezia.

Tenendo in considerazione il rischio relativo a innalzamento del livello del mare, mareggiate e condizioni climatiche estreme, è stato previsto che entro il 2060 più di un miliardo di persone saranno esposte a fenomeni d'inondazione.

I più colpiti saranno i poveri delle città di: Kolkata e Mumbai (India), Dhaka (Bangladesh), Guangzhou (Cina), Saigon (Vitnam); Shanghai (Cina) e Bangkok (Thailandia).

Ma le inondazioni causeranno ingenti danni economici anche a: Miami e New York City (USA), Alessandria (Egitto) e Tokyo (Giappone).

Non mancano voci dissonanti che giudicano le proiezioni sui cambiamenti climatici del gruppo intergovernativo IPCC addirittura troppo “ottimistiche”, perché a loro avviso per contenere gli incrementi di temperatura entro i 2 gradi bisognerebbe attuare rapidamente delle radicali modifiche agli stili di vita, con tagli drastici di consumo di energia e beni, nel mentre che si procede ad un completo passaggio dai combustibili fossili ad altre forme di energia a emissioni zero.

Stando a questi pareri, per rispettare gli accordi di Parigi, sembrerebbe necessario come minimo un taglio alle emissioni di anidride carbonica che va dal 40% al 70% entro il 2050. 

Altri ricercatori hanno diffuso degli studi secondo i quali la probabilità che entro il 2100 l'aumento della temperatura media sia compreso tra 2 e 4,9 gradi centigradi è del 90%.

Com'è noto, il difetto delle previsioni in ambito ambientale consiste nell'intrinseca impossibilità di includere fattori aleatori determinanti, come le scoperte e le innovazioni scientifico-tecnologiche o l'avvento di un cataclisma.

Per ironia della sorte, l'eruzione di un super-vulcano potrebbe oscurare i cieli, facendo precipitare l'umanità in una nuova piccola era glaciale. Ciò, ad oggi, non può essere previsto. 

Così come non è dato sapere se tra qualche anno la scienza consentirà all'umanità di padroneggiare il clima a suo arbitrio, con conseguenze sociali che non oso neppure immaginare, visto l'attuale livello di evoluzione spirituale.

Il valore delle previsioni è però innegabile: esse ci mostrano che se non adotteremo delle  contromisure è ragionevole attendersi che gli incrementi di temperatura stimati si verificheranno. 

In tal senso, le previsioni sui cambiamenti climatici rappresentano un potente invito all'azione.

Per contrastare l'aumento delle temperature, l'umanità ha a disposizione due strategie: cambiare il proprio stile di vita, di consumo e di sviluppo, oppure tentare d'intervenire attivamente a livello fisico, per fare in modo che il riscaldamento globale non si verifichi, o che addirittura regredisca. Chiaramente queste due strategie possono anche combinarsi tra di loro.

Io propendo per intervenire nel modo in cui concepiamo l'economia, agendo con razionalità sulla produzione ed il consumo di beni e servizi, ma sono pronto a scommettere che, pur di non rimettere in discussione il modello capitalistico, gli sforzi dei principali attori sociali si concentreranno sulla seconda possibilità: forse si arriverà a costruire degli scudi termici nello spazio, o si tenterà di modificare l'atmosfera con dei programmi di geo-ingegneria, o magari si studieranno dei sistemi per rimuovere i gas serra dall'atmosfera. 

E tutto ciò, bene che vada, avverrà in modo temporaneo, per favorire la transizione verso un modello più eco-sostenibile; oppure, nel peggiore dei casi, sarà adottato come “soluzione” permanente, per mantenere in essere così com'è l'attuale modello socio-economico.

Ma i problemi relativi alle attività antropiche non riguardano esclusivamente il riscaldamento globale: l'aumento della temperatura è soltanto una delle questioni ambientali che si dovranno affrontare.

Forse non staremo provocando il riscaldamento globale, ma stiamo lo stesso trasformando la Terra in un luogo ostile, sempre meno adatto ad ospitare la vita. 

L'inquinamento dell'aria, dell'acqua e della terra, è già sufficientemente elevato da intaccare la salute degli esseri umani in modo significativo, e le previsioni non lasciano affatto intendere che nei prossimi decenni avrà luogo un'inversione di tendenza.

Ma la cosa più eclatante è che tutto ciò stia avvenendo in un clima d'indifferenza, con una generale volontà che rema nella direzione dell'autodistruzione: la natura grida, ma l'umanità è sorda.

Sia il Fondo Monetario Internazionale che l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico hanno rivisto a rialzo le stime di crescita mondiali, sia per l'anno corrente (2018) che per quello che verrà, indicando un +3,9% su base annua per il PIL del mondo.

Ma con gli attuali modi di produzione e di consumo, quando l'economia cresce, crescono anche l'inquinamento e il degrado ambientale. 

A poco è servito l'appello rivolto all'umanità firmato e pubblicato nel 1992 da 1.700 scienziati di chiara fama, all'interno del quale si denunciava l'insostenibilità delle attività antropiche e si proclamava la necessità di adottare un grande cambiamento nella gestione della Terra al fine di evitare il declino dell'umanità. 

E chissà se avrà una qualche utilità il secondo appello, giunto a distanza di 25 anni dal primo monito e pubblicato di recente in un saggio sottoscritto da ben 15.000 scienziati di tutto il mondo.

Dal 1992, fatta eccezione per la stabilizzazione dello strato di ozono, non solo l'umanità non è riuscita a mettere in atto le soluzioni necessarie per risolvere i problemi ambientali, ma è addirittura riuscita a far aggravare la situazione relativamente alle minacce ed alle criticità preannunciate!

Negli ultimi 25 anni, infatti, si sono verificati: una riduzione del 26% della quantità di acqua dolce disponibile per la popolazione mondiale; un incremento del 75% di zone oceaniche “morte”, vale a dire in cui la vita animale non riesce a diffondersi a causa dell'inquinamento e della scarsità di ossigeno; la distruzione di 120 milioni di ettari di foreste; un incremento di emissioni di gas serra superiore al 60%; un incremento della temperatura media terrestre del 167%; una crescita della popolazione umana del 35% ed una diminuzione della popolazione animale di mammiferi, rettili, anfibi, uccelli e pesci del 29%. 

Ci stiamo avvicinando con passi da gigante verso quello che potrebbe essere definito come un collasso sistemico.

Nel loro complesso, le attività antropiche stanno causando quella che il WWF non ha esitato a definire “sesta estinzione di massa”.

Dal 1970 al 2012, è andato scomparendo il 58% della popolazione presente sulla Terra per quanto riguarda la fauna dei vertebrati terresti e marini. Inoltre, è stato stimato che, nel giro di poche generazioni, potremmo causare l'estinzione di almeno i tre quarti delle specie animali.

In Europa, oggi, sono a rischio di estinzione: il 42% dei mammiferi autoctoni, il 15% degli uccelli, il 45% delle farfalle, il 30% degli anfibi, il 45% dei rettili, il 52% dei pesci di acqua dolce.

Stiamo portando le specie viventi all'estinzione con un tasso da 100 a 1000 volte superiore rispetto al “naturale” ritmo di riduzione della biodiversità. E questa strage si amplifica ad ogni incremento della temperatura media mondiale.

Gli alberi sono nostri alleati per quanto riguarda il fenomeno del riscaldamento globale, ma l'umanità preferisce distruggere anche queste evolutissime forme di vita, piuttosto che rispettarle ed essergli riconoscenti per il fatto di rendere possibile la nostra esistenza. 

Si stima che nel mondo esistano 3.000 miliardi di alberi, vale a dire circa 400 esemplari per ogni essere umano, ma negli ultimi 11.000 anni, a causa delle attività antropiche, il loro numero si è già ridotto del 46%. E purtroppo la tendenza non si è ancora invertita.

Ad oggi, vengono abbattuti 15 miliardi di alberi ogni anno, a fronte dei 5 miliardi che vengono ripiantati, generando così un saldo negativo pari a 10 miliardi di alberi all'anno.

Com'è facilmente intuibile, la distruzione e la frammentazione degli habitat, sottratti alle necessità degli animali per soddisfare i bisogni degli esseri umani, rappresentano due tra le principali concause della perdita di biodiversità.

In tutto il mondo, nel periodo che va dal 2000 al 2010, circa 13 milioni di ettari di foreste all'anno sono stati convertiti ad altro uso, o sono andati perduti per cause naturali.

Un dato in diminuzione rispetto ai circa 16 milioni di ettari l'anno perduti nel decennio precedente, che però non può ancora considerarsi soddisfacente.

Infatti, considerando i programmi di riforestazione e la naturale espansione delle foreste, per il decennio che va dal 2000 al 2010, si ottiene una perdita netta di area forestale pari a 5,2 milioni di ettari l'anno, rispetto agli 8,3 milioni di ettari andati perduti negli anni '90.

Vi sono però alcune realtà in controtendenza, come ad esempio la foresta amazzonica, dove il tasso di deforestazione è in aumento e, nel periodo tra agosto del 2015 e luglio 2016, ha raggiunto il livello più alto dal 2008.

Il polmone verde del mondo si sta riducendo ad un ritmo di quasi 8 mila chilometri quadrati all'anno, disboscando un'area corrispondente a circa 128 campi di calcio l’ora.

Per rendersi conto dell'entità di questi numeri, è sufficiente sapere che tra il 2000 e il 2013 la superficie mondiale delle foreste vergini è diminuita del 7,2%.

Rendere negativo il tasso di deforestazione netto, ovvero incrementare l'area effettiva coperta da foreste e alberi da frutto, sarebbe fondamentale non solo per la conservazione della biodiversità, ma anche per contrastare il riscaldamento globale.

Non tutti sanno che la sola deforestazione è responsabile del 20-30% dei gas serra annualmente rilasciati nell’atmosfera, e che una seria politica volta all'adozione di soluzioni climatiche di tipo naturale, come ad esempio il rimboschimento, potrebbe coprire da sé il 37% delle azioni di mitigazione necessarie per mantenere il riscaldamento climatico entro i 2 gradi, senza bisogno di ulteriori iniziative. 

Ma l'umanità, negli ultimi 40 anni, invece di prendersi cura dell'ambiente, ha contribuito alla degradazione del 33% dei suoli coltivabili del pianeta.

Complessivamente, il 75% dei suoli è fase di degradamento e questa percentuale potrebbe arrivare al 95% entro il 2050: percentuali che mal si conciliano con un incremento demografico della popolazione mondiale e la conseguente richiesta di maggior cibo. 

È stato stimato che per soddisfare la domanda mondiale futura di cibo, la produzione agricola dovrebbe aumentare del 60% a livello globale entro il 2040.

In passato, per incrementare la resa dei terreni, è stata adottata un'agricoltura di tipo intensivo, ricorrendo a fertilizzanti e diserbati chimici. Ma ad una maggiore resa è corrisposto un maggiore sfruttamento, con una conseguente degradazione dei suoli.

Per formare 2,5 cm di suolo attivo, adatto a produrre cibo, la natura impiega ben 500 anni. Ne consegue, che serviranno secoli affinché le aree degradate tornino ad essere produttive, a meno che l'uomo non intervenga appositamente su di esse per velocizzarne il ripristino. 

L'approccio intensivo si è rivelato fallimentare sia dal punto di vista della sostenibilità che della salubrità. 

In Italia, i pesticidi sono presenti nel 67% delle acque superficiali e nel 33% delle acque sotterranee e superano i limiti di sicurezza rispettivamente nel 23,9% e nell'8,3% dei casi.

Su tutti gli inquinanti, svetta il Glifosato, l'erbicida più utilizzato al mondo, classificato dall’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come “probabilmente cancerogeno” (gruppo 2A).

Nel mondo, i pesticidi causano 200.000 decessi all'anno per avvelenamento acuto, di cui il 99% dei casi si verifica nei paesi in via di sviluppo. Va molto peggio agli animali, soprattutto agli impollinatori. 

Oltre alla ormai celebre moria delle api, in gran parte attribuita all'utilizzo dei pesticidi neonicotinoidi, è stato riscontrato un calo significativo nella popolazione degli insetti, dei piccoli mammiferi e in quella degli uccelli.

Le ragioni sono diverse ma tutte riconducibili all'utilizzo di erbicidi e insetticidi: c'è chi viene direttamente ucciso da queste sostanze e chi muore perché i semi di cui si nutre sono avvelenati. 

Altri non riescono a sopravvivere perché si sarebbero dovuti nutrire di quegli insetti che però, a causa dei pesticidi, non sono più presenti.

I biologi francesi lamentano una perdita del 50% degli uccelli di campagna dal 1980, mentre quelli tedeschi dichiarano che oggi sono presenti soltanto il 33% degli insetti volatili rispetto a 25 anni fa.

Ed ecco che alcuni “geni” hanno già sfoggiato “soluzioni” di tipo tecnologico per sopperire alle funzioni naturalmente svolte da api e farfalle realizzando dei robot impollinatori, dimostrano così tutta la loro idiozia.

La buona notizia è che l'agricoltura biologica si è rivelata più produttiva di quanto non si pensasse, dato che, in media, la produzione dei suoli biologici è pari all’80% di quelli convenzionali. 

E sebbene nel breve periodo la transizione verso il biologico richieda di mettere in atto delle strategie per compensare un calo di produzione, nel lungo periodo garantirebbe la sicurezza alimentare, perché con l'agricoltura biologica i suoli organici tendono a mantenere integre le loro proprietà biologiche, fisiche e chimiche, assicurando così una produzione stabile al trascorrere degli anni.

Considerando che, attualmente, un terzo del cibo prodotto (circa 1,3 miliardi di tonnellate) viene sprecato, ed un altro terzo viene utilizzato per nutrire gli animali d'allevamento, si potrebbe pensare di compensare la riduzione dovuta alla minore produttività del biologico anche solo riducendo l'inefficienza del sistema.

Se poi, oltre a questo fattore, si prendesse in considerazione anche l'enorme inefficienza dovuta al consumo di alimenti di origine animale, si comprenderebbe immediatamente che la questione alimentare potrebbe essere risolta semplicemente diminuendo il consumo di carne. 

Infatti, a parità di apporto calorico, la produzione di carne bovina richiede 28 volte la terra, 11 volte l'acqua e 6 volte i fertilizzanti, che sarebbero sufficienti per la produzione di altre tipologie di carni, uova e prodotti caseari, oltre a liberare gas serra in quantità 5 volte superiore agli altri tipi di produzione. 

Quest'ultimi alimenti, a loro volta, richiedono da 2 a 6 volte le risorse necessarie a produrre alimenti di origine vegetale, quali ad esempio grano, farro, riso e patate, per un valore calorico equivalente. 

Ciò significa che sbilanciando le abitudini alimentari verso gli alimenti di origine vegetale, non si avrebbe alcuna necessità di compensare la diminuzione di produttività dovuta alla transizione verso il biologico, perché di per sé questi alimenti richiederebbero meno risorse per essere prodotti.

Decade così la principale argomentazione mossa contro il biologico: quella di non essere in grado di sfamare l'intera popolazione mondiale.

Riducendo gli sprechi e diminuendo il consumo di prodotti di origine animale, non solo il biologico sarebbe in grado di sfamare l'umanità, ma potrebbe farlo in modo duraturo e sostenibile, contrastando i cambiamenti climatici, diminuendo l'inquinamento e migliorando la nostra salute.

Ridurre il consumo di carne, aumentando l'apporto di frutta e verdura, consentirebbe di evitare 5,1 milioni di morti premature entro il 2050, una dieta vegetariana salverebbe 7,4 milioni di vite, mentre una dieta esclusivamente basata su alimenti di origine vegetale allungherebbe l'esistenza a 8,1 milioni di persone.

È noto, infatti, che nel mese di ottobre 2015 l'International Agency for Research on Cancer (IARC)  abbia classificato la carne rossa come “probabilmente cancerogena” (classe 2A) e la carne rossa lavorata (insaccati e salumi) come “sicuramente cancerogena” (classe 1).

La comunità scientifica degli epidemiologi concorda sul fatto che diete “ricche” di proteine animali, soprattutto carni rosse e lavorate, inducano un maggior rischio di sviluppare patologie come diabete, infarto e problemi cardiovascolari, obesità e cancro.

Il limite massimo di consumo di carne che non costituisce un pericolo rilevante per la salute è stato stabilito in 500 grammi alla settimana dallo IARC e in 300 grammi alla settimana dal World Cancer Research Fund. 

L'Harvard School of Medicine suggerisce di limitare ancor più il consumo di carne rossa, evitando di superare due porzioni da 80 grammi a settimana.

In termini di gas serra, ridurre il consumo di carne a 300 grammi a settimana consentirebbe di abbattere le emissioni del 30% entro il 2050, eliminando del tutto la carne si avrebbe un decremento di emissioni del 63%, mentre adottando un regime alimentare vegano le emissioni diminuirebbero del 70%.

Mediamente, nei paesi industrializzati, si consumano 224 grammi di carne pro capite al giorno, corrispondenti a circa 1,6 kg a settimana e a 82 kg l'anno a persona, mentre nei paesi in via di sviluppo se ne consumano dai 10 ai 20 kg all'anno a persona. 

Ad oggi, il settore dell'allevamento rappresenta, a livello mondiale, il maggiore fattore d'uso antropico delle terre; nel suo complesso, la zootecnica utilizza il 30% dell'intera superficie terrestre non ricoperta dai ghiacci e il 70% di tutte le terre agricole.

Le emissioni derivanti dagli allevamenti sono superiori a quelle causate dal trasporto aereo, su ruote, navale e ferroviario. Produrre 1kg di carne richiede 15.000 litri d'acqua, contro i 200-2500 litri necessari per produrre 1kg dei più comuni alimenti di origine vegetale. 

L'occupazione delle terre, la deforestazione, la degradazione del suolo, l'emissione di gas serra, l'inquinamento, la distruzione dell'ecosistema marino e lo sfruttamento intensivo della pesca, rendono il settore zootecnico il principale fattore nella riduzione della biodiversità.

Nonostante la carne sia l'alimento(?) più insostenibile, il suo consumo globale sembrerebbe destinato a salire del 73% entro il 2050, anche grazie alla spinta dovuta al rapido sviluppo economico dei paesi emergenti che stanno imitando lo stile di vita dei paesi più “sviluppati”.

Ma i paradossi in ambito alimentare non finisco qui:

1) utilizziamo prodotti chimici per incrementare e velocizzare la produzione di alimenti vegetali, per renderli più belli e fare in modo che si conservino più a lungo, ma così facendo mentre ci nutriamo ci avveleniamo.

Fortunatamente, sono sufficienti non più di 15 giorni di dieta biologica per indurre un crollo significativo della presenza di pesticidi nelle urine. Questo è quanto è stato messo in evidenza analizzando le urine di una tipica famiglia di città, prima e dopo l'adozione di una dieta priva di pesticidi.

2) L'OMS lancia un allarme a livello mondiale perché i batteri stanno diventando sempre più resistenti agli antibiotici e di conseguenza ci viene detto (giustamente) di ridurre l'uso di antibiotici allo stretto indispensabile, salvo poi scoprire che la principale causa dello sviluppo di super-batteri antibiotico-resistenti è da attribuirsi al consumo di carne!

E mentre nel mondo si registrano 500 mila casi di infezioni antibiotico-resistenti, e l'antibiotico-resistenza viene definita come la più grande minaccia alla medicina moderna, negli Stati Uniti l’80% degli antibiotici prodotti non viene utilizzato nell’uomo ma negli animali da allevamento.

A livello mondiale, l'industria della carne consuma un quantitativo di antibiotici triplo rispetto a quello impiegato direttamente dagli esseri umani; nel 2013 gli allevatori hanno impiegato 131 mila tonnellate di antibiotici, un quantitativo che salirà fino a 200 mila tonnellate entro il 2030, se non verranno prese contromisure. 

3) Nel 2016, 815 milioni di persone hanno sofferto la fame, mentre 1,9 miliardi di persone erano in sovrappeso.

Ogni giorno 8 mila bambini muoiono di fame prima di aver compiuto i 5 anni d'età e allo stesso tempo 41 milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni sono obesi o in sovrappeso.

Così da un lato abbiamo individui sottoalimentati che avrebbero un disperato bisogno di cibo, e dall'altro ne abbiamo degli altri che si ammalano a causa di un'inutile sovralimentazione. 

La situazione si fa ancor più paradossale, se si pensa che quei 1,3 miliardi di tonnellate di cibo sprecati ogni anno sarebbero sufficienti per sfamare 3,2 miliardi di persone.

E poiché chi soffre la fame vive principalmente nei paesi in via di sviluppo, mentre chi abusa del cibo si trova nei cosiddetti paesi avanzati, ne deduciamo logicamente che oggi le persone non muoiono di fame perché non c'è da mangiare, ma perché sfamare i poveri non genera profitto.

4) Per quanto detto in precedenza, avremmo bisogno di una transizione verso un'alimentazione biologica. Inoltre, la degradazione dei suoli coltivabili rappresenta un problema centrale, soprattutto se si verificheranno gli scenari di aumento della popolazione previsti.

E che cosa stanno facendo alcuni imprenditori per risolvere questi problemi? Stanno ricoprendo i propri terreni con pannelli fotovoltaici, oppure li stanno utilizzando per produrre biogas.

Evidentemente, posizionare i pannelli sui tetti di capannoni ed abitazioni proibendo l'impiego dei terreni coltivabili per queste finalità, era un concetto troppo complesso da elaborare per le piccole menti dei nostri politici; o forse una simile misura non sarebbe stata adatta per far arricchire quei pochi che avevano disponibilità economiche per realizzare dei grandi impianti fotovoltaici a terra.

Che dire poi della follia di produrre cibo da bruciare per produrre energia? 

È questo ciò che sta accadendo con le centrali a biomassa, perché i lungimiranti imprenditori si sono accorti che era assai più facile produrre mais da usare come combustibile, piuttosto che alimentare i biodigestori andando soltanto a recuperare gli scarti biologici, come invece avrebbe dovuto essere.

Si consideri che per alimentare una centrale da 1 megawatt con delle colture dedicate, sono necessari circa 300 ettari di terreno. Inoltre, siccome ciò che viene prodotto non è destinato ad uso alimentare, e ciò che conta è solo la resa, gli imprenditori si sentono autorizzati ad usare pesticidi e fertilizzanti in dosi massicce, inquinando il terreno e le falde acquifere circostanti. 

Si potrebbe andare avanti, ma ci fermiamo qui. Già che siamo in tema, converrà riportare qualche dato relativo all'energia.


Energia

Nel 2004 l'umanità ha utilizzato 15 terawatt di energia così suddivisi: petrolio 37,3% (5,6 TW yr); carbone 25,3% (3,8 TW yr); gas naturale 23,3% (3,5 TW yr); nucleare 6% (0,9 TW yr); idroelettrico 6% (0,9 TW yr); eolico, solare, geotermico, legno 0.86% (0,13 TW yr).

Scopriamo così che l'energia rinnovabile non copriva neanche il 7% del fabbisogno energetico mondiale. 

Nel corso di 10 anni, le fonti rinnovabili hanno visto raddoppiare la potenza installata in UE, tanto che nel 2015 riuscivano a soddisfare il 16,7% del fabbisogno energetico. Ad oggi, nel mondo, le rinnovabili coprono circa il 19,2% della domanda energetica totale ed il 23,7% di quella elettrica. 

In base alle previsioni, la domanda energetica mondiale aumenterà del 30-35% entro il 2040, soprattutto a causa della maggior richiesta dovuta ai paesi emergenti, quali Cina e India. Ciò nonostante, alcuni ritengono che nel 2040 le fonti rinnovabili copriranno il 40% delle domanda energetica mondiale.

Qualitativamente parlando, tra le fonti non rinnovabili, sarà ancora il petrolio a primeggiare, seguito dal gas naturale in forte ascesa. Il consumo di carbone, invece, diminuirà in modo consistente.

Per quanto riguarda le riserve di fonti fossili, se i consumi si mantenessero ai livelli attuali e non venissero scoperti nuovi giacimenti, il petrolio si esaurirebbe entro 45 anni, il gas naturale entro 60 anni ed il carbone entro 130 anni.

C'è da dire che queste previsioni non sono molto attendibili. Alcuni, infatti, sostengono che il petrolio si esaurirà tra 70 anni, altri invece che i giacimenti petroliferi dureranno per più di un secolo. 

Il vero problema delle fonti fossili non è nella loro evidente scarsità, ma nei danni ambientali dovuti al loro utilizzo: se bruciassimo tutte le riserve di petrolio, gas e carbone già scoperte oggi, la temperatura media aumenterebbe di ben 9,5 gradi rispetto al livello pre-industriale, mettendo in dubbio la sopravvivenza della nostra specie.

Inoltre, il buon senso vorrebbe che l'umanità conservasse in modo parsimonioso un certo quantitativo di queste risorse per soddisfare i bisogni non-energetici delle generazioni che verranno.

Anche per questo è di fondamentale importanza che avvenga una transizione verso l'utilizzo di altre fonti energetiche. 

Per fornire un buon quadro relativo all'energia rinnovabile, converrà riportare qualche informazione, concentrandoci in particolare sull'eolico, l'idroelettrico e il fotovoltaico. 

Tra le principali fonti rinnovabili, l'eolico è quella che sta facendo registrare la crescita più rapida in tutto il mondo (+10,8% rispetto al 2016). In Europa, nel 2016, l'energia prodotta dal vento superava quella prodotta con il carbone, mentre, nel 2017, è stata installata più potenza da eolico che da qualsiasi altra fonte.

Alcuni studi prevedono che l'energia del vendo potrebbe soddisfare un terzo dei bisogni energetici mondiali entro il 2050. 

L'economicità dell'eolico e la sua lunga durata, sono tra le principali caratteristiche in grado di spiegare questa rapida ascesa, la quale in passato è stata favorita anche con degli appositi incentivi statali. 

Oggi, invece, al verificarsi di opportune condizioni ambientali, ed includendo nel computo anche le esternalità negative, lo sfruttamento del vento risulta tra i sistemi più economici per produrre energia, anche rispetto ad alcune fonti fossili (come il carbone).

È stato previsto che nel giro di qualche anno l'energia del Sole e del vento diverranno le più economiche in assoluto. 

La vita utile media degli odierni impianti eolici è di circa 25 anni, anche se questo lasso di tempo può essere ulteriormente incrementato con degli appositi interventi di manutenzione. 

I parchi eolici hanno già dimostrato su basi empiriche di riuscire ad erogare tre quarti della potenza originaria a distanza di 19 anni, facendo così registrare una prestazione paragonabile a quelle delle centrali a turbogas. 

A detta degli esperti di settore, le pale eoliche di nuova generazione consentiranno di migliorare ulteriormente questi risultati, rendendo gli impianti ancora più duraturi nel tempo.

Attualmente, il punto debole dell'energia eolica risiede nei processi da compiere una volta che gli impianti giungono a fine vita.

Ad oggi, infatti, il metodo di smaltimento più comune consiste nel gettare le pale dismesse in discarica.

Da un punto di vista tecnico, gran parte degli impianti sono formati da materiali facilmente recuperabili, come ad esempio il calcestruzzo, l'acciaio e il rame, impiegati per il basamento, la torre e il rotore, ma per quanto riguarda le pale la situazione si complica.

Queste, infatti, sono realizzate in materiale composito formato da resine rinforzate con fibre di vetro e carbonio, le quali possono essere separate riscaldando le pale a circa 600 gradi, con un gran dispendio di energia.  

In un mondo sempre più alimentato dal vento, il problema della gestione dei rifiuti provenienti dagli impianti eolici non può essere ignorato: basti sapere che entro il 2020, nella sola Europa, si dovranno gestire circa 50.000 tonnellate di compositi derivanti da pale eoliche giunte a fine vita.

Per questo motivo, in molti stanno cercando di trovare soluzioni per rendere il processo di recupero dei compositi più conveniente: c'è chi sta cercando di sviluppare un solvente per separare il vetro dai materiali plastici senza la necessità di riscaldare il composito e chi propone di realizzare le pale con materiali biodegradabili.

Altri ancora stanno mettendo a punto un processo di riciclaggio meccanico, al fine di generare materie prime seconde da impiegare in altri settori, e i più fantasiosi hanno riutilizzato direttamente le pale per realizzare dei parchi giochi per bambini. 

Anche se con ogni probabilità in futuro si riuscirà ad ottenere un processo di riciclaggio per gli impianti eolici sufficientemente efficiente, il problema, ad oggi, è ancora aperto. 

Tra le più significative fonti rinnovabili, non si può evitare di analizzare l'energia idroelettrica, particolarmente importante perché priva del difetto di intermittenza tipico della produzione eolica e di quella fotovoltaica.

Un aspetto non secondario, ma poco considerato, riguardante gli impianti idroelettrici, consiste nella possibilità di stoccaggio dell'energia.

Infatti, si possono sfruttare le fasi di sovrapproduzione energetica per pompare acqua da valle a monte all'interno di appositi serbatoi, così da poter disporre di scorte di energia addizionali da impiegare nei momenti di scarsa produzione.

Con un simile accorgimento tecnico, gli impianti idroelettrici possono imitare i processi di accumulazione che si sarebbero potuti realizzare impiegando delle batterie.

Sfruttando questa idea, si potrebbero realizzare degli accumulatori di energia idroelettrica da impiegare per risolvere i problemi di stoccaggio legati all'utilizzo delle fonti rinnovabili intermittenti, pompando acqua di giorno per poi rilasciarla di notte, riuscendo così a soddisfare la domanda energetica in quei lassi di tempo in cui il Sole ed il vento non dovessero essere presenti e/o sufficienti.

La vita utile media degli impianti idroelettrici varia a seconda della potenza e della tecnologia impiegata ma, in generale, è molto elevata (30-50 anni o più). 

Il principale problema legato all'idroelettrico è dovuto all'impatto ambientale e alle conseguenze socio-economiche relative alla costruzione di enormi accumuli di acqua necessari per alimentare le turbine dei grandi impianti.

Dighe e sbarramenti modificano radicalmente vasti paesaggi, distruggono habitat naturali, richiedono spostamenti di abitanti in altri territori e possono esporre alcune città a rischi di inondazione dovuti ad un eventuale cedimento delle strutture.  

Per ovviare a questo genere di inconvenienti, negli ultimi decenni, si sono diffuse tecnologie dedicate al micro e al mini idroelettrico, che consentono di sfruttare bacini idrici di ridotta dimensione, al fine di produrre una potenza energetica inferiore ai 100 kW (nel caso del micro idroelettrico) o compresa tra 100 kW e 1 MW (per quanto riguarda il mini idroelettrico).

Questo genere di impianti presenta un basso impatto ambientale e può essere realizzato in modo capillare sfruttando fiumi, torrenti e canali irrigui a regime costante, senza dar luogo a grandi stravolgimenti territoriali.

La tecnologia dell'idroelettrico ha una lunga storia alle sue spalle e per questo può considerarsi assai consolidata. L'efficienza raggiunta è così elevata che è possibile trasformare in energia elettrica fino al 95% dell’energia potenziale dell’acqua.

Assai più modesto è il rendimento dei pannelli fotovoltaici.

Ad oggi, i moduli fotovoltaici ad uso aerospaziale hanno un rendimento del 50%, ma i loro costi sono proibitivi per un uso di massa. Nei pannelli presenti in commercio, il rendimento varia dall'8,5% dei moduli in silicio amorfo, al 21-25% dei moduli in eterogiunzione. 

Tali valori possono accrescersi di un 30-45% grazie all'utilizzo di inseguitori solari ad uno o a due assi di rotazione.

La vita media utile di un impianto fotovoltaico è di circa 20-30 anni. I produttori assicurano un calo delle prestazioni dei moduli fotovoltaici pari al 10% in 10 anni e del 20% in 20 anni. 

In realtà, i moduli hanno una vita stimata ben più ampia (40-60 anni a seconda della tecnologia), ma con il passare del tempo il loro rendimento diminuisce a tal punto da non renderli più economicamente remunerativi.

Il punto debole degli impianti fotovoltaici è costituito dagli inverter, i quali presentano una durata in vita media di 10-15 anni. 

Come avremo modo di comprendere più avanti nel corso della trattazione, anche per il fotovoltaico la gestione a fine vita risulta alquanto problematica, sebbene per motivazioni diverse rispetto all'eolico.

A questo punto, però, è lecito chiedersi se esista una metodologia per orientarsi nella scelta tra le numerose fonti energetiche disponibili: la risposta è positiva.

Un modo rapido per confrontare le fonti energetiche consiste nel comparare i rispettivi indici EROEI, vale a dire il loro indice di ritorno energetico sull'investimento energetico effettuato.

Da un punto di vista matematico, l'EROEI di una fonte energetica è dato dal rapporto tra l'energia prodotta effettivamente utilizzabile e tutta l'energia impiegata per arrivare al suo ottenimento; fisicamente parlando, si può interpretare come un indicatore sintetico della resa energetica di una certa fonte.

Fonti energetiche con indice EROEI maggiore di 1 producono più energia di quanta ne richiedano, mentre fonti con indice EROEI minore di 1 sono in perdita energetica ed il loro sfruttamento comporta un impiego di energia maggiore di quanta se ne ricavi.

L'EROEI del petrolio è in forte diminuzione, a causa della crescente difficoltà d'estrazione, ed è  passato da un valore maggiore di 100 nel 1940, a 23 nel 1970 per attestarsi intorno ad 8 ai nostri giorni. 

Ciò significa che lo sfruttamento del petrolio produce 8 volte più energia di quanta ne richieda per essere estratto, lavorato e distribuito.

Tra le rinnovabili, la fonte con il più alto indice EROEI è senza alcuna ombra di dubbio l'idroelettrico, con un valore che varia tra 11 e 250, a seconda del tipo di tecnologia, dimensione e durata dell'impianto. 

L'eolico ha un EROEI che varia tra 5 e 20, il fotovoltaico tra 1,7 e 10, la legna 2,6 mentre il bio-etanolo oscilla (pericolosamente) tra 0,7 e 1,8.

Siccome il bio-etanolo è considerato un biocarburante, ciò significa che, in alcuni casi, produrre biocarburanti è una totale follia termodinamica, perché senza i dovuti accorgimenti si può correre il rischio di impiegare più energia di quanta se ne produca, senza neanche considerare il problema della sottrazione di suolo alla coltivazione di cibo e le questioni legate all'inquinamento.

C'è però una domanda fondamentale a cui si deve cercare di dare una risposta: è effettivamente possibile alimentare il mondo soltanto ad energia rinnovabile?

Sembrerebbe di sì, e la transizione potrebbe avvenire piuttosto rapidamente: con i dovuti investimenti, 139 paesi, su 206 presenti nel mondo, potrebbero raggiungere l'80% di energia rinnovabile già nel 2030 toccando il 100% entro il 2050. 

Il verificarsi di un simile scenario comporterebbe la creazione di 24,3 milioni di posti di lavoro permanenti ed eviterebbe la morte prematura di 3-5 milioni di persone all’anno al 2050.

Inoltre, da un punto di vista economico, si avrebbe una diminuzione del prezzo dell'energia ed un risparmio significativo sui costi legati all’inquinamento (22.800 miliardi di dollari all'anno) e ai cambiamenti climatici (28.500 miliardi di dollari all'anno). 

Ad esempio, in Italia, il costo dell’energia diminuirebbe di 1,7 cent €/kWh, con un risparmio pro capite di 320 € l’anno; un risparmio, che salirebbe a 6.163 € l’anno ad individuo, considerando anche i minori costi climatici (-3.245 €/anno) e sanitari (-2.918 €/anno) legati all’inquinamento; inoltre, la transizione verso le rinnovabili salverebbe 46.000 vite all’anno e creerebbe circa 485.000 nuovi posti di lavoro (al netto di quelli persi nel settore dell'energia fossile).

Alcune fonti di energia rinnovabile, come ad esempio il Sole ed il vento, sono intrinsecamente discontinue. Ciò lascerebbe intendere che un sistema 100% rinnovabile non sarebbe in grado di evitare il verificarsi di blackout. Ma anche in questo caso, il suddetto problema è tecnicamente risolvibile. 

Per rendere stabile il sistema, si potrebbe ricorrere ad un uso combinato di energia rinnovabile soggetta a discontinuità con altre fonti di energia, sempre rinnovabili, che però non sono soggette a discontinuità, quali ad esempio il geotermico e il già citato idroelettrico.

Inoltre, si potrebbe accumulare l'energia prodotta in eccesso dalle fonti intermittenti mediante dei sistemi di stoccaggio, come ad esempio batterie e bacini idrici, così da poter rilasciare questa energia di riserva in caso di necessità; alcuni hanno anche proposto di stabilizzare la rete utilizzando le batterie delle auto elettriche in sosta.

Così facendo, il fabbisogno energetico potrebbe essere principalmente soddisfatto da solare, eolico e moti ondosi, mentre, idroelettrico, geotermico e batterie, potrebbero fare in modo che non si verifichino vuoti di erogazione.

Oltre a ciò, per rendere stabile il sistema e ridurre ulteriormente il problema dell'intermittenza, si dovrebbe modificare la rete di distribuzione dell'energia, passando dall'attuale architettura ad un'altra compatibile con le modalità di produzione, erogazione e stoccaggio richieste dalle fonti non rinnovabili.

La vecchia rete, infatti, fu concepita e realizzata per trasportare energia da pochi grandi produttori a molti consumatori in modo sostanzialmente unidirezionale e utilizzando fonti non soggette ad intermittenza. 

Al contrario, le moderne fonti rinnovabili richiedono una rete bidirezionale, in grado di gestire in modo “intelligente” sia l'energia immessa dai grandi produttori che quella generata dai sempre più numerosi medio-piccoli produttori, i quali, di norma, auto-producono energia intermittente per auto-consumo immettendo in rete l'eccesso di produzione di cui non necessitano, ma che, talvolta, hanno anche il bisogno di attingere energia dalla rete.

La trasformazione delle vecchie reti di distribuzione in “smart grid” è un punto di fondamentale importanza, la cui mancata attuazione sarebbe in grado di per sé d'impedire il processo di transizione verso un mondo alimentato al 100% a rinnovabili.

Simili criticità sono già avvenute in Italia, in particolare al sud, dove in certe situazioni è stata paradossalmente prodotta “troppa” energia da fonti rinnovabili in relazione alla capacità di gestione della rete elettrica esistente.

In Germania, invece, a causa di un eccesso di produzione da fonti rinnovabili, per un breve lasso di tempo il prezzo dell'energia elettrica è diventato addirittura negativo, vale a dire che gli utilizzatori sono stati pagati per consumare elettricità!

Per quanto riguarda la produzione della sola energia elettrica da fonti rinnovabili, l'Italia è prima al mondo per utilizzo di fotovoltaico, con una produzione che copre l'8% del fabbisogno nazionale, seguita dalla Grecia 7,4% e dalla Germania 7,1%. 

L'utilizzo combinato di fonti rinnovabili consente di soddisfare il 37,3% della domanda elettrica lorda nazionale. L'idroelettrico contribuisce per il 14%, mentre l'eolico per il 6%.

Nel mese di giugno 2016, in Italia la produzione mensile di elettricità è stata coperta per il 50,5% da fonti di energia rinnovabile, mentre il 21 maggio 2017 è stato raggiunto un picco di produzione giornaliero in grado di soddisfare l'87% della domanda elettrica nazionale. 

Nel 2016, il Portogallo ha fatto registrare 110 ore consecutive di elettricità fornita esclusivamente da fonti rinnovabili.

Nel mondo, esistono già un centinaio di città che soddisfano oltre il 70% dei loro bisogni elettrici tramite sole, vento, biomasse e calore della terra; tra queste, 40 raggiungono percentuali prossime al 100%. 

Considerando complessivamente l'energia elettrica, i trasporti e il riscaldamento, nel 2016, in Italia le fonti rinnovabili hanno soddisfatto soltanto il 17,41% dei consumi finali lordi. 

È chiaro che per ottenere una transizione completa verso le rinnovabili bisognerà elettrificare anche tutti i trasporti.

In particolare, si dovranno sostituire i veicoli in circolazione con dei mezzi elettrici, magari diminuendone il numero grazie ad un trasporto pubblico efficace.

Purtroppo temo che questo secondo scenario, assai più auspicabile dal punto di vista della sostenibilità, sarà disatteso, dato che le previsioni parlano di un imminente raddoppio del parco auto, passando dall'attuale miliardo di autoveicoli ai due miliardi di mezzi circolanti nel 2030.

Per comprendere l'impatto ambientale degli spostamenti, si tenga presente che il 54% del petrolio estratto nel mondo è destinato ai mezzi di trasporto.

Personalmente, non nutro dubbi sul fatto che sia possibile una transizione completa verso le rinnovabili; i punti critici, a mio avviso, non risiedono nella fattibilità, né in quella tecnica né in quella economica, ma negli ostacoli legati alle dinamiche del profitto e nella sostenibilità dell'odierna tecnologia che ci consente di produrre ed impiegare l'energia rinnovabile.

Se e come la transizione avverrà, ed in quali tempi, dipenderà fortemente dalle pressioni ambientali, da quanto profitto questo nuovo settore sarà in grado di generare e dall'inerzia che sarà opposta al cambiamento da tutti quegli attori sociali che traggono profitto dalle fonti non rinnovabili. 

Ma se non si guarderà all'efficienza e non si adotterà una prospettiva di lungo periodo, rischieremo ancora una volta di “risolvere” un problema causandone un altro, che ci si augura non sia superiore a quello attuale. 

In ogni caso, tutto ciò dipenderà drasticamente da come i processi saranno implementati e dagli eventuali incrementi d'efficienza dovuti alla ricerca scientifica e all'innovazione tecnologica.

Nelle prossime pagine, cercherò di chiarire queste mie perplessità con specifico riferimento all'odierno livello tecnologico.

Immaginiamo quindi che, in un mondo completamente alimentato da energia rinnovabile, il fotovoltaico rappresenti la principale fonte energetica, così come suggerito dagli scenari precedentemente presi in esame.

Com'è facile intuire, ciò significa che in tutto il mondo dovranno essere prodotti e ri-prodotti miliardi di pannelli solari, con un congruo numero di inverter, i quali dovranno essere continuamente sostituiti e riparati: che impatto ambientale avrà una simile dinamica?

Molto dipenderà dal futuro sviluppo tecnologico. È opinione comune che l'impatto complessivo sarà relativamente basso, e di certo inferiore rispetto all'utilizzo delle fonti fossili, ma viste le quantità in gioco la questione non dovrebbe essere sottovalutata.

Si tenga presente che né la produzione, né il riciclaggio, per quanto li si possa etichettare con il termine “green”, sono processi che non hanno conseguenze negative. 

A giudicare dalla potenza di fotovoltaico già installata in Italia, assumendo una durata media di 25 anni per gli impianti, nel 2035 il nostro paese dovrà gestire 1,5-3 milioni di tonnellate di rifiuti fotovoltaici giunti a fine vita. 

Quest'ultimo dato è soggetto ad una certa variabilità, perché non è ancora ben noto quale sarà il reale quantitativo di rifiuti da trattare per ogni kilowatt di potenza fotovoltaica installata.

Ad incidere sul bilancio ecologico dell'intero ciclo di vita e di ri-produzione degli impianti fotovoltaici, vi sono diversi fattori quali, ad esempio, la distribuzione territoriale degli impianti e l'effettiva riciclabilità dei pannelli.

Impianti di piccole dimensioni, fortemente dispersi sul territorio, incrementano il costo economico ed ambientale relativo alla loro gestione, se non altro per le maggiori distanze da compiere per il trasporto tra gli impianti e i centri di raccolta e trattamento dei pannelli.

Allo stato attuale, i pannelli fotovoltaici sono riciclabili per l'80% del loro peso, anche se è già stata annunciata la realizzazione di moduli riciclabili e riutilizzabili al 100%. 

Il 90% dei pannelli è costituito da materiali classificati come non pericolosi: si tratta sostanzialmente di vetro, silicio, alluminio e polimeri. Sono però presenti anche materiali nocivi, quali piombo e cromo.

I componenti di maggior valore degli impianti fotovoltaici (silicio, vetro, rame e alluminio) sono riciclabili e possono essere impiegati per la ri-produzione di nuovi pannelli. 

Ad oggi, siamo realisticamente in grado di recuperare il 100% dell'alluminio, il 95% del vetro e il 75% del silicio. Il recupero di argento, indio, gallio e tellurio, presente nei moduli, si attesta al 60%. 

Valutando i costi da sostenere per completare un ipotetico processo di riciclaggio di un impianto fotovoltaico ed i ricavi ottenibili rivendendo le materie prime seconde, si scopre che l'intero processo non sempre risulta economicamente vantaggioso.

La rimuneratività dei processi di riciclaggio dei pannelli sembrerebbe destinata ad incrementare nel tempo, con l'aumentare degli accumuli di rifiuti fotovoltaici da trattare. 

È stato stimato che il valore cumulativo dei materiali tecnicamente recuperabili dai pannelli fotovoltaici giunti a fine vita potrebbe raggiungere i 450 milioni di dollari nel 2030, per accrescersi fino ai 15 miliardi di dollari nel 2050, quando nel mondo ci saranno oltre 60 milioni di tonnellate di rifiuti dovuti al fotovoltaico. 

Si tenga presente che, in base alle previsioni, gli impianti fotovoltaici tenderanno ad aumentare, perlomeno fin quando non si compirà una completa transizione verso le rinnovabili, e con essi, aumenterà, in modo differito nel tempo, anche la mole di rifiuti da riciclare.

Sebbene non vi sia scarsità di silicio, essendo quest'ultimo tra i materiali più abbondanti sulla Terra, i processi di estrazione, purificazione e drogaggio, necessari per raggiungere un grado di purezza e conducibilità adatti alle applicazioni, richiedono un certo dispendio d'energia e l'impiego di sostanze chimiche pericolose, quali: arsenico, fosforo, gallio, piombo e boro.

Vista la presenza di sostanze inquinanti, i pannelli giunti a fine vita non possono essere bruciati, perché così facendo si produrrebbero esalazioni tossiche, e non possono neanche essere lasciati in discarica, perché contaminerebbero terreni e falde acquifere. 

Se si vorrà guardare alla sostenibilità, tutti i pannelli dovranno essere sottoposti ad un qualche genere di processo di riciclaggio, i cui limiti attuali sono però evidenti, dato che non tutto può essere riciclato e, paradossalmente, anche riciclare inquina.  

È ragionevole affermare che se queste enormi masse di materiale esausto saranno gestite con cura, e si prenderanno tutte le dovute precauzioni nei processi di produzione e ri-produzione dei pannelli fotovoltaici, l'impatto complessivo non sarà “troppo” elevato e, nel suo complesso, il Sole rappresenterà per l'umanità una fonte energetica “durevole”, anche se non propriamente sostenibile.

Se invece si guarderà al profitto, rischieremo di causare un nuovo genere di disastro ecologico in nome della sostenibilità.

Sinceramente, prima di spendere centinaia di miliardi per riempire il mondo di pannelli a bassa efficienza e con una durata utile di 20-30 anni, investirei qualche miliardo di dollari in ricerca e sviluppo, al fine di esser ragionevolmente sicuro di non invadere il mondo con un eclatante quantitativo di prodotti inefficienti.


Trasporti

Assai più critici sono gli scenari legati ad una totale elettrificazione dei mezzi di trasporto. 

In primo luogo, il litio commercialmente sfruttabile, vale a dire l'elemento base per la produzione di batterie destinate ad alimentare gli autoveicoli elettrici, è “scarso” e molto concentrato in poche zone del mondo.

I principali giacimenti sfruttabili si trovano in Bolivia, Cile ed Argentina. Queste tre nazioni raggiungono da sole il 70% delle riserve mondiali sfruttabili. 

Il Salar de Uyuni in Bolivia, il più grande deserto di sale al mondo, di per sé, contiene il 50% delle riserve mondiali di litio; il resto dei giacimenti si trova in Cina, Tibet, Russia, Canada e Australia.

Si stima che vi siano 10-15 milioni di tonnellate litio sfruttabili e che la domanda mondiale salirà fino a 300.000-500.000 tonnellate all'anno nel 2025. 

Basta effettuare una semplice divisione per rendersi conto che, se non ci saranno nuovi sviluppi tecnologici, i 2 miliardi di autoveicoli circolanti nel 2030 non potranno essere alimentati con batterie agli ioni di litio.

Supponendo di impiegare 15 kg di litio per ogni batteria e di esaurire tutti i giacimenti ad oggi sfruttabili al sol fine di produrre auto elettriche, al massimo potremmo costruire 1 miliardo di batterie.

Ci sarebbero poi da alimentare navi ed aerei, ammesso che per quest'ultimi sia tecnicamente possibile farlo. 

Per ovvie ragioni, alcuni ritengono che la produzione di litio non riuscirà a tenere il passo con la domanda dovuta alla crescente produzione di auto elettriche e che i prezzi di questa materia prima saranno destinati ad aumentare. E per scongiurare questa evenienza, c'è già chi pensa di estrarre il litio dall'acqua del mare.

Il contenuto totale di litio disciolto nell'acqua di mare è considerevole: si stima che ve ne siano intorno ai 230 miliardi di tonnellate. Il problema è che la sua concentrazione media è pari a 0,14-0,25 parti per milione. Ciò rende i processi di estrazione di litio dall'acqua altamente inefficienti. 

Supponiamo ora che i produttori riusciranno a soddisfare la domanda dovuta alla transizione verso autoveicoli alimentati a batterie. 

Com'è noto, il tradizionale procedimento di estrazione di litio non è indolore: impiega grandi quantitativi di acqua e ricorre a sostanze chimiche nocive. Oltre a ciò, l'impatto ambientale dovuto alla realizzazione delle batterie è molto elevato. 

È stato calcolato che oggi la produzione di una batteria Tesla emetta nell'atmosfera tanta CO2 quanta se ne sarebbe immessa circolando per 8 anni con un'auto a benzina. 

Più precisamente, se metà dell'energia impiegata nei processi produttivi delle batterie deriva da combustibili fossili, per emettere tanta CO2 quanta ne richiederebbe la produzione di due batterie da 30kWh e da 100kWh bisognerebbe percorrere rispettivamente 42.000 km e 154.000 km con una utilitaria mossa da un motore a benzina di 1200 cc di cilindrata.

Considerando l'intero ciclo di vita, le auto elettriche emettono meno CO2 di quelle a benzina, soltanto a patto che l'energia utilizzata per produrre e ricaricare le batterie provenga principalmente da fonti rinnovabili.

Ma quando si producono autoveicoli, che siano essi elettrici o a benzina, non esiste soltanto il problema delle emissioni di CO2. Estrarre e riciclare i materiali per produrre e ri-produrre le auto è già di per sé un processo inquinante.

I siti produttivi di auto elettriche emettono grandi quantità di rifiuti tossici a causa della produzione di batterie ad alta capacità, che invece non sono necessarie nei veicoli tradizionali. 

Così le auto elettriche vengono alla luce con un impatto ambientale più elevato rispetto alle auto alimentate a derivati del petrolio.

In seguito, però, tale “distanza” viene super-compensata durante l'utilizzo, per merito dell'assenza di emissioni delle auto elettriche, tanto cara agli abitanti delle città, e della maggiore efficienza dei motori elettrici (90% circa) rispetto a quelli endotermici (circa 28% per i motori a benzina e 40% per i diesel).

Oltre a ciò si devono considerare i costi ambientali dovuti alla realizzazione e alla manutenzione delle infrastrutture che consentono il transito dei veicoli; quest'ultimi, a loro volta, hanno delle parti soggette ad usura e vengono periodicamente rottamati, per essere sostituiti con degli altri veicoli reputati più prestazionali, confortevoli e/o alla moda.

Si pensi ancora alle strade, agli pneumatici, alle problematiche di gestione delle batterie, li si moltiplichi per le necessità di 2 miliardi di vetture e si comprenderà che razza di disastro ecologico causeremo, pur adottando delle modernissime auto elettriche a “emissioni zero”.

È stato calcolato che entro il 2050 saranno costruiti altri 25 milioni di km di strade, incrementando del 60% la lunghezza totale delle strade già attualmente presenti nel mondo, e con esse, andremo inevitabilmente incontro agli effetti negativi dovuti ad attività estrattive, disboscamento ed inquinamento, collegati alla loro realizzazione.

Quando si pensa all'inquinamento delle città si punta immediatamente il dito contro gli scarichi degli autoveicoli. Eppure, si sono verificate delle situazioni dove l'usura delle strade ha rilasciato nell'aria un maggior quantitativo di PM10 rispetto a quello emesso dagli autoveicoli.

All'inquinamento dell'aria contribuiscono anche l'usura dei freni e degli pneumatici, tanto che, in alcune città, il loro contributo ha eguagliato le emissioni dei moderni motori diesel.

Gli pneumatici esausti devono essere riciclati. In alcuni casi possono essere rigenerati, in altri invece no. In tal caso, il 70% della gomma può essere recuperata e reimpiegata in varie applicazioni, mentre il restante 30% viene “valorizzata” per produrre energia, ovvero, in termini più comprensibili, viene bruciata.

Questo in teoria, perché in pratica nella sola Italia si stima che delle circa 400.000 tonnellate di pneumatici fuori uso annualmente generate, ben il 50% venga utilizzato come combustibile, il 25% sia macinato e riutilizzato come materia prima seconda, mentre il restante 25% venga disperso in discariche abusive.

Provate ad immaginare che disastro ambientale avrà luogo in Italia se un simile trattamento verrà riservato anche agli impianti fotovoltaici giunti a fine vita.

Ovviamente, bruciare gomme e rifiuti è considerato pericoloso e dannoso ed è giustamente illegale, a meno che non possediate un cementificio, perché in quel caso bruciare gomme e rifiuti diviene innocuo, utile e perfettamente legale. 

E come se le prese per i fondelli non bastassero, c'è anche chi ha il coraggio di definire i combustibili derivati da pneumatici e rifiuti come una fonte di energia “rinnovabile”, perché in questo modo gli scarti vengono valorizzati!

Peccato che l'Arpa, ovvero l'agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, lamenti una serie di considerevoli incrementi relativamente a varie patologie proprio in quelle zone in cui, di fatto, i cementifici sono stati trasformati in una sorta di inceneritori: mortalità generale? +20%. Tumore al polmone? +180%. Cardiopatia ischemica e infarto? +90%. E così via...

Se ne avete il coraggio, immaginate quanto possano nuocere quei 2,2 miliardi di pneumatici già prodotti ogni anno e che, stando alle previsioni, diverranno 2,7 miliardi di pezzi nel 2022.

Già il solo “buttar via” l'intero parco auto circolante, per riciclarlo (bene che vada) e produrre altrettante autovetture elettriche, avrebbe un impatto ambientale che non ho neanche il coraggio di stimare.

A quel punto, se ciò avvenisse, ci sarebbero più di un miliardo di batterie con una vita media attesa di 10-20 anni, che a fine vita andrebbero periodicamente smontate, rigenerate, riciclate o smaltite, ammesso che i proprietari non decidano di rottamare anche l'intero autoveicolo per comprarne un altro di nuova generazione. 

E tutto ciò a patto che nel frattempo qualcuno abbia trovato una soluzione soddisfacente per estrarre litio dal mare, riciclare le batterie o per produrle con un altro materiale, perché in caso contrario non avremmo più litio da utilizzare per la nuova generazione di batterie.

Proprio così, perché la cattiva notizia è che, ad oggi, il problema del riciclaggio degli accumulatori al litio non ha ancora trovato una soluzione soddisfacente. 

Le batterie esauste possono essere riutilizzate dopo un opportuno processo di rigenerazione, ma a costo di un inevitabile decadimento delle prestazioni. Così facendo, prima o poi, le batterie giungerebbero comunque a fine vita e dovrebbero essere smaltite, in quanto non più rigenerabili.

Senza contare che le batterie rigenerate non potrebbero essere impiegate nuovamente nelle automobili, ma soltanto in sistemi che richiedono minor prestazioni, come ad esempio nello stoccaggio di energia prodotta dagli impianti fotovoltaici.

Attualmente, riciclare il litio è talmente anti-economico che, di fatto, al netto di qualche progetto pilota, non esistono neanche impianti adatti a questo genere di procedimento. 

E mentre c'è chi sta sperimentando un'innovativa tecnica di riciclaggio basata sull'utilizzo di funghi, le batterie esauste finiscono in discarica e negli inceneritori. 

Per quanto fin qui riportato, allo stato attuale delle cose, affermare che le auto elettriche siano auto ad “emissioni zero” è una totale assurdità. 

Adottando autoveicoli elettrici sposteremo l'inquinamento lontano dalla vista (e dai polmoni) di chi vive in città, ma non risolveremo affatto il problema della sostenibilità ambientale dei trasporti. 

Nel migliore dei casi, si otterrà un certo incremento di efficienza rispetto ad uno scenario con veicoli alimentati a derivati del petrolio. Ma ciò non significa che l'inquinamento ambientale diminuirà rispetto allo stato attuale, perché le sostanze inquinanti già presenti si sommeranno agli ulteriori inquinanti dovuti ai processi di elettrificazione dei trasporti.

Inoltre, sarebbe del tutto inutile, controproducente e dannoso, sostituire il parco auto con dei veicoli elettrici, se poi l'energia necessaria per alimentare le batterie continuasse ad esser principalmente prodotta ricorrendo alle fonti fossili, perché se così fosse si correrebbe il rischio di diminuire la complessiva efficienza.

Del resto, che senso avrebbe bruciare derivati del petrolio per generare corrente per caricare una batteria per alimentare un autoveicolo, potendo alimentare direttamente quel mezzo con dei derivati del petrolio?

La verità in merito alla questione delle automobili è dura da digerire: non possiamo pensare di dare una vettura ad ogni abitante del pianeta, che a sua volta la sostituirà ogni 10-20 anni, illudendoci che questo genere di soluzione sia “sostenibile”.

Eliminare le batterie, alimentando direttamente le automobili elettriche con una tecnologia wireless che trasmette energia pulita e rinnovabile, sarebbe già un ottimo passo verso la sostenibilità, ammesso che la comunità scientifica sia in grado di ottenere una simile conquista. Ma non sarebbe ancora sufficiente.

Per fare in modo che tutti gli abitanti della Terra possano spostarsi per molte generazioni senza devastare l'ambiente, c'è bisogno di un radicale cambio di prospettiva. 

Per farvi comprendere ciò che ho in mente, devo introdurre qualche ulteriore elemento di riflessione...

L'attuale organizzazione dei trasporti è totalmente irrazionale: le automobili restano inutilizzate per il 95% della loro vita. Oltre a ciò, si consideri l'eclatante inefficienza dovuta al fornire energia ad una massa di circa 1.400 kg per spostare un solo individuo dal peso medio di 70kg, con un rapporto di 20 a 1. 

In Italia, trascorriamo in media 1 ora e 27 minuti al giorno in auto. Sembrerà poca cosa, ma nell'arco di una vita intera ciò significa trascorrere più di 5 anni in macchina. Onestamente, impiegare il 6% della propria esistenza in spostamenti, mi sembra un grandissimo spreco esistenziale. 

In Europa non va molto meglio, infatti, la media del tempo trascorso in auto durante la vita è pari a 4 anni e 1 mese. Per cosa viene utilizzata principalmente l'automobile? Per andare al lavoro. 

Il 71% dei lavoratori italiani ricorre alla propria auto privata per coprire il tragitto casa-lavoro. E chi abita in città, lo fa ad una velocità media inferiore ai 20km/h: qualunque ciclista ultrasettantenne saprebbe fare di meglio in sella alla sua bici in carbonio.

Non c'è da stupirsi se il 46% dei lavoratori abbia affermato che sarebbe disposto a cambiare lavoro pur di avvicinarsi a casa.

E mentre ogni giorno 5,5 milioni di pendolari si affidano ai treni per i loro spostamenti, in Italia le merci continuano ad essere trasportate su gomma per il 91% del volume totale, contribuendo così a circa un terzo dei consumi energetici legati ai trasporti.

Va ancora peggio alla Spagna, con una percentuale del 96,6%, mentre Gran Bretagna, Francia e Germania trasportano su gomma rispettivamente l'86,7%, l'81% ed il 67,0% del totale delle merci. 

Basti sapere che il trasporto su gomma produce solo in Italia danni per 15,5 miliardi di euro. In tutta Europa, invece, il solo costo sanitario dovuto all'inquinamento prodotto dai mezzi pesanti è pari a 45 miliardi di euro.

L'elettrificazione dei camion è appena cominciata, ma le caratteristiche tecniche degli e-truck già in produzione, ma che cominceranno a circolare nei prossimi anni, sono piuttosto soddisfacenti: si parla di potenze dell'ordine dei 1000 cavalli con autonomie di 800-1200 km.

È curioso sapere che la motrice progettata da Tesla copra lo 0-100 km/h in 5 secondi senza il rimorchio, ottenendo in accelerazione delle prestazioni comparabili a quelle di una Ferrari 360 Modena.

Ma la principale meta degli autotrasportatori non è la pista da corsa, bensì il porto, dove ogni giorno transitano enormi quantitativi di merci.

Nel 2015, in Europa, i porti sono stati visitati da 2.224.608 navi, mentre in questo momento, nel mondo, una flotta di 90.000 navi cargo sta trasportando 20 milioni di container; di questi, 10.000 vengono dispersi in mare ogni anno.

Complessivamente, il 90% del trasporto globale di merci ha luogo via mare. A tal fine, le navi da trasporto coprono, in media, 288.300 km all'anno, una distanza equivalente a tre quarti del percorso Terra-Luna.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, se si considera la sola emissione di CO2 il trasporto via mare è il più efficiente.

Infatti, in termini di anidride carbonica equivalente per tonnellata di merce trasportata al chilometro percorso, una nave con un carico superiore alle 8000 TEU emette non più di 13 grammi di CO2, a seguire troviamo treni, bilici ed aerei con tratta continentale, rispettivamente con 26, 82 ed 676 grammi di CO2.

Se però il viaggio in areo riguarda una rotta nazionale, allora le emissioni salgono vertiginosamente fino a 1.223 grammi di CO2 per tonnellata di merce trasportata al chilometro percorso. 

Ma quando si parla di impatto ambientale non ci si può limitare al solo conteggio della CO2: bisogna anche valutare cosa si emette e dove. 

Si scopre così, che sebbene i trasporti marittimi contribuiscano per una quota pari al 2,5% dei gas climalteranti, le navi sono responsabili del 15% del totale delle emissioni di ossido di azoto e dell'8% di quelle di ossido di zolfo, due simpatiche sostanze che oltre a provocare tutta una serie di problemi alla salute sono responsabili anche delle piogge acide. 

E siccome la concentrazione del traffico marino ha luogo vicino ai porti, il 70% delle emissioni viene rilasciato entro una distanza di 400 km dalla costa, contribuendo per oltre il 55% al totale degli inquinanti atmosferici delle zone portuali.

A livello europeo, questi dati si traducono in circa 50.000 decessi all’anno e 58 miliardi di euro di costi sanitari, principalmente a danno degli abitanti delle aree costiere e portuali. 

Gran parte dell'inquinamento delle navi è dovuto all'utilizzo di oli combustibili, decisamente meno raffinati (e costosi) rispetto al diesel delle automobili, che vengono preferiti per una esclusiva questione di convenienza economica. 

In alcuni casi, il tenore di zolfo contenuto in questi carburanti può raggiungere il 3,5%, contro il limite europeo di 10 parti per milione imposto al diesel destinato agli autoveicoli.

È così che hanno luogo situazioni eclatanti, dove, a parità di distanza percorsa e limitatamente ad una specifica sostanza, una grande nave da crociera emette inquinanti atmosferici comparabili a quelle di 5 milioni di automobili. 

Come chiunque potrà immaginare, il problema della rimozione dello zolfo dai carburanti è anch'esso economico: l'adozione di oli combustibili con lo 0,5% di zolfo, comporterebbe un sovrapprezzo del 50%. 

Ciò nonostante, sembra che si stiano prendendo provvedimenti affinché, a decorrere dal 2020, il tenore di zolfo massimo consentito nei combustibili per uso marittimo risulti inferiore allo 0,5%, anche perché, a livello europeo, questo genere di provvedimenti consentirebbe di realizzare dei risparmi in termini di spesa sanitaria così elevati da giustificare i maggior costi previsti.

Nel frattempo, diesel e benzina, che a causa dell'alta concentrazione di sostanze nocive sarebbero considerati illegali sia in America che in Europa, vengono tranquillamente venduti in Africa, dove le normative ambientali sono più permissive. 

Neanche a dirlo, l'elettrificazione di tutte le navi è ancora lungi da diventare realtà, anche se qualcosa si sta muovendo. 

La Norvegia, particolarmente sensibile alle tematiche ambientali, ha deciso di creare un'intera flotta di navi elettriche per solcare in modo più sostenibile i suoi numerosi fiordi; ogni tipologia di nave dovrà essere trazionata interamente dall'elettricità o da un sistema ibrido (gas naturale + batterie). 

In Olanda sono state realizzate le prime chiatte 100% elettriche in grado di trasportare 200 container, mentre in Cina è stata inaugurata la prima nave cargo completamente elettrica: misura 70,5 metri di lunghezza ed ha un'autonomia di 80 km percorsi a 12,8 km all'ora.

I limiti tecnologici sono evidenti e non manca chi sta pensando di “aiutare” le batterie delle navi sfruttando il Sole ed il vento. 

Se l'elettrificazione delle navi è problematica, quella dei velivoli lo è drasticamente di più. 

L'impresa più eroica, nel settore degli aerei elettrici, è stata compiuta con il progetto Solar Impulse, il cui scopo è stato quello di dimostrare la possibilità di circumnavigare il globo con un aereo totalmente alimentato ad energia solare.

L'obiettivo è stato raggiunto, ma con un velivolo in grado di trasportare una sola persona, in una cabina non pressurizzata, a velocità media inferiore ai 90 km orari.

Al di là di qualche (ottimistico) annuncio per il futuro, ad oggi, non esistono aerei elettrici che siano minimamente in grado di svolgere le medesime funzioni dei numerosissimi velivoli che sono attualmente in servizio.

Alzando lo sguardo in cielo, infatti, scopriamo che mediamente, in ogni momento, più di 1 milione di persone stanno volando all'interno di circa 10.000 aerei. 

Il traffico aereo è aumentato notevolmente negli ultimi decenni: nel 1970 sono stati registrati 310 milioni di passeggeri annui, nel 1990 è stata raggiunta la quota di 1 miliardo di viaggiatori, mentre nel 2016 ben 3,5 miliardi di passeggeri hanno sorvolato il mondo. 

Considerando i grammi di anidride carbonica emessa per il trasporto civile, gli aerei conquistano la maglia nera rispetto ad auto, autobus e treni, i quali emettono rispettivamente 285, 104, 68 e 14 grammi di CO2 per passeggero ad ogni chilometro percorso.

Nel loro complesso, i velivoli contribuiscono per il 13% delle emissioni totali di gas serra legati ai trasporti e a circa il 3,3% delle emissioni totali di CO2 dell'UE. Su scala globale, i gas climalteranti dovuti al volo sono pari al 2% del totale, poco meno del contributo delle navi.

Un dato ancora più eclatante è quello che scaturisce dall'analisi dell'impatto ambientale degli aerei militari: è stato calcolato che un mese di guerra aerea comporti un'emissione di CO2 equivalente all'effetto serra totale provocato in un anno da una città di 310.000 abitanti.

Anche per i velivoli il discorso relativo alle emissioni non è tanto quantitativo bensì qualitativo e di certo non può ridursi alla sola CO2.  

Infatti, sia i grandi motori diesel delle navi, che le turbine a reazione dei velivoli, emettono grandi quantitativi di idrocarburi (HC), ossido di carbonio (CO) e particolato (PM), oltre ai già citati ossidi di azoto (NOx) e di zolfo (SOx).  

Ciò accade perché, a differenza dei motori delle automobili, questi dispositivi non sono provvisti di catalizzatori e filtri anti-particolato, atti a ridurre sensibilmente le emissioni nocive. 

A differenza della CO2, che così come il vapore acqueo non è né un gas inquinante (in senso stretto) né tossico, anche se gioca un ruolo importante nei processi del riscaldamento globale, i suddetti gas sono effettivamente tossici e nocivi, sia per l'ambiente che per gli esseri viventi.

Ma l'imperativo della moderna società globalizzata richiede che persone e cose si spostino sempre di più, e sempre più velocemente. Ed infatti, le previsioni parlano di una forte crescita per i prossimi decenni, sia del trasporto di merci che di persone, sia via aria che via mare.

Nel 2014, i paesi del mondo hanno spedito all'estero beni per 17.979.000 milioni di dollari. Sul podio troviamo Cina, Stati Uniti e Germania, sia in termini di esportazioni che di importazioni. 

Qualcuno potrebbe ingenuamente pensare che un così elevato scambio commerciale sia strettamente necessario per soddisfare i bisogni degli esseri umani: e invece no.

Per comprendere la follia dei meccanismi legati alle importazioni ed alle esportazioni basterà citare un semplice esempio: quello dell'olio di oliva. 

In Italia il consumo nazionale di olio è pari a 660.000 tonnellate, ma gli oliveti presenti sul territorio nazionale ne producono 460.000 tonnellate. Ciò significa che, per soddisfare i bisogni degli italiani, basterebbe importare 200.000 tonnellate di olio da qualche altra nazione che ne produce in eccesso.

E invece, i dati ci dico che l'Italia importa 629.000 tonnellate di olio, e ne esporta 376.000, movimentando più di un milione di tonnellate di olio!

Così facendo s'introduce un'eclatante inefficienza, che si manifesta con un inutile spreco di energia, risorse, tempo e lavoro, oltre che con un evitabile incremento dell'inquinamento ambientale. E tutto ciò a causa di uno spostamento di merci non necessario per soddisfare i reali bisogni degli italiani.

Questo genere di dinamiche non accadono soltanto per l'olio di oliva ma per ogni genere di prodotti, perché la logica non è produrre e consumare in loco per poi importare se la produzione non è sufficiente, ed esportare solo se la produzione è in eccesso rispetto al fabbisogno, la logica adottata è quella del profitto.

La stessa logica suggerisce di estrarre le materie prime da una parte del mondo, per spedirle nel luogo dove vi è il minor costo del lavoro e le norme ambientali sono più permissive, per poi ricaricare tutto ancora una volta e rispedire i beni nei mercati che contano. 

E poco importa se ciò è del tutto irrazionale dal punto di vita fisco, etico ed ambientale: basta che si massimizzino i profitti. 

Se quanto fin qui affermato è corretto, possiamo sostenere che per ottenere un sistema di trasporti “sostenibile” per l'intera umanità, innanzitutto bisognerebbe ridurre drasticamente gli spostamenti, sia delle cose che delle persone, cominciando con l'eliminazione di tutti i viaggi e le movimentazioni futili. 

In secondo luogo, bisognerebbe privilegiare i mezzi di trasporto più ecologici, utilizzandoli in modo condiviso.

Servirebbe quindi una soluzione a "tutto tondo", che intervenga su più fronti, e cioè dal punto di vista fisico, economico, sociologico, tecnologico e architettonico.

Per rendere sostenibili i trasporti bisognerebbe: minimizzare il consumo di cose, producendo beni di elevata qualità e abbandonando un consumismo tanto scellerato quanto dannoso per l'umanità;

localizzare l'economia, auto-producendo per auto-consumo, importando solo ciò che non può convenientemente essere prodotto in loco ed esportando gli eccessi di produzione effettivamente utili alle necessità degli altri;

riprogettare i luoghi di vita degli esseri umani, in modo che gli abitanti di ogni comunità dispongano del necessario per soddisfare i propri bisogni senza dover compiere quotidianamente dei grandi spostamenti;

in particolare, quando possibile e ragionevole, i luoghi di lavoro dovrebbero situarsi in prossimità dei nuclei abitativi, ed il numero dei posti di lavoro dovrebbe essere commisurato al numero degli abitanti presenti nelle comunità;

gli spostamenti dovrebbero avvenire con un efficiente ed efficace rete di trasporto pubblico, la quale  potrebbe collegare le varie comunità con dei mezzi ad alta velocità (come ad esempio il treno), e potrebbe coprire il resto del territorio con una flotta di autoveicoli dotati di intelligenza artificiale che prelevino passeggeri e/o cose e li conducano a destinazione autonomamente, secondo dei criteri di efficienza;

infine, i ritmi di vita richiesti dalla società e la stessa architettura delle comunità, dovrebbero esser tali da favorire ed agevolare gli spostamenti a piedi ed in bicicletta, diminuendo così la necessità di ricorrere ad altri mezzi di trasporto, a tutto vantaggio della salute fisica e della salubrità ambientale. 

Si badi bene, che questo genere di soluzione sussiste a prescindere dal tipo di fonte energetica utilizzata per i trasporti, in quanto è stata concepita per massimizzare l'efficienza ed il rispetto per l'ambiente; pertanto, si sarebbe già potuta attuare, con gran vantaggio per l'umanità, pur sfruttando le fonti fossili, se non fosse che una simile concezione risulti totalmente incompatibile con un'economia capitalistica basata sulle logiche del profitto.

È però innegabile che tra un treno alimentato a gasolio ed un treno alimentato ad energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, si preferirà quest'ultima soluzione, perché in grado di incrementare ulteriormente l'efficienza favorendo il rispetto dell'ambiente.

Si badi bene che pur adottando tutte queste prescrizioni non avremmo comunque ottenuto un sistema di trasporto “sostenibile”, perché quando si tratta di attività umane l'impatto zero non può esistere. 

Ciò che si può, e si deve fare, è adottare la miglior soluzione disponibile per pagare il minor contributo all'entropia, ottenendo così una condizione durevole, che sia al tempo stesso la più rispettosa possibile per l'ambiente e garantisca le più elevate condizioni di benessere per gli esseri viventi. 

Un'indicazione dettata dal buon senso che però, ad oggi, non è stata neanche lontanamente presa in considerazione, perché la società capitalistica non intende altra ragione che non sia quella del mercato.

Ma incidentalmente il mercato, checché ne dicano gli economisti, apprezza e ricerca l'inefficienza ogni qual volta quest'ultima sia in grado di generare profitto, anche a discapito delle generali condizioni di benessere dell'umanità. 

Siamo però prossimi ad un punto di svolta: difficilmente riusciremo ad assicurare cibo, energia, prodotti e un sistema di trasporto a ogni essere umano facente parte di una popolazione che supererà i 9 miliardi d'individui, se non adotteremo un approccio razionale scientificamente pianificato che sia rispettoso dell'ambiente e massimizzi sia l'efficienza di tutto il sistema che il benessere collettivo, invece di occuparsi del profitto dei pochi a danno dei molti.

Sempre ammesso che i gruppi di potere non intendano strumentalizzare l'ecologia per legittimare la povertà di un'ampia fetta di popolazione, rendendola ipso facto una condizione ineluttabile per la realizzazione della sostenibilità: se ciò dovesse avvenire siate pronti a rigettare con forza questo ridicolo espediente retorico. 

In ogni caso, ciò che emerge con estrema chiarezza da questa ampia raccolta di dati e previsioni relativi alla demografia, l'ambiente, l'energia ed i trasporti, è che per gli esseri umani la questione ecologica rappresenterà la più grande sfida del XXI secolo. 

Mirco Mariucci

Fonti:

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  2. Onu, crescita lenta della popolazione mondiale. E l'anno prossimo boom di over 60. Repubblica,  22 giugno 2017.
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  5. Speranza di vita alla nascita – Mondo, Index Mundi.
  6. Ecco perché il mondo sarà meno popolato di quanto pensiamo. Il Foglio, Roberto Volpi, 9 Febbraio 2018.
  7. Rapporto Onu. Popolazione: ecco i 10 Paesi che non fanno più figli. Avvenire, 22 giugno 2017.
  8. Qual è il Paese in cui nascono meno bambini? La Stampa, Paolo Magliocco, 29 novembre 2017. 
  9. La fertilità mondiale crolla del 60% ma l’Onu continua a spendere per ridurre le nascite. Tempi, 17 luglio 2012.
  10. Le eco pagelle delle nazioni: promossi e bocciati. Focus, 2 settembre 2010.
  11. Quanti pianeti sarebbero necessari se la popolazione mondiale vivesse come.... Overshootday.
  12. Nel 2017, il “Giorno del Sovrasfruttamento della Terra” cade il 2 agosto
  13. Povertà, “Italia primo Paese europeo per numero di cittadini in condizioni di deprivazione. Sono 10,5 milioni”. Il Fatto Quotidiano, 13 dicembre 2017. 
  14. Armi, cresce la spesa in tutto il mondo. Italia da record in Europa: +11%. Repubblica, Andrea Tarquini, 29 aprile 2017.
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  62. L'Oms: "Il 92% della popolazione mondiale respira aria inquinata. Repubblica, Paola Corona, 27 
  63. Il 90% della popolazione mondiale respira aria inquinata, 7 milioni di morti l'anno. Repubblica, 2 maggio 2018. 
  64. Smog e salute: tutte le malattie provocate dall’inquinamento. Fa invecchiare il cervello, danneggia la pelle e causa l'infertilità maschile. Nanopress.it, Gianluca Rini, in Malattie e Salute, 8 settembre 2016.
  65. Inquinamento dellʼaria, lʼItalia è il Paese con più morti in Europa. TGCOM 24, 29 settembre 2017.
  66. La Terra diventò rovente 252 milioni anni fa. ANSA, 12 gennaio 2018.
  67. L’apocalisse che ci siamo creati da soli. Il Post, 11 luglio 2017.
  68. Riscaldamento globale causò la più grande estinzione di massa. Sky TG 24, 12 gennaio 2018. 
  69. Quali sono le cause del riscaldamento globale? National Geographic, 22 marzo 2010.
  70. Il cambiamento climatico? Per il 97% degli scienziati è causato dall’attività umana. La Stampa, Mariagrazia Midulla, 25 maggio 2013.
  71. Il 97% degli scienziati del clima è d’accordo: il riscaldamento globale è di origine antropica. Green Report, 13 aprile 2016.
  72. The Great Global Warming Swindle 2007 (La Grande Truffa del Riscaldamento Globale), documentario trasmesso dell'emittente britannica Channel 4.
  73. Surriscaldamento globale, la grande truffa. Mail rubate svelano il complotto climatico. Libero, Maria Acqua Simi, 24 novembre 2009.
  74. Carlo Rubbia, Nobel per la fisica, smonta la bufala dei cambiamenti climatici.
  75. Il guru Zichichi smonta le eco-balle: clima e smog, cosa sta succedendo. Libero, 29 dicembre 2015.
  76. Cambiamenti climatici, gli scenari cui andiamo incontro.  ANSA, 29 novembre 2015.
  77. Clima: il riscaldamento globale può minacciare l'umanità. ANSA, 15 settembre 2017.
  78. Clima: rispettare gli accordi di Parigi è possibile, ma.... Le Scienze, 19 settembre 2017.
  79. Clima, accordo a Parigi: soglia per il riscaldamento globale «ben al di sotto dei 2 gradi». Il Sole 24 Ore, 12 dicembre 2015.
  80. Le emissioni globali di CO2 di nuovo in crescita. Focus, 13 novembre 2017.
  81. Allarme clima, emissioni mondiali CO2 di nuovo in crescita. La Stampa, Roberto Giovannini, 13 novembre 2017.
  82. CO2 in atmosfera: mai così alta in 800.000 anni. Focus, Elisabetta Intini, 14 maggio 2018.
  83. Clima, Trump conferma l'uscita degli Usa dagli accordi di Parigi. Obama: "Così si rifiuta il futuro". Repubblica, Giovanni Gagliardi, 1 giugno 2017.
  84. I ghiacciai hanno superato il punto di non ritorno. Focus, Luigi Bignami, 24 marzo 2018.
  85. Studio americano: “Fra 30 anni il Polo Nord rischia di rimanere senza ghiacci in estate”. Il Fatto Quotidiano, Andrea Bertaglio, 25 luglio 2011.
  86. Riscaldamento globale sì, ma non di 7 gradi. National Geographic, Craig Welch, 28 settembre 2016.
  87. Cresce più velocemente il livello dei mari. Focus, 29 giugno 2017.
  88. Il livello dei mari potrebbe alzarsi improvvisamente, fino a 189 cm entro il 2100. Repubblica, Matteo Marini, 29 ottobre 2017.
  89. L'innalzamento del livello del mare sta accelerando. National Geographic, Francesco La Teana, 14 febbraio 2018.
  90. Ancora più accelerato l'innalzamento dei mari. Le Scienze, 13 febbraio 2018.
  91. "Queste città spariranno: il mare le sommergerà". Il Giornale, Gabriele Bertocchi, 11/11/2015.
  92. Le città più a rischio inondazioni costiere sono quelle dei Paesi più inquinanti. Green Report, 16 maggio 2016.
  93. Il riscaldamento del Pianeta non si fermerà. Focus, Luigi Bignami, 1 agosto 2017.
  94. Troppo ottimistiche le previsioni sui cambiamenti climatici. Focus, Luigi Bignami, 22 ottobre 2015.
  95. La “Piccola Era Glaciale”? E’ stata provocata dalla lunga eruzione di 4 vulcani tropicali. Meteo Web, Peppe Caridi, 18 febbraio 2012.
  96. Ocse alza stime di crescita mondiale e area euro, ma non dell’Italia. Il Sole 24 Ore, Giuliana Licini, 13 marzo 2018.
  97. Fmi alza le stime di crescita mondiale, grazie anche a riforma fiscale Usa. America 24, 22 gennaio 2018.
  98. 15mila scienziati rilanciano l’allarme: la Terra è sempre più in pericolo. Life Gate, Stefano Carnazzi, 16 novembre 2017. 
  99. Documento di 15000 scienziati: il Pianeta in crisi, si cambi ora o mai più. Repubblica, Jacopo Pasotti, 13 novembre 2017.
  100. Gli scienziati danno all’umanità un “secondo avvertimento” per migliorare o pagarne le conseguenze. Mongabay, Morgan Erickson-Davis, 19 dicembre 2017.
  101. È cominciata la sesta estinzione di massa. ANSA, 11 luglio 2017.
  102. Sopravviveremo alla sesta estinzione di massa? National Geographic, Nadia Drake, 24 giugno 2015.
  103. Wwf: rischiamo la sesta estinzione di massa causata dall'uomo. Repubblica, 05 giugno 2017.
  104. Quanta biodiversità abbiamo nel mondo? Quanta ne perdiamo? ISPRA.
  105. Con quale ritmo sterminiamo le specie viventi. Focus, Luigi Bignami, 30 maggio 2014. 
  106. Biodiversità e estinzione di massa: se il tasso è cento volte superiore al normale. Il fatto quoditiano, Maria Rita d'Orsogna, 21 giugno 2015.
  107. Sesta estinzione di massa, il 2100 è la "soglia" della catastrofe. Sky TG 24, 20 settembre 2017.
  108. Sulla Terra ci sono più alberi di quanto pensassimo. Il Post, 3 settembre 2015.
  109. Quanti alberi esistono al mondo. Wired, Simone Valesini, 3 settembre 2015.
  110. FAO: La deforestazione diminuisce a livello globale, ma rimane allarmante in molti paesi. UNRIC.
  111. Dal 2000 il mondo ha perso il 7,2% delle proprie foreste vergini. Sky TG 24, 17 gennaio 2017.
  112. Amazzonia, deforestazione record: persi quasi 8 mila km² in un anno. Sky TG 24, 10 gennaio 2017.
  113. La deforestazione causa il riscaldamento globale. FAO. 
  114. INVESTIRE SULLE SOLUZIONI CLIMATICHE NATURALI VUOL DIRE AIUTARE NOI STESSI E IL PIANETA. GreenMe.it, Lucia Lenci, 8 novembre 2017. 
  115. GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA, I GEOLOGI: DEGRADO DEL SUOLO PROVOCATO DALL’ATTIVITÀ ANTROPICA. CNG, 21 aprile 2018.
  116. Degradato il 75% del suolo mondiale. National Geographic, Stephen Leahy, 27 marzo 2018.
  117. Il suolo è una risorsa non rinnovabile. FAO. 
  118. Il modello fallimentare dell'agricoltura intensiva. FOCUS, Luigi Bignami, 7 dicembre 2015. 
  119. Agricoltura Intensiva un Fallimento. Antropocene, Guido Bissanti, 15 novemvre 2017. 
  120. Glifosato e pesticidi, quest’agricoltura ha fatto disastri. Ma si può ancora fare qualcosa. Il Fatto Quotidiano, Linda Maggiori, 17 maggio 2016.
  121. Glifosato, tutto quel che c'è da sapere. Focus, 27 settembre 2017. 
  122. Trovati più di 250 pesticidi nelle acqua italiane, soprattutto glifosato. GreenMe, Dominella Trunfio, 11 maggio 2018.
  123. Inquinamento: il 64% delle acque superficiali è contaminato da pesticidi e nel 21,3% dei casi si superano i limiti, con forte presenza del glifosato. Il Fatto Alimentare, Beniamino Bonardi, 12 maggio 2016. 
  124. Onu: pesticidi inutili, provocano 200.000 morti all'anno. ANSA, 7 marzo 2017.
  125. Non solo api, i pesticidi killer fanno strage anche di uccelli. Corriere della Sera, 11 aprile 2013.
  126. Contro la strage delle api: petizione su Avaaz per chiedere alla Ue di vietare i pesticidi che le uccidono. Il Fatto Quotidiano, Luisiana Gaita, 26 aprile 2018. 
  127. La strage di animali. L'Ue sotto accusa perché ha spinto l'uso dei pesticidi. Il Giornale, Marzio G. Mian, 06 aprile 2018. 
  128. I droni impollinatori sostituiscono api e farfalle. ANSA, 12 febbraio 2017.
  129. Cibo biologico: moda o strumento per sfamare il mondo? La Stampa, 22 giugno 2015. 
  130. Così l’agricoltura biologica può sfamare il mondo. La Stampa, 3 dicembre 2017.
  131. Spreco alimentare, si butta 4 volte la quantità di cibo per sfamare 800 milioni di persone. Repubblica, 3 febbraio 2017.
  132. L'impatto ambientale della produzione di carne bovina. Le Scienze, 22 luglio 2014.
  133. Cibo, il paradosso mondiale: un miliardo di persone obese,un altro miliardo malnutrito. Corriere della Sera, 26 giugno 2013.
  134. Ogni anno, oltre al leone Cecil, uccidiamo 50 miliardi di animali. Linkiesta, 9 agosto 2015.
  135. Ogni anno uccidiamo 150 miliardi di animali. Il Giornale, Nino Materi, 13 agosto 2015.
  136. Con la dieta vegana 8 milioni di morti in meno nel 2050. Repubblica, 22 marzo 2016.
  137. Meno carne rossa per vivere di più. Il Tempo, Daniela Cursi, 31 Marzo 2018.
  138. Pesticidi negli alimenti? Ci sono davvero. La Stampa, 15 novembre 2017.
  139. Cosa succederebbe se diventassimo tutti vegani. Agi, 13 giugno 2017. 
  140. Dagli allevamenti intensivi arriva il 20 per cento dei gas serra. Repubblica, Margherita d'Amico, 27 novembre 2015. 
  141. Clima, la carne incide più dei trasporti. Focus, Elisabetta Intini, 6 dicembre 2014. 
  142. Le carni rosse fanno male alla salute? AIRC.
  143. I pesticidi? Anche nelle urine. Ma con la dieta bio spariscono. Repubblica, Antonio Cianciullo, 30 novembre 2017.
  144. Dieta bio per due settimane abbatte pesticidi nel corpo. ANSA, 30 novembre 2017. 
  145. Troppi antibiotici negli allevamenti, l’appello dei ricercatori su Science. Proposte, limiti e misure per ridurre l’uso e fermare l’avanzata dei superbatteri. Il Fatto Alimentare, Agnese Codignola, 10 ottobre 2017. 
  146. L'antibiotico-resistenza si nasconde negli allevamenti. Repubblica Tina Simoniello, 28 settembre 2017. 
  147. Oms, 500mila casi di infezioni antibiotico resistenti. ANSA, 29 gennaio 2018.
  148. Torna a crescere la fame nel mondo: colpito l'11% della popolazione. Sky TG 24, 15 settembre 2017.
  149. Statistiche sulla fame nel mondo. Programma Alimentare Mondiale. 
  150. Fao, fame nel mondo in aumento, tocca 11% della popolazione. ANSA, 15 settembre 2017.
  151. Gli estremi del cibo: troppi obesi e malnutriti, serve un'alimentazione più sostenibile. Repubblica, Sara Bennewitz, 12 ottobre 2017.
  152. Spreco alimentare, si butta 4 volte la quantità di cibo per sfamare 800 milioni di persone. Repubblica, 3 febbraio 2017.
  153. Ogni giorno nel mondo 8 mila bambini muoiono di fame (prima dei 5 anni). La Stampa, Francesca Paci, 12 dicembre 2017.
  154. Allarme obesità Oms: nel 2016 oltre 1,9 miliardi di adulti e 124 milioni di bambini erano obesi con un forte aumento di incidenza delle patologie non trasmissibili. Quotidiano Sanità, 12 febbraio 2018.
  155. Due miliardi di persone sovrappeso nel mondo. Repubblica, Elena Dusi, 12 giugno 2017. 
  156. L’andamento dell’obesità in bambini e adolescenti nel mondo negli ultimi quarant’anni. Una ricerca dell’Organizzazione mondiale della sanità. Il Fatto Alimentare, Beniamino Bonardi, 31 ottobre 2017.
  157. L' energia che mangia le campagne. Repubblica, Carlo Petrini, 28 luglio 2011.
  158. Biogas: c'è chi produce cibo per bruciarlo. Linkiesta, Luca Longo, 9 gennaio 2017. 
  159. Allarme della Cia sul biogas a rischio la produzione agricola per produrre energia costosa. Associazione per il parco sud Milano. 
  160. Altro che “energia rinnovabile”! Le centrali a biomasse sono un affare solo per chi le fa! EcoMagazine, Riccardo Bottazzo, 12 gennaio 2014. 
  161. Summit del comitato contro il biogas, i medici: «I rischi per la salute ci sono». Il Giorno, 1 marzo 2014.
  162. Fabbisogno energetico mondiale: situazione attuale e prospettive future.  Green Planner Magazine, 30 gennaio 2014.
  163. Fabbisogno energetico mondiale: situazione attuale e prospettive future. Green Planner Magazine, 30 gennaio 2014. 
  164. Settore energetico mondiale, cosa è successo nel 2017. Kyoto Club, 4 gennaio 2018. 
  165. Rinnovabili elettriche nel mondo: in 10 anni raddoppia la potenza. Qualenergia.it, 4 luglio 2017. 
  166. Le rinnovabili nel mondo, qualche grafico per capire a che punto stiamo. Qualenergia.it, 3 giugno 2016. 
  167. Che cosa aspettarci dall’energia del futuro. Repubblica, 19 febbraio 2018.
  168. Energia: crolla il carbone, il futuro è delle rinnovabili. Repubblica, Luca Pagni, 14 novembre 2017.  
  169. IEA: al 2040 le rinnovabili avanzano, il carbone arretra, il petrolio ancora tra noi. QualEnergia, 14 novembre 2017. 
  170. Allarme petrolio: “Finirà entro il 2067”. Dati e prospettive. Qui Finanza, 18 settembre 2015. 
  171. “Il petrolio? C’è n’è almeno altri cento anni”. La Stampa, Fabio di Todaro, 8 dicembre 2014. 
  172. Il petrolio sta finendo? Sì, no, forse. Focus, Franco Severo, 22 febbraio 2012. 
  173. Riserve e risorse fossili. ENEA. 
  174. Cosa accadrebbe se bruciassimo tutte le riserve esistenti di fonti fossili. Lifegate, Andrea Barolini, 25 maggio 2016.
  175. Considerazioni economiche sulla produzione di energia eolica. Enea, Vera Amicarelli, Filippo Alberto Tresca. 
  176. Morgan Stanley: entro il 2020 le rinnovabili saranno la ‘fonte più economica di energia’. Business insider, Graham Rapier, 10 agosto 2017. 
  177. La vecchiaia delle turbine. Eniday, Robin Wylie. 
  178. La vita utile delle turbine si allunga e l'eolico diventa più economico. Qualenergia, 25 febbraio 2014. 
  179. Eolico: i dati 2017 sull’installato in Italia, in Europa e nel mondo. Qualenergia, 13 febbraio 2018. 
  180. 10 cose che forse non sapevi sull'energia eolica. Edison. 
  181. L'energia eolica guida l'incremento delle rinnovabili nel mondo. Sky TG 24, 15 giugno 2017. 
  182. In Europa l’eolico batte il carbone e impenna la produzione di energia da rinnovabili. Lifegate, Cecilia Bergamasco, 12 febbraio 2017. 
  183. Energia verde, c’è il sorpasso centrali eoliche e solari ora costano meno del carbone. Repubblica, 9 gennaio 2018.
  184. Smaltimento pale eoliche. Imprese ambiente. 
  185. Eolico: un nuovo alleato nelle tecnologie di riciclo delle pale. Rinnovabili, 26 luglio 2016. 
  186. Contro i cimiteri delle turbine, il trucco danese per riciclare l’eolico. Rinnovabili, 17 febbraio 2016.
  187. Progetto FiberEUse: Le vecchie pale eoliche diventano vasche da bagno. Rinnovabili, 11 dicembre 2017
  188. Eolico: il nuovo partner per il riciclo delle pale. Riusa. 
  189. Eolico: progetto Politecnico Milano per recupero pale a fine vita. Green style, Claudio Schirru, 12 dicembre 2017. 
  190. UN MINORE IMPATTO SULL'AMBIENTE CON LE PALE EOLICHE BIODEGRADABILI. Fotovoltaico sul web, Chiarina Tagliaferri.
  191. Recupero e riuso delle pale eoliche a fine vita per nuovi prodotti industriali. Qualenergia, 11 dicembre 2017. 
  192. Un parco giochi dal riciclo di pale eoliche. Architettura Eco-sostenibile, Matilde Fagotto, 30 marzo 2012. 
  193. Energia Idroelettrica. Scienza Verde. 
  194. La diga si trasforma in batteria. Il Sole 24 Ore, Elena Comelli, 26 novembre 2017. 
  195. La miniera di carbone diventa una mega batteria idroelettrica. Rinnovabili, 21 marzo 2017.
  196. Mini idroelettrico. 
  197. Micro idroelettrico. 
  198. Energia idroelettrica: i costi insostenibili delle grandi dighe. Il Fatto Quotidiano, Mario Agostinelli, 3 luglio 2014. 
  199. Un’Italia 100% rinnovabile è possibile, si risparmierebbero oltre 6.000 euro l’anno a testa. Lifegate, Cecilia Bergamasco, 6 settembre 2017. 
  200. Diventare 100% rinnovabili non è impossibile: basta volerlo. Edison. 
  201. Obiettivo 100% rinnovabili in Italia possibile al 2050. ANSA, 5 settembre 2017. 
  202. Un'Italia a energia rinnovabile farebbe risparmiare 6.500 euro a testa e creerebbe mezzo milione di posti di lavoro. Repubblica, 05 Settembre 2017. 
  203. Rinnovabili al 100% nel 2050: è possibile e senza blackout. Regioni e Ambiente. 
  204. 100% di energia da fonti rinnovabili, senza blackout: oggi è tecnicamente possibile. Ambiente Bio, Gino Favola, 17 marzo 2018. 
  205. Le fonti rinnovabili spianano la strada alle smart grid elettriche. Gruppo Hera.  
  206. Smart grid: cosa sono e vantaggi. Idee Green, Marta Abbà,  25 marzo 2017. 
  207. Troppa energia da fonti rinnovabili, rete elettrica italiana a rischio collasso. Green Style, Claudio Schirru 14 novembre 2011. 
  208. La Germania produce troppa energia rinnovabile e paga chi vuole usarla. Qui Finanza, 17 maggio 2016.
  209. Perché avremo il 100% dell'energia da fonti rinnovabili ben prima del 2050. AGI, Mario Pagliaro, 11 aprile 2018. 
  210. Portogallo, 110 ore di fila di elettricità da rinnovabili. Il futuro è più pulito. Il Fatto Quotidiano, Maria Rita D'orsogna, 21 maggio 2016. 
  211. Terna, nuovo record per la produzione rinnovabile: ha superato l'87% del totale. Repubblica, Luca Pagoni, 27 luglio 2017. 
  212. Energie rinnovabili in Italia: aggiornati i dati dei consumi finali. Rinnovabili.it, 24 gennaio 2018. 
  213. Fonti rinnovabili, l’Italia è terza in Europa per consumi energetici. Lifegate, Rubi Bressa, 7 marzo 2018. 
  214. Italia prima al mondo per l'uso energia solare: ora copre l'8% del fabbisogno. Repubblica, 13 aprile 2016. 
  215. Energia idroelettrica in Italia a che punto siamo. PutSolarOn.it, 15 settembre 2017. 
  216. Il boom del mini-idro in Italia. Sotto 1 MW il 68% degli impianti. Repubblica, 6 marzo 2018. 
  217. Italia, 2016: lo storico sorpasso dell’elettricità da fonti rinnovabili. Linkiesta, 25 agosto 2016. 
  218. Italia, la marcia indietro delle rinnovabili. Repubblica, Luca Pagni, 25 gennaio 2018.  
  219. L'eolico in Italia spiegato bene. Quanto è, chi lo fa e perché ha un futuro. Rienergia.it, Tommaso Barbetti, 6 giungo 2017. 
  220. Fonti rinnovabili, un bilancio della produzione di energia in Italia e nel mondo. Il Fatto Quotidiano, Flaminio de Castelmur, 15 dicembre 2016. 
  221. Bolzano e Oristano tra le 40 città 100% rinnovabili. ANSA, 27 febbraio 2018. 
  222. La carica delle 101 città rinnovabili. Rinnovabili, 27 febbraio 2018. 
  223. Efficienza energetica nel settore dei trasporti. FIRE. 
  224. Quante auto circolano al mondo? Rete News 24. 
  225. Entro il 2030 ci saranno nel mondo due miliardi di auto. Sky TG 24, 28 ottobre 2017.
  226. Inseguitore Solare. Il portale del sole. 
  227. Pannello fotovoltaico, come calcolare il rendimento e la durata. Lifegate, 25 settembre 2017. 
  228. Qual è la durata di un impianto fotovoltaico. Fotovoltaico, 17 marzo 2016. 
  229. Rifiuti fotovoltaici. Il Post, Filippo Zuliano, 27 agosto 2014. 
  230. Riciclo dei moduli fotovoltaici a fine vita. Un bilancio economico ed ambientale. Architettura ecosostenibile, Andrea Rotondaro, 8 Gennaio 2014.
  231. Arriva il pannello 100% riciclabile. ANSA. 
  232. Riciclo moduli fotovoltaici. Ener Point. 
  233. Fine vita moduli fotovoltaici, non un problema ma una risorsa. Qualenergia, 23 giugno 2016. 
  234. Il futuro del fotovoltaico: limiti e nuove opportunità. Voltimum, 28 novembre 2011. 
  235. I pannelli fotovoltaici inquinano? Fotovoltaico sul web, Maria Francesca Massa. 
  236. Le auto elettriche inquinano alla fine come quelle a benzina, come dice Marchionne? AGI, 5 ottobre 2017. 
  237. Quanto inquina per davvero l’auto elettrica? Focus, Rebecca Mantovani, 17 giugno 2017. 
  238. Auto elettrica? Non sempre è a emissioni zero. Repubblica, Vincenzo Borgomeo, 2 marzo 2018. 
  239. Auto elettriche inquinanti se energia non è verde. ANSA, Andrea Silvuni, 2 marzo 2018. 
  240. Anche Tesla inquina: il MIT mette in guardia sulle auto elettriche. Money.it, Luca Secondino, 9 novembre 2017. 
  241. L'auto elettrica inquina come l'ibrida, colpa della batteria. TomsHw.it, Alessandro Crea, 30 novembre 2017. 
  242. Litio dagli oceani per produrre più auto elettriche. TomsHw.it, Alessandro Crea, 19 febbraio 2018. 
  243. Possiamo davvero definire che un’auto elettrica sia ambientalmente sostenibile? Source. 
  244. Auto elettriche e impatto ambientale dei trasporti, sfatiamo qualche mito. Green Start, Marco Mussini, 29 luglio 2013. 
  245. Auto elettriche: quale impatto ambientale su tutto il ciclo di vita? Maurilio Rigo, 15 febbraio 2018. 
  246. L'auto elettrica? Inquina già da ferma. Il Giornale, Valerio Boni, 12 marzo 2013.  
  247. Dopo il petrolio, il litio. L'espresso, Emanuele Perugini, 14 gennaio 2009. 
  248. La corsa all’auto elettrica fa schizzare le quotazioni di litio, cobalto e nickel. Start Magazine, Giusy Caretto. 
  249. Auto elettrica: ma il litio basterà? Terra Nuova, 16 marzo 2009. 
  250. Durata delle batterie delle auto elettriche: Nissan Leaf 2018 vs Chevy Bolt EV. Gruppo Acquisto Auto, 19 marzo 2018. 
  251. Batteria Tesla Model S: quanto dura? Gruppo Acquisto Auto, 4 maggio 2017. 
  252. Batteria auto elettrica: quanto dura? Info motori, 24 novembre 2016. 
  253. Bruciare rifiuti! Il cementificio pronto a diventare inceneritore. Ecopolis, 2 ottobre 2016. 
  254. Salute, allarme per i cementifici trasformati in inceneritori. L'espresso, Ersilio Mattioni e Michele Sasso, 3 febbraio 2016. 
  255. Medici per l’Ambiente: «Bruciare rifiuti nei cementifici? Pessima idea». Corriere della Sera, 8 giugno 2015. 
  256. Scarti di pneumatici e combustibile derivato da pneumatici. Beta Analytic. 
  257. Auto elettriche, il problema sono le batterie al litio da riciclare. Metalcoop, 21 agosto 2017. 
  258. Auto elettriche: smaltimento e riciclo delle batterie. Tecnologia Ambiente, Anna Sepe, 21 settembre 2017. 
  259. Energy storage, la seconda vita delle batterie delle auto elettriche. Life Gate, Sebastiano Salvetti, 19 giugno 2017. 
  260. Auto elettrica sempre più ecologica. Si ricicleranno anche le batterie al litio. Life Gate, Sebastiano Salvetti, 15 novembre 2017. 
  261. Batterie dei veicoli plug-in a fine vita: riuso e riciclo a confronto. Quale Energia, 7 dicembre 2016. 
  262. Batterie usate auto elettriche: il riciclo è meglio del riuso? DotCar, Alessia Giordano, 15 dicembre 2016. 
  263. La “seconda vita” delle batterie al litio sarà nel riciclo a basso costo. Quale Energia, Luca Re, 15 marzo 2017. 
  264. Operazione riciclo per le batterie al litio. Il sole 24 ore, M. Cristina Ceresa, 27 luglio 2017. 
  265. Riciclo batterie al litio: la sfida del futuro. Rinnovabili, 19 settembre 2014.
  266. Il riciclo delle batterie al litio. Un problema aperto. Jon Garcia Aguirre. 
  267. Funghi per riciclare batterie al litio. Repubblica, Manolo de Agostini, 23 agosto 2016. 
  268. Batterie delle auto elettriche, la seconda vita arriva dalla Nissan. Repubblica, 27 marzo 2018. 
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  318. Navi elettriche e porti sostenibili: la Norvegia è un secolo avanti. Rinnovabili, 26 ottobre 2015. 
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  320. Perché le navi elettriche possono stravolgere il trasporto di merci e persone. Lifegate, Rudi Bressa, 23 febbraio 2018.
  321. In Cina la prima nave cargo completamente elettrica. Focus, Elisabetta Intini, 7 dicembre 2017. 
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  323. Rinnovabili: navi elettriche zero emission grazie a solare ed eolico. Green Style, Floriana Giambarresi, 26 gennaio 2018. 
  324. Aerei elettrici, silenziosi e a impatto zero. Così cambierà il nostro modo di volare. Huffingtonpost, Robert Bright, 10 ottobre 2017. 
  325. Aerei elettrici? Dal 2022 saranno realtà con Zunum Aero. Startup Italia, Tommaso Magrini, 29 ottobre 2017. 
  326. ''Entro 10 anni si volerà a batterie''. Il sogno di Wright One, diventare aereo elettrico di linea. Repubblica, Marcello Gelardini, 17 aprile 2017. 
  327. EasyJet mostra l'aereo elettrico: 540 km di autonomia, copre il 20% delle tratte. Corriere Della Sera, Massimiliano Zocchi, 28 settembre 2017. 
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