lunedì 6 gennaio 2020

La scuola cirenaica: Aristippo, Arete, Aristippo il Giovane, Teodoro l'Ateo, Egesia e Anniceride.



Aristippo di Cirene

Aristippo di Cirene (Cirene, 435 a.C. – Lipari, 366 a.C.) fu l’iniziatore della corrente di pensiero a cui, dopo la sua morte, i filosofi Arete di Cirene e Aristippo il Giovane (rispettivamente figlia e nipote di Aristippo il Vecchio) si ispirarono per dar vita alla cosiddetta scuola cirenaica.

Nonostante fosse nato in Nordafrica, Aristippo ricevette una formazione culturale ellenistica molto elevata, forse di carattere sofistico. La sua famiglia, infatti, era di stirpe nobile e vantava le più grandi ricchezze di tutta la Libia.

Inoltre, in quel periodo storico, la città di Cirene (oggi situata nell'odierna Libia orientale) rappresentava un’importante colonia greca, che era stata fondata, qualche secolo addietro (intorno al 630 a.C.), dai Dori provenienti dall’isola di Thera (l'odierna Santorini) su diretto consiglio dell’oracolo di Delfi.

Per questi motivi Aristippo, oltre a ricevere un’istruzione adeguata al suo status sociale, ebbe anche il grande privilegio di vivere nel lusso, fin dalla tenera età, e di compiere numerosi viaggi, grazie ai quali conobbe ed interagì con alcuni dei più importanti personaggi dell’epoca.

La sua storia inizia all’età di diciannove anni, quando si recò in Grecia per assistere alle celebrazioni atletiche e religiose dei Giochi olimpici. In quell’occasione incontrò un uomo di nome Iscomaco, che gli parlò, in modo appassionato, della figura di Socrate e dei suoi dialoghi, con i quali il filosofo ateniese pungolava e affascinava i giovani nelle piazze della città.

Tanto bastò per far sì che Aristippo s’incamminasse in direzione d’Atene, dove ben presto riuscì ad inserirsi nel circolo di amici e allievi di Socrate, di cui però non divenne un vero e proprio discepolo, ma piuttosto una sorta di uditore indipendente.

Tutto ciò avvenne non prima d’aver frequentato alcuni sofisti, tra cui è probabile che vi fosse anche Protagora di Abdera in tarda età.

Dopo la morte di Socrate Aristippo ricominciò a viaggiare, visitando molte città; la sua presenza, oltre che a Cirene e ad Atene, viene segnalata a: Corinto, Siracusa, Egina, Megara, Scillunte, Rodi e Lipari.

Nei suoi successivi viaggi, Aristippo ebbe l’onore di conoscere il mitico Diogene di Sinope, anche noto come il Socrate pazzo, nel periodo in cui quest’ultimo si trovava a Corinto, e di trovarsi in Sicilia insieme a Platone in almeno un paio di occasioni: la prima, fra il 389 e il 388, alla corte di Dionisio il Vecchio; la seconda, nel 361, quando ormai Dionisio il Giovane aveva preso il posto di suo padre.

Alcuni hanno accostato Aristippo a Socrate e ai Cinici, nel tentativo di individuare dei punti di contatto, ma come avremo modo di comprendere la sua concezione filosofica aveva ben poco di socratico ed ancor meno di cinico.

Egli, piuttosto, fu un retore sui generis che impiegò la propria intelligenza per sviluppare una filosofia morale che permettesse di vivere con il minor sforzo possibile, traendo il massimo del godimento dall’esistenza, senza subire gli effetti negativi dovuti agli eccessi, alle dipendenze ed agli attaccamenti.

E la concezione a cui egli pervenne consisteva in un indirizzo filosofico edonistico, che individuava il fine ultimo nel perseguimento del piacere fruibile nell’istante presente, e giustificava la propria dottrina con un impianto antropocentrico, individualista, utilitaristico, sensista e convenzionalistico, in relazione a quanto concerne la società, improntando il tutto all’autosufficienza e all’autodominio, da esercitare, non per rifuggire dalle cose e dalle passioni, ma per non esserne dominati.

Aristippo trascorse la propria esistenza così: viaggiando alla ricerca del piacere, godendo del momento presente combinando la leggerezza alla saggezza, senza mai rimpiangere il passato, né temere per il futuro.

Ma come fu possibile che egli, per primo, giunse a formulare l’idea che lo scopo ultimo dell’esistenza fosse da ricercare nel godimento?

Socrate aveva sostenuto che il bene, di per sé, possedesse una forza attrattiva irrefrenabile per la volontà dell’essere umano, tanto che se si fosse conosciuto in cosa consistesse effettivamente il bene non si sarebbe potuto far altro che metterlo in pratica.

Partendo da questa riflessione Aristippo si convinse che per individuare cosa fosse il bene sarebbe bastato ricercare ciò che attrae a sé l’umana volontà, vale a dire quelle cose che risultano piacevoli a tutti gli individui, in modo spontaneo e naturale.

La tesi socratica “ciò che è bene, attrae”, venne così rovesciata in “è bene ciò che attrae”. E che cosa c’è di più attraente e desiderabile di un piacere fisico di cui poter godere nel qui ed ora?

Persino i fanciulli, osserva Aristippo, familiarizzano da sé con il piacere in quanto tale e quando hanno modo di provare sensazioni di benessere fisico non ricercano null’altro; mentre invece chiunque rifugge, per quanto gli è possibile, dal dolore, che in fin dei conti non è altro che il contrario del piacere. Dunque, dev’essere questo stato d’appagamento il vero bene a cui mirare, nonché il fine dell’umana esistenza.

Socrate non condannava il piacere in quanto tale, ma non lo considerava nemmeno un bene in sé; per alcuni avrebbe senz’altro potuto esserlo, a condizione che la loro condotta di vita fosse stata sorretta dalla conoscenza.

I cinici, invece, pur muovendo le loro riflessioni dalle tesi socratiche, ben presto finirono per considerare il piacere e le passioni come dei mali, a cui doversi sottrarre grazie ad un costante esercizio spirituale.

Dal canto suo Aristippo sostenne che il piacere è sempre un bene, a prescindere dalla fonte da cui esso derivi. In questo modo egli ruppe il saggio equilibrio della posizione socratica rovesciando, in senso positivo, gli eccessi delle tesi ciniche.

Ma i cinici non ritenevano soltanto che il piacere fosse un male; oltre ad un completo autodominio, essi rivendicavano anche l’importanza dell’autosufficienza. Il sapiente non aveva bisogno di nulla: egli bastava a se stesso. E quindi, oltre alle passioni, bisognava rinunciare anche alla ricchezza ed ai beni materiali che non fossero strettamente indispensabili.

Aristippo era di tutt’altro parere. A suo avviso, la vera libertà non si otteneva rifiutando i beni ed evitando le passioni, ma nel disporre delle cose e nel provare sentimenti con il dovuto distacco, senza lasciarsi coinvolgere e trasportare.

Egli riconosceva l’importanza del dominio di sé, ma lo faceva in relazione all'appagamento del desiderio. “Possedere, senza essere posseduti”, era questo il suo motto.

La stessa cosa sussisteva anche per il piacere, che doveva sì essere perseguito in ogni situazione e circostanza, giacché esso rappresentava il sommo bene per l’uomo, ma soltanto a condizione di essere sufficientemente forti dal punto di vista spirituale da non diventarne dipendenti: qualora un certo piacere da posseduto fosse diventato possessore, si sarebbe dovuta ricercare dentro di sé la forza d’animo necessaria per abbandonarlo, ritrovando così la propria libertà.

Pertanto, secondo Aristippo, cose e passioni non andavano allontanate dalla vita, così come ritenevano i cinici, bisognava soltanto dominarle; di conseguenza, tutto ciò che consentiva di procurare piacere era concesso, a condizione di avere una centratura spirituale tale da riuscire a godere senza diventare schiavi del godimento.

I cinici muovevano anche una critica radicale alla società, affermando la convenzionalità, l’arbitrarietà e la dannosità delle costituzioni e dei costumi adottati dall’umanità. E come ricetta per i mali della civiltà proponevano il ritorno allo stato di natura.

Aristippo, invece, concordava con i cinici (ed i sofisti) per quanto riguarda le tesi convenzionaliste e relativiste in relazione alle leggi e alla morale, ma non concedeva ai cinici che la ricetta per la felicità prevedesse un ritorno allo stato di natura.

Né però proponeva un’organizzazione sociale alternativa a quelle esistenti, che risultasse ad esse superiore, in qualche senso. A suo avviso, infatti, vi era una terza via che poteva essere seguita dall’individuo: quella di non legarsi ad alcuna città e di vivere ovunque capitasse da forestiero.

Di conseguenza, egli respingeva i valori della civiltà, quali ad esempio Stato, famiglia e legge, come assoluti, ma era disposto ad accettarli come relativi, così da poterli sfruttare in modo utilitaristico ed egoistico nella propria ricerca del piacere.

Sebbene le norme e le consuetudini fossero prive di valore intrinseco, sarebbe stato saggio tenerle in considerazione, attribuendogli il giusto peso, se non altro perché violandole si sarebbe andati incontro a situazioni spiacevoli a causa delle reazioni degli individui che attribuivano verità e valore a quelle convenzioni!

Pertanto, da buon sofista, non solo Aristippo accettava le leggi ed i costumi delle città in cui si recava, ma li studiava in modo approfondito perché ciò gli permetteva di ottenere vantaggi e di evitare di ritrovarsi in situazioni spiacevoli.

Il suo atteggiamento cosmopolita era subordinato alla sua visione edonistica, giacché la partecipazione alla vita pubblica, così come intesa dagli antichi Greci, non gli avrebbe permesso di godere con pienezza dell’esistenza: «La mia via non passa né per il comando né per la servitù, ma per la libertà, ed è quella che meglio porta alla felicità».

Dai sofisti Aristippo non mutuò soltanto il relativismo culturale, ma prese anche ispirazione, in particolar modo dalle tesi di Protagora, per concludere che per ogni individuo è vero soltanto ciò che egli è in grado di percepire.

Una conoscenza assoluta e completa della realtà è impossibile, perché non siamo in grado di dire nulla di certo in relazione a ciò che produce le sensazioni. In altri termini, per Aristippo l’esperienza sensoriale è conoscibile, mentre la natura delle “cose” che causano le sensazioni è insondabile.

Ad esempio, ciascun essere umano può sostenere con certezza di osservare un oggetto rosso, ma nessuno di essi riuscirà a dimostrare che la cosa che produce quella sensazione sia effettivamente rossa, ammesso che questo concetto abbia un senso ed il tutto non si riduca soltanto all’attribuire un nome ad un fenomeno.

Si osservi come da un simile riduzionismo sensistico ed individualistico possa conseguire in modo naturale uno schietto fenomenismo, giacché se soltanto le sensazioni sono veraci, allora i fenomeni rappresentano la vera realtà.

Di conseguenza anche per Aristippo, così come per i Cinici ed i Megarici, ma per motivazioni differenti, la ricerca teoretica e quella scientifica passavano in secondo piano, a meno che da esse non fosse conseguito un qualche vantaggio pratico ai fini del piacere.

Egli non rinnegò affatto né la cultura né la filosofia, ma a suo avviso bisognava dare una maggiore importanza allo studio della condotta morale, così da poter risolvere il problema della felicità dell’individuo.

Le conclusioni a cui Aristippo pervenne sono qui di seguito sintetizzate: la felicità è l’insieme dei piaceri particolari, passati, presenti e futuri, di cui si è goduto, si sta godendo e (forse) si potrà godere nella vita; essa però non viene desiderata di per sé, ma per le singole sensazioni piacevoli di cui è tessuta.

Infatti, a ben pensare, ogni singolo piacere particolare di cui si compone la felicità, non può che esser puntuale, ovvero è sempre un qualcosa che vive nell’attimo presente. Anche per questo, secondo Aristippo, il piacere fisico, inteso come sensazione corporea immediata, è da preferire rispetto a quello intellettuale.

Di conseguenza egli suggeriva di pensare al qui ed ora, cioè al luogo e all’attimo in cui ciascuno opera e pensa, giacché: «solo il presente è nostro, non il momento passato né quello che attendiamo, perché l’uno è già distrutto e dell’altro non sappiano se ci sarà».

La vita quindi, secondo Aristippo, andava affrontata attimo per attimo, godendo del presente, senza desiderare nulla in più rispetto a ciò che ogni istante ha da offrire, evitando di dare valore al ricordo dei piaceri passati e alla speranza rispetto a quelli futuri, senza rimpiangere ciò che è stato, né tormentarsi nell’attesa di ciò che (forse) sarà.

Ma questo significava anche imparare ad accontentarsi del poco ed evitare di lasciarsi trasportare dai desideri, non preoccuparsi per ciò che è avvenuto nel passato e per un possibile futuro che non è neanche detto che si realizzerà.

La via della virtù, dunque, era segnata e consisteva nell’imparare a cogliere ed apprezzare il piacere dell’attimo.

Ma l’indagine filosofica per Aristippo aveva anche un altro importante compito: quello di aiutare l’individuo a districarsi tra i possibili piaceri di cui poter godere, consentendogli d’individuare e gustare i piaceri migliori.

Egli paragonava quelli che coltivano le scienze, trascurando la filosofia morale, ai Proci dell’Odissea, che possono avere Melanto, Polidora e le altre ancelle, ma non la regina Penelope.

Questo era, in estrema sintesi, il suo pensiero. Ma per comprendere appieno la filosofia di Aristippo bisogna guardare agli aneddoti riguardanti la sua condotta di vita.

Non a caso, più che la sua dottrina, la tradizione ha avuto cura di tramandare delle storielle dalle quali si evince il rapporto che Aristippo aveva con le donne, il denaro, i potenti e la povertà.

Egli viene descritto come un uomo sicuro di sé, dall’umore costantemente sereno, impavido difronte al dolore e distaccato dalle proprie ricchezze, freddo ma al tempo stesso umano.

A proposito di se stesso, Aristippo sosteneva di possedere un equilibrio interiore tale da poter superare imperturbato le tempeste della fama, del potere, della ricchezza e dell’eros, senza che esse alterassero il suo vero essere.

Egli era anche un gran donnaiolo, nonché un assiduo frequentatore di etere; si dice che la sua favorita fosse Laide di Corinto, una donna che, a detta dello scrittore egizio Ateneo, era la più bella della sua epoca.

Nell’antica Grecia le etere furono una ristretta e ricercata categorie di prostitute formata da donne di grande bellezza, eleganti, cordiali e raffinate, che vantavano anche una formazione artistico-culturale assai elevata. Oltre che nelle qualità fisiche ed intellettuali, eccellevano nella danza, nell’arte e nella musica.

Ciò gli consentiva di offrire sia prestazioni di tipo sessuale che altre tipologie d’intrattenimento, a seconda delle richieste dei clienti. Le etere potevano erogare i loro servizi sia in modo occasionale che prolungato nel tempo, fino ad arrivare ad instaurare delle relazioni di concubinaggio stabili negli anni.

Si trattava a tutti gli effetti di donne libere, che gestivano in autonomia i propri affari, pagando persino delle tasse calcolate in base ai proventi realizzati. Molte di esse si arricchirono e misero in piedi delle specie di agenzie di accompagnatrici.

Le etere vestivano con abiti ricercati e avevano una gran cura del proprio corpo. È noto che si depilassero completamente e che facessero ricorso alla cosmesi.

Alcuni aspetti della loro cultura divennero popolari e si diffusero nella vita quotidiana determinando delle mode. Si dice che, ad un certo punto, le donne ateniesi presero ad imitare lo stile e la cura del corpo delle etere.

La loro grande sapienza gli consentiva di dialogare con i potenti ed i filosofi dell’epoca, con cui venivano in contatto, riuscendo talvolta ad esercitare una notevole influenza nei loro confronti. Come abbiamo già anticipato, tra di essi vi era anche il nostro Aristippo.

A coloro che lo biasimavano perché frequentava Laide, rispondeva: «Io posseggo Laide, ma non ne sono posseduto» e aggiungeva: «poiché la cosa migliore è dominare i piaceri e non lasciarsene vincere, non il non soddisfarli».

Mentre con chi gli rimproverava di vivere assieme ad un’etera, si giustificava così: «Non è forse vero che non ci sarebbe alcuna differenza tra il prendere una casa in cui abbiano già abitato molte persone o una in cui non ne sia abitata neppure una? E poi, ci sarebbe differenza tra il navigare su un’imbarcazione a bordo della quale innumerevoli persone abbiano già navigato, oppure nessuno? Allora non fa nessuna differenza nemmeno stare con una donna con la quale molti abbiano avuto a che fare oppure con una con cui non abbia avuto a che fare nessuno».

Capitò anche che un’etera lo assillasse sostenendo di esser certa di aver avuto un figlio da lui, ma Aristippo le disse: «Puoi affermare che lo hai avuto da me con quella stessa sicurezza con cui, passeggiando per una macchia di spini, sapresti indicare proprio quello che t'ha punta».

Anche senza farsi carico del mantenimento d’un figlio, la frequentazione delle etere rappresentava un godimento decisamente dispendioso.

Si consideri che per trascorrere alcune ore in compagnia di una di esse, un comune lavoratore dell’epoca avrebbe dovuto accantonare tutto il suo salario per 4-8 anni di fila. In alternativa, con una cifra analoga, si sarebbero potuti acquistare 3-6 schiavi.

Una volta Socrate, stupito per la grande ricchezza di Aristippo, gli domandò: «Com'è che hai tanto denaro?» ed egli replicò: «E com'è che tu ne hai tanto poco?».

Uno dei metodi che Aristippo utilizzava per arricchirsi consisteva nel tenere lezioni di filosofia a pagamento, proprio come facevano i sofisti. Ad onor del vero, egli fu il primo tra i socratici a pretendere un prezzo a coloro che gli chiedevano di ricevere i suoi insegnamenti.

Ciò scandalizzò il buon Socrate che, in altre occasioni, aveva già condannato duramente i sofisti per questo genere di attività, etichettandoli come “prostituti della cultura”, poiché professavano la loro arte in modo opportunistico, a scopo di lucro, e non per amor del sapere e della verità.

Si dice che Aristippo praticasse un tariffario differenziato con un prezzo inversamente proporzionale all’intelligenza dello scolaro; gli allievi più brillanti avevano diritto ad uno sconto, mentre per i meno dotati la parcella aumentava vertiginosamente.

Un giorno un tale voleva affidargli il figlio per farlo educare a dovere. Ma non appena Aristippo gli chiese l’esorbitante cifra di 500 dracme come compenso, quell’uomo iniziò a protestare ardentemente, sostenendo che con quel denaro avrebbe potuto acquistare uno schiavo. Al che Aristippo gli rispose di procedere pure con l’acquisto, dato che, in quel modo, avrebbe potuto avere due schiavi al prezzo di uno: il nuovo schiavo e suo figlio.

Nonostante fosse ricchissimo, Aristippo non dava troppa importanza ai soldi e non era affatto avido.

Un giorno inviò una certa somma di denaro al suo maestro, forse per ricompensalo per gli insegnamenti ricevuti e sostenerlo economicamente, ma Socrate glielo restituì perché il suo daimon non gli permetteva di accettarlo.

A volte sciupava le sue ricchezze per comprarsi delle leccornie, come quando, ad esempio, pagò una pernice cinquanta dracme, sbalordendo un tale che assistette alla scena: «E tu non l'avresti comprata per un obolo?», disse Aristippo a quell’uomo. E siccome il tale rispose di sì, egli replicò: «Ebbene, per me cinquanta dracme non valgono più di un obolo».

Un giorno, mentre viaggiava in Africa, Aristippo si rese conto che il suo schiavo era molto affaticato a causa del peso dovuto alla mole di denaro che stava trasportando. E allora gli disse: «Getta via quel che è di troppo, e porta soltanto quel che puoi».

Un’altra volta si accorse che l’imbarcazione su cui stava navigando era governata da un gruppo di pirati. E così, fingendosi sbadato, cominciò a contare il suo oro e lo gettò in mare, disperandosi.

A chi gli chiese il perché di quella messa in scena, rispose: «Meglio che quel denaro andasse perduto a causa di Aristippo, piuttosto che fosse Aristippo ad andare perduto a causa di quel denaro».

Teneva invece in gran considerazione se stesso ed era assai attaccato alla vita.

Un giorno, mentre stava navigando, si scatenò una tempesta e Aristippo ebbe così tanta paura di morire che un compagno di viaggio prese a deriderlo: «È strano che un filosofo tema a tal punto la morte, laddove io, che non sono un saggio, non provo alcun timore». Ed egli gli rispose: «Non puoi paragonare la mia vita alla tua: io tremo per la vita di Aristippo, tu per quella di un buono a nulla!».

Quando non si trovava in balia delle tempeste, Aristippo si adattava con disinvoltura ad ogni situazione, recitando il ruolo più opportuno, a seconda dei casi.

Aveva la grande capacità far apparire accettabile ogni condizione e di conseguenza si sentiva a suo agio sia alle corti dei re, che nei luoghi più squallidi, godendo di tutto ciò di cui poteva disporre, in ogni istante, senza affannarsi per procurarsi ciò che non era presente.

In uno dei suoi viaggi incontrò Diogene il cinico, che non perse occasione per rinfacciare al filosofo di Cirene la sua condotta di vita. Infatti, oltre a tenere delle lezioni a pagamento, un altro metodo utilizzato da Aristippo per procurarsi il denaro consisteva nello sfruttare abilmente i potenti, compiacendoli.

I due s’incontrarono ad ora di cena, mentre Diogene stava mangiando una porzione di lenticchie. Così Aristippo, che pur di trascorrere una vita negli agi delle corti era disposto ad adulare i re, decise di dargli un consiglio di vita: «Caro Diogene, se tu imparassi ad essere ossequioso con il re, non saresti costretto a dover vivere mangiando robaccia come quelle lenticchie». Al che Diogene rispose: «E se tu avessi imparato a vivere mangiando lenticchie, ora non saresti costretto ad adulare il re».

Ad onor del vero, bisogna dire che talvolta l’aneddoto è raccontato invertendo l’ordine delle battute e sostituendo le lenticchie con dei cavoli o con delle cime di rapa.

Seconda questa versione, il Cinico si trovava nei pressi di una fontana intento a lavare la sua cena a base vegetale. «Se tu sapessi vivere di cavoli, non dovresti corteggiare i tiranni» disse Diogene, vedendo passare Aristippo. E quest’ultimo replicò: «Se tu sapessi vivere con i Re, non dovresti lavare i cavoli».

Comunque sia andata la storia, Aristippo trascorse molti anni a Siracusa, prima alla corte di Dionisio il Vecchio poi a quella di Dionisio il Giovane, conservando però la propria autonomia rispetto ai due tiranni.

Ci sono molti aneddoti in merito, ma dalle fonti a nostra disposizione non è ben chiaro a quale dei due governanti si riferiscano. Li riportiamo qui di seguito.

Giunto a Siracusa, Dionisio volle sapere perché Aristippo si fosse recato alla sua corte: «Per dare ciò che possiedo e prendere in cambio ciò che mi manca», rispose. Altri riferiscono che Aristippo fu più esplicito e disse: «Quando necessitavo di sapienza andavo da Socrate, ora che ho bisogno di denaro vengo da te».

Dionisio però lo mise in guardia: «Chi bazzica col tiranno finisce per divenire suo servo, anche se arriva libero». Ma Aristippo replicò: «non può esser servo chi arriva libero».

Interrogando Aristippo sul motivo per il quale i filosofi si recano alle porte dei ricchi, mentre i ricchi non si recano a quelle dei filosofi, Dionisio si sentì dire: «Perché gli uni sanno ciò di cui hanno bisogno, gli altri, invece, non lo sanno».

Una volta il filosofo di Cirene fu costretto dal tiranno di Siracusa ad improvvisare un discorso filosofico, ma Aristippo si oppose con le seguenti parole: «Sarebbe ridicolo se tu, che vuoi imparare da me l’arte del vivere, volessi insegnarmi quando bisogna farlo».

Dionisio s’offese per questa battuta e lo relegò all’ultimo posto del banchetto. Al che Aristippo osservò: «Bene, hai voluto nobilitare l’ultimo posto» e così il tiranno ricevette la lezione filosofica che aveva richiesto.

Un’altra volta, invece, Aristippo stava chiedendo a Dionisio un favore per un suo amico, ma non riusciva ad ottenerlo. Allora si gettò ai piedi del tiranno e così riuscì a convincerlo.

Più tardi qualcuno lo schernì per questo gesto, e lui disse: «Che ci posso fare se Dionisio ha le orecchie nei piedi?» lasciando intendere che egli stesse manipolando il tiranno per i propri fini.

Una cosa analoga accadde anche quando Dionisio sputò addosso ad Aristippo, senza che quest’ultimo si offendesse. A chi gli rimproverava di non aver reagito, diceva: «I pescatori si fanno bagnare dall’acqua di mare per pescare un ghiozzo, ed io non dovrei sopportare un po’ di saliva per catturare una balena?».

Una volta, per compiacere il tiranno di Siracusa, Aristippo non esitò a vestirsi da donna per danzare davanti ai commensali. Dionisio, infatti, nel corso di un banchetto, aveva ordinato d’indossare una veste color porpora e di mettersi a ballare.

Platone, che era presente in quell’occasione, si rifiutò di obbedire e, per salvare la sua dignità, citò il verso: «non potrei indossare un abito da donna». Aristippo invece eseguì la volontà di Dionisio, con leggerezza ed allegria, giustificandosi con il seguente verso: «anche nelle feste di Dioniso, chi è pura non si corromperà!».

Non a caso Diogene da Sinope, con la sua acuta ironia, prese a chiamare Aristippo “cinico regale”. Ma forse, per sottolineare la sua capacità d’ingraziarsi la simpatia dei potenti, così da ottenere dei vantaggi, egli avrebbe più correttamente dovuto accostare la figura del filosofo di Cirene a quella di un gatto.

In ogni modo, la strategia di Aristippo portò i suoi frutti, e quando un giorno alcuni gli rinfacciarono di aver preso del denaro da Dionisio, mentre Platone aveva ricevuto un semplice libro, egli rispose con ironia che ciascuno aveva ricevuto ciò di cui aveva bisogno.

Platone si vendicò scrivendo nel Fedone che il giorno della morte di Socrate, Aristippo, invece di esser lì presente con gli altri suoi condiscepoli, si trovava in Egina, un’isoletta rinomata per esser luogo di piaceri e dissolutezze.

Il fatto che Aristippo non disdegnasse i godimenti e la ricchezza, infastidì non pochi e gli venne rinfacciato in molte altre occasioni, costringendolo ad inventare delle giustificazioni.

A chi lo redarguiva per la sua vita lussuosa, diceva: «Se il lusso fosse un male non sarebbe presente nella festa degli dei». Ma questa battuta non sempre era sufficiente.

Una volta il sofista Polisseno rimproverò Aristippo perché a casa sua aveva visto donne bellissime e cibi prelibati. Dopo un po’ di giorni i due s’incrociarono di nuovo e Aristippo gli disse: «Vuoi essere nostro ospite oggi?». E siccome Polisseno accettò, aggiunse: «Perché allora mi rimproveravi? Mi sembra che tu disapprovi la spesa, non il lusso!».

Un tale, invece, gli fece notare che egli aveva l’abitudine di incontrare i filosofi sempre nelle case dei ricchi. E Aristippo gli rispose argomentando che «anche i medici vanno nelle case degli ammalati, ma non per questo è meglio essere ammalati piuttosto che medici».

In uno di questi incontri un uomo incominciò a vantarsi della vastità della sua erudizione. Al che Aristippo sgonfiò il suo ego con le seguenti parole: «Chi mangia moltissimo non è più sano di chi porta alla bocca lo stretto necessario; allo stesso modo non serve leggere molto ma fare letture utili».

In verità Aristippo, in caso di necessità, riusciva ad adattarsi, e ad essere felice, anche quando si trovava lontano dai godimenti lussuosi e ricercati.

Un giorno si concesse un momento di relax in un bagno pubblico assieme al mitico Diogene da Sinope. Quando i due uscirono dalla vasca, Aristippo indossò per scherzo il mantello sporco e sudicio del Cinico, lasciandogli la propria clamide purpurea.

Ovviamente quando quest’ultimo si accorse che avrebbe dovuto indossare quell’indumento così sfarzoso e pregiato, preferì andarsene via completamente nudo!

Questa vicenda però fece guadagnare ad Aristippo l’ammirazione di Stratone che, riferendosi al filosofo di Cirene, disse: «Tu solo hai il dono d’indossare l’elegante clamide e un misero straccio», e di Orazio che, del cirenaico, apprezzava la capacità d’indossare con disinvoltura entrambi i mantelli.

A chi voleva sapere cosa avesse guadagnato dalla filosofia, Aristippo diceva: «La possibilità di trovarmi bene con tutti». E quando gli chiesero come morì Socrate, rispose: «Come avrei voluto morire io stesso».

Il luogo della morte di Aristippo non è noto con certezza: c’è chi sostiene che spirò a Lipari, nelle Isole Eolie, a causa di una malattia, e chi invece afferma che infine, dopo un lungo soggiorno in Sicilia ed una sosta a Lipari, fece ritorno nella sua città natale.

È noto invece che dopo la morte di Aristippo il Vecchio, la sua filosofia di vita fu ripresa, ampliata e organizzata in modo sistematico dai filosofi Arete di Cirene e Aristippo il Giovane: nacque così la scuola cirenaica.

Arete di Cirene e Aristippo il Giovane

Nel corso della sua esistenza, Aristippo ebbe una figlia bellissima: Arete di Cirene.

Suo padre si premurò di fornirle un’istruzione adeguata trasferendole la propria eredità spirituale e facendola studiare, come allieva di Platone, nella scuola filosofica di Cirene fondata dallo stesso Aristippo.

Da grande Arete divenne lo splendore dell’antica Grecia: a proposito di lei si dice che abbia posseduto la bellezza di Elena di Troia, la virtù di Penelope, la penna di Aristippo, l'anima di Socrate e la lingua di Omero.

Ella si occupò di filosofia morale, scrivendo una quarantina di libri, che però sono andati persi, ed infine, dopo aver insegnato per trentacinque anni ad Attica, assunse la direzione della scuola filosofica fondata dal padre.

A sua volta, Arete ebbe un figlio, che con gran fantasia chiamò Aristippo, e si occupò personalmente della sua educazione, trasferendogli la propria eredità culturale.

Una volta iniziato alle dottrine del nonno, anche Aristippo il Giovane, anche noto come Aristippo Metrodidatta, divenne un filosofo di talento e diede degli importanti contributi alla definizione del pensiero filosofico della scuola cirenaica.

Ad onor del vero, bisogna dire che purtroppo non siamo in grado di discernere con precisione quali tra le dottrine filosofiche che ci sono state tramandate come patrimonio dei cirenaici siano da attribuire ad Aristippo il Vecchio, Arete di Cirene e Aristippo il Giovane.

A detta di Aristocle di Messene, fu proprio il nipote di Aristippo ad elaborare la filosofia di suo nonno, fino a renderla un sistema completo, ma le testimonianze dovute a Platone, Aristotele e Speusippo, suggeriscono di dover attribuire ad Aristippo il Vecchio almeno le dottrine fondanti della scuola cirenaica.

Così come accadde con la scuola dei megarici e con gli esponenti del cinismo, anche i cirenaici posero l’approccio teoretico e la ricerca scientifica in secondo piano rispetto alla filosofia morale.

Il loro interesse principale era prevalentemente di tipo etico, ma a differenza dei megarici e dei cinici, i membri della scuola di Cirene svilupparono un’etica piuttosto sofisticata che, stando alle testimonianze di Sesto Empirico e di Seneca, era suddivisa in cinque parti e prevedeva rispettivamente: 

una fisica, che indagava le cause dei fenomeni naturali; una logica, che si occupava d’individuare un criterio di verità; una gnoseologia, ovvero una teoria della conoscenza; un’analisi intorno alle cose da desiderare e da fuggire, ovvero rispetto al bene e al male; ed infine un’indagine attorno alle passioni, alle sensazioni ed ai sentimenti.

La teoria della conoscenza dei cirenaici rifletteva il pensiero di Protagora sintetizzato nel suo celebre aforisma: «L'uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono, e di quelle che non sono per ciò che non sono».

Così essi ritennero che l’unico modo per cogliere la verità fosse quello d’affidarsi alla sensazione, e in questo modo ridussero la logica all’essenziale, finendo per trasformarla in una dottrina che aveva lo scopo d’individuare un metodo concreto per intercettare la verità.

Tutta la conoscenza, dunque, è sensazione immediata ed individuale. Ma la sensazione, sebbene sia sempre vera per ogni individuo, non può essere utilizzata per accedere ad una conoscenza oggettiva e assoluta che sia universalmente valida, ed inoltre non è in grado di dire nulla in merito alla cosa da cui essa è generata.

L’uomo può conoscere soltanto le proprie sensazioni, ma esse non possono che essere degli stati soggettivi che di conseguenza danno luogo ad una conoscenza intersoggettivamente incomunicabile.

Al di là della certezza individuale dovuta al fenomeno della sensazione, non è possibile affermare nulla di certo. La vera natura di ciò che causa le sensazioni è preclusa alla conoscenza dell’uomo.

Gli stessi nomi comuni, che si è soliti attribuire alle cose, sono delle convenzioni, e non è detto che riflettano la vera caratteristica delle cose, giacché essi sono associati da ciascuno in base alle proprie affezioni personali, le quali, però, non sono confrontabili con quelle degli altri individui ed inoltre non c'è nulla che ci assicuri che corrispondano alla vera realtà.

Ad esempio, che un individuo percepisca un cibo come dolce, può asserirlo con certezza, ma che quell’alimento sia effettivamente dolce egli non può saperlo, perché magari ciò che a lui appare come dolce in realtà è salato.

Ed ancora, che due soggetti sostengano di percepire il colore rosso osservando un oggetto, è senz’altro vero, ma magari ciò che uno di essi chiama rosso, in realtà, nella sua mente appare colorato di verde... e così via.

Ma che cos’è la sensazione? Secondo la dottrina dei cirenaici la sensazione è ciò che emerge da un particolare tipo di “moto”.

Esistono due forme di movimento: la prima riguarda l’oggetto, ed esercita una potenza attiva; la seconda concerne il soggetto, ed ha potenza passiva.

L’oggetto dunque agisce sul soggetto e dall’incontro di queste due forme di moto hanno origine, da un lato, l’oggetto sensibile e, dall’altro, la sensazione dell’oggetto.

Per i cirenaici nulla è, ma tutto si genera, giacché né gli oggetti sensibili, né le sensazioni ad essi associati, sussistono prima che avvenga l’incontro dei “moti” responsabili della loro generazione; né essi possono continuare ad esistere una volta che quell’incontro abbia avuto termine.

È interessante osservare come queste tesi, portate alle estreme conseguenze, conducano ad una sorta di solipsismo ante litteram (dal latino solus, "solo" e ipse, "stesso", cioè "solo se stesso"), secondo cui l’universo non sarebbe altro che una rappresentazione della propria, particolare coscienza.

Inoltre, a detta dei cirenaici, queste forme di moto, responsabili della generazione degli oggetti e delle sensazioni, sono numericamente infinite e possono assumere un’infinità di gradazioni. Ciò spiega la molteplicità delle cose e delle affezioni che possono essere provate.

In particolare, anche gli stati emotivi dell’essere umano non sono altro che particolari tipologie di sensazioni che possono sostanzialmente essere racchiuse in tre categorie, sebbene ciascuna di esse si distingua dalle altre soltanto per l’intensità del moto che le caratterizza.

Vi è il piacere, che è generato da un movimento lieve, paragonabile all’ondeggiare d’un mare quieto o ad una brezza fresca e leggera in una giornata assolata;

vi è il dolore, che è prodotto da un movimento violento, paragonabile ad una potente tempesta o ad una vorticosa tromba d’aria;

ed infine vi è uno stato di quiete, in cui non si prova né dolore né piacere, che è prodotto dalla stasi, ovvero dall’assenza di movimento, ed è paragonabile ad un mare completamente piatto o all’assenza di vento.

In altre parole, il moto che produce la sensazione fa sì che quest’ultima muti in qualità, all’aumentare della quantità: in assenza di moto non si prova né piacere né dolore; se il movimento è lieve e dolce, esso produce piacere; e quando invece il moto si fa eccessivo, divenendo rude e violento, si ha il dolore.

Siccome l’unico criterio di verità è da ricercarsi nella sensazione, per i cirenaici essa è da considerarsi anche come unico criterio d’azione e di condotta morale. E dovendo decidere tra assenza di passioni, piacere e dolore, essi non esitarono a scegliere il piacere, elevandolo ad unico ed universale obiettivo, comune a tutti gli esseri umani.

Il fine dell’esistenza, dunque, risiede nella ricerca del piacere. Non a caso l’essere umano, così come anche gli altri animali, tende spontaneamente ad esso e rifugge dal suo contrario, cercando di evitare il dolore.

I cirenaici sostenevano anche che ogni piacere in sé fosse un bene e che non esistesse una distinzione tra piaceri buoni e cattivi, in quanto essi si differenziano soltanto in base alla loro gradazione d’intensità.

Socrate aveva sostenuto che i piaceri dell’intelletto fossero i più elevati tra quelli che un essere umano avrebbe potuto sperimentare nel corso della vita.

I cirenaici negarono questa tesi ritenendo che le sensazioni fisiche, piacevoli o spiacevoli, siano decisamente più intense rispetto a quelle psichiche; per questo motivo i malvagi venivano puniti procurandogli dei dolori fisici e non mentali. Di conseguenza i piaceri fisici erano da preferire rispetto a quelli spirituali.

Ma il piacere fisico ha un’altra caratteristica: esso è sempre puntuale e si presenta soltanto nel momento presente. Il godimento fisico vissuto nel passato non c’è più, e quello di cui si potrà godere nel futuro non è detto che giungerà.

Inoltre, il godimento fisico, oltre ad essere particolare e circostanziato, è sempre un piacere “attivo”, che scaturisce dalla sensazione prodotta dall’incontro tra soggetto e oggetto.

Tenuto conto di questi aspetti si può concludere che la felicità non è altro che la risultante di tutti i singoli istanti di piacere di cui si ha modo di godere.

Il vero fine, dunque, è il godimento particolare, mentre la felicità è ciò che consegue da essi. Pertanto la felicità non va ricercata in quanto tale, ma sopraggiunge come effetto secondario dovuto al corretto modo di vivere, orientato ad un piacere ricercato istante per istante, nel qui ed ora.

Si comprende quindi la netta distanza tra le posizioni dei cirenaici e quelle che, circa un secolo più tardi, sarebbero state sostenute da Epicuro, secondo cui il miglior piacere da ricercare non è quello attivo, bensì quello statico, associato alla mancanza di movimento, prodotto dall’assenza di dolore e dall’eliminazione del turbamento dell’animo, che consente all’essere umano di evitare d’affannarsi con una continua ed effimera ricerca del godimento.

Ai cirenaici queste tesi non sarebbero affatto piaciute, perché, a loro avviso, evitando il dolore e la ricerca del piacere fisico, l’essere umano si sarebbe trovato a sperimentare una sorta di stato di sonno e, di conseguenza, non avrebbe potuto vivere con pienezza la propria esistenza.

A loro avviso la virtù non consisteva nell’essere in grado di allontanare le passioni, ma nello sviluppare un grado di autodominio tale da riuscire a sperimentarle senza esserne dominati.

Ciò che è turpe non è il piacere, ma il restarne vittima. Soddisfare le passioni non è un male, lo è il lasciarsi travolgere a causa di un eccessivo coinvolgimento. Il godimento non è da condannare, ma bisogna stare molto attenti alle insidie che esso sottende.

A volte, infatti, le cose che producono piacere hanno una natura dolorosa. Di conseguenza, la ricerca dei godimenti richiede saggezza ed intelligenza. Per questo motivo, in generale, il sapiente riesce ad avere un’esistenza migliore rispetto all’ignorante.

Così come suggerito da Aristippo, anche i cirenaici ritennero che le leggi, l’organizzazione politica, la famiglia e la religione, fossero delle convenzioni sociali e non avessero valore di per sé, ma soltanto in relazione alla possibilità di sfruttarle a proprio egoistico vantaggio.

Ciò che per i membri delle civiltà con cui si veniva in contatto aveva valore, andava conosciuto e talvolta addirittura rispettato, perché ciò avrebbe consentito al sapiente di evitare di ritrovarsi in situazioni dolorose e di procurarsi qualche forma di piacere.

Questo era, in estrema sintesi, il pensiero dei cirenaici nel periodo in cui essi raggiunsero la loro acme.

Ciò che avvenne da lì in avanti è presto detto: nonostante il grande lavoro di sistematizzazione, probabilmente effettuato da Aristippo il Giovane, la scuola di Cirene non ebbe lunga vita.

Essa, infatti, si frammentò per opera dei suoi stessi seguaci, dando origine ad una moltitudine di sottocorrenti minoritarie.

Successivamente anche queste nuove concezioni finirono per dissolversi e vennero superate dall’edonismo epicureo, assai più complesso e ricercato rispetto ad esse.

Tra i più importanti esponenti responsabili della frammentazione della scuola cirenaica, citiamo: Teodoro, Egesia ed Anniceride.

Teodoro di Cirene

Teodoro di Cirene (340 a.C. - 250 a.C. circa) fu uno di quegli esponenti della scuola di Cirene che cominciarono a discostarsi dalla corrente di pensiero avviata da Aristippo.

Il principale motivo di rottura riguardò l’individuazione del fine dell’essere umano. I cirenaici si erano convinti che il fine fosse il piacere, riferendosi in particolar modo al godimento fisico ed immediato circostanziato nell’istante presente.

Teodoro invece riteneva che il vero fine fosse la gioia, spostando così l’ideale edonistico dal piacere istantaneo corporeo ad uno stato di soddisfazione duratura dell’animo. Inoltre aggiunse che questo sentimento di costante, pieno e vivo appagamento spirituale, non poteva essere raggiunto senza coltivare la sapienza: così come la gioia è posta nella saggezza, la tristezza è posta nell’insensatezza.

Il piacere ed il dolore non sono né beni né mali: presi di per sé essi sono indifferenti. I veri beni sono la saggezza e la giustizia, mentre i mali sono l’insensatezza e l’ingiustizia.

Si dice che Teodoro coltivò la sapienza fino al punto d’arrivare a demolire tutte le opinioni espresse dagli antichi greci attorno alle divinità.

Stando alla testimonianza di Cicerone, la sua polemica antireligiosa non si arrestò alla negazione dell’esistenza degli dei del culto popolare: egli sosteneva l’inesistenza di ogni divinità.

A causa del suo ateismo fu soprannominato l’Ateo e venne cacciato in malo modo da Atene; non che a Teodoro importasse più di tanto di quella città, dal momento che egli sosteneva che per il sapiente l’unica vera patria è l’universo.

E siccome è da sconsiderati gettar via la propria saggezza per l’utilità degli insensati, allora è anche ragionevole che l’uomo di valore non si sacrifichi per ciò che i più chiamano, a torto, patria.

Teodoro parlava in modo franco con chiunque ed aveva una gran considerazione di sé. Quando il re Lisimaco gli chiese: «Non te ne andasti dalla tua patria spinto anche dall’invidia?», egli rispose: «Non dall’invidia, ma dai pregi della mia natura, ai quali la mia patria non faceva posto sufficiente».

Oltre agli dei ed alla patria, Teodoro rifiutò anche il valore dell’amicizia in quanto essa era insussistente sia per gli insensati che per i saggi.

Per i primi, infatti, l’amicizia si risolve in un rapporto d’utilità, tanto è vero che quando l’uno non ha più bisogno dell’altro, anche l’amicizia sfuma; i secondi, invece, non ne hanno affatto bisogno, perché sono autosufficienti e bastano a se stessi.

Qual è, dunque, il comportamento che si addice al saggio?

Quello di far uso di ciò che egli brama apertamente e senza alcuna esitazione, ma soltanto al momento opportuno.

Si può rubare, commettere adulterio e perfino compiere sacrilegi, perché nessuna di queste cose è turpe per natura, ma è giudicata tale a causa dell’opinione che sussiste per accordo degli stolti.

Di conseguenza il saggio potrà fare tutto ciò che egli ritiene utile e desiderabile per se stesso, violando le leggi e le convenzioni sociali, qualora fosse necessario.

Egesia di Cirene

Egesia di Cirene fu un filosofo greco antico vissuto nel IV secolo a.C. al tempo del sovrano macedone Tolomeo I.

Fu un allievo della scuola cirenaica e ne abbracciò la concezione edonistica, ma ben presto si discostò dalle tesi di quell’indirizzo filosofico traendo delle conclusioni decisamente pessimistiche: la felicità è un’illusione ed è concretamente impossibile da conseguire; vivere o morire è indifferente.

Com’è possibile che Egesia finì per sostenere delle posizioni così negative?

Egli ribadì il principio fondamentale dei cirenaici, secondo cui il fine della vita è da individuarsi nel piacere, ma pose l’accento sull’analisi della sua effettiva realizzazione.

In questo modo si convinse che il piacere fosse sì qualcosa di raggiungibile, ma soltanto in modo sporadico ed aleatorio, mentre il suo contrario, il dolore, riusciva sempre ad avere il sopravvento.

Il corpo, infatti, è destinato a subire mille turbamenti e l'anima a soffrire con il corpo, ma anche se per assurdo tutto ciò non avvenisse, l’essere umano sarebbe comunque tormentato da sentimenti e pensieri.

Come se ciò già non bastasse, nel corso della vita bisogna scontrarsi anche con la cattiva sorte, che ha il potere di rendere vane le cose ambite e desiderate.

Di fatto, l’individuo è impotente rispetto al proprio destino, perché in realtà gli eventi sono determinati, più che dai propri sforzi, da Tyche, la dea della fortuna.

Chiunque può constatare che i casi favorevoli sono di gran lunga inferiori rispetto a quelli sfavorevoli. Di conseguenza, i piaceri della vita sono quasi sempre irraggiungibili, mentre i dolori e i dispiaceri sono praticamente certi.

Egesia relativizzò anche il concetto di piacere, sostenendo che esso non fosse un qualcosa di oggettivo o di naturalmente determinato, ma variasse da persona a persona e da situazione a situazione.

Così può accadere che ciò che per alcuni è considerato piacevole, sia giudicato spiacevole da altri, e persino lo stesso individuo, in un’altra situazione, potrebbe reputare spiacevole ciò che in passato aveva giudicato piacevole.

A causa della novità, della rarità o della sazietà, può verificarsi che taluni godano della medesima cosa che altri evitano ben volentieri.

Egesia svalutò anche le sensazioni, che invece i cirenaici aveva elevato a criterio di verità, perché si rese conto che da esse non conseguiva una conoscenza certa. Sicché vi era incertezza, non solo rispetto ai piaceri, ma anche rispetto alle cose che ciascuno reputava esser vere sulla base delle proprie sensazioni.

A suo avviso, il piacere e l’utilità esauriscono i valori dell’essere umano: gratitudine, amicizia e beneficenza non sono nulla di per sé, esse sussistono fin quando vi è un rapporto d’utilità, senza il quale anch’esse decadono.

Tutto ciò autorizzava Egesia a sostenere l’impossibilità del conseguimento di una felicità intessuta da tanti piccoli godimenti, che difficilmente si sarebbero potuti sperimentare nel corso dell’esistenza e in ogni caso sarebbero stati sovrastati dagli eventi avversi, dolorosi e spiacevoli.

Pertanto, il modo corretto di vivere, secondo Egesia, non consiste nell’affannarsi avventurandosi in una vana ed illusoria ricerca della felicità, ma nel tentare, per quanto possibile, di scansare i dolori, restando indifferenti ai piaceri.

Perciò il sapiente non spenderà le proprie energie per procurarsi i beni ma per evitare i mali, scegliendo per sé una vita che non risulti né faticosa, né dolorosa.

In questo modo egli operò per primo una inversione dell'edonismo positivo di Aristippo, volto alla ricerca attiva dei piaceri, trasformandolo in un edonismo negativo, il cui scopo ultimo consiste nell’allontanare il dolore, attraverso un’etica fondata sulla rinuncia e l'indifferenza.

Ma tutto ciò poteva essere conseguito soltanto coltivando uno stato d’animo distaccato rispetto alle cose, ai piaceri ed alla stessa vita, perché se non è possibile essere felici, allora vita e morte sono da scegliersi senza alcuna preferenza. 

Soltanto l’individuo insensato può considerare il vivere come un qualcosa di vantaggioso, l’uomo saggio lo reputa indifferente.

Anzi, se si riflette con attenzione, prosegue Egesia, ci si accorge che la morte non dev’essere in alcun modo temuta, perché essa non ci allontana dai beni della vita, ma dai mali.

Si narra che la diffusione di queste tesi provocò delle reazioni catastrofiche nei cittadini di Alessandria d’Egitto: tale era la forza del pessimismo di Egesia che alcuni, dopo averlo ascoltato, si procuravano spontaneamente la morte.

A causa di ciò Egesia venne soprannominato “persuasore di morte” (o anche come “avvocato della morte”) ed il re Tolomeo I dovette intervenire vietando l’insegnamento delle sue dottrine che istigavano al suicidio.

Anniceride di Cirene

Anniceride di Cirene, da non confondere con il suo omonimo noto per aver riscattato Platone dalla schiavitù, fu uno degli ultimi filosofi della scuola cirenaica.

Visse tra il IV e il III secolo a.C. e fu il filosofo che più di tutti tra i cirenaici si discostò dalla spregiudicatezza di Aristippo, e ancor più di Teodoro l’Ateo, e dal pessimismo di Egesia.

A differenza dei suoi precedessori, Anniceride si rese conto della grande importanza che le interazioni sociali rivestono nella ricerca della felicità.

Per questo basò la propria filosofia morale sulla simpatia verso i propri simili e rivalutò quei valori che fino ad allora erano strati screditati dai cirenaici, come ad esempio: l’amicizia, l’altruismo, la riconoscenza, il sacrificio, i legami familiari e addirittura l’amor di patria.

Così facendo Anniceride ruppe il celebre individualismo dei cirenaici, adottando una visione edonistica che ricercava il piacere assieme agli altri. E non di meno si discostò dalla tipica visione cosmopolita degli esponenti della scuola di Cirene.

Egli sosteneva che non si può ottenere il massimo del piacere senza aprirsi agli altri, sforzandosi di comprendere i bisogni reciproci, così da tendere assieme al bene comune. Viceversa, escludendo dalla ricerca della felicità i propri simili, molte occasioni per conseguire il piacere sarebbero andate perdute.

L’amicizia non deve fondarsi sull’utilità, e tanto meno deve dissolversi qualora quest’ultima venisse meno: essa deve scaturire dalla benevolenza.

L’affetto degli amici è una forza che consente di sopportare e superare i dolori.

Non si deve attribuire valore soltanto al piacere fisico, perché se è vero che i godimenti del corpo possono essere colti soltanto nell'instante in cui vengono prodotti, quelli spirituali si prolungano nel tempo, possono essere rievocati e produrre conforto nei momenti di difficoltà.

Ammettendo nella propria vita l’amicizia, la gratitudine, il rispetto per la famiglia e l’adoperarsi per la patria, il saggio riuscirà ad esser felice, anche se nel corso della sua esistenza proverà soltanto piccoli piaceri e subirà grandi fastidi.

Mirco Mariucci

Fonti
  • Il pensiero occidentale, di Giovanni Reale e Dario Antiseri.
  • Storia della filosofia, di Luciano De Crescenzo.
  • Storia della filosofia, di Nicola Abbagnano.
  • Storia del pensiero scientifico e filosofico, di Ludovico Geymonat.
  • Vite dei filosofi, Diogene Laerzio.
Scuola cirenaica
Aristippo di Cirene
Arete di Cirene
Teodoro l'Ateo
Egesia di Cirene
Anniceride di Cirene
Etere

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