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venerdì 16 gennaio 2015

L'economia del dono: “solo per l'amore di farlo”.

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«Questo sono io, e queste sono tre persone, a cui darò il mio aiuto; ma dev'essere qualcosa di importante, una cosa che non possono fare da sole, perciò io la faccio per loro... e loro la fanno per altre tre persone... siamo a nove... ne aggiungo tre a ognuno... » (Trevor McKinney, presenta alla lavagna la sua idea per la società, nel film "Un sogno per domani")

Vorrei parlavi di un progetto che può essere molto efficace per passare da un mondo fatto di mercato e competizione ad una realtà di condivisione e collaborazione, una visione ben più auspicabile per il nostro futuro.

Si tratta di non vivere più l'economia in modo “passivo”, ma di essere soggetti “attivi” e partecipi. L'idea riguarda lo scambio solidale di lavoro, strumenti e spazi.

L'iniziativa ha avuto origine da Mark Boyle, un ragazzo inglese saltato agli onori della cronaca come “the no money man”, a causa della sua scelta di vivere senza denaro, che dice di essere stato ispirato da Gandhi: «mi ha insegnato una lezione enorme, di essere il cambiamento che volevo vedere nel mondo». Un giorno, Mark ha concepito il progetto “just for the love of it”, ovvero “solo per l'amore di farlo”. 

Si tratta di una proposta che rivoluziona sia il concetto di lavoro che quello dei rapporti umani. Infatti tutte le persone che andranno ad interagire, condividendo questa nuova visione, istituiranno una comunità di free-economy, cioè di economia libera: negli scambi non ci sarà il denaro e ogni iniziativa sarà volontaria e gratuita.

Questo tipo di approccio porterà come benefico effetto collaterale l'aumento ed il rafforzamento dei contatti umani, che porteranno ad una maggiore coesione e ad una maggiore connessione tra gli individui nell'ambito di una comunità. 

Il semplice gesto della condivisione in alcuni casi farà risparmiare denaro, in altri permetterà di eliminarlo, portando, al contempo, alla formazione di nuovi legami e amicizie.

Complessivamente l'intero sistema troverà giovamento: si tratta della classica situazione definita con i termini “win win win”, nella quale tutti gli attori traggono beneficio e ne risultano vincenti.

Esistono altre proposte di economia alternativa. Ad esempio, l'idea del progetto “just for the love of it” ha delle similitudini con la “banca del tempo”, che a sua vola si occupa di scambio solidale, ma nella quale vengono accreditate su di un conto le ore “prestate” ad altri esseri umani, consentendo così un concetto di “accumulo”, simile a quello capitalistico. 

Al contrario, nell'economia del dono c'è un'evoluzione molto significativa, in quanto viene abbandonata qualsiasi contabilizzazione: ogni iniziativa è libera e solidale, ed avviene non tenendo conto d'un immediato ritorno personale, in quanto un'azione viene svolta solo per il piacere di farlo.

Mentre gli altri sistemi economici si focalizzano sullo scambio, la free-economy basata sul dono, si concentra sul concetto di relazione, basandosi sul principio economico del cosiddetto “pay it forward”, che in italiano è noto come “non pagare, passa il favore”.

Supponiamo che una persona mai vista e conosciuta, vi dedichi un po' del suo tempo, mettendo a vostra disposizione le proprie competenze, vi presti degli strumenti o vi permetta l'accesso ad alcuni spazi che ha a disposizione; poco tempo dopo voi potreste fare esattamente la stessa cosa con un'altra persona che ha bisogno del vostro aiuto, il tutto senza la presenza del denaro, ma soltanto in cambio dell'implicita richiesta di “passare il favore”.

Partecipando a questa iniziativa avrete a disposizione un'enorme quantità di risorse e di competenze, creando fiducia nel prossimo. Immaginate quale miglior inizio possa avere un rapporto sociale, se non quello di fare qualcosa insieme solo per l'amore di farlo?

Se immaginiamo che ogni individuo “passi il favore” ad altri  esseri umani, nel giro di poco tempo tutta la comunità avrebbe ricevuto a sua volta “doni”, che sarebbero in grado di sopperire a moltissime necessità della collettività.

Possiamo immaginare che in tutto ciò che viene donato esista “un'anima”, che si ricolleghi all'autore del dono, così che il dono sincero e disinteressato, divenga un prolungamento stesso dell'individuo, in grado di mettere in contatto gli esseri umani, tessendo una rete di rapporti interpersonali. Il dono diverrebbe quindi un potente mezzo d'interconnessione, perché mentre è molto semplice dimenticare chi ci ha venduto un oggetto in cambio di denaro, lo è molto di meno farlo con chi si è reso disponibile e ci ha aiutato senza pretendere nulla in cambio: l'anima presente nel suo dono ci accompagnerà per tutto il resto della nostra vita.  

Lo stessa parola “comunità”, in latino, è composta dalla preposizione “cum”, che significa “con” e dal termine “munus”, che vuol dire dono, che ci porta a pensare che il fondamento d'una società sia assimilabile al concetto di donare.

Questa nuova visione di primo acchito può sembrare strana, o forse addirittura può apparire come una forzatura, ma chiediamoci: perché se una persona ha bisogno di aiuto gli dev'essere per forza richiesto di pagare o di ricambiare con un equivalente immediato? 

Nell'economia del dono lo scambio non è più motivato dal calcolo e dalla razionalità, in una continua ricerca di un equilibrio espresso mediante la formulazione d'un prezzo, ovvero tra l'incontro della domanda e dell'offerta; 

nell'economia del dono, il singolo valorizza la relazione sociale donando alla collettività, facendone parte in modo attivo, venendo ricambiato, in futuro, dagli altri membri della comunità, che non saranno necessariamente gli stessi che egli ha aiutato in passato.

Con questa nuova visione si avrebbe un salto evolutivo, passando dall'homo economicus, un individuo che punta al suo massimo benessere individuale, troppo spesso in modo amorale, all'homo-politicus ovvero un individuo olistico, che si sente parte di un tutto, società e natura compresa. Vi sto parlando dell'economia del dono come presupposto fondamentale per un'economia della felicità. 

Questa visione, che vi sembrerà stravagante ed innovativa, in realtà, è ben nota in antropologia.  Per quanto possa sembrare strano, un simile individuo, è già esistito nella storia dell'umanità, in particolar modo nelle società preistoriche vissute dal paleolitico all'età del bronzo, che vengono definite madrifocali; ma possiamo ritrovare anche dei casi ben più recenti, che sono sopravvissuti sino ai nostri giorni.

Il miglior esempio storico di cultura basata sull'economia del dono è quello degli indiani d'America; in genere tutte le culture basate sulla caccia o la pesca sono organizzate con questo sistema, il che è facilmente comprensibile, in quanto nel tempo nel quale il cacciatore è lontano per cacciare, qualcun altro al villaggio svolgerà altre fondamentali attività (coltiverà, tesserà, raccoglierà legna) per poi scambiarsi liberamente i risultati e i prodotti del lavoro di ognuno.

All'arrivo dell'uomo bianco in America, la diversità di approccio sociale ed economico delle comunità era così profonda tra i due gruppi etnici, che l'uomo bianco venne definito KEEPER, cioè colui che vuole possedere e tenere per sé beni e oggetti, mentre l'indiano era un GIVER, cioè qualcuno che naturalmente tende a offrire quello che ha alla comunità.

Pensate, sopravvive ancora ai giorni nostri, tra i pellerossa, la cerimonia del Potlach, momento di incontro delle varie tribù, dove si donano cibo e beni agli altri ed è quasi una gara a chi dona di più, perché il dono è considerato una dimostrazione di prestigio.

Anche in Africa possiamo ritrovare esempi di economia del dono. Si dice che la lingua sia lo specchio di una cultura, in lingua “bantu”, che è diffusa nel sud dell'Africa, non esiste la parola “avere” e per esprimere questo concetto gli indigeni devono ricorrere ai termini “essere con”. 

In quasi tutte le lingue africane non esistono i termini “ricco” o “povero”, la qual cosa la dice lunga su quanto sia importante per loro il possesso materiale; mancano le parole proprio perché manca il sentimento, il concetto e l'idea associata. Si pensa che sia “ricco” chi ha tante relazioni sociali e tante amicizie, perché sarà la rete sociale che distribuirà i beni e l'assistenza in caso di necessità.

L'economia del dono si contrappone all'economia di mercato, dove ogni scambio viene fatto in base ad un prezzo;  si contrappone ad ogni economia pianificata, nella quale le persone fanno qualche cosa gratuitamente perché sono obbligate a farlo; si contrappone anche al baratto, dove gli scambi pretendono un equivalente, che anziché essere definito in termini di denaro, viene stimato in merci equivalenti. 

Nell'economia del dono ci sono pochissime “regole”, che più che altro sono definibili come “momenti fondamentali” basati sulla reciprocità. 

Essi sono il saper dare in modo sincero e disinteressato, mettendo a disposizione i propri mezzi e le proprie abilità; il saper ricevere, che non è del tutto scontato, in quanto nella nostra cultura non è considerato “normale” accettare qualche cosa di gratuito da persone che non conosciamo, senza poi sentire l'obbligo di contraccambiare con un equivalente; ed in fine il ricambiare, non necessariamente con la stessa persona, aiutando gli altri, interiorizzando il concetto del “passa il favore”. 

Il dono racchiude in sé una forte dose di libertà, perché se da un lato è vero che un'economia basata sul dono richiede implicitamente di restituire, dall'altro i modi ed i tempi vengono lasciati all'arbitrio dell'individuo. La grandezza del gesto di donare risiede proprio nel fatto che non ci sono garanzie per il donatore, il che implica una grande fiducia nel prossimo e nell'universo.

L'economia del dono non è una forma di baratto, non si tratta di fare regali, non è elemosinare e non è fatta di martiri; il dono non è un sacrifico o un atto eroico; l'economia del dono si basa sulla convinzione che donando, in modo da soddisfare le necessità del prossimo, s'innescherà un circolo virtuoso nella comunità, in modo tale che tutti donino a loro volta, così da creare un insieme di persone che riesce ad auto-sostentarsi nelle esigenze materiali ed intellettuali.

Le azioni di chi dona susciteranno stima, rispetto e fiducia nel prossimo, stimolando anche gli altri membri della collettività a seguire il suo esempio. 

La rete e l'informatica ci forniscono dei validissimi casi concreti di economia del dono. Si pensi ai blog, dove le persone decidono di scrivere solo per l'amore di farlo, condividendo esperienze, soluzioni e conoscenza senza aspettarsi nulla in cambio; lo stesso sistema operativo Linux è stato creato da persone con una grandissima preparazione tecnica, che hanno deciso di mettere a disposizione gratuitamente questo prodotto, così come avviene per “open-office”, la copia libera e gratuita del pacchetto office della Microsoft. 

A livello teorico, il concetto di economia del dono si basa principalmente sul lavoro del francese Marcel Mauss, che espresse questa teoria nel suo celebre "Saggio sul dono" (scritto tra il 1923 e 1924), che rimane il principale riferimento letterario ed è tuttora considerato, da alcuni autori, del tutto attuale e valido. Marcel Mauss fu antropologo, sociologo e storico delle religioni, massimo esponente della scuola di Émile Durkheim (suo zio), uno dei padri fondatori della moderna sociologia (fine 1800), che già allora aveva maturato una visione olistica della società (ovvero la società è più della somma delle sue parti) e introdotto il termine di "coscienza collettiva" (successivamente approfondito da Carl Gustav Jung) per indicare l'insieme delle credenze e dei sentimenti comuni ai membri di una società. La teoria di Mauss venne ripresa, ampliata ed ebbe un buon seguito negli anni '80 e '90, grazie ad Alain Caillé, professore di Sociologia all'Università di Parigi, fondatore e principale animatore del Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali (MAUSS), con tanto di rivista semestrale dedicata ("Revue des MAUSS").

E' sotto gli occhi di tutti che la crescita economica oltre un certo limite non porta felicità; abbiamo raggiunto un livello di consumo che è folle e suicida, che ci costringe ad una spinta infinita di produzione e lavoro. I ritmi di vita che abbiamo sono insostenibili tanto quanto i ritmi di consumo e questo meccanismo diabolico, nel quale siamo incastrati, ci porta a non avere tempo, a non poterci dedicare alle nostre relazioni affettive e sociali, danneggiando fortemente anche l'ambiente, ovvero tutti gli elementi che vanno a formare il generatore principale della nostra autentica felicità. 

Tantissime persone hanno un lavoro che non amano, perché non corrisponde ai propri talenti ed alle proprie passioni personali. La cosa più drammatica, è che il sistema induce a pensare che tutto ciò sia giusto e normale. Tutti abbiamo dei talenti e delle passioni, chi pensa di non averne è perché non li ha scoperti, in quanto non ha avuto modo di approfondire questo aspetto della sua personalità. Cerchiamo di trovare un modo per smettere di vivere la vita come se fosse un peso. 

A monte di tutto ciò, c'è il risveglio del “bambino interiore”, quello che veniva definito da Jung il “bambino divino”. Il bambino interiore è il nostro vero essere, energetico, vitale, giocoso creativo... Risanare il bambino interiore significa diventare un adulto psico-fisicamente sano e felice; il risveglio può avvenire scoprendo ed incentivando i nostri veri talenti e le nostre reali passioni, fuggendo dalle costrizioni dell'odierna società. 

In un'economia di scambio solidale, ciascuno fa ciò che sa fare ma soprattutto quello che ama fare, altrimenti come sarebbe possibile fare qualche cosa solo per l'amore di farlo?

L'istinto al donare poi, è insito nella nostra natura. Anche se osservando ciò che ci circonda verrebbe da pensare il contrario, noi siamo istintivamente portati alla condivisione e all'altruismo. Esperimenti condotti sui bambini, che non sono ancora condizionati dall'ambiente al punto da inibire le proprie attitudini naturali, sono inequivocabili. (Si veda qui)

Il nostro benessere non dovrebbe più essere legato al denaro che guadagniamo o a quello che abbiamo accumulato, ma alle relazioni sincere e disinteressate, che possiamo instaurare con gli altri “passando il favore”, avvalendoci dei meccanismi dell'economia del dono. 

FONTE:
Trascrizione e riadattamento dell'intervento di Tiziana Ronchietto tenutosi all'interno del simposio "Società Sostenibile", ad opera di Mirco Mariucci, su autorizzazione di Tiziana Ronchietto.

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