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venerdì 25 marzo 2016

Platone: l'anima immortale, la dottrina dell'anamnesi e il mito di Er.


Tratto dal saggio Il Sapere degli Antichi Greci, disponibile in formato cartaceo e digitale al seguente indirizzo, anche in download gratuito.


Tra gli aspetti degni di menzione della filosofia platonica possiamo annoverare la concezione dell'anima e la relativa dottrina dell'anamnesi. 

Storicamente la distinzione dualistica tra spirito e materia trae origine dall'ambito religioso. Ciò che lo spirito rappresenta per la cultura moderna, nell'antichità veniva concepito come anima distinta dal corpo.

Gli orfici si proclamavano figli del cielo e della terra, dai quali sostenevano che derivassero rispettivamente l'anima e le carni. A loro avviso il corpo era visto come una “tomba” dell'anima. 

Platone cerca di esprimere in linguaggio filosofico un'analoga teoria, ma l'anima immortale viene impiegata per risolvere una spinosa questione inerente l'apprendimento.

Quelle vipere dalla lingua biforcuta dei sofisti - mi riferisco in particolare ai membri della corrente Eristica sviluppatasi successivamente alle scuole di Protagora e Gorgia - avevano sostenuto che la ricerca della conoscenza fosse impossibile.

La loro tesi si basava su due assunti: se chi intende effettuare la ricerca conosce già l'oggetto della ricerca, allora quest'ultima non ha ragion d'essere; se invece non si conosce ciò che si cerca, non lo si riconoscerà, e così, anche supponendo per assurdo che sia possibile trovare ciò che si cerca, non si riuscirà comunque a conoscerlo.

Quindi, se nessuno cerca di sapere ciò che già sa, e nessuno può sperare di sapere alcunché, se non sa neanche cosa cercare, se ne deduce che non si può apprendere né ciò che si sa, né ciò che non si sa, ovvero l'apprendimento è impossibile.

Per risolvere la questione, Platone combina la sua dottrina delle idee con la concezione orfico-pitagorica dell'immortalità e della trasmigrazione delle anime.

Il risultato originale è noto come dottrina dell'anamnesi, la cui tesi può essere sintetizzata con il motto: «Apprendere è ricordare».

L'oggetto della ricerca, la vera conoscenza, non fa parte del mondo sensibile, ma di quello sovrasensibile, il mondo delle idee e le idee sono incorruttibili, ingenerate, eterne e immutabili.

Ora, se l'anima è immortale non stupisce affatto che una volta incarnatasi talvolta possa ricordare ciò che già sapeva.

Essendo trasmigrata più e più volte, è passata sia per il mondo sensibile che per quello sovrasensibile, nel quale ha potuto scorgere le idee.

Durante il processo d'incarnazione, però, l'anima dimentica ciò che sa, ma la conoscenza può essere risvegliata.

Platone conferma la sua dottrina nel Menone con il celebre esempio dello schiavo ignaro della geometria che, opportunamente incalzato di domande da Socrate, riesce da sé a intendere l'applicazione di un caso particolare del Teorema di Pitagora.

L'unica spiegazione possibile è che in realtà l'anima dello schiavo conoscesse già quelle nozioni di geometria, e che il filosofo l'avesse solo aiutato a ricordare mediante la sua arte maieutica.     

Il tentativo di dimostrazione della fondatezza della teoria dell'anamnesi si è svolto all'incirca al seguente modo.

Lo schiavo ammette d'ignorare completamente perfino i fondamenti della geometria più elementare.

Socrate disegna sul terreno un quadrato di 2 piedi per lato e gli pone il seguente interrogativo: quanto misura il lato di un quadrato avente area doppia rispetto a quello disegnato?



Se il quadrato disegnato sul terreno ha un lato di 2 piedi, questo significa che la sua area è data da 2x2=4 piedi. Quindi, in altre parole, Socrate sta chiedendo allo schiavo quale sia il lato di un quadrato avente area pari a 4 x 2 = 8 piedi quadri.

Di primo acchito, lo schiavo sostiene che per ottenere un'area doppia sia sufficiente raddoppiare il lato. Quindi la risposta è 4 piedi.

Socrate però, sempre e solo domandando, riesce a far sostenere al suo interlocutore che il quadrato con lato di 4 piedi ha un'area uguale a 16 piedi, e non di certo a 8 piedi.

Così lo schiavo inizia a pensare che la misura del lato del quadrato da trovare debba essere compresa tra i 2 piedi del quadrato iniziale e i 4 piedi della sua prima proposta. La soluzione dev'essere 3.

Ma ancora una volta le domande di Socrate riescono a far ammettere allo schiavo che l'area di un quadrato di lato 3 piedi è 9 e non 8 piedi quadrati. Lo Schiavo è insicuro, e si rende conto di non sapere la misura del lato da trovare. 

Per Socrate l'esperimento sta comunque riuscendo, perché il ragazzo non sa ancora la risposta, come all'inizio, ma ora non presuppone più di saperla, e a tale consapevolezza egli è giunto da sé.

A questo punto il filosofo disegna altri 3 quadrati di lato pari a 2 piedi intorno al quadrato che aveva precedentemente disegnato (vedi figura).

Ed ecco che lo schiavo comprende la soluzione: se si disegnano in modo opportuno le diagonali dei quattro quadrati, si ottiene un quadrato formato da 4 triangoli che hanno area pari a mezzo quadrato iniziale.

Infatti, 4*1/2*4 piedi quadrati è proprio uguale a 8 piedi quadrati. Quindi la soluzione al problema cercato è esattamente un quadrato avente per lato la diagonale del quadrato inizialmente disegnato da Socrate.

Quest'ultimo si ritiene soddisfatto, perché lo schiavo ha ottenuto la soluzione da sé, e aveva solo bisogno che qualcuno lo aiutasse a far riaffiorare la conoscenza che l'anima dello schiavo aveva già dentro di sé. 

Se Socrate ha ragione, l'anima può ricordare e se può ricordare un'idea preesistente dev'essere anch'essa già esistita prima di essersi incarnata. 

E così abbiamo risolto il 50% del problema dell'immortalità dell'anima, quello della preesistenza, resterebbe da provare l'altra metà, ovvero l'esistenza dopo la morte.

Ma se l'anima è in grado di ricordare nozioni che ha dimenticato incarnandosi, perché preesisteva prima di sperimentare l'esistenza sensibile, ciò significa che essa deve avere una natura congenere a quella delle idee.

Quindi come le idee esistono sempre così dev'essere anche per l'anima, perché esse condividono la medesima natura. Se così non fosse, l'anima sarebbe un composto soggetto alla nascita e alla morte.

Se l'anima condivide la natura delle idee a maggior ragione è immortale, perché ciò che è uno non è divisibile quindi è incorruttibile e quindi è anche eterno.

Dal momento che l'anima è unica, immutabile e partecipa all'idea di vita, in quanto è ciò che vivifica i corpi, essa non può ospitare al contempo l'idea opposta, vale a dire quella della morte.

Per comprendere questo concetto, si pensi ad un numero dispari qualsiasi ad esempio k=5. 

Dal momento che esistono altri numeri dispari diversi da 5, k=5 non è l'idea del dispari in sé, ma partecipa dell'idea del dispari, e non può partecipare dell'idea del pari. 

Come il numero 5 non può esser pari, l'anima che partecipa della vita non può partecipare della morte. 

In sintesi, se l'anima è come le idee, allora è anch'essa unitaria, invisibile ed incorruttibile, quindi eterna, ovvero immortale. Ma Platone ricorre ad un altro argomento per tentare di giustificare l'immortalità dell'anima. 

La vita può essere associata al movimento e l'anima è ciò che vivifica i corpi trasmettendo loro il moto.

Ma differenza dei corpi, che ricevono il moto, l'anima è in eterno movimento ed è in grado di muoversi da sé. In quanto tale, l'anima è principio di movimento, ingenerata e incorruttibile, perché ciò che si muove sempre da sé, non può che essere immortale.

E così anche l'altro 50% del problema è stato risolto.

Quando la morte sopraggiunge colpisce solo il corpo, senza scalfire l'anima che si allontana senza danni conservando l'intelletto.

Dal momento che cercare e apprendere non sono altro che ricordare, non v'è motivo per essere d'accordo con i sofisti: l'anima, se ha coraggio e intraprende la ricerca, da un solo dettaglio può dar vita al processo di reminiscenza per recuperare il sapere che già è in sé ma che pensa di aver dimenticato. 

Platone sostiene che solo la divinità possiede la vera sapienza nella sua totalità, ma sebbene né chi fa professione di sapienza né l'ignorante cerchino il sapere, il primo perché già pensa di esserne in possesso ed il secondo perché non lo possiede e non ha neanche il desiderio di conoscere, vi è una terza categoria, quella dei filosofi, che ammettendo socraticamente la propria ignoranza può intraprendere il percorso di ricerca che muove dal desiderio di conoscere.

Di fatto, però, è impossibile recuperare completamente la conoscenza del mondo delle Idee, anche per il filosofo.  

Quindi, se si dà per assunta la dottrina delle idee, la reminiscenza platonica rappresenta una prova a supporto dell'immortalità dell'anima, in quanto ne implica la sua preesistenza. 

E a sua volta, l'immortalità dell'anima è necessaria per giustificare l'indagine filosofica. Ma al principio di tutto vi è la dottrina delle idee.

La natura dell'anima si può esprimere attraverso un mito. Questa è paragonata ad una biga trainata da due cavalli alati, uno di colore bianco e l'altro nero. Alla guida del carro vi è un auriga. (L'auriga è colui che guidava il carro da guerra e partecipava alle corse dei carri nei giochi dell'antica Grecia)  

Il cavallo bianco è un nobile destriero ubbidiente e competitivo, quello nero è tozzo e recalcitrante, così il compito dell'auriga di dominarli è difficile da portare a termine.

L'anima si trova in cielo e corre in compagnia degli dei; lo scopo della corsa è d'innalzarsi sino a raggiungere il mondo sopraceleste dell'Iperuranio, che è la vera sede dell'essere. 

Mentre gli dei non hanno particolari problemi, perché i loro carri sono trainati solo da cavalli bianchi, l'esito della corsa dell'anima umana è incerto a causa del cavallo balzano.

L'auriga cerca in ogni modo di indirizzare entrambi i cavalli in alto nel cielo al seguito degli dei, ma quando il cavallo nero disubbidisce agli ordini, la rotta diviene instabile e la direzione muta.

La tendenza del cavallo disubbidiente è di trascinare il carro verso il basso, ovvero verso il mondo sensibile. 

Per evitare che il carro perda quota e manchi l'obiettivo, l'auriga cercherà di ricondurre il carro verso l'alto mediante la forza del cavallo ubbidiente. Il moto risultante, però, è instabile; il rischio è di perdere il controllo e precipitare. 

Durante il conflitto, inoltre, può accadere che le ali dei cavalli si spezzino e l'auriga precipiti dal luogo celeste verso la terra. È così che ha luogo l'incarnazione dell'anima, con la caduta del carro alato.

Durante la corsa ogni anima può contemplare il mondo dell'essere, scorgendolo in una certa misura. Questo mondo fatto di idee perfette e immutabili è sovrastato dall'idea più alta che è la bellezza in sé. 

Le anime che sono riuscite a scorgere maggiormente l'Iperuranio s'incarnano in uomini che si dedicheranno al culto della sapienza e dell'amore; chi ha visto di meno, in uomini via via più lontani dal culto della bellezza e dalla ricerca della verità.

Nell'anima incarnata è proprio la visione della bellezza a suscitare il ricordo delle sostanze del mondo ideale. L'uomo può riconoscerla immediatamente, perché la bellezza è radiosa e lo attrae.

Secondo Platone la bellezza ha il privilegio di essere la più evidente e amabile tra le sostanze che possono essere scorte dalla vista.

La bellezza, dunque, è la mediatrice tra il mondo sensibile e quello dell'essere; alla sua vista l'anima incarnata reagisce con l'amore.

Alcuni uomini possono limitarsi ad amare e godere solo delle cose corporee, ma quando l'amore si concretizza nella sua vera natura non è passione, desiderio e impulso per e verso le cose sensibili, bensì per l'essere in sé, ovvero per le idee, che appartengono al mondo soprasensibile.

L'amore si fonde con quella ricerca razionale che conduce alla sapienza mediante la dialettica che, secondo Platone, è la vera arte della persuasione.

La dialettica non è indifferente alla verità, così come sostenevano i sofisti, ma diviene scienza dell'essere e dell'anima. 

La persuasione, quindi, consiste nel ricondurre le anime cadute alla conoscenza del mondo sovrasensibile: l'Iperuranio.

All'atto dell'incarnazione si lega un altro mito platonico, quello di Er, con il quale il filosofo intende spiegare il concetto del destino degli uomini.

Er è un guerriero valoroso morto in battaglia che dopo 12 giorni è risuscitato e così ha potuto raccontare agli uomini che cosa accade dopo la morte.

Il suo corpo stava per essere arso sul rogo, secondo tradizione, quando Er si ridestò dal sonno mortale e iniziò a raccontare ciò che aveva “vissuto” nell'aldilà.

Uscita dal corpo la sua anima si era ricongiunta con molte altre. 

Vi erano dei giudici che esaminavano le anime e sentenziavano; i giusti venivano premiati e potevano salire in cielo, mentre gli altri venivano puniti e dovevano recarsi nelle profondità della terra.

Dopo un lungo ma limitato periodo di mille anni, premi e punizioni cessavano e le anime dovevano reincarnarsi. Fanno eccezione i tiranni, che sono condannati per l'eternità.

Così le anime iniziavano a camminare fin quando scorgevano una luce simile all’arcobaleno, alla cui sommità era sospeso il fuso della divinità Ananke (necessità), a simboleggiare il destino ineluttabile. 

In quel luogo, insieme ad Ananke, erano presenti le tre Moire, sue figlie, che siedevano in cerchio su tre troni a uguale distanza.



Il fuso ruotava sulle gambe di Ananke; Cloto, la filatrice, filava lo stame della vita e cantava il presente, non a caso il suo nome in greco antico significa "io filo"; Lachesi, che significa "destino", lo avvolgeva sul fuso e stabiliva quanto ne spettava ad ogni uomo. Ella cantava il passato; Atropo, che significa "inflessibile",  con lucide cesoie, lo recideva inesorabile, mentre cantava l'avvenire.

Quello strano luogo è adibito alla scelta del destino delle anime. Un araldo, che nell'antica Grecia aveva il compito di rendere pubblici gli atti e le disposizioni delle autorità civili e religiose, metteva in fila le anime per presentarle a Lachesi. 

Questi, prendendo dalle ginocchia della Moira dei modelli di vita, incitava le anime a scegliere secondo la loro volontà, e avvisava che la responsabilità del proprio destino era di chi sceglie e non della divinità.

L'ordine secondo il quale le anime si accingevano a scegliere era dettato dal caso, ma la scelta avveniva in modo libero tra un gran numero di modelli di vita che gli si prospettavano davanti.

Vi erano vite di animali, di tiranni, di uomini destinati al successo o al fallimento, di persone oscure o insigni.

Nessuno però risultava penalizzato: perché se è vero che i primi hanno una maggiore possibilità di scelta, anche gli ultimi possono vagliare tra una casistica vasta e diversificata, in modo tale che se la scelta è giudiziosa possono comunque condurre una vita felice.

L'importanza del mito è tutta racchiusa nei criteri di scelta. La provenienza dall'alto non è garanzia di una scelta felice. Al contrario, chi proviene dal basso, forte dell’esperienza, sceglie in modo più avveduto.

Un'anima, venuta dal cielo, non essendo provata dalle sofferenze, si lasciò abbagliare da un modello di vita apparentemente brillante, caratterizzato da potenza e ricchezza, salvo poi scoprire che in realtà quel destino fosse carico di dolore, sciagure e infelicità.

Ulisse, invece, a causa dei suoi travagli e del suo disinteresse per le avventure, scelse una vita tranquilla, oscura e modesta che era stata ignorata dai più.

Di solito, però, le anime si affidavano all'esperienza della vita passata e così, nel momento della scelta, ognuno diveniva l'artefice del proprio destino. 

Dopo di che, ciascuna di esse otteneva un daimon, e cioè un essere a metà strada fra il divino e l'umano che ha il compito di custodire l'anima, facendo in modo che si adempia il destino che esse hanno scelto. 

I vari daimon guidavano le rispettive anime da Cloto, a confermare i loro destini, e poi da Atropo a renderli inalterabili, per procedere poi dal trono di Ananke verso la pianura del Lete, afosa e senza alberi. 

Le anime si accampavano sulla riva del fiume Lete, la cui acqua non poteva essere contenuta da nessun vaso, e venivano obbligate a berla in una certa misura.

Quell'acqua ha il potere di far dimenticare ciò che è accaduto in passato. Chi non era frenato dall'intelligenza ne beveva di più degli altri, e via via che si abbeverava si dimenticava tutto ciò che sapeva.

Ad Er, però, venne fatto divieto di abbeverarsi dal Lete, in modo che potesse ricordare.

Poi le anime si addormentarono e a mezzanotte, dopo un forte tuono, vi fu un terremoto, ed ecco che all'improvviso vennero lanciate nell’avventura del nascere, veloci come stelle cadenti. 

Er, che non aveva bevuto l’acqua del Lete, si era risvegliato sulla pira funeraria: come l'anima avesse ritrovato il suo corpo gli era ignoto, ma il ricordo del mito si era salvato, e se gli avessero creduto, anche le loro anime in futuro si sarebbero potute salvare dal male e dalle sofferenze.

Il mito di Er, che inizialmente sembrerebbe rinnegare la libertà dell'uomo, in realtà la riconferma, perché il destino di ciascuno dipende da una scelta volontaria, e quella decisione avviene in funzione di ciò che l'uomo ha voluto essere ed è stato.

Così, Platone, per bocca di Socrate, può ammonire gli uomini, invitandoli a fare attenzione al momento della scelta: bisogna considerare gli effetti prodotti dalle condizioni di vita sulla virtù, tenendo conto della vera natura dell'anima.

E così dal mito di Er si può trarre un grande insegnamento di chiara ispirazione socratica.

Ed è proprio Platone a fornirci una preziosa testimonianza sugli ultimi giorni della vita di Socrate. 

Egli era presente al processo, sino al momento in cui Socrate accettò la condanna a morte impostagli dal tribunale d'Atene e bevve la cicuta, senza fuggire.

Da questa testimonianza emerge con forza l'ideale platonico dell'uomo saggio e buono fino ai più alti livelli, che non teme nemmeno la morte.

Per quanto ne sappiamo, Socrate fu il primo a proclamare quel precetto che oggi viene collegato al celebre Discorso della montagna, sostenendo che non dobbiamo render male con male ad una persona, qualunque sia il male che possiamo aver sofferto. 

Tutto ciò è testimoniato con l'esempio che Socrate dà all'umanità, mantenendosi coerente fino in fondo con il proprio ideale filosofico.

Ma l'imperturbabilità del Socrate platonico durante le sue ultime ore di vita deriva chiaramente dalla ferma convinzione che egli nutriva nell'immortalità dell'anima.

Da un punto di vista etico nulla da eccepire alla grandezza di Socrate, ma il suo coraggio sarebbe stato ben più ammirevole se non avesse creduto di poter godere della felicità in compagnia degli dei.

L'insegnamento Platonico che deriva dall'esempio socratico, è che il Filosofo in vita avrebbe dovuto dedicarsi più alle questioni dell'anima che non a quelle del corpo, per quanto gli fosse stato possibile.

Egli non avrebbe dovuto forzarsi nel reprimere il piacere dei sensi, ma più semplicemente si sarebbe dovuto concentrare su altre cose ben più nobilitanti per l'anima; non come la massa, che si preoccupa solo del godimento corporale e ritiene che senza di esso la vita non sia degna di esser vissuta.

Questa visione moralistica, che sembra suggerire la presunta superiorità dell'uomo che rifiuta ciò che rientra nel dominio dei sensi rispetto a chi non lo fa, purtroppo è fallace. 

Vi sono numerosi esempi d'individui che pur rifuggendo dai bisogni corporali hanno contribuito al manifestarsi di orrori e sofferenze indicibili, come ad esempio molti uomini di chiesa. 

Costoro hanno finito per amare il potere sopra ogni cosa, e ne hanno abusato grandemente, macchiandosi l'anima con i più grandi crimini commessi contro l'umanità.  

Sono cose che accadono quando le anime sono illuminate da Dio, ma si distaccano a tal punto dai loro corpi da privarsi della sensibilità nei confronti dei propri simili.

Si arriva così ai celebri dualismi platonici tra apparenza e realtà, idee e oggetti sensibili, ragione ed esperienza, anima e corpo... in cui il primo termine è sempre superiore al secondo.

Se il luogo comune della distinzione dualistica tra anima/spirito e corpo si è diffuso nella scienza, nella filosofia e nel pensiero popolare, è anche grazie alla grande influenza di Platone.

Dal suo punto di vista, la morte è separazione dell'anima dal corpo.

Ma l'esistenza dell'anima, lungi dall'essere provata o messa in discussione, è semplicemente assunta per vera, in quanto frutto di una credenza che ben s'intreccia con la sua filosofia. 

In questo le religioni sono simili a Platone, quando danno per assodata l'esistenza delle divinità in cui credono, fondando, derivando e giustificando, da una mera opinione arbitraria le loro dottrine e i relativi precetti etico-morali.

Euclide avrebbe replicato «Ciò che è affermato senza prova, può essere negato senza prova». E sebbene la logica c'insegni che dal falso segue ogni cosa, sarebbe preferibile che la Verità discendesse dal “vero” per necessità e non da un'illusione per casualità. 

Del resto, ammesso che la Verità in senso assoluto sia conoscibile, e su questo punto è lecito nutrire forti dubbi, è impossibile che possa giungerci dalla Rivelazione di un Essere immaginario partorito da menti avide di potere quale è, ad esempio, il dio della Chiesa Cattolica.

I danni che sono scaturiti da un simile atteggiamento dovrebbero allarmare tutti: sono stati uccisi più uomini in nome di Dio che per qualsiasi altra motivazione. 

Una cosa che mi sovviene alla mente pensando alle dottrine che promettono immortalità ed eterni godimenti è che rappresentino una chiara istigazione al suicidio: se è vero che con la morte potremmo assicurarci vita e felicità eterne, perché non procurarsele subito?

La questione è talmente evidente che la religione Cattolica si è affrettata nel proclamare il suicidio un peccato talmente grave da precludere al suicida l'accesso ai godimenti del paradiso.

Il Socrate platonico si trova un po' più in difficoltà, ma non ignora la problematica, pur limitandosi a sostenere, in modo poco convincente, ciò che avrebbe potuto sostenere anche un cattolico.

Egli paragona il rapporto tra gli uomini e la divinità, a quello che c'è tra i pastori e i buoi: come un bue, che fuggendo farebbe arrabbiare il suo proprietario, l'uomo è prigioniero e non ha diritto di aprire la porta ed andarsene. 

Sostiene che ci sono ragioni per cui un uomo deve aspettare la "chiamata" prima di andarsene, anche se poi ammette candidamente che tutto ciò è un gran mistero che non riesce ad intendere completamente.

Il Socrate platonico, inoltre, sostiene che il corpo ed i sensi rappresentino un ostacolo non solo alla virtù, ma anche alla conquista della conoscenza.

Vista, udito e tatto, sono dei testimoni imprecisi ed inaffidabili, e la vera conoscenza può essere raggiunta soltanto con l'anima mediante il pensiero, e non con i sensi.

Il passo successivo nella filosofia di Platone consiste nell'idea del bene, che egli suppone possa spingere il filosofo dal mondo sensibile a quello delle idee, identificando il bene con la realtà e quindi deducendone anche che il mondo delle idee è reale.

Ma Platone non argomenta per dimostrare l'uguaglianza tra bene e realtà, e si limita ad assumerla come evidente.

Nel mondo dell'essere vi è l'assoluta giustizia, l'assoluta bellezza, il bene assoluto... ma esse sono invisibili agli occhi e possono essere scorte soltanto dall'anima mediante l'intelletto.

E fin tanto che l'anima sarà contaminata dai mali del corpo non riuscirà a soddisfare appieno il suo desiderio di verità.

Le conseguenze di una simile presa di posizione sono piuttosto radicali: essa implica il rifiuto di ogni conoscenza empirica.

Se il vero filosofo non si occupa della vista e dell'udito, allora neanche la storia e la geografia rientrano nelle sue preoccupazioni, così come la moderna fisica sperimentale.

Può occuparsi, invece, della logica, della matematica e, volendo, della fisica teorica. 

Ma queste discipline formali sono ipotetico-deduttive e di per sé non sono sufficienti per giustificare asserzioni categoriche nei confronti del mondo “reale”, vale a dire quello di cui abbiamo esperienza sensibile.

Il punto di vista di Platone esclude chiaramente l'osservazione e gli esperimenti come metodi per incrementare la conoscenza e raggiungere la verità.

Al contrario, per gli empiristi è solo grazie al corpo ad ai sensi che possiamo metterci in contatto con la realtà. 

Per Platone, invece, il corpo è un ostacolo sia per la ricerca che per la conoscenza, perché da un lato i sensi “filtrano” il sapere e lo distorcono come se guardassimo da un vetro sporco e incrinato, dall'altro il corpo interviene puntualmente con desideri e bisogni che ci distraggono dall'indagine filosofica.

Anche gli argomenti portati a supporto dell'immortalità dell'anima in definitiva sono deboli, tant'è che, a mio avviso, non vi è nemmeno il bisogno di commentarli.

La dottrina dell'anamnesi “conoscere è ricordare” è motivata affermando che noi possediamo idee, come ad esempio la perfetta uguaglianza che, secondo Platone, non può derivare direttamente dall'esperienza, perché nel mondo sensibile non esiste una simile identità. 

Noi non sperimentiamo mai un'esatta uguaglianza, ma solo un'uguaglianza approssimativa.

Dunque, dato che quell'idea è in nostro possesso e non siamo in grado di ricavarla dall'esperienza, dobbiamo averla portata con noi da una precedente esistenza, ovvero dev'essere innata. 

Un argomento analogo sussiste anche per tutte le altre idee platoniche. 

In prima analisi, si può osservare come l'argomento della reminiscenza sia del tutto inapplicabile per quando riguarda le conoscenze empiriche.

Nessuno può essere ricondotto a ricordare con l'arte maieutica socratica il giorno, l'anno e quale fu la prima caravella a scorgere dalla vedetta il “nuovo” mondo e tanto meno può ricordare data e dettagli dell'attentato compiuto nei confronti dell'arciduca Francesco Ferdinando.

Per far ciò, con esattezza e relativa certezza, l'unico modo è esser stati direttamente presenti all'avvenimento dei fatti. 

Altrimenti, ci si può limitare a ripetere ciò che ci è stato detto e tramandando da altri, la cui esperienza a loro volta ci è necessaria per la conoscenza di quegli avvenimenti.

Nell'esempio di Socrate e lo schiavo, l'arte maieutica non conduce ad una scoperta empirica ma ad una conoscenza matematica. Lo schiavo, riflettendo grazie a delle apposite domande, riesce a dedurre una verità matematica.

Che esistano verità conoscibili con il solo pensiero può essere dimostrato per via logica, ed è innegabile.

Infatti, se per assurdo così non fosse, la frase che afferma «Non ci sono verità che si possono conoscere con il solo pensiero», sarebbe già di per sé una verità che si può conoscere con il solo pensiero.

Quanto appena ottenuto è dovuto all'applicazione del principio della “consequentia mirabilis”, ne consegue che la logica è sufficiente a dedurre l'esistenza di verità che prescindono dall'esperienza.

Ed è proprio questo tipo di conoscenze, dette "a priori", che si può supporre "esistano" e siano conoscibili da ciascuno anche a prescindere dall'esperienza. 

In particolar modo per quanto riguarda l'ambito della logica e della matematica. Non a caso molti matematici si professano platonici, più o meno apertamente. 

In seconda analisi, tentiamo di affrontare il concetto di esatta uguaglianza. 

Nel 1889 il metro era definito come la distanza tra due linee incise su una barra campione di platino-iridio conservata a Parigi. 

Prendiamo una seconda barra lunga circa un metro: che cosa s'intende con perfetta uguaglianza? 

Potemmo sostenere che le due barre sono perfettamente uguali se, utilizzando gli strumenti a nostra disposizione, non riusciamo a stabilire se la barra in esame sia effettivamente più lunga o più corta del metro campione.

Ammettiamo che la nostra barra, ad oggi, sia effettivamente indistinguibile in lunghezza rispetto al metro campione. 

Ebbene, questa definizione di esatta uguaglianza dipende chiaramente dall'accuratezza dovuta allo strumento di misura utilizzato, e magari in futuro la nostra conclusione potrebbe essere smentita. 

Il filosofo Bertrand Russell ritiene che in realtà noi non possediamo l'idea di perfetta uguaglianza, ma su questo punto mi sento di dissentire. A livello sensibile ciò è senz'altro vero: 

intuitivamente possiamo pensare di avvicinare le barre, ingrandire i bordi e vedere se collimino perfettamente, ma questo processo ad un certo punto deve arrestarsi, perché più ci addentriamo nei minuziosi dettagli degli oggetti che ci appaiono solidi e continui, e più ci rendiamo conto che essi tali non sono, fin quando giungiamo al livello delle particelle sub atomiche e scendendo sotto la scala di Plank, ci accorgiamo che tutto ciò perde di significato. 

Ma al livello del pensiero è altrettanto vero che noi possiamo idealizzare questo procedimento giungendo all'idea di perfetta uguaglianza.

Se immaginiamo le nostre barre di materiale solido e continuo, mentalmente possiamo avvicinarle ed immaginare d'ingrandire sempre di più i bordi. 

Si ha perfetta uguaglianza se, continuando ad ingrandire all'infinito gli spigoli delle due barre sovrapposte, esse continuano ad essere perfettamente allineate ad ogni zoomata successiva. 

Ciò non può avvenire nella realtà sensibile, ma nulla ci vieta di concepirlo nel mondo del pensiero.

A questo punto, però, mi sento di dissentire anche con Platone quando afferma che una simile idea non deriva dai sensi ed è già propria dell'anima immortale.

Perché se è vero che una simile definizione di perfetta uguaglianza non ha senso a livello empirico, e benché meno si può sperare di poterla osservare, nulla vieta che quell'idea sia evocata dalla seppur imperfetta esperienza empirica.

Vale a dire che noi sperimentiamo un'uguaglianza imperfetta e in virtù delle nostre capacità cognitive riusciamo ad elaborare un'uguaglianza ideale perfetta.

In questo modo, grazie all'esperienza sensibile unita alle nostre innegabili capacità di astrazione, andremmo a popolare il mondo platonico delle idee.

Ciò non significa che tutte le idee derivino dall'esperienza, perché altre potrebbero (continuare ad) essere frutto del solo pensiero (come la logica c'insegna). È però innegabile che almeno una parte di esse possano essere ispirate (anche) dall'esperienza.

D'altro canto il mondo della matematica è davvero un perfetto candidato per rappresentare quel mondo dell'essere eterno e sovrasensibile descritto da Platone. 

Evidentemente la questione che intende stabilire se questo mondo ideale esista di per sé e l'uomo debba scoprire i suoi oggetti, o sia più semplicemente il frutto del pensiero creativo logico-razionale dell'uomo, è ancora destinata a suscitare numerose dispute filosofiche. 

E non è da escludersi che, forse, non sia neanche possibile giungere ad una conclusione definitiva in merito.

Mirco Mariucci 

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