Il sapere degli Antichi Greci è disponibile sia in formato cartaceo che digitale, anche in download gratuito.

lunedì 21 marzo 2016

L'utopia di Platone: tra totalitarismo, classismo, eugenetica e pseudo-comunismo.


Tratto dal saggio Il Sapere degli Antichi Greci, disponibile in formato cartaceo e digitale al seguente indirizzo, anche in download gratuito.


In molti hanno sentito parlare dell'utopia di Platone, ma solo in pochi si sono preoccupati di approfondirla in dettaglio.

Chi si avvicina per la prima volta all'argomento ne resterà certamente colpito, se non inorridito: totalitarismo, propaganda, classismo, eugenetica e una sorta di comunismo, fanno tutti parte del suo Stato ideale. Cerchiamo di capire il perché.

Le vicende personali vissute da Platone nell'ambito della politica determinarono profondamente la sua filosofia.

Una su tutte lo aveva turbato profondamente: la condanna a morte di Socrate, il suo amato e stimato maestro, avvenuta sotto il regime democratico.

Com'era possibile che l'uomo più saggio di Atene, che si contraddistingueva anche per la sua integrità morale, avesse potuto fare quella fine?

Agli occhi di Platone la democrazia appariva come il governo degli ignoranti, nel quale si doveva dar conto anche delle opinioni più insignificanti.

Ma anche i regimi elitari di stampo aristocratico gli avevano dato numerose prove della loro pochezza nell'ambito del governo della città.

Ancor prima che restasse scottato dalla democrazia, le violenze ed i soprusi della signoria dei Trenta Tiranni lo avevano deluso profondamente.

Alla sua mente apparve chiara l'esigenza di dover superare le organizzazioni sociali responsabili di quelle detestabili distorsioni. 

E così, come a voler porre rimedio a queste incresciose situazioni, Platone, nella Repubblica, espone la sua concezione di società ideale.

Si tratta della più antica utopia ad oggi nota, la prima di una lunga serie che sono state esposte nel corso della storia. 

Ogni utopia non è altro che la realizzazione dei desideri del suo creatore. Platone desiderava fondare una società basata sull'ideale della “giustizia”. Ma che cosa intendeva con questo termine?

Per cercare di comprenderlo, procediamo innanzitutto descrivendo il suo Stato ideale esattamente come fu concepito. 

Ogni membro della società deve appartenere ad una delle seguenti classi: il popolo comune, i guerrieri e i governanti.

Quella del popolo è un classe di lavoratori, formata da contadini, artigiani, commercianti e così via. Il compito che gli spetta è di produrre beni e servizi per soddisfare le necessità di tutti i membri dello Stato. 

La loro caratteristica principale è la temperanza, ovvero la consapevolezza e l'accettazione del fatto che vi siano classi destinate al lavoro e altre al governo. 

In termini moderni potremmo identificare la temperanza con il consenso, cioè con la cessione e la legittimazione del potere ad una minoranza, ma anche con l'ubbidienza, che non può esistere senza la volontà dei sottomessi.

I guerrieri invece sono i custodi della città, sempre disposti ad agire nel caso in cui vi sia il bisogno di un'azione di guerra offensiva o difensiva, per proteggere lo Stato dagli eventuali attacchi dei nemici.

La virtù che li contraddistingue è il coraggio, ma anch'essi devono possedere una buona dose di temperanza.

Vi è infine la classe dei governanti. Nell'utopia di Platone, Socrate non sarebbe stato di certo condannato a morte; al contrario, egli avrebbe rappresentato il miglior candidato per guidare lo Stato con virtù e nella direzione del bene. 

Platone infatti era fermamente convinto che «I mali non avrebbero mai lasciato l'umanità finché una generazione di filosofi veri e sinceri non fosse assurta alle somme cariche dello Stato, oppure finché la classe dominante negli Stati, per un qualche intervento divino, non si fosse essa stessa votata alla filosofia».

Non a caso la classe dei governati è identificata da Platone con quella dei filosofi: si tratta di un gruppo elitario, numericamente inferiore alle altre due classi. La loro virtù è la saggezza. 

Essi sono gli unici che dispongono del sapere per distinguere il bene dal male, ed è saggio affidargli il potere, perché la loro maggior attrattiva è la filosofia e non l'esercizio del potere. 

Il periodo in cui governano è breve e possono giungere al potere solo dopo una lunga e apposita formazione. Il resto della loro esistenza è dedicato alla filosofia.

Platone ritiene che ricchezza e povertà rappresentino entrambe dei mali che impediscono di realizzare la giustizia all'interno della società; così si farà in modo che non si verifichi nessuna di queste due condizioni. In particolare, la classe dirigente non deve essere accecata dalla smania del denaro.

I guerrieri devono mantenersi in forze e addestrarsi nell'arte della guerra, i filosofi devono dedicarsi con costanza alla filosofia; ciò che motiva le loro azioni è la passione dovuta ad una naturale predisposizione nello svolgere i compiti delle classi a cui appartengono.

Per questo i guerrieri ed i filosofi sono privati delle ricchezze. Essi non devono possedere nulla, né ricevere alcun compenso per le loro attività, al di fuori dei mezzi per vivere. 

Governanti e custodi conducono vita comune, ciascuno rispettivamente con la propria classe di appartenenza. Essi dispongono di alloggi comuni e modesti così come il cibo, semplice ma nutriente. I pasti devono essere consumati in comune, per compagnie, come in un accampamento.    

Non possono disporre di alcuna proprietà privata, se non quella strettamente necessaria, e sono mantenuti dalla classe dei lavoratori in cambio dei servizi di protezione e governo.

Era opinione comune tra i pensatori greci antichi che la tranquillità e il tempo libero fossero fondamentali per maturare la saggezza (come dargli torto?). 

Se si deve provvedere alla propria sussistenza non restano né forze né tempo per pensare, ecco perché i filosofi non avrebbero dovuto lavorare, altrimenti non sarebbero potuti diventar saggi.

Il popolo comune invece può godere della proprietà privata, ma soltanto nella giusta misura, vale a dire il minimo indispensabile per compiere al meglio il proprio lavoro.

Quello di Platone è uno pseudo-comunismo. I comunisti teorizzarono l'abolizione della proprietà dei mezzi di produzione; nell'utopia descritta nella Repubblica esiste soltanto una condivisione dei prodotti del lavoro.

Di fatto, tra questi gruppi c'è una stretta gerarchia, nella quale i filosofi dominano al vertice mentre i lavoratori si trovano in fondo alla piramide sociale.

Il mentire è una prerogativa del governo attuata nell'interesse dello Stato. 

Una di queste menzogne, che Platone qualifica come “nobile”, poiché ritenuta utile alla comunità, deve essere inculcata per indurre l'accettazione sociale della tripartizione in classi.

Il popolo deve convincersi che la divinità ha plasmato gli uomini forgiandoli con l'oro, l'argento e il ferro. 

Al valore dei metalli corrispondono in modo biunivoco le tre classi: chi è fatto d'oro è destinato a governare, chi d'argento a difendere la città e chi di ferro agli altri mestieri. 

La tripartizione, quindi, sarebbe necessaria per la giustizia dello Stato, in quanto dettata dalla natura di ognuno e voluta dalla divinità... se non fosse che questa versione dei fatti rappresenti una menzogna appositamente ideata per rafforzare la coesione sociale.

È questo, in estrema sintesi, il nocciolo del Mito della Nobile Menzogna di Platone. 

La suddivisione in classi è netta, ma non si tratta di caste rigide ed ereditarie: chi non si dimostra all'altezza viene degradato, mentre i meritevoli possono risalire la scala sociale. 

Sebbene Platone si dica convinto che i figli dei filosofi siano più predisposti degli altri a diventar filosofi, così come quelli dei guerrieri a diventar guerrieri e quelli dei lavoratori a diventar lavoratori, egli ammette anche la possibilità che ciò non avvenga.

Può accadere che dall'oro nasca prole d'argento, dall'argento d'oro, dal ferro d'oro... e così via, secondo tutte le possibilità.

Per questo, il criterio d'appartenenza alle classi è meritocratico e avviene per selezione in base alle caratteristiche degli individui, in modo che ciascuno possa svolgere il compito più adatto alle capacità che gli sono state assegnate dalla natura. 

Ciò è necessario affinché lo Stato possa funzionare al massimo delle potenzialità.

Platone pensa che gli uomini si aggreghino perché da soli non sarebbero in grado di procurarsi ciò di cui hanno bisogno per vivere. Ciascuno di essi eccelle in un determinato ruolo più che negli altri.

Ne deriva che per soddisfare al meglio i bisogni di tutti i cittadini, si debba ricorrere alla suddivisione dei mestieri e allo scambio di prestazioni. 

Inizia così a delinearsi l'idea di giustizia platonica: si ha giustizia quando ciascuno svolge le funzioni che gli sono proprie, e per questo riceve ciò che gli spetta.

L'ingiustizia ed i conflitti sociali, invece, scaturiscono quando i membri della comunità non svolgono le mansioni per cui sono stati predisposti dalla natura, e pretendono di ricoprire ruoli nei confronti dei quali non hanno delle vere attitudini.

Si ha giustizia quando ciascuno occupa il suo posto e non si intromette al di fuori del suo campo: il contadino deve curare i campi, e non improvvisarsi guerriero o filosofo, altrimenti lo Stato ne risentirebbe in modo negativo.

Da notare che secondo Platone l'idea di giustizia non include l'uguaglianza come invece sembrerebbe doveroso ad ogni libero pensatore del nostro tempo.

Ulteriore ostacolo alla giustizia è la famiglia, in special modo se combinata al possesso della ricchezza. 

I genitori cercano di far raggiungere ai propri figli la più alta posizione nella società, a prescindere da talento e capacità.

Similmente, la possibilità di accrescere la propria ricchezza può spingere gli individui a ricoprire i ruoli con la più alta remunerazione senza seguire la propria vocazione.

Platone risolve la questione con la condivisione dei prodotti del lavoro ed una radicale trasformazione dei concetti di famiglia e matrimonio.

La famiglia tradizionale formata da padre, madre e figli viene sostituita da una famiglia collettiva. Bisogna mettere tutto in comune, comprese le donne e i bambini. 

Alla nascita gli infanti vengono sottratti e separati dalle madri, in maniera che nessun genitore possa in alcun modo sapere chi siano i propri figli, ed i figli non siano in grado di riconoscere i rispettivi genitori. 

I figli vengono allevati ed educati dallo Stato, andando a formare un'unica grande famiglia.

Platone ammette una piena eguaglianza tra uomini e donne per quanto concerne le funzioni dello Stato. La sola condizione determinante è individuata nelle capacità.

Vi sono donne che manifestano la natura di filosofo e quindi sono adatte a governare la città; altre sono robuste, bellicose e coraggiose e sono perfette per combattere al fianco degli uomini nella classe dei custodi, e così via per gli altri mestieri.

Le donne non sono limitate dai vincoli di maternità, ma diventano ingranaggi della macchina dello Stato esattamente come gli uomini.

Contrariamente a quanto avveniva nelle città dell'antica Grecia, nell'utopia di Platone vi saranno anche governanti del gentil sesso.

Questa sorta di “emancipazione” femminile è chiaramente favorita dall'eliminazione dell'obbligo di dover badare alla propria prole.

Anche il matrimonio, così come noi lo intendiamo oggi, è completamente stravolto: le donne sono mogli comuni degli uomini e, ovviamente, gli uomini mariti comuni delle donne, senza eccezione, nessuno avrà mogli o mariti solo per sé.

Durante delle grandi feste pubbliche uomini e donne saranno fatti accoppiare a “sorte” secondo il numero necessario a mantenere costante la popolazione, ma in realtà il governo truccherà le estrazioni attuando dei principi eugenetici.

Gli individui con le migliori caratteristiche saranno fatti riprodurre con maggior frequenza rispetto agli altri, in modo da ottenere i migliori esemplari, come avviene negli allevamenti delle razze animali.

I bambini deboli, deformi e malati «saranno riposti in qualche luogo sconosciuto, come è giusto che sia».

A riguardo dei matrimoni combinati dallo Stato gli interessati non devono avere voce in capitolo: devono essere consumati per dovere nei confronti della comunità e non per passione.

Neanche a dirlo, i bambini nati senza l'ordine dello Stato sono da considerarsi illegittimi.

Madri e padri devono rientrare in una certa fascia d'età per potersi riprodurre, al di fuori di essa i rapporti sessuali sono consentiti ma è obbligatorio l'aborto o l'infanticidio. 

Dato che nessuno sa chi siano i propri genitori, figli e fratelli, bisogna chiamare padre, madre, fratello e sorella, tutti coloro che potrebbero esserlo a seconda dell'età dei soggetti con cui si interagisce.

È premura dello Stato evitare gli incesti tra genitori e figli, ma non in senso assoluto tra fratelli e sorelle. 

Platone pensava che in questo modo i legami e i sentimenti tra genitori e figli, invece di scomparire, si fossero estesi a tutti i membri della comunità, data l'impossibilità di riconoscere “chi” fosse “cosa”. 

È chiaro l'intento di ottenere un popolo sano e forte, ma anche quello di favorire con ogni mezzo il superamento delle passioni personali, al fine d'instaurare un forte senso della comunità, nonché l'accettazione dell'eliminazione della proprietà privata.

Platone limita in modo arbitrario gli abitanti della sua città ideale a 5040 unità, pare, basandosi sul massimo numero di persone a cui un oratore sarebbe stato in grado di rivolgersi con i mezzi dell'epoca (in realtà potrebbe esservi una ragione matematica perché 5040 è pari a 7!=7x6x5x4x3x2x1). 

Va da sé, che anche l'estensione territoriale dello Stato non deve essere troppo ampia. Queste scelte sono dettate dalla chiara volontà di favorire la coesione sociale e la collaborazione tra i membri della società.

Per far funzionare al meglio uno Stato le menzogne del governo da sole non sono sufficienti; oltre alla propaganda, i membri della società devono riceve un'apposita ed accurata educazione, fin dalla tenera età.

Nell'utopia di Platone l'istruzione recita un ruolo di fondamentale importanza per quanto riguarda l'assegnazione dei ruoli ed il controllo sociale.

Il Mito della Nobile Menzogna probabilmente non avrebbe ingannato i filosofi, ma Platone era convinto che l'educazione sarebbe stata sufficiente per convincere gli altri gruppi sociali della sua veridicità. 

Le religioni, con i loro processi d'indottrinamento, rappresentano una forte evidenza a supporto di questa tesi platonica, in quanto riescono a trasformare ridicole assurdità in intoccabili verità di massa. 

L'istruzione, però, è anche lo strumento che serve a forgiare i cittadini, consentendogli di sviluppare ed esprimere le loro doti, in modo da rendere possibile l'assegnazione della dovuta classe sociale di appartenenza.

Anche l'educazione avviene in comune ed è identica sia per i maschi che per le femmine. Prevede due macro-aree che si potrebbero descrivere con i termini di “musica” e “attività fisica”. 

Questi termini, però, hanno un significato ben più ampio di come li intendiamo noi oggi. 

Nella categoria della musica rientra ciò che noi chiameremmo “cultura”; in quella dell'attività fisica, molto di più del semplice “sport”: per coglierne il senso si può pensare agli addestramenti militari.  

Oltre all'allenamento del corpo, l'educazione è appositamente concepita per condizionare le nuove generazioni verso una specifica forma mentis: austerità, decoro e coraggio fanno parte dei valori da imporre.

È prevista una rigida censura sulle storie e sulla musica che i giovani possono leggere ed ascoltare. 

Ciò non significa che ogni forma d'arte sia bandita dalla città ma che è lecita soltanto quella reputata tale dallo Stato.

In particolare, sono consentite le forme espressive edificanti, ovvero compatibili con i valori dell'utopia di Platone.

Ad esempio, le melodie lidie sono proibite, perché esprimono la sofferenza, mentre quelle doriche sono permesse, perché trasmettono l'ardore. 

Ai ragazzi si dovrebbe insegnare che il male non proviene dagli dei, perché la divinità non è l'autrice di tutte le cose ma solo di quelle buone.

La gioventù non deve essere timorosa della morte, perché deve essere disposta a morire in battaglia; si devono considerare la prigionia e la schiavitù peggiori della morte.

Il dolore e la sofferenza devono essere dominati. Non si possono ascoltare storie di uomini che piangono o si lamentano per la perdita dei loro simili.

Il decoro impone che non si debba ridere forte ed in modo incontrollato; la temperanza richiede il rigetto della bramosia del denaro.

Nessuno deve ritenere possibile che i cattivi siano felici ed i buoni infelici.

Dal momento che le storie dei poeti contemplano tutte queste eventualità, essi vanno condannati; in particolare, Omero ed Esiodo non sono permessi.

Gli uomini buoni non dovrebbero imitare quelli cattivi e, più in generale, gli uomini superiori non dovrebbero imitare quelli inferiori, ovvero assassini, schiavi e così via. Per questi motivi, Platone decide di bandire dalla sua città tutti i drammaturghi.

L'addestramento del corpo è assai austero. I vizi alimentari non sono concessi. Se il popolo seguirà il regime di vita adatto, non ci sarà bisogno né di medicine né di dottori.

Prima dell'età adulta, i ragazzi dovrebbero conoscere la guerra, pur senza dovervi partecipare realmente.

Fino ad una certa età gli verrà nascosta l'esistenza delle brutture e del vizio, ma ad un certo punto saranno appositamente esposti alla visione di cose terribili e a forti tentazioni.

Essi dovranno cercare di non spaventarsi e di non farsi sedurre, dimostrando così coraggio e forza di volontà.

A seguito della formazione e delle prove, emergeranno le vere doti di ciascuno, e così sarà possibile selezionare chi dovrà continuare il percorso educativo.

Solo chi sarà in grado di superare tutte le prove, e si sarà contraddistinto per capacità d'apprendimento, memoria e pensiero, potrà essere introdotto alla filosofia con la finalità di diventare un governante.

I nuovi filosofi dovranno intraprendere un lungo apprendistato matematico. 

Il compito della loro educazione consiste nel passaggio dal mondo sensibile a quello ultrasensibile dell'essere, in modo da condurli gradualmente al punto più alto di quel mondo, che per Platone è il bene in sé.

A quel punto, i filosofi saranno in grado di guidare per il meglio lo Stato, perché secondo la concezione filosofica di Socrate mutuata da Platone, chi conosce il bene non può evitare di compierlo, perché il bene ha una forza attrattiva irresistibile.

Seppur nella sua stravaganza, o nella sua follia, non si può dire che una simile organizzazione sociale non rappresenti un'idea originale.

La chiave per comprendere l'utopia di Platone è riposta nel noto insegnamento di Marx: «I filosofi non spuntano dal terreno come i funghi. Essi sono il prodotto del loro tempo».

Platone visse ai tempi della carestia e della sconfitta di Atene, è probabile che avesse intimamente maturato l'idea che evitare questi mali fosse quanto di meglio avrebbe potuto fare uno Stato.

Infatti, se ci chiediamo a cosa conduca l'organizzazione sociale descritta nella Repubblica, la risposta è abbastanza ovvia: plasmerà un esercito di rudi guerrieri in grado di vincere in battaglia, ed assicurerà alla popolazione la disponibilità di beni e cibo per vivere.

Data la sua rigidità, quasi sicuramente non produrrà né arti né scienze; gli stessi filosofi al comando dovrebbero essere tali da comprendere e condividere le concezione filosofica di Platone senza apportare modificazioni innovative, che altrimenti potrebbero ripercuotersi sulle dinamiche e sulla struttura della città. 

L'Utopia di Platone rappresenta il classico esempio di società chiusa e statica, studiata per riprodurre se stessa, che deve essere accettata così com'è, pena la sua distruzione.

Vi sono degli ulteriori punti di criticità intrinsechi all'organizzazione stessa.

Se dobbiamo organizzare una squadra di calcio, è ovvio che la miglior strategia consista nell'allenare tutta la popolazione e scegliere solo i calciatori migliori. 

Se i membri della squadra venissero scelti a caso, come accadeva nelle democrazie ateniesi, il risultato sarebbe certamente inferiore.

Ma in materia di governo non è altrettanto semplice stabilire chi sia dotato di “talento” e, anche se fosse possibile farlo, non c'è niente che assicuri che quell'individuo userà le sue abilità nell'interesse generale piuttosto che in quello personale, della sua classe o a vantaggio di chi professa la sua stessa fede religiosa.

L'impossibilità pratica d'individuare con certezza chi siano gli uomini saggi e affidabili a cui consegnare le redini del governo è una delle ragioni più profonde a sostegno della democrazia partecipativa. 

Ma a sua volta la democrazia funziona solo se il popolo è dotato di un'elevata istruzione, di capacità critiche logico-razionali e di una certa sensibilità verso le esigenze e le sofferenze dei propri simili.

E l'istruzione ovviamente non deve essere condizionante, ma votata alla verità e all'esercizio del libero pensiero, altrimenti il popolo può essere ridotto in condizione di schiavitù mediante l'illusione della propria libertà.

È sconcertante scoprire che già ai tempi di Platone qualcuno pensasse che i governi dovessero mentire a “fin di bene”, come se la menzogna possa elevare l'umanità quando invece appare chiaro l'intento manipolatorio e propagandistico di un simile gesto.

Ma ancor più sconcertante è che la medesima tecnica volta al controllo sociale, sia stata affinata ed elevata all'ennesima potenza ai giorni nostri grazie ai mass media ed alla rete, invece di essere combattuta ed eliminata.

Il condizionamento derivante dall'istruzione e da un'informazione appositamente manipolata è all'ordine del giorno negli odierni regimi mascherati da democrazie. 

Da questo punto di vista, la speranza per l'umanità risiede nel fatto che la verità ha il potere di rivelare se stessa attraendo le menti dei liberi pensatori, squarciando così quell'oscurità che avvolge le esistenze dei membri della società. 

La teoria che chi conosce il bene è obbligato a compierlo non regge alla prova empirica dei fatti: i governi pullulano di individui al potere che sanno perfettamente cos'è bene per il popolo ma si esimono dal farlo.

È questo il principale pericolo della cessione del potere posto alla base delle tesi degli anarchici.

Essi sostengono che il potere non dev'essere delegato ma eliminato, se si vuole davvero realizzare una società di pari che vivono in armonia senza che una minoranza sfrutti gli altri, ad esempio, grazie alla forza e ai mezzi dello Stato.

L'utopia di Platone è una sorta di totalitarismo nel quale il governo decide minuziosamente ciò che ciascuno deve fare... ma qual è la cosa giusta da fare? È chiaro che su questo punto si possa creare un forte disaccordo.

Al di fuori dei desideri elevati ad ideali di chi usa le parole “bene” e “male”, esiste un qualche schema assoluto di ciò che è bene o no? Abbiamo un criterio universalmente valido per poter scegliere in modo univoco?

In realtà la questione non è così banale, ciò che agli occhi di un uomo appare come bene a quelli di un altro non potrebbe sembrar tale. 

Per quando concerne i fatti si può far ricorso alla scienza ed ai suoi metodi empirici, ma per i problemi più profondi posti dall'etica sembra che non vi sia una cosa analoga. 

Ma senza un criterio di scelta universalmente valido, o al limite socialmente accettato, le dispute in ambito etico finiscono per essere risolte con appelli sentimentali o peggio con la forza. Il tutto si traduce in lotte per il potere, indottrinamento, propaganda e guerre.

Per Platone il problema non si pone, egli non dubita mai neanche per un solo istante che ci sia un bene assoluto dal valore universale e che questo possa essere conosciuto. Chi non è d'accordo con lui sta commettendo una qualche tipo di errore. 

In un certo senso Platone tratta la questione come se riguardasse un dato di fatto in ambito scientifico, ma non è assolutamente detto che sia così, infatti, la questione in ambito etico è ancora aperta. 

Agli occhi di un moderno, l'organizzazione sociale di Platone appare come una pura follia.  

Dagli orrori dell'eugenetica al disincentivo della creatività dovuto ai divieti e alle censure inerenti le arti, al condizionamento mentale delle nuove generazioni e ai fini sottesi alla stessa organizzazione sociale, ovvero quello di ottenere un popolo di guerrieri ubbidienti, tutto ci appare fortemente opinabile.

Nel corso delle mie riflessioni ho maturato anche io un'idea di utopia, così come probabilmente sarà capitato di fare anche a molti di voi lettori. A questo punto mi piacerebbe esporne una breve sintesi.

Personalmente ritengo che il fine della società debba essere il raggiungimento del benessere collettivo, vale a dire di tutti gli esseri viventi.

Se un'idea del benessere esista in sé ed abbia un valore universale è una cosa su cui, ad oggi, non ho riflettuto.

Ciò che mi preme al momento è di esporre la mia soluzione, di certo la sua attuazione sarebbe in grado di svelarci ad un livello empirico se ho torto oppure ho ragione.

Le attività che un individuo svolge nel corso della propria esistenza non dovrebbero essere dettate dall'alto, e tanto meno dovrebbero essere degli obblighi travestiti da necessità sociali. 

Ciascuno deve indagare se stesso e scoprire ciò che lo fa star bene e lo rende felice, e dovrebbe essere libero di farlo, a patto che quell'attività non diminuisca il benessere degli altri.

Così vorrei costruire una società che fornisca a tutti i mezzi per poter individuare ed esprimere il proprio essere in libertà. È questa la mia ricetta per la felicità.  

Servono mezzi materiali per vivere, quindi beni e servizi, ma la condizione più importante è la libertà, anche dall'obbligo del lavoro. 

Perché se per avere i prodotti devi dedicare la tua vita al lavoro in modo forzoso, il rischio è che il tuo vero essere non sia compatibile con quell'attività, e tutto ciò conduca ad una deriva dalla felicità.

A mio avviso, lo scopo della vita non può essere ridotto allo svolgere un lavoro, l'essere umano dovrebbe volgere lo sguardo ad attività più nobili ispirate da passioni reali e sincere.

Il tempo della vita è la cosa più importante che abbiamo, e non vedo per quale motivo debba essere impiegato lavorando per la maggior parte del tempo, spesso contro la nostra volontà, a causa di condizionamenti mentali o di azioni coercitive dovute a ricatti economici.

E tutto ciò accade nel tempo in cui la tecnologia sta rendendo il lavoro umano sempre meno necessario. 

Potremmo essere liberi e invece siamo schiavi di un iper-lavoro e di un iper-consumo, dannosi ed inessenziali, artificiosamente creati per impedire che l'economia collassi.

Ed ecco che viene a profilarsi una soluzione, vale a dire la delega del lavoro alle automazioni e ai sistemi di intelligenza artificiale, unita all'accessibilità gratuita a tutti i membri della società ai beni ed ai servizi prodotti automaticamente. 

Non dovrebbero esistere fabbriche dei capitalisti e lavoratori che mendicano il lavoro per sopravvivere, ma fabbriche dell'umanità nelle quali lavorano dei robot che producono ciò che serve agli esseri umani per vivere in libertà.

Ciò che gli esseri umani dovrebbero limitarsi a fare è di contribuire al funzionamento del sistema automatico, riparandolo e migliorandolo, suddividendo il lavoro residuo, ovvero quello che non può essere o non è opportuno che sia svolto dalle macchine, tra tutti i membri della società.

Automazione e ripartizione del lavoro massimizzerebbero il tempo libero per vivere la vita in libertà e consentirebbero a ciascuno di poter ricercare e sviluppare il proprio essere, pur assicurando a tutti i mezzi per vivere in modo più che dignitoso.

Concordo con Platone che le dimensioni della città ideale non debbano essere troppo elevate, in modo da favorire la cooperazione e la coesione sociale ma anche il buon “governo” della città, che deve essere locale, così come la pianificazione dell'economia, volta alla produzione di ciò che è utile e necessario e non al profitto.

Ma nella mia concezione di utopia, l'unico governo a cui tutti i cittadini di ogni città devono essere disposti a sottostare è il governo della ragione.

La varie città dovrebbero cooperare via via su circoscrizioni più ampie, fino a raggiungere il livello mondiale, per tutte quelle necessità che a livello locale non possono essere risolte.

Le risorse, considerate comuni, dovrebbero essere suddivise equamente in base alla disponibilità, al fine di soddisfare le necessità di tutti gli abitanti della Terra.

Bisogna altresì rivedere l'approccio al consumo; l'odierna società intende farci credere che lo scopo della vita sia di acquistare beni da consumare. Non c'è niente di più falso, tutto ciò è utile al profitto ma non all'umanità.

I beni prodotti devono essere durevoli e di elevata qualità, in modo da minimizzare il lavoro, la produzione, il consumo di risorse e l'inquinamento ambientale, consentendo così di fornire a tutti il necessario per condurre un'esistenza più che dignitosa. 

L'efficienza è la chiave per l'abbondanza e la sostenibilità.

Non si tratta di ridurre il paniere dei beni ma di aumentarne la qualità, ed uscire dalle inutili e dannose logiche consumistiche, che inducono dei cicli di produzione e consumo sempre più rapidi senza alcuna reale necessità, fatta eccezione per la brama di profitto e le pretese dell'odierno sistema economico che è condannato a crescere per non fallire.  

È chiaro che il sistema economico debba essere ripensato, e che nelle sue equazioni debba tener conto sia delle necessità umane che dei limiti imposti dalla finitezza del pianeta sul quale viviamo.

L'economia dovrebbe essere votata all'efficienza e all'utilità, non alla massimizzazione del profitto, che come abbiamo avuto modo di sperimentare sulla nostra pelle, induce delle gravose distorsioni che sarebbe bene evitare. 

A mio avviso il miglior sistema è da ricercarsi in un'economia scientificamente pianificata, che si avvale dell'ausilio di una rete di calcolatori e di appositi software per monitorare i parametri essenziali e stabilire al meglio la pianificazione della produzione dei beni e della fornitura dei servizi.

In questo modo il denaro non sarebbe necessario, e forse l'umanità potrebbe iniziare a vivere in pace e armonia senza più guardare al profitto e agli interessi personali, ma all'interesse generale.

La repubblica non dovrebbe essere fondata sul lavoro, come recita la costituzione italiana, ma sulla felicità.

E queste, in estrema sintesi, sono le idee di base della mia utopia che ho deciso di chiamare Utopia Razionale.

Mirco Mariucci

Acquista o scarica gratuitamente Il Sapere degli Antichi Greci in versione completa al seguente indirizzo.


Fonti:


3 commenti:

  1. E' una societa' perfetta

    RispondiElimina
  2. Indubbiamente lo stato perfetto...ma è questo il fine dell'essere umano?
    Siamo nati per creare e servire lo stato?
    O magari abbiamo mete più elevate?
    La realizzazione ed il benessere del singolo individuo dovrebbero venire prima della collettività

    RispondiElimina
  3. grazie, molto bella la descrizione dell'utopia platonica. ad un certo punto: "Per quando concerne i fatti si può far ricorso alla scienza ed ai suoi metodi empirici, ma per i problemi più profondi posti dall'etica sembra che non vi sia una cosa analoga." ho trovato questo libro di wilheilm reich "rivoluzione sessuale", perciò quello che dici che manca c'è, è solo sepolto sotto un cumulo di polvere ahahaha

    RispondiElimina