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lunedì 21 marzo 2016

Le avventure della vita di Platone.


Tratto dal saggio Il Sapere degli Antichi Greci, disponibile in formato cartaceo e digitale al seguente indirizzo, anche in download gratuito.


Tra tutti i filosofi antichi, medioevali e moderni, Platone è di gran lunga il più influente. Insieme a Socrate, di cui era discepolo, e al suo allievo, Aristotele, gettò le fondamenta del pensiero filosofico occidentale.

Dico ciò non solo perché riprese e sviluppò in modo originale la concezione filosofica socratica, ma anche perché lo stesso Aristotele deriva largamente dal pensiero di Platone e, da un punto di vista storico, la filosofia e la teologia dei cristiani furono molto più platoniche che aristoteliche, almeno fino al 13-esimo secolo.

Platone (-428, -347 circa) nacque ad Atene in una famiglia di antica nobiltà, proprio nelle prime fasi della guerra del Peloponneso che vide come protagoniste Atene e Sparta con i rispettivi alleati. 

Il padre, Aristone, vantava nell'albo degli antenati Codro che, secondo la leggenda, fu l'ultimo re di Atene; la madre Perictione discendeva da una famiglia anticamente imparentata con il famoso legislatore e poeta ateniese Solone.

Probabilmente ricevette un'educazione tradizionale combinando ginnastica e musica; secondo Aristotele entrò in contatto con Cratilio, un discepolo di Eraclito, e quindi con la dottrina eraclitea.

Si dice che il suo vero nome in realtà sia un altro, e quello a noi noto gli venne attribuito da un lottatore di Argo, suo insegnate di ginnastica.

Secondo questo aneddoto, Platone avrebbe praticato una sorta di lotta mista a pugilato, chiamata pancrazio, e per la larghezza delle sue spalle fu chiamato "platone" che per l'appunto significa "ampio".

Altri invece sostengono che quel nomignolo abbia un'altra derivazione, come l'ampiezza della fronte o, in modo meno canzonatorio, la maestosità dello stile letterario che era solito adottare.

Pare che in età giovanile compose delle opere epiche, liriche e tragiche, che in seguito però avrebbe bruciato.

A vent'anni conobbe Socrate, e ne divenne un convinto discepolo; lo frequentò fino al -399, l'anno della storica condanna a morte, e maturò nei suoi confronti un sentimento ed un rispetto davvero profondi.

Platone era presente quando Socrate fu processato. La vicenda lo segnò così profondamente da imprimere una svolta decisiva nella sua vita e influenzare gran parte del suo pensiero.

Da giovane pensava di volersi dedicare alla politica, ben presto però ne rimase deluso. 

In quel periodo ad Atene vigeva un'oligarchia capeggiata da una compagine di uomini che divennero noti come i Trenta Tiranni.

Tra questi Platone aveva parenti e amici; Crizia, suo zio materno, lo invitò personalmente a prender parte al governo. Ma il loro dominio era violento e dispotico, tanto da far rimpiangere il vecchio regime. 

Costoro ordinarono a Socrate di recarsi a casa di Leonte di Salaminia per ucciderlo, in modo da immischiare il filosofo nelle loro losche faccende politiche. 

Socrate disubbidì, certo che quell'uomo sarebbe stato condannato a morte nei tribunali, una condanna che però non sopravvenne perché nel frattempo il regime oligarchico fu rovesciato e la democrazia ateniese fu restaurata.

Platone allora guardò speranzoso alla democrazia, che però si rivelò altrettanto deludente del precedente regime. 

Nel -399 Socrate, il suo stimato maestro, fu processato e condannato a morte mediante l'assunzione della cicuta proprio da quel governo in cui Platone aveva riposto le speranze.

Da quel momento il suo pensiero iniziò a focalizzarsi su come avrebbe potuto migliorare l'attività politica e l'intera costituzione dello Stato. 

Le esperienze nauseanti da spettatore dell'attività politica che visse in gioventù servirono a far maturare la sua concezione filosofica.

Ben presto si convinse che soltanto mediante la filosofia si sarebbe potuto realizzare quel miglioramento che egli ricercava, fondando una comunità basata sulla giustizia. 

Quest'idea emergerà con tutta la sua forza nell'utopia platonica descritta nella Repubblica.

Dopo la morte di Socrate, Platone si recò a Megara presso Euclide, forse per paura di qualche ripercussione.

Si dice, ma non è certo, che viaggiò in Egitto e a Cirene dove avrebbe frequentato il matematico Teodoro di Cirene. 

Di certo, si recò nell'Italia meridionale, dove venne a contatto con i membri della setta dei pitagorici, anche per opera di Archita, signore di Taranto, che era suo amico.

Durante il viaggio, Platone si recò a Siracusa dove strinse un legame d'amicizia con Dione, zio di Dionigi il Giovane.

Ma Dionigi il Vecchio, tiranno di Siracusa, non gradì i programmi politici di Platone e lo costrinse ad abbandonare la città.

Così Platone s'imbarco su una trireme spartana alla volta di Atene, o almeno ciò era quello che gli avevano fatto credere... 

In realtà la nave approdò sull'isola di Egina, che era in guerra con Atene, e Platone fu fatto prigioniero e fu venduto al mercato come schiavo.

C'è chi dice che un simile incidente sarebbe potuto accadere, viste le circostanze, e chi invece sostiene che il fatto non fu casuale ed avvenne per opera del tiranno con cui era entrato in contrasto. 

È certa, però, la vendita di Platone, e il fatto che Anniceride di Cirene lo trasse in salvo riscattando il filosofo con un certa somma di denaro.

Platone era già conosciuto ed influente al tempo della cattura, e così il suo proprietario, non appena capì chi fosse in realtà quello “schiavo”, rifiutò il denaro del riscatto.

Con quei soldi, secondo la tradizione, Platone tornò in Atene, acquistò il giardino dedicato all'eroe Academo e vi fondò una scuola che chiamo Accademia.

Fondata sul modello della Scuola Pitagorica, anche l'Accademia prevedeva vita comune tra maestro e discepoli. 

Sul piano giuridico, era un'associazione religiosa dedita al culto di Apollo e delle Muse, ma che non escludeva anche altri generi di attività, perfino profane e ricreative.

Presso l'Accademia gravitarono studiosi illustri, tra i quali il matematico e astronomo Eucnosso di Cnido ed il medico Filistione di Locri. 

Per circa un vent'ennio Platone rimase ad Atene, scrisse alcune delle sue opere e tenne delle lezioni che si svolgevano in modo peculiare mediante dibattiti tra allievi e maestri, in piena continuità con la prassi socratica.

Ma quando nel -367 Dionisio il Vecchio morì, e Dionisio il Giovane gli succedette al trono di Siracusa, Platone fu invitato da Dione a recarsi nuovamente a Siracusa per insegnare la filosofia al giovane tiranno.

Egli intravide la possibilità di realizzare quella riforma politica che aveva concepito nella sua utopia. 

La prospettiva era allettante, perché in questo modo non sarebbe più apparso come un uomo di sola teoria. E così, non senza qualche esitazione, si decise e partì.

Ben presto però, Platone si rese conto che la posizione di Dione non era così forte come egli si era prefigurato; per di più Dionigi si fece sospettoso e intravide negli intenti di Dione la finalità di una ribellione. 

Il risultato fu che Dione venne esiliato. A Platone, invece, fu concesso di rimanere ospite di Dionigi il Giovane. Il filosofo colse l'occasione per cercare di far intendere al giovane tiranno la filosofia secondo la propria concezione.

L'esperimento però si rivelò un fallimento. Probabilmente Dionigi non gradì le lezioni di geometria, che invece agli occhi di Platone apparivano essenziali per formare un buon regnante. 

Nel -365 scoppia una guerra in Sicilia, e il filosofo coglie l'occasione per tornare ad Atene, portando con sé la sua delusione. 

Ma nonostante tutto, dopo alcuni anni, Platone si recò nuovamente in Sicilia, compiendo così il suo terzo e ultimo viaggio. 

Il motivo della sua partenza è presto detto: da un lato, Dionigi gli fece delle forti pressioni per averlo alla sua corte; dall'altro, Dione era convinto di poter ottenere la revoca dell'esilio grazie all'intercessione del filosofo.

L'esito dell'impresa fu a dir poco disastroso. Non solo Platone non riuscì ad esercitare nessuna influenza su Dionigi, ma il tentativo di difendere il proprio amico Dione gli costò ancora una volta la libertà.

Platone finì prigioniero, o quasi, prima mediante la minaccia di confisca dei beni del suo amico, e poi per opera di un gruppo di mercenari che sorvegliavano il palazzo nel quale si trovava. E così gli fu impedito di allontanarsi da Siracusa.

Tuttavia il tiranno volle salvare le apparenze, e quando Archita da Taranto, sfruttando il pretesto di un'ambasceria, inviò in soccorso di Platone una galera, ovvero un tipo di nave spinta da un gran numero di remi, lo lasciò andare.

Il filosofo riacquistò ancora una volta la libertà e fece prontamente rientro ad Atene. 

Successivamente, Dione riuscì a rovesciare Dionigi, ma la buona sorte di li a poco lo avrebbe abbandonato. Cadde in disgrazia del popolo, ci fu una congiura organizzata da Callippo e infine venne ucciso.

Stanco delle avventure, nell'ultima parte della sua vita Platone vivette ad Atene, e si dedicò principalmente all'insegnamento.

La testimonianza delle ultime ore di vita del filosofo ci giunge grazie ad un papiro di Ercolano, scoperto di recente.

Platone era ammalato e ricevette la visita di un caldeo. Lì con loro c'era una donna tracia che suonava uno strumento; improvvisamente sbagliò il tempo: il filosofo, febbricitante, fece segno al suo ospite come a voler sottolineare l'accaduto.

Il caldeo osservò gentilmente che gli unici a intendersi veramente di misura e di ritmo erano i greci.

La notte successiva a quella visita, le condizioni del filosofo si aggravarono e la sua anima, che egli credeva immortale, lasciò il suo corpo per compiere il processo di trasmigrazione e, forse, raggiungere il mondo perfetto e soprasensibile delle idee in compagnia degli dei. 

Correva l'anno -347, aveva 81 anni e una grande eredità filosofica da lasciare all'umanità.

Mirco Mariucci

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Fonti:

2 commenti:

  1. “I filosofi hanno solo interpretato il mondo, in vari modi; si tratta però di cambiarlo.” Karl Marx

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  2. Rosanna Amanda23 agosto 2017 23:33

    grazie Mirco, molto interessante, l'ho stampato x inviarlo a Novara in carcere a Ubaldo Mario Rossi che studia Storia della Fislosofia. Buon lavoro, un sorriso, Rosanna

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