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giovedì 25 febbraio 2016

La saggezza di Protagora: l'uomo è misura di tutte le cose.


Tratto dal saggio Il Sapere degli Antichi Greci, disponibile in formato cartaceo e digitale al seguente indirizzo, anche in download gratuito.


Protagora (-486; -411) nacque ad Abdera, in Tracia. All'età di 30 anni iniziò a dedicarsi all'insegnamento della retorica. La sua lunga attività lo condusse nelle varie città dell'antica Grecia. 

Soggiornò più di una volta ad Atene, dove venne a contatto con numerose personalità illustri. Tra queste, Euripide e Pericle che lo incaricò di redigere la legislazione della nuova colonia panellenica di Thurii.

Platone ritrae Protagora come un uomo di mondo, pieno d'anni e d'esperienza, magniloquente e vanitoso, la cui preoccupazione nelle discussioni era di ottenere un successo personale anche al costo di sacrificare la verità.

Si dice che una volta istruì alla legge un giovane e promettente allievo di nome Euatlo. 

Quest'ultimo aveva pattuito con il maestro di versare immediatamente la prima metà dell'ingente somma necessaria per pagare le lezioni, e di corrispondere la seconda parte non appena avesse vinto la sua prima causa.

Le lezioni terminarono, il tempo passava ed Euatlo, non avendo vinto alcuna causa, poiché non ne aveva mai fatte, continuava furbescamente a non pagare Protagora.

Quest'ultimo, indispettito, decise di citare a giudizio il suo allievo insolvente e presentò in tribunale il suo famoso dilemma, dimostrando che in ogni caso Euatlo lo avrebbe dovuto pagare:

«Sappi, giovane assai insensato, che in qualsiasi modo il tribunale si pronunci su ciò che chiedo, sia contro di me sia contro di te, tu dovrai pagarmi. 

Infatti, se il giudice ti darà torto, tu mi dovrai la somma in base alla sentenza, perciò io sarò vittorioso; ma anche se ti verrà data ragione mi dovrai ugualmente pagare, perché avrai vinto una causa».

L'arringa di Protagora sembrerebbe inoppugnabile: o Euatlo vince la causa o non vince la causa; se la vince, deve pagare Protagora a causa del loro patto; se la perde, deve comunque pagare Protagora per rispettare la sentenza del giudice.

Tuttavia, dimostrando di essere un ottimo allievo, Euatlo rispose all'accusa presentando un dilemma opposto avente la medesima struttura del precedente, ma grazie al quale riuscì a provare che non avrebbe dovuto pagare il maestro in nessun caso.

«Se, invece di discutere io stesso, mi avvalessi di un avvocato, mi sarebbe facile di trarmi dall'inganno pericoloso. Ma io proverò maggior piacere avendo ragione di te non soltanto nella causa, ma anche nell'argomento da te addotto. 

Apprendi a tua volta, dottissimo maestro, che in qualsiasi modo si pronuncino i giudici, sia contro di te sia in tuo favore, io non sarò affatto obbligato a versarti ciò che chiedi. 

Infatti, se i giudici si pronunceranno in mio favore nulla ti sarà dovuto perché avrò vinto; se contro di me, nulla ti dovrò in base alla pattuizione, perché non avrò vinto».

Infatti: o Euatlo vince la causa o non vince la causa; se la vince, non paga Protagora in accordo con la sentenza del giudice; se la perde, non paga comunque Protagora per quanto stabilito dal loro patto.

E così Protagora cadde in un bel paradosso che però è tale solo all'apparenza perché il dilemma di Protagora, in realtà, è soltanto un'argomentazione, e in quanto tale deve presentare un errore o nelle premesse o nel ragionamento.

Nel caso specifico, se ammettiamo che questa sia effettivamente la prima causa per Euatlo, non ci sarebbe alcuna ragione di conflitto: l'allievo non ha violato il patto, perché non c'era stata nessuna causa in precedenza, e tanto meno avrebbe dovuto pagare per una causa non ancora avvenuta. Quindi i giudici avrebbero dovuto sciogliere immediatamente la causa.

Oppure, per risolvere il dilemma, si può considerare anche l'alternativa di una vittoria di Euatlo ma non come avvocato difensore di se stesso, bensì come imputato: se questa distinzione è lecita, Euatlo avrebbe potuto vincere pur senza pagare il becco di un quattrino a Protagora.

La vicenda però ebbe un altro esito: «I giudici, allora, considerando che il giudizio in entrambi i casi era incerto e di difficile soluzione, giacché la loro decisione, in qualunque senso fosse stata presa, poteva annullarsi da se stessa, lasciarono indecisa la causa e la rinviarono a data assai lontana. 

Così un famoso maestro di eloquenza fu sconfitto da un giovane discepolo che, servendosi dello stesso argomento, scaltramente prese nella trappola chi l'aveva tesa».

Si tratta quasi certamente di una storia apocrifa probabilmente elaborata in epoca successiva dagli Stoici, che però simboleggia in modo chiaro come nella cultura dell'epoca i sofisti fossero ricondotti all'ambito dei tribunali.

Di certo, a proposito di Protagora, conosciamo l'aforisma di apertura della sua opera principale intitolata Sulla verità, che rappresenta un compendio perfetto della sua filosofia marcatamente sofistica:

«L'uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono».

Per Protagora il criterio di verità è legato ai sensi e alle esperienze sensibili. Queste esperienze possono differire da individuo ad individuo, eppure per ciascuno di essi continuano ad essere vere.

«Quali le singole cose appaiono a me, tali sono per me e quali appaiono a te, tali sono per te: giacché uomo sei tu e uomo sono io».

Il mondo dell'opinione viene accettato da Protagora così com'è, senza alcun bisogno di intraprendere una ricerca al di là di esso. 

Non esiste una verità oggettiva mediante la quale un individuo può dimostrare di aver ragione o torto; esistono verità soggettive altrettanto valide. 

Per un individuo ammalato d'itterizia il mondo si colora di giallo, e non è corretto dire che le cose non sono gialle, si dovrebbe affermare che non sono gialle per una persona sana.

Volendo, dal momento che la salute è migliore della malattia, si potrebbe sostenere che l'opinione di un individuo sano sia migliore di quella di uno malato, ma non per questo le opinioni dei sani sono necessariamente più vere di quelle dei malati.

In estrema sintesi, si potrebbe affermare che per Protagora la visione della realtà è soggettiva e appare differente a seconda degli individui che ne hanno esperienza. 

Non esiste una verità assoluta, e le verità soggettive si equivalgono in termini di verità. In questo senso, per Protagora «Tutto è vero».

Tenendo presente i tratti caratteristici della sofistica, si comprende che ridurre il pensiero di Protagora esclusivamente al rapporto tra uomo e cose è decisamente arbitrario e riduttivo.

I sofisti si occuparono sì dell'uomo, inteso come singolo individuo, ma nel suo ambiente sociale, che include credenze e valori. 

E quindi, l'uomo non è soltanto misura delle “cose” ma anche bel bene, del giusto e del bello: tali valori differiscono da individuo a individuo per un fattore culturale.

Gli esseri umani quando giudicano ciò che li circonda sono inevitabilmente influenzati dalla cultura con la quale hanno avuto esperienza di vita.

Le opinioni generate dal contesto culturale sono egualmente vere, e sono tali per ciascuno in quanto tacitamente accettate.

Protagora a tal proposito dice: «Le cose che a ciascuna città sembrano giuste e belle, sono anche tali per essa finché le ritiene tali».

Questo pensiero contiene in nuce ciò che oggi è noto con il nome di relativismo culturale, vale a dire il riconoscimento dell'eterogeneità dei valori accettati dalle diverse civiltà umane, una tematica sulla quale anche i sofisti successivi a Protagora insistettero molto.

È chiaro che il relativismo di Protagora riguardante le opinioni non può avere un valore assoluto. Se tutte le opinioni sono vere, allora anche l'opinione di chi afferma che la filosofia di Protagora è falsa dovrebbe esserlo altrettanto. Il che sarebbe contraddittorio.

La sua convinzione filosofica non ha valore neanche per quelle caratteristiche fisiche misurabili tipiche della scienza.

Il giallo è tale perché gli si può associare una certa frequenza e la malattia di un individuo non è in grado di modificare quella frequenza del visibile che per noi definisce il colore giallo. 

Ma non era di certo questo il campo d'indagine dei sofisti. Ciò che Protagora affermava sopravvive ancora oggi sul piano culturale. 

La gonna è un indumento maschile o femminile? Per noi italiani è certamente un capo d'abbigliamento femminile, ma la risposta corretta è: «dipende dalla cultura in cui siamo cresciuti»; infatti il Kilt scozzese è un indumento maschile, pur essendo un tipo di gonna.

Degno di menzione, in merito alla tematica del relativismo culturale, è lo scritto anonimo intitolato Ragionamenti doppi, il cui intento è di esporre la summa dell'insegnamento sofistico.

L'autore si chiese: tra gli usi e costumi umani, che cos'è bello, gradevole e auspicabile e cosa invece brutto, disgustoso e abominevole?

La conclusione esemplificativa del pensiero dell'autore è la seguente: «Se qualcuno ordinasse a tutti gli uomini di radunare in un sol luogo tutte le leggi che si credono brutte, e di scegliere poi quelle che ciascuno crede belle, neppure una ne resterebbe ma tutti si ripartirebbero tutto».

Ad una simile conclusione si arriva analizzando l'eterogeneità degli usi socialmente accettati nelle varie popolazioni dell'epoca.

L'autore scrive: «Gli Sciti ritengono bello che uno, dopo aver ammazzato un uomo e averne scuoiata la testa, ne porti in giro la chioma posta dinanzi al cavallo, e dopo averne indorato il cranio, con esso beva e faccia libagioni agli dei; invece, presso i Greci neppure si vorrebbe entrare nella casa di uno che avesse compiuto tali cose. 

I Massageti squartano i genitori e se li mangiano, perché pensano che l'esser sepolti nei propri figli sia la più bella sepoltura; invece se qualcuno lo facesse in Grecia, cacciato in bando morirebbe con infamia, come autore di cose turpi e terribili. 

I Persiani reputano bello che anche gli uomini si adornino come donne, e si congiungano con la figlia, con la madre, con la sorella; per i Greci son cose turpi e contro legge. 

Presso i Lidi, che le fanciulle si sposino dopo essersi prostituite per denaro, sembra bello, presso i Greci, nessuno le vorrebbe sposare. 

Anche gli Egizi non s'accordan con noi su ciò che è bello; qui è ritenuto bello che sian le donne a tessere e filar la lana; lì invece gli uomini, e che le donne facciano quel che qui fanno gli uomini. Impastare l'argilla con le mani, e la farina coi piedi, lì è bello, ma per noi è tutto il contrario». E così via...

Vi è poi un'ulteriore interpretazione dell'aforisma di Protagora che tenderebbe ad avvicinarlo al filosofo Immanuel Kant. 

Infatti, se si attribuisce alla parola “uomo” il valore di umanità, e alla parola “cosa” il significato di "realtà", nel senso più ampio del termine, la tesi diverrebbe che il giudizio degli esseri umani rispetto alla realtà è inevitabilmente condizionato da caratteristiche intrinseche e specifiche della specie a cui essi appartengono.

Ma tutto ciò non è ancora sufficiente a comprendere appieno il pensiero di Protagora.

Ammettiamo che le opinioni siano eterogenee ed equivalenti dal punto di vista della verità. Non per questo esse saranno immutabili. Al contrario, le opinioni umane nel tempo si modificheranno e si correggeranno.

Si pensi all'istruzione e alla propaganda: sono ben noti il potere condizionante della prima e la capacità d'indurre opportune modificazioni nei convincimenti personali della seconda.

Ma se non si può far affidamento a criteri basati sulla verità, che cos'è che dirige il mutamento? Qual è il criterio di scelta tra le opinioni? 

Protagora risponde che il criterio si basa sull'utilità che le opinioni rivestono nell'ambito pubblico o privato.

Così come i maestri che insegnano agli scolari a scrivere tracciano per primi i simboli e obbligano a ricopiarli, la comunità, intesa come polis, obbliga i cittadini a seguire le leggi redatte dai legislatori e punisce chi non le rispetta. 

Ed è qui che interviene il sapiente che può agire rettificando le opinioni nel senso dell'utilità, facendo passare gli uomini da un'opinione dannosa per i singoli e la comunità ad un'opinione utile, indipendentemente dalla verità.

Per Protagora, l'uomo per vivere in comunità necessita di ordine e adattamento; l'ordine può assumere diverse forme e può mutare rettificando le leggi e cambiando i contenuti trasmessi con l'educazione.

La soluzione per evitare il caos generato da un relativismo totale consiste semplicemente nello stabilire un criterio di utilità. 

La critica che può esser mossa a questo punto è che se non esiste una verità etica assoluta e oggettiva, il rischio è di sfociare in una sorta di pragmatismo amoralistico, perché se non c'è modo di stabilire cos'è buono per l'uomo, poiché si assume che non esista una verità-etica assoluta, allora tutto diviene lecito. 

In realtà non si tratta di rifiutare una qualche forma di principio etico, ma soltanto di accettare un principio condiviso localmente, riconoscendo che può anche non esser valido globalmente. 

Quello di Protagora diviene un invito a prendere coscienza di se stessi come membri di una società, e di accettare le specifiche regole di convivenza e di pubblica utilità che consentono di coesistere all'interno di ogni comunità.

All'interno delle comunità si rende necessaria un'arte mediante la quale indirizzare gli sforzi degli individui verso l'utilità e il bene comune. 

E questo ruolo, per Protagora, è riservato alla politica, che secondo la mitologia è stata donata da Zeus a tutti gli uomini, affinché cessassero di distruggersi a vicenda e potessero vivere al meglio organizzando la convivenza nelle comunità.

Va ricordato che in quei tempi i cittadini erano davvero coinvolti nella vita politica: la democrazia Ateniese era di tipo diretto. Anche per questo i sofisti si resero conto dell'importanza e della necessità di una diffusa cultura politica propria di ogni cittadino.

La democrazia diretta è solitamente vista come il miglior modello da seguire; in realtà può funzionare al meglio soltanto se i cittadini dispongono di un livello culturale elevato e di un altrettanta sviluppata sensibilità nei confronti dei propri simili e dei loro problemi. 

I regimi contemporanei hanno "risolto" la questione mettendo i cittadini l'uno contro l'altro mediante una scellerata lotta competitiva alla sopravvivenza, in modo da sottrarre lucidità ed energie per comprendere e risolvere i veri problemi che affliggono l'umanità.

Al di là delle menzogne diffuse dai mass media, i fatti provano che gli odierni governi sono soltanto delle dittature camuffate da democrazie rappresentative, che si avvalgono dell'ignoranza della massa per esercitare il controllo sociale e servire al meglio gli interessi dei detentori di capitale.

Se ne deduce che la democrazia è una conquista vana se si riduce soltanto alla libertà di poter scegliere i propri dittatori.

Un ultimo aspetto degno di nota del pensiero di Protagora riguarda la sfera religiosa; nel -411 decise imprudentemente di leggere pubblicamente ad Atene il suo scritto intitolato Sugli Dei

«Intorno agli dèi non ho alcuna possibilità di sapere né che sono né che non sono. Molti sono gli ostacoli che impediscono di sapere, sia l'oscurità dell'argomento sia la brevità della vita umana».

A quanto pare la scelta non fu felice... le copie dei sui libri vennero requisite a tutti coloro che le possedevano, e vennero bruciate nella piazza del mercato. Protagora fu chiamato “ateo”, anche se in realtà non lo era affatto. 

Come già accaduto ad Anassagora, Protagora fu accusato di empietà e dovette fuggire dalla città per evitare sorti peggiori (Socrate docet), ma non riuscì comunque a sfuggire alla morte: naufragò mentre si stava recando in Sicilia. Aveva 70 anni.

In realtà, l'oscurità a cui si riferisce Protagora sta a significare che la sfera del divino esula dall'esperienza sensibile degli umani, perché la trascende; ma il sapere degli uomini deriva proprio da quelle esperienze.

Quindi, in questo ambito, il sapere è limitato e la miglior cosa da fare è evitare di esprimere un giudizio. Il che fa di Protagora un agnostico.

Non mi sorprende che il suo agnosticismo creasse confusione all'epoca, perché molto spesso ciò accade ancora oggi, dato che in molti non conoscono nemmeno le differenze che corrono tra un ateo, un agnostico e un credente.

Il credente è colui che è disposto ad abbandonare l'uso della ragione in un dato ambito per accettare delle affermazioni a prescindere da tutto il resto. E ciò vale anche al di fuori della religione, ad esempio nella politica e nell'economia.

In particolare, il teista afferma l'esistenza di almeno una divinità. Un esponente dei grandi monoteismi crede che Dio esista; l'agnostico sostiene che non vi siano sufficienti elementi in merito né per affermare né per negare l'esistenza di quel dio; l'ateo fa un passo in più: innanzitutto egli non crede che Dio esista e, nelle forme più forti, nega l'esistenza di Dio e di ogni altra divinità frutto della fantasia credula degli uomini.

Ulteriore errore consiste nell'affermare che l'ateismo sia una forma di fede al pari di quella praticata dai teisti. Il che è falso. A livello logico "non credere che dio esiste", non equivale a "credere che dio non esiste"; inoltre, non esiste una religione atea che professa di credere nella non esistenza di Dio.

Guardando ai grandi pensatori della storia che hanno ammesso di credere in qualche divinità, e che non l'hanno fatto per paura di esser arsi sul rogo, si scopre che alcuni hanno commesso degli errori logici che invalidano la loro tesi, altri hanno postulato l'esistenza di un essere metafisico non necessario con l'intento di spiegare delle cose che nessuno era - e in certi casi ancora è – in grado di spiegare, altri hanno chiamato la Natura Dio. 

A costoro mi sento di dire che la paura di venir uccisi dall'ignoranza dei credenti è comprensibile ma non supporta l'esistenza di alcun dio; gli errori logici si possono smascherare tramite la ragione; introdurre ad hoc un ente/essere metafisico per spiegare qualcosa in totale assenza di evidenze non spiega alcunché, e tanto meno prova l'esistenza di quell'ente/essere; ed infine la Natura ha già il suo nome e non c'è bisogno di chiamarla Dio, né di credere in essa.

In generale, l'errore del credente consiste nel credere a prescindere dall'assenza di evidenze oggettive, dalla contraddittorietà dei testi sacri, dal fatto che i culti e le divinità sono stati inventati dagli esseri umani e così via. 

L'errore dell'agnostico nel ritenere che non vi siano elementi a sufficienza per esprimersi, come se l'esistenza o la non esistenza di un essere immaginario rappresenti un fatto equiprobabile al pari del lancio di una moneta non truccata. Il che è falso. 

Per comprenderlo chiedetevi se sareste disposti a scommettere sull'esistenza di una qualsiasi altra divinità che non appartenga alla vostra religione, ad esempio Zeus, Amon-Ra, o l'Invisibile Unicorno Rosa, e nel far ciò, se siete credenti, tenete bene in mente che voi siete convinti che il vostro dio sia più vero di quello degli altri solo perché siete nati in un certo contesto socio-culturale e non in un altro.

Comprendiamo che gli insegnamenti di Protagora, e dei sofisti più in generale, possono essere applicanti con forza nell'ambito della religione, perché la religione è un fatto culturale.

Il punto è che non può esistere una divinità più vera delle altre tra quelle inventate dagli esseri umani; l'unica differenza tra Dio, Amon-Ra e l'Invisibile Unicorno Rosa consiste nell'indottrinamento impartito ai membri dei rispettivi culti.

L'ateismo, quindi, non è un atto di fede ma la conseguenza di chi assume un atteggiamento logico razionale coerente che, seguito fino in fondo, conduce a non credere all'esistenza di alcun dio inventato dall'uomo, non necessario, non supportato da argomenti che sono logicamente validi e in totale assenza di prove oggettive.

È Ateo colui che ha ascoltato le opinioni dei credenti, le ha analizzate con la forza della ragione ed ha concluso che non è razionale accettarle.

L'ateo è disposto a scommettere sulla non esistenza di Dio per non contraddire la ragione e compiere un atto che altrimenti sarebbe logicamente insensato in quanto irrazionale.

La cosa divertente, è che il credente si sente così diverso dall'ateo e non si rende nemmeno conto di essere anch'egli ateo nei confronti di tutte le divinità, tranne quella in cui crede. 

Ma se escludessimo dal dominio delle scelte possibili Dio e lasciassimo in campo tutte le altre migliaia di divinità inventate nel corso della storia dell'umanità, perfino il Papa sarebbe ateo. Ammesso che già non lo sia.

Mirco Mariucci

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Fonti 

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