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giovedì 2 giugno 2016

La concezione dell'anima secondo Aristotele


Tratto dal saggio Il Sapere degli Antichi Greci, disponibile in formato cartaceo e digitale al seguente indirizzo, anche in download gratuito.


Le questioni inerenti l'anima, tanto care agli Orfici e a Platone, furono immancabilmente affrontate anche da Aristotele, ma la complessità della dottrina aristotelica favorì la nascita di controversie e fraintendimenti.

Se questa contemplasse l'immortalità dell'anima oppure no, è una delle questioni che ha dato luogo a lunghi dibattiti tra i commentatori medioevali e moderni.

La mutevolezza e l'incertezza del pensiero e degli scritti Aristotelici inerenti l'anima di certo non furono di grande aiuto per risolvere la disputa. 

Dagli scritti della fase giovanile, sembrerebbe emergere una sostanziale adesione al platonismo, tanto che Aristotele nell'Eudemo paragona il legame dell'anima con il corpo alla celebre tortura etrusca che prevedeva di unire saldamente un uomo vivo al cadavere d'un altro.

D'altro canto, una volta raggiunta la maturità di pensiero, Aristotele migra su posizioni del tutto antitetiche: anima e corpo non sono più estranei puniti con un'unione forzosa e innaturale, ma parti fondamentali e complementari di ciò che è vivente, la cui sinergia vivifica e rende possibile la vita. 

Aristotele afferma che «L'anima è inseparabile dal corpo» e che, a quanto pare, non possa sopravvivere senza di esso.

Poi, però, apre uno spiraglio interpretativo, aggiungendo che non è detto che quanto appena sostenuto avvenga per tutta l'anima ma che di certo accade per alcune delle sue parti.

Cerchiamo quindi, nei limiti del possibile, di fare un po' di chiarezza, concentrandoci principalmente sulla concezione sviluppata nella fase matura del pensiero di Aristotele.

I suoi predecessori avevano cercato di dare delle definizioni per l'anima indicandola come principio del movimento o dell'intelligenza, ma a suo avviso avevano commesso un grossolano errore.

Vi sono tutta una vasta gamma di esseri che, pur non potendo muoversi o pensare come un animale, o un essere umano, non è lecito escludere dall'insieme dei viventi: si tratta delle piante.

Per rimediare a questa lacuna, Aristotele definisce l'anima come la forma di un corpo che possiede in sé la potenza della vita. 

Anima e corpo, quindi, sono messi in relazione come forma e materia, secondo la terminologia introdotta nella Metafisica. Ed in particolare l'anima svolge la funzione di forma.

Ma siccome la forma è realtà in atto, allora l'anima può essere intesa come atto perfetto (entelechia) di quella materia che può avere vita in potenza.

L'anima corrisponde alla formula definitoria dell'essenza, ovvero all'essere essenziale, di un corpo che ha vita. E in questo senso è causa finale della materia che costituisce il corpo di un vivente.

Non tutta la materia, però, forma dei corpi che hanno vita in potenza. Pietre, metalli, e oggetti costruiti combinando questi materiali con altri, non possono essere vivificati.

Solo la materia organica, o meglio un corpo formato da organi, ciascuno dei quali svolge le proprie funzioni, può avere vita in potenza. 

E in tutto ciò l'anima è quella realtà che deriva dalla messa in atto delle funzioni potenziali di tali corpi. 

L'unione di materia e forma, così come sono state appena descritte, può diventare un corpo organizzato.

La funzione dell'anima, in quanto forma di un corpo, consiste nel rendere quel corpo un'unità organica che può avere degli scopi solo in quanto unità.

Un organo ha degli scopi che non può compiere se resta isolato perché sono al di fuori di sé.

Un occhio preso singolarmente non può vedere, ma non appena si unisce agli altri organi che formano l'apparato visivo di un essere vivente, dà origine alla vista.

L'anima sta al corpo così come l'atto della visione sta all'occhio, ovvero è la realizzazione delle potenzialità di un corpo formato da organi. 

Se un corpo in quanto tale ha la potenza di vivere e pensare, l'anima è l'attualizzazione di queste funzioni. 

Se così stanno le cose, anima e corpo costituiscono un insieme unitario, e non si capisce come l'anima possa continuare ad esistere separata dal corpo. 

Ma a questo punto, però, Aristotele introduce un elemento di novità, che lo porterà a parlare di “spirito”.

Lo spirito è un qualcosa di più elevato dell'anima ed è meno legato al corpo. Sembra trattarsi di una sostanza indipendente che si fissa nell'anima.

L'anima non può avere un'esistenza separata dal corpo, mentre per lo spirito si può ammettere che non sia soggetto alla distruzione e quindi possa esistere anche di per sé. 

Aristotele concepì l'anima non tanto come un insieme di parti, piuttosto come un agglomerato di funzioni.

C'è la funzione vegetativa, che consiste nella potenzialità di nutrirsi e riprodursi, propria di tutti i viventi, ed in particolare anche delle piante, e quella sensitiva, che include la sensibilità nei confronti delle cose e la possibilità di muoversi, tipica degli animali e degli umani.

Ma sopra di tutte vi è la funzione intellettiva, vale a dire il pensiero che è tipico dell'uomo, e questa funzione speciale è riservata allo spirito.

Si comprende allora che lo spirito è ciò che ci consente di comprendere la matematica e la filosofia, e dal momento che gli oggetti a cui si rivolge sono immortali, perché al di fuori del tempo, allora si può pensare che anche lo spirito sia immortale, nonostante le restanti funzioni dell'anima potrebbero anche non esserlo.

Aristotele impone una sorta di gerarchia, nella quale gli esseri dotati di una funzione superiore possiedono automaticamente anche quelle inferiori, mentre il viceversa non sussiste.

L'anima vegetativa provvede al nutrimento e alla riproduzione di ogni vivente, grazie ad essa anche le piante sono in grado di vivere.

L'anima degli animali gli consente di nutrirsi e di riprodursi, di sentire e di muoversi, ma quella delle piante gli permette solo di vegetare. Il pensiero invece, è proprio dell'uomo ma non degli animali e tanto meno delle piante.

Le funzioni vegetative e sensitive dipendono direttamente dal mondo sensibile; in particolare vi sono cinque sensi ciascuno dei quali si occupa di un'area specifica: la vista percepisce il colore, l'udito i suoni e così via.

Ma la funzione superiore, quella del pensiero, pare svolgersi al di fuori del corpo e dei sensi, per questo lo spirito può essere considerato immortale.

A supporto dei cinque sensi interviene un “senso comune”, che non è da intendersi come un sesto senso da aggiungere agli altri, ma come ciò che consente di avere coscienza della sensazione, vale a dire la capacità di “sentire di sentire”, e di percepire le determinazioni comuni a più sensi, rendendo così possibile un generale coordinamento delle percezioni provenienti da essi.

La funzione sensitiva è in grado di cogliere la forma sensibile di un oggetto senza la materia.

Aristotele la paragona ad una tavoletta di cera nella quale un anello può lasciare impressa la sua forma senza lasciare alcuna traccia del metallo di cui è composto.

Quando la sensazioni avviene, ovvero è in atto, essa coincide con la forma dell'oggetto sensibile.

In altre parole, il senso ha la potenza di percepire, mentre l'oggetto sensibile quella di essere percepito.

Ma è soltanto quando la percezione ha luogo che entrambi passano all'atto, e ciò avviene quando il senso e il sensibile s'incontrano e formano un tutt'uno.

Perciò si può affermare che se non ci fosse la vista non esisterebbero neanche i colori, ma solo in atto, perché quest'ultimi continuerebbero ad esistere in potenza, e la stessa considerazione sarebbe valida anche ad un livello più generale, ovvero tra sensi e oggetti sensibili. 

In conformità con le credenze dell'epoca, anche Aristotele attribuisce una funzione centrale al cuore piuttosto che al cervello nell'ambito di questi processi.

Il cuore, sede del calore innato, è quell'organo che fornisce il supporto fisiologico per la nutrizione, l'accrescimento, la sensazione e il movimento. Il compito del cervello consiste nel dissipare il calore innato, raffreddando il cuore.

Il sangue è il vettore che consente ai moti prodotti dalle percezioni di confluire dalle varie parti del corpo al cuore e viceversa.

I movimenti dovuti alla percezione lasciano delle tracce che s'imprimono e perdurano anche in assenza degli oggetti sensibili che li hanno causati: questi residui di forme originano delle immagini, che saranno gli oggetti dell'immaginazione.

Nel senso aristotelico, l'immaginazione non è un'attività creativa, ma è un movimento che imprime nell'anima l'immagine di una forma e che quindi non può avvenire senza una percezione.

La memoria degli uomini si forma mediante una collezione di simili impressioni.

Ma a differenza della sensazione, nella quale non vi è possibilità di errore, poiché senziente e sensibile passano all'atto e vanno a coincidere formando un tutt'uno, il processo di immaginazione è soggetto all'errore, sebbene sia prodotto dalla sensazione. 

Ed è a questo punto che interviene l'intelletto, con il compito di operare sulle immagini: l'intelletto non è altro che la capacità di giudicare il prodotto del processo dell'immaginazione.

Così come i sensi ricevono le sensazioni, l'anima intellettiva riceve le immagini, e provvede a stabilire se sono vere o false, buone e cattive, desiderabili o da rifuggire. 

Tuttavia l'intelletto non ha nulla a che fare con l'immaginazione. E qui il pensiero di Aristotele dà origine nuovamente a delle ambiguità.

Da un lato ritiene che «Nessuno potrebbe imparare ed intendere nulla se non apprendesse nulla coi sensi» e che «tutto quanto si pensa, si pensa necessariamente con immagini», lasciando così intuire che il pensiero non possa avvenire senza le immagini, ovvero senza un legame con il mondo sensibile che gli fornisce il materiale del pensiero;

dall'altro, nega all'intelletto quella connessione con gli organi che invece viene ammessa per quanto riguarda la parte dell'anima che si occupa delle funzioni vegetative e sensitive. L'intelletto, infatti, non sembra possedere un corrispondente organo né implicare dei processi corporei. 

La trattazione procede con un'analogia che Aristotele utilizza per introdurre e chiarire un'ulteriore suddivisione tra intelletto attuale e potenziale.

Così come la sensazione s'identifica con l'oggetto sensibile quando è in atto, anche l'intelletto quando intende s'identifica con l'oggetto intelligibile, ma il suo oggetto è la verità.

Ciò significa che nel momento in cui l'intelletto intende è in grado di cogliere la verità, perché viene a coincidere con essa.

L'identità però non sussiste quando si considera la conoscenza in atto ma quella in potenza. Da qui origina la distinzione tra intelletto attivo e potenziale.

Solo il primo di essi può sopravvivere alla corruzione del corpo, perché separato, impassibile e non commisto con esso.

L'intelletto attivo è sempre in atto rispetto a ciò che è intellegibile, e contiene in atto tutte le verità degli oggetti possibili dell'intellezione.   

Così come la luce che colpendo ed illuminando gli oggetti consente ai colori nascosti dall'oscurità, che sono in potenza, di passare in atto, anche l'intelletto attivo funge da faro nei confronti della verità, facendo passare all'atto ciò che nell'intelletto potenziale esiste solo in potenza.

È solo grazie all'azione dell'intelletto attivo che quello passivo può a sua volta passare all'atto, e quindi può conoscere gli intellegibili.

L'intelletto potenziale, a differenza di quello attivo, è una prerogativa tipicamente umana, è più legato al corpo di quello attivo, e di certo non è in grado di sopravvivere alla sua distruzione.

L'intelletto attivo, invece, sembrerebbe un qualcosa di divino, impassibile e separabile, quindi d'immortale ed eterno.

Ma a questo punto la trattazione si conclude senza una spiegazione esaustiva riguardante l'intelletto attivo e così si entra nel campo delle speculazioni. 

Dal canto suo Aristotele si limita soltanto ad affermare che quest'intelletto sia “divino”; se poi appartenga soltanto alla divinità, all'uomo o a entrambi, non è noto, e quale sia il vero significato di quella separazione introdotta nella trattazione, lo è ancora di meno.

Tra i commentatori c'è chi identifica l'intelletto attivo con il motore immoto e chi lo interpreta come un intelletto unico che appartiene all'intera specie umana.

Vi è un'altra interpretazione che può essere vista come una sorta di sincretismo tra queste due posizioni.

L'intelletto attivo è lo spirito, ovvero la parte razionale dell'anima che è comune a tutti gli uomini, e che quest'ultimi hanno il privilegio di condividere con la divinità.

Ma l'anima è composta anche da una parte irrazionale, quella che si occupa delle funzioni vegetative e sensitive.

Così la parte irrazionale diversifica gli esseri viventi, quella razionale, cioè lo spirito, li unisce. 

Possiamo avere gusti e sensazioni diverse, in quanto esseri umani sensibili, ma quando studiamo la matematica le divergenze svaniscono. Il pensiero umano nell'ambito della matematica è comune a tutti gli uomini. 

Ciò è reso possibile dallo spirito. Ma lo spirito, però, è un qualcosa di divino, esterno all'uomo, di cui essi partecipano.

L'immortalità, dunque, non sarebbe un'immortalità dei singoli individui, ma una partecipazione all'immortalità divina che gli uomini, in quanto razionali, possono condividere con essa durante la loro esistenza.

Non possiamo sapere se questa interpretazione coincida esattamente con il pensiero di Aristotele, ma di certo rappresenta una soluzione coerente e compatibile con il resto della sua filosofia.

Mirco Mariucci

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Fonti 
  • Storia della filosofia antica, di Giuseppe Cambiano.
  • Storia della filosofia, di Nicola Abbagnano.
  • Storia della Filosofia occidentale, di Bertrand Russell.
  • Storia del pensiero scientifico e filosofico, di Ludovico Geymonat

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