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giovedì 2 giugno 2016

La concezione di Dio secondo Aristotele.


Tratto dal saggio Il Sapere degli Antichi Greci, disponibile in formato cartaceo e digitale al seguente indirizzo, anche in download gratuito.


Conoscere l'impianto metafisico di Aristotele è di fondamentale importanza per comprendere la sua teologia. 

In realtà, “teologia” è proprio il termine che egli utilizzò per indicare uno dei suoi libri che furono successivamente inseriti nella raccolta a noi nota come Metafisica.

Secondo la concezione filosofica aristotelica tutto l'universo è popolato da sostanze. C'è la materia e ci sono le forme, ma entrambe sono immanenti al mondo sensibile. 

Lo stanza è in qualche misura unione di forma e materia, come lo è una statua di marmo. La materia è forma in potenza, così come un blocco grezzo di marmo può diventare una statua.

La forma è materia in atto, similmente a quando lo scultore ha terminato la sua opera e, conferendo forma alla materia, l'ha resa “reale” nella sua compiutezza.

L'universo appare così un universo dinamico di cui si deve spiegare il movimento. Aristotele lo fa ricorrendo alle “cause”. 

C'è la materia, o meglio, il sostrato senza il quale una cosa non potrebbe esistere (causa materiale), ma vi è anche l'essenza, cioè la sostanza definitoria di un oggetto, composta da quell'insieme di caratteristiche a cui non si può rinunciare per definire un oggetto, perché altrimenti non sarebbe più se stesso (causa formale) 

Ci sono degli agenti che determinano operativamente il mutamento, come lo scultore con il suo picchiare lo scalpello sul marmo (causa efficiente), e soprattutto vi è lo scopo per cui una certa determinazione della realtà esiste, che simboleggia l'intenzionalità (causa finale).

Dopo questo breve riepilogo, possiamo iniziare ad addentrarci nell'ambito della teologia aristotelica vera e propria.

L'universo può essere suddiviso in due zone, quella celeste e quella sublunare, mentre le sostanze che le popolano sono soggette ad una tripartizione. 

La sostanza delle cose del mondo sublunare, a loro volta generabili e corruttibili, non è altro che una combinazione dei quattro elementi: terra, aria, acqua e fuoco; quella dei corpi celesti è una sostanza sensibile, ingenerabile ed incorruttibile.

Lo studio di queste sostanze, entrambe sensibili ed in movimento, è compito della fisica, ma vi è una terza classe di sostanze, quelle non-sensibili ed immobili, che è l'oggetto di un'altra scienza: la teologia, appunto.

Qual è il ruolo svolto da queste strane sostanze? Di spiegare il moto, ed in particolare la continuità e la regolarità dei movimenti che avvengono nella volta celeste. Cerchiamo di capire il perché.

Per spiegare un movimento, ad esempio il moto dei corpi che popolano le sfere celesti, siamo logicamente portati ad individuare una certa causa. 

Ora, se questa causa si muove, avrà bisogno a sua volta di un'altra causa per spiegare il proprio movimento.

E se anche quest'ultima fosse in moto, si dovrebbe ricercare un'ulteriore causa e così via, generando un regresso all'infinito.

Ne consegue, conclude Aristotele, che ad un certo punto il processo deve arrestarsi, perché se ciò non avvenisse non saremmo in grado d'individuare una causa e quindi non riusciremmo a spiegare il moto.

Dunque, per spiegare l'origine del moto dei corpi celesti, è necessario ammettere l'esistenza di un “primo motore” che è causa ma non è causato, vale a dire che muove ma a sua volta non può essere mosso da altro e quindi dev'essere immobile. Questo “motore immoto” coincide con la divinità. 

Cerchiamo ora di precisarne la natura e di spiegare come sia possibile che una sostanza immobile sia in grado di causare il movimento.

Per prima cosa, possiamo osservare che il motore immoto non può che essere atto puro e non potenza.

Se esistesse in potenza, infatti, potrebbe muovere o non muovere e così non si riuscirebbe a  spiegare la regolarità dei moti celesti. 

La potenza contempla la possibilità di attuare dei contrari, come ad esempio la salute e la malattia, e l'attuazione di uno di essi esclude automaticamente l'altro. 

Se ne deduce che il motore dei corpi celesti debba essere atto assolutamente privo di potenza. E poiché privo di potenza, allora è anche privo di materia, perché la potenza è materia.

Dunque la sostanza della divinità è atto puro e, in quanto tale, pura forma senza materia.

Si chiarisce così ulteriormente l'aggettivo “immobile”, perché se una sostanza è interamente in atto allora non ha in sé alcuna materia che in potenza possa trasformarsi dando origine al movimento.

Ma se la divinità non è formata di materia come può originare il moto? 

Di certo non può essere una causa efficiente, poiché la divinità, in quanto atto puro privo di materia, è formata da una sostanza non-sensibile, e quindi non può avere contatti con ciò che muove.

Vi dev'essere un'altra spiegazione che Aristotele individua nella causa finale.

La divinità è una sorta di “attrattore” che è in grado di muovere pur essendo immobile e senza che avvenga alcun contatto; muove le cose così come un oggetto del desiderio riesce a produrre un moto nel soggetto che desidera, pur non essendo in moto.

La sostanza immobile viene identificata con il più alto grado del desiderabile e, in quanto tale, muove le sostanze sensibili del primo cielo come fosse oggetto d'amore.

Una volta spiegata l'origine del moto, tutto il resto può muovere altro da sé per il semplice fatto di essere in moto, un po' come avviene nel gioco del biliardo.

Aristotele continua con la descrizione specificando ulteriori caratteristiche di questa misteriosa sostanza non-sensibile.

La sostanza divina è quanto di più alto e perfetto si possa immaginare, e partecipa anch'essa della vita. E poiché il pensiero è l'attività più eccellente fra gli uomini, esso appartiene propriamente anche alla divinità.

Ma a differenza degli uomini, il pensiero divino non può rivolgersi ad altro rispetto a quanto vi è di più perfetto, dunque la divinità pensa se stessa, ovvero il suo pensiero è “pensiero di pensiero”.

Infatti se il pensiero divino fosse in potenza dipenderebbe dalle cose materiali. Ma se la divinità, per definizione, è la cosa migliore a cui si può pensare, ogni suo mutamento di pensiero rispetto a se stessa, condurrebbe ad un oggetto necessariamente inferiore. 

Ma compiendo quest'attività la divinità perderebbe la sua perfezione e non sarebbe più atto puro perché, per esser tale, dovrebbe prescindere dalla materia e dalle potenzialità, concentrandosi solo su ciò che c'è di maggior valore, ciò che è immutabile nella sua perfezione: se stessa. 

Nella sostanza non-sensibile e immobile, il pensato ed il pensiero s'identificano e diventano un tutt'uno, e dal momento che l'attività del pensiero è quanto di più dolce ed eccellente può esservi, la vita divina, intesa come pensiero di pensiero, non può che essere la più perfetta tra tutte, eterna e beata.

La divinità di Aristotele non presenta neanche lontanamente gli attributi del dio dei cristiani e dei cattolici. 

La sostanza divina, in quanto puro atto e pensiero di pensiero, non si preoccupa minimamente delle vicende degli uomini e non è neanche responsabile della creazione dell'universo. 

Essa ignora perfino l'esistenza del mondo sublunare ed è impossibile che provi amore per gli uomini. 

Per Aristotele la struttura sostanziale dell'universo è eterna ed increata, e quindi la creazione si pone al di fuori del dominio delle competenze della divinità.

Al contrario degli oggetti composti di materia e forma, la sostanza in sé non può essere soggetta alla nascita o alla morte.  

Quindi anche la divinità, che è sostanza, così come lo sono le altre cose, sebbene sia immateriale, partecipa di questa eternità.

La sua superiorità deriva dalla perfezione che si manifesta nella vita beata, e che consiste in un pensiero autoreferenziale; la sua funzione nell'universo è quella di garante dell'ordine cosmico e non di creatore.

Ciò che la divinità “crea”, in quanto ne è “causa” (in senso aristotelico), è l'ordine dell'universo ma non l'essere del mondo che già è di per sé, e della cui eternità egli partecipa in quanto sostanza. 

E in tal senso la divinità non può neanche essere paragonata al demiurgo descritto da Platone. 

Aristotele, postulando l'esistenza della sostanza non-sensibile immobile come primo motore, pensa di aver risolto il regresso all'infinito generato dalla ricerca delle cause e di aver giustificato il moto di ogni sostanza. 

Ma in realtà l'argomento impiegato per provare l'esistenza della divinità è fallace almeno da due punti di vista.

In primo luogo, la conclusione si basa su un rifiuto arbitrario del concetto di infinito, tipico del pensiero dell'antica Grecia, che però oggi, in particolare grazie ai lavori del matematico George Cantor, sappiamo non ha ragion d'essere.

In secondo luogo, pur ammettendo l'esistenza della divinità concepita da Aristotele, non c'è niente che ci assicuri la sua unicità.

Fissando due eventi distinti e immaginando di risalire a ritroso le cause per giungere alla causa prima, oppure, seguendo il pensiero Aristotelico, inseguendo le successione di cause fino a giungere alla causa finale, non c'è alcuna garanzia che si ottenga sempre la medesima causa.

In altre parole, l'argomento non riesce ad escludere che da eventi distinti si possa risalire a cause distinte. Se ciò è vero, non è detto che esista soltanto una divinità, ma potrebbero esistere un numero non ben precisato di divinità distinte tra loro.

Aristotele, da buon greco, ignora la prima criticità, ma sembra accorgersi dell'insistenza della seconda problematicità.

Infatti, ad un certo punto della trattazione, ammette candidamente: «Non dobbiamo ignorare il problema se sia lecito una di tali sostanze o più d'una» e si avventura in un ragionamento che sembra condurlo ad una posizione politeista nella quale ci sono 47 o 55 motori immoti. 

La ragione di questa conclusione va ricercata nella cosmologia. 

Secondo Aristotele la Terra è posta al centro dell'universo, e il mondo celeste, situato al di sopra e intorno a quello sublunare, è composto da numerose sfere celesti.


La più remota ed esterna di esse è il primo cielo, di cui la divinità ne spiega il movimento.

Ma l'argomento utilizzato per provare l'esistenza del primo motore immoto può essere applicato anche per quanto riguarda i movimenti di tutte le altre sfere celesti.

Ciò può condurre a sostenere l'esistenza di tanti motori immoti quante sono le sfere celesti, i quali ne determinano il moto così come avviene per la divinità e il primo cielo.

Il numero dei motori immoti è dovuto al numero di sfere che gli astronomi del tempo impiegarono per giustificare le anomalie presentate dal moto apparente dei pianeti osservato dalla Terra. 

Per motivi filosofici, essi sostenevano che le orbite fossero dei circoli perfetti. Tutto ciò, però, complicava notevolmente la spiegazione dei moti degli astri.

Per ottenere dei risultati soddisfacenti gli astronomi congetturarono che ogni pianeta fosse mosso da più sfere.

L'astronomo Eudosso ne ammetteva 47, Callippo 55 e di conseguenza Aristotele si adeguò ai loro risultati, indicando tanti motori immoti quante erano le sfere della volta celeste.

E ovviamente anch'esse partecipavano della stessa natura della divinità, ovvero si trattava di sostanze non-sensibili e immobili, atto puro senza materia, pensiero di pensiero.

Anche se il rapporto tra la divinità del primo cielo e i motori delle altre volte celesti non è ben chiaro, si può pensare che fossero dei veri e propri dei. 

D'altronde è lo stesso Aristotele a parlare di “dei”, e sebbene riconosca che la tradizione popolare abbia raccontato molti miti sul loro conto, rappresentandoli ad esempio come figure antropomorfe, riesce comunque ad individuare nella tradizione qualche elemento di verità.

Un merito di questi antichi miti è di aver intuito che le divinità debbano essere ricercate nei cieli. 

Ma se la sostanza divina è partecipata da molte divinità, allora le sostanze prime possono essere rilette come gli dei della tradizione. 

E così, su questo punto, si avrebbe coincidenza tra la tradizione popolare e le tesi filosofiche aristoteliche, seppur in minima parte.

Secondo Aristotele non può avvenire un passaggio dalla potenza all'atto, se non preesiste un atto che è il motore che consente a quella potenza di diventare atto.

Se ogni movimento può essere spiegato mediante la dinamica appena esposta, se ne deduce che ai due estremi della successione di atti e potenze, vi debba essere una pura materia priva di forma, dal quale tutto ha origine, e una pura forma priva di materia, come situazione finale.

Sull'esistenza di una pura materia totalmente indeterminata, poiché priva di forma, Aristotele sembra glissare fino a negarla, in quanto inconcepibile.  

Al contrario, l'esistenza di una pura forma priva di materia non solo è ammessa, ma diviene il cardine di tutta la sua teologia. 

Tutto ciò sembra funzionare per le dinamiche del mondo celeste, ma in che modo potremmo interpretare queste tesi per il mondo sublunare?

La teologia aristotelica ci parla di un mondo in continuo divenire. Aristotele era un biologo e la sua religione intimamente legata al mutamento rispecchia quest'aspetto della sua personalità. 

Il motore immoto, in quanto causa finale, fornisce uno scopo: raggiungere la somiglianza della divinità che è pura forma.

Le cose sensibili sono in qualche misura consapevoli dell'esistenza della divinità, e sono mosse dall'ammirazione e dall'amore che nutrono nei suoi confronti.

Ogni mutamento consiste nell'acquisire forma da parte della materia, ma quando si parla degli oggetti del mondo sensibile la materia è ineliminabile. 

Il mondo evolve passando dalla potenza all'atto, ma solo dio è atto puro, forma senza materia, per questo l'evoluzione è inarrestabile nel mondo sublunare. 

Ma di questo processo la divinità non è neanche consapevole, fiera di sé nella sua attività di pensare se stessa, può essere soltanto oggetto d'amore che muove verso sé pur essendo immobile.

Mirco Mariucci

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Fonti:

  • Storia della filosofia antica, di Giuseppe Cambiano.
  • Storia della filosofia, di Nicola Abbagnano.
  • Storia della Filosofia occidentale, di Bertrand Russell.
  • Storia del pensiero scientifico e filosofico, di Ludovico Geymonat

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