sabato 29 settembre 2018

La schiavitù non è mai stata eliminata: oggi si chiama “lavoro”.


Coordinare le attività creative e produttive dell'umanità per fare in modo che remino nella direzione del benessere collettivo, e non dell'autodistruzione, è già di per sé una questione complessa.

Secondo voi, una specie composta da individui che dedicano così tante energie ad uccidere, danneggiare, distruggere, depredare, sfruttare e arrecare sofferenza a se stessi, agli altri esseri viventi e alla natura, come può aver organizzato il mondo del lavoro?

Nel peggiore dei modi possibili, ovviamente!

Non serve molto per rendersi conto che l’attuale organizzazione del lavoro, oltre ad inseguire dei fini distorti, che non è esagerato definire deleteri, sia caratterizzata da inefficienze ed ingiustizie, che danno luogo a situazioni drammatiche, grottesche e talvolta paradossali.

La mentalità laburista che vede il lavoro come valore in sé, a prescindere dall'analisi degli effetti e dalla reale utilità delle attività lavorative svolte, è tipica della modernità e prosegue disgraziatamente ancora oggi, nella fase storica in cui grazie a delle automazioni sempre più versatili la produttività sta crescendo a dismisura e si potrebbe liberare quasi completamente l'umanità dall'obbligo di lavorare, pur garantendo a tutti i membri della società delle elevate condizioni di benessere materiale.

Si pone così un grande problema sociale, perché se il fine perseguito dal mondo del lavoro è nocivo (ed in effetti oggi lo è), l'accrescimento della produttività, lungi dall'essere un aspetto positivo, finisce per trasformarsi in un catalizzatore del disastro, il cui effetto diviene quello di accelerare il già avanzato processo di declino dell'umanità: quando un treno in corsa si sta dirigendo verso la rovina, non è segno d'intelligenza esultare perché gli ingegneri sono riusciti ad incrementare i cavalli della locomotiva. Bisognerebbe tirare il freno, invece di continuare a premere sull'acceleratore.


L'orario di lavoro

Nonostante il lavoro sia più dannoso che utile e le automazioni possano sostituire i lavoratori in moltissime mansioni, gli esseri umani dedicano lo stesso alle attività lavorative la maggior parte delle loro energie psico-fisiche e del tempo della loro vita; perfino l'istruzione è sempre più subordinata al mondo del lavoro.

Il buon senso e la giustizia vorrebbero che tutti gli adulti abili al lavoro contribuissero al benessere sociale dedicando ad una certa attività un egual numero di ore al dì, suddividendo il carico di lavoro totale equamente tra tutti i lavoratori... nient'affatto!

In realtà, l'orario di lavoro medio cambia in modo sostanziale da nazione a nazione, ed anche all'interno del medesimo Paese si riscontrano variazioni significative a seconda dei ruoli.

Guardando ai dati OCSE, i 5 Paesi con gli orari di lavoro maggiori sono rispettivamente: Messico 2.255 ore all'anno, Costa Rica 2.212 ore, Corea del Sud 2.069 ore, Grecia 2.034 ore e Russia 1.974 ore.

Considerando una settimana lavorativa di 5 giorni, con 11 mesi di lavoro all'anno, si ottengono i seguenti orari di lavoro giornalieri medi: Messico 10,25 ore al dì lavorativo, Costa Rica 10,05 ore, Corea del Sud 9,4 ore, Grecia 9,24 ore e Russia 8,97 ore.

Dall'altro lato della classifica, i 5 Paesi con gli orari di lavoro minori sono: Francia 1.472 ore all'anno, Olanda 1.430, Danimarca 1.424, Norvegia 1.410 e Germania 1.363, che, con le suddette convenzioni, corrispondono a: Francia 6,69 ore al dì lavorativo, Olanda 6,5 ore, Danimarca 6,47 ore, Norvegia 6,4 e Germania 6,19 ore.

L'Italia si piazza in 20-esima posizione, con un montante annuo di 1.730 ore, equivalenti ad un orario di lavoro giornaliero di 7,86 ore, di poco al di sotto della media OCSE di 1.763 ore, corrispondenti a 8,01 ore al dì lavorativo.

In relazione ai dati appena esposti è bene sottolineare che si tratta di orari medi e purtroppo, come c'insegna Trilussa con la sua poesia intitolata la Statistica, le medie rischiano di essere delle medie del pollo.

Nel nostro caso, ciò significa che se l'orario di lavoro medio nell'OCSE è di 8 ore al dì, considerando che in molti hanno contratti di lavoro part-time, che si traducono in 4-5 ore di lavoro giornaliere, e che in molti altri sono ancor più sotto-occupati, ovvero lavorano di meno rispetto a chi ha un part-time, affinché la media sia tale, tanti altri dovranno svolgere giornate di lavoro ben superiori alle 8 ore!

Si consideri che, nel 2016, in Europa su 224 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni che risultavano occupate, ben 45,3 milioni lavoravano a tempo parziale e 9,5 milioni erano sotto-occupate: un dato tutt'altro che trascurabile.

Osserviamo inoltre che, valutando soltanto l'area OCSE, la precedente classifica non include molti Paesi in cui le condizioni di lavoro sono oltremodo disumane: chissà perché in rete non si riescono a trovare dati in merito a questi fenomeni, al netto di qualche denuncia più vole salita agli onori della cronaca per poi concludersi con un nulla di fatto.


La schiavitù moderna 

I membri delle cosiddette società "avanzate" vengono indotti a pensare che il problema della schiavitù riguardasse il passato, ma nei due secoli caratterizzati dalla tratta atlantica degli schiavi, nel mondo, c'erano "soltanto" 10-12 milioni di persone ridotte in schiavitù, oggi invece se ne contano almeno 45 milioni.

Il 58% degli schiavi è concentrato in 5 Paesi: India, Cina, Pakistan, Bangladesh e Uzbekistan; l'Asia ne contiene il maggior numero assoluto (circa 30 milioni e 435 mila individui), in Europa invece se ne stimano più di 1 milione e 200 mila.

E questo è ciò che emerge se ci si limita ad accettare la definizione ed i dati ufficiali in merito alla schiavitù. Personalmente dissento in modo sostanziale da queste posizioni, perché ritengo che quei numeri siano fortemente sottostimati.

Stando al Global Slavery Index Report del 2016, la definizione di "schiavitù moderna" è la seguente: «situazione di sfruttamento dalla quale una persona non può svincolarsi e che non può rifiutare a causa di minacce, violenza, coercizione, abuso di potere o inganno».

Se ci si sofferma a riflettere, con un po' d'onestà intellettuale, ben presto ci si rende conto che una simile definizione riguarda la maggior parte dei lavoratori di tutto il mondo.

Anche un operaio, o un impiegato, che per mantenere se stesso e/o la propria famiglia deve lavorare per 8-10-12 ore al giorno, a prescindere dalla sua reale volontà, è un soggetto sfruttato da qualche ente/capitalista che non può né svincolarsi né rifiutare la propria condizione, a meno di non voler finire in miseria, e tutto ciò a causa della costante minaccia dovuta all'azione coercitiva di un potente ricatto economico reso possibile da un sistema sociale fondato sull'abuso di potere e sull'inganno.

Pertanto, la precedente definizione di schiavo ricalca perfettamente la condizione esistenziale della maggior parte dei lavoratori.

Certo, a differenza di un “vero” schiavo, il moderno lavoratore può sempre decidere di licenziarsi, ammesso che se lo possa permettere, ma per far cosa? E con quali rischi?

Dopo aver passato molti anni della sua vita in un'azienda, a compiere azioni ripetitive, gli resterà ben poco da fare, se non sperare di trovare un altro posto di lavoro in qualche altra azienda. Ammesso che lo riassumano.

Ma cambiando azienda, o addirittura mestiere, egli non farà altro che riprodurre, nella loro essenza, le medesime condizioni esistenziali che aveva tentato di abbandonare: schiavo era, e schiavo rimarrà.

Infatti, sebbene ciò possa avvenire in un altro luogo e/o svolgendo un'altra serie di operazioni, di certo, non si può dire che, con una simile strategia, quel lavoratore sia riuscito ad emanciparsi dal proprio quotidiano asservimento. Sarà mutata la forma, ma non la sostanza della sua condizione.

Del resto, in una società che utilizza il denaro, si può essere effettivamente liberi, da un punto di vista materiale, soltanto se si è sufficientemente ricchi da potersi permettere il lusso di non lavorare.

Tutti gli altri, volenti o nolenti, sono condannati, in una certa misura, ad una qualche forma di schiavitù nei confronti del lavoro che il sistema sociale in cui vivono li condiziona a scegliersi e ad esercitare, in quantità e con modalità che assai raramente rispecchiano l'effettiva volontà dei singoli lavoratori.

Di certo, avere il grande privilegio di svolgere una mansione compatibile con la propria vera natura, può alleviare, sino a far svanire, la percezione d'essere un moderno schiavo, aiutando il corpo e la psiche a sopportare il carico di lavoro, i ritmi e le modalità d'azione pretese dal dio Mercato.

La stessa cosa, però, non può affatto dirsi per tutti quei soggetti che vorrebbero far altro nella loro vita, ma che, viste le condizioni sociali in cui si sono ritrovati a vivere, non hanno avuto altra possibilità se non quella di accettare, obtorto collo, un lavoro tra quelli disponibili, nonostante non fosse compatibile con il loro essere.

In tal caso, si viene a creare un enorme problema e ben presto l'obbligo del lavoro si trasforma in una vera e propria tortura, in grado di distruggere sia il corpo che la mente dei lavoratori, i quali si vedono sottrarre la cosa più importante: il tempo per vivere la vita.

Del resto, trascorrere un gran quantitativo di ore della propria esistenza rinchiusi in un luogo contro la propria volontà, è la condizione punitiva che si riserva ai carcerati. 

Ma si dà il caso che i lavoratori, oltre all'esser "imprigionati" per un gran quantitativo di ore, anche se in comode rate da 8 ore al dì, a differenza dei veri carcerati, debbano per giunta faticare per portare a compimento degli odiosi obiettivi aziendali!

Ora, non sono in grado di calcolare quanti miliardi di esseri umani siano condannati dall'odierno sistema socio-economico a sperimentare una simile condizione di oppressione, ma di certo non si tratta di soli 45 milioni d'individui.

Si tenga presente che, nel 2013, il 26,7% dei lavoratori nel mondo guadagnava meno di 2 dollari al giorno: stiamo parlando di quasi 900 milioni di persone, e se questo non significa essere schiavi, io non so cos'altro si debba intender come schiavitù.

E non mi si venga a dire che quei soggetti sono felici di dedicarsi a delle attività totalizzanti i cui compensi a mala pena gli assicurano la sussistenza, o che essi non sono degli schiavi perché (in teoria) sono “liberi” di cambiare lavoro.

Di certo, lo sfruttamento del lavoro minorile è anch'esso una palese forma di schiavitù, tra le peggiori, aggiungo.

In tal caso, sono proprio curioso di sapere come si possa conciliare il dato dei 45 milioni di schiavi, con quello dei 150 milioni di bambini di età compresa tra i 5 e i 14 anni che sono costretti a lavorare: ciò dimostra già di per sé, anche senza concordare con le precedenti argomentazioni, che il dato ufficiale relativo alla schiavitù è decisamente sottostimato.


Lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo


Da un punto di vista commerciale, l'esistenza della schiavitù viene abilmente occultata dagli esperti del marketing, che ben si guardano dal far comprendere ai consumatori che dietro ai prodotti in vendita si celano morte, dolore, sfruttamento, tragedie umane, stragi di animali ed incommensurabili danni ambientali. 

Si pensi ai telefoni cellulari: nel mondo si contano 7,7 miliardi di SIM Card, possedute da 5,3 miliardi di utenti unici; più di 3,4 miliardi di telefoni tra quelli in circolazione sono smartphone.

Per costruire questi dispositivi tecnologici c'è bisogno di utilizzare il coltan (columbite-tantalite). Il 50% delle riserve mondiali del coltan si trova in Congo. Quasi l’80% di questo minerale utilizzato per i telefonini proviene esattamente dalla Repubblica del Congo.

Ogni giorno, nelle miniere di coltan congolesi, vengono schiavizzati decine di migliaia di uomini, donne e bambini: gli uomini estraggono i minerali, le donne e i bambini li lavano e li trasportano a mano per venderli ai mediatori più vicini, camminando per molti chilometri con decine di chili di materiale sulle spalle. E tutto ciò per racimolare qualche dollaro.

La mano d'opera viene creata razziando le città ed uccidendo parte dei cittadini. Non avendo alternative, masse d'individui disperati ed impauriti si mettono a scavare nelle miniere, per evitare di morire di fame.

In quei luoghi, le modalità di lavoro stremanti, la ristrettezza alimentare e l'assenza di condizioni igienico sanitarie, hanno fatto precipitare l'aspettativa di vita a livelli infimi.

Nelle zone limitrofe ai campi di lavoro, omicidi, stupri e violenze di ogni genere sono all'ordine del giorno.

Oltre a garantire la mera sussistenza ai minatori, e far arricchire la casta che li sfrutta, le vendite di coltan finanziano i gruppi armati che si contendono lo sfruttamento delle miniere, alimentando così questo processo diabolico basato sulla violenza.

Negli ultimi 20 anni, in quella zona del mondo, i conflitti armati, in gran parte riconducibili al commercio del coltan, hanno dato origine ad un vero e proprio genocidio, a cui sono imputabili dai 6 agli 11 milioni di morti, a seconda delle stime.

Sono passati più di 100 anni, da quando nella colonia congolese del Re Leopoldo II del Belgio, gli schiavisti al suo servizio tagliavano le mani a tutti quegli schiavi che a fine giornata non avevano raggiunto la quota minima di estrazione di caucciù prestabilita, ma nulla sembra essere cambiato: un tempo i congolesi venivano schiavizzati per far arricchire un Re, oggi qualche multinazionale.

Infatti, una volta ceduti ai mediatori, i minerali vengono imbarcati e spediti in Cina o in Malesia, dove i due metalli che formano il coltan (columbine e tantalio) verranno separati per essere venduti all’industria dell'hi-tech.

Giungiamo così sulle linee di montaggio della Foxconn, la più grande multinazionale al mondo nell'ambito della realizzazione di componenti e prodotti elettronici, che produce dispositivi per aziende del calibro di: Amazon, Apple, Dell, HP, Microsoft, Motorola, Nintendo, Nokia, Sony, BlackBerry e Xiaomi.

I-phone, play station e amazon-kindle, sono tutti prodotti dagli operai della Foxconn, tristemente nota come “la fabbrica dei suicidi”.

In quegli stabilimenti, infatti, i moderni schiavi trascorrono 12 ore al giorno, svolgendo mansioni ripetitive, con ritmi di lavoro elevati, pause ridotte ai minimi termini ed un livello di controllo degno di un Lager.

Nei periodi di picco della produzione l'orario di lavoro aumenta fino a toccare le 100 ore settimanali.

I lavoratori mangiano in mense rifornite con cibo di bassa qualità e condividono le stanze fetide dei dormitori con i loro colleghi, trascorrendo così il poco tempo “libero” dal lavoro negli spazi messi a disposizione degli operai dalla stessa azienda.

In Cina lo stipendio minimo è di poco superiore ai 200 dollari al mese, ma un ex dipendente Foxconn, in un'intervista, ha dichiarato di riuscire a guadagnare 400 dollari al mese con gli straordinari: il suo compito consisteva nell'avvitare a ripetizione una vite sul retro degli smartphone che gli scorrevano davanti.

Foxconn è in buona compagnia. Qualche anno fa, la China Labor Watch denunciava le condizioni di lavoro estreme sperimentate dagli operai della Samsung: nei suoi stabilimenti cinesi si praticavano oltre 100 ore di straordinari al mese, ma non tutte le ore di lavoro venivano retribuite.

Gli operai erano costretti a turni di 11-12 ore di fila in piedi e si verificavano discriminazioni sia per il sesso che per l'età, mancanza di standard basici di sicurezza sul lavoro, maltrattamenti fisici e verbali dei lavoratori. Per non parlare di un probabile impiego di lavoro minorile.

Alcuni potrebbero pensare che quello dei prodotti high tech sia un caso isolato, ma una breve ricerca on-line sarà più che sufficiente a convincersi del contrario.

I baroni del caffè sfruttano senza pietà i braccianti nei loro latifondi: le paghe oscillano tra i 2 e i 4 dollari per un'intera giornata di lavoro e lo sfruttamento minorile è all'ordine del giorno. In Guatemala, se ci si iscrive ai sindacati per rivendicare i diritti dei lavoratori, si viene uccisi; in Brasile, i braccianti sono decimati a causa dei trattamenti chimici utilizzati nelle piantagioni.

Analoghe dinamiche si verificano anche per le colture di cacao e tabacco. La Costa d’Avorio è il più grande produttore di cacao al mondo (40% del totale).

Nei periodi del raccolto, nelle sue piantagioni, lavorano circa 1 milione di bambini; molti di essi provengono dai Paesi limitrofi, dando luogo ad una vera e propria tratta di minori, che vengono deportati nei campi grazie all'illusoria opportunità di costruirsi una vita migliore. 

Per ampliare le piantagioni di cacao vengono bruciate intere foreste, devastando ampi ecosistemi. Si consideri che, a causa di questa pratica, l’80% delle foreste della Costa d'Avorio è già andata distrutta e, se si procederà con questo passo, entro il 2030 non ve ne sarà più alcuna traccia.

Anche la produzione di tabacco è responsabile di deforestazione, inquinamento e perdita di biodiversità. Ed ovviamente, anche in questo settore, non mancano casi di sfruttamento, sia minorile che non.

Si potrebbe andare avanti ancora a lungo, citando esempi relativi al settore dei giocattoli, delle scarpe e dei vestiti alla moda... e così via, ma ci fermiamo qui.

In realtà, elevate condizioni di sfruttamento dei lavoratori non si verificano soltanto nei Paesi meno sviluppati, ma anche nelle cosiddette economie “avanzate”.

Non c'è bisogno di compiere chissà quali indagini per individuare dei veri e propri schiavi anche in Italia: basta attendere il periodo della raccolta degli ortaggi.

Si scoprirebbe così il fenomeno del “capolarato”: un sistema per reclutare manodopera giornaliera a bassissimo costo, tipicamente fornita da extracomunitari e persone bisognose ridotte in povertà, da impiegare non solo nei campi, ma anche nei cantieri e nelle fabbriche, a seconda dei carichi di lavoro.

Neanche a dirlo, i lavoratori reclutati dai caporali non hanno alcun contratto, sono sottopagati e vengono sfruttati oltre ogni limite della decenza, subendo ritmi e condizioni di lavoro insostenibili, non di rado imposti con minacce verbali e l'uso diretto della forza.

Molti di questi moderni schiavi vivono in dei veri e propri ghetti, ovvero in baraccopoli caratterizzate da scarse condizioni igienico-sanitarie, dove i caporali si recano ogni giorno per prelevare il quantitativo di lavoratori di cui hanno bisogno.

In verità, l'impiego di mano d'opera irregolare, sottopagata e senza diritti è un fenomeno piuttosto diffuso: in Europa è stato stimato che le forme di lavoro illecito e sommerso in agricoltura riguardino in media il 25% dei lavoratori, con maggiori concentrazioni nei Paesi del Mediterraneo e dell’est Europa.

Le condizioni peggiori si registrano in Romania e Portogallo, dove rispettivamente il 40% e il 60% dei lavoratori del settore agricolo sono irregolari; tra i Paesi più virtuosi vi sono Germania e Austria, dove la suddetta percentuale non supera il 10%. In Italia, invece, risulta irregolare un lavoratore su tre, vale a dire circa il 33,3% di chi opera nel comparto dell'agricoltura.

Prima d'incolpare integralmente chi produce i prodotti agro-alimentari, è bene ricordare che, di norma, quei beni vengono acquistati da altri soggetti che provvederanno alla loro vendita.

Si scopre così che fino alla metà dei proventi derivanti dalle vendite finisce nelle tasche dei rivenditori della grande distribuzione (tipicamente catene di supermercati), mentre produttori, coltivatori e braccianti devono accontentarsi di quote minime, spesso inferiori al 5% del totale!

Secondo un'indagine Oxfam, nel 2016, soltanto le prime 8 aziende della grande distribuzione hanno realizzato vendite per 1.000 miliardi di dollari, totalizzando profitti per 22 miliardi di dollari, che, invece di finire nelle tasche di produttori e braccianti, sono stati impiegati per assicurare dividendi ad un'altra grande classe di parassiti sociali: gli azionisti.

Chiaramente, per ottenere un simile profitto, anche la grande distribuzione sfrutta i suoi dipendenti.

Non c'è bisogno di essere delle volpi per comprendere che eliminando sfruttatori e parassiti, che intervengono ad ogni livello della catena, i lavoratori del comparto agro-alimentare risolverebbero di colpo tutti i loro problemi economici: è questa una verità essenziale che sussiste in ogni ambito dell'odierna società, tanto che si può dimostrare, numeri alla mano, che se i profitti venissero integralmente redistribuiti a livello sociale, invece di finire nelle tasche di una stretta minoranza, ogni essere umano presente sulla Terra avrebbe denaro a sufficienza per vivere in modo dignitoso.


La precarizzazione del lavoro


Risalendo ulteriormente la scala del livello di sfruttamento dell'uomo sull'uomo, troviamo un'altra categoria di lavoratori sottopagati e senza tutele: i tirocinanti.

Inizialmente concepito come un periodo di prova per imparare un mestiere prima di essere inseriti in azienda con un contratto di lavoro degno di questo nome, ben presto il tirocinio si è trasformato in un comodo escamotage burocratico per disporre di veri e propri lavoratori, anche altamente qualificati in quanto freschi di diploma, laurea e/o dottorato, “pagati” con un rimborso spese, talvolta erogato non dall'azienda ma dalla collettività attraverso degli appositi fondi.

Come si può pensare che i capitalisti si lascino sfuggire una così ghiotta occasione di poter sfruttare dei lavoratori gratis?

E infatti i numeri parlano chiaro: dal 2012 al 2017, in Italia, si è passati da 185 mila a 368 mila stage extra-curriculari. Il dato è sottostimato, perché esclude dal conteggio i tirocini effettuati dagli studenti durante gli anni della loro formazione scolastica ed universitaria: chiamateli come vi pare, ma pur sempre di prestazioni di lavoro gratuite si tratta.

Del resto, che quello del tirocinio sia poco più che una scusa per reclutare mano d'opera a basso costo lo dimostrano i dati: dei 368 mila stage soltanto il 31,5% si sono trasformati in un qualche tipo di contratto di lavoro. E chissà poi quanti di quei tirocinanti saranno stati assunti con un contratto a tempo indeterminato?

Non molti, dato che nell'ultimo anno in Italia su 100 nuovi occupati ben 95 erano a tempo determinato. Purtroppo non si dispone di dati più chiari in merito perché, guarda caso, il Ministero del Lavoro non si degna di pubblicare informazioni più dettagliate sul tema dei tirocini, pur essendone in possesso.

Non è difficile capire che offrire la possibilità d'impiegare una certa quota di tirocinanti, senza imporre alcun obbligo di assunzione al termine del periodo di formazione, equivale a legalizzare una forma di sfruttamento, contribuendo così alla precarizzazione del lavoro.

Precarizzazione e flessibilizzazione sono due elementi caratteristici dell'odierna organizzazione del mondo del lavoro. Tradotto in termini più comprensibili, ciò significa che i lavoratori devono essere ben disposti ad assecondare tutti i capricci del Capitale.

Se il lavoro oggi c'è e domani no, i lavoratori devono adattarsi a lavorare (e a mangiare) un giorno sì ed uno no; se il datore di lavoro ha bisogno di turni di 10-12 ore, anche nei giorni festivi, i lavoratori devono sacrificare la propria esistenza per il bene dell'azienda (altrui); se il lavoro si sposta in un'altra nazione, i lavoratori devono esser pronti a far le valigie per esser sfruttati nei luoghi dove più aggrada ai capitalisti.

Inoltre, i lavoratori devono scordarsi di scegliere il lavoro che più si addice alla loro natura, devono abituarsi a cambiare mestiere ad ogni capriccio del mercato, non devono protestare quando le condizioni di lavoro peggiorano... e così via, di sopruso in sopruso.

La vita del precario è caratterizzata dall'incertezza nei confronti del futuro, un'incertezza dovuta all'instabilità della propria condizione. Egli deve vivere alla giornata ed è assai difficile che possa avventurarsi in progetti di vita a medio-lungo termine.

Il precario, inoltre, deve competere e mettersi in mostra, dimostrando di essere uno schiavo modello, per far sì che sia proprio lui ad aggiudicarsi l'ambito posto fisso tra i pochi disponibili, e non uno dei suoi numerosi ed agguerriti compagni di disavventure.

Com'è facile comprendere, simili condizioni esistenziali vanno di pari passo con stress, paura e ansia, e quindi con la malattia, sia mentale che fisica.

A novembre 2017, il 16,3% dei lavoratori italiani era precario, con un incremento di 5 punti percentuali rispetto al 2004. Da un punto di vista quantitativo, ci stiamo riferendo ad una platea di poco inferiore ai 3 milioni di persone.

Il dato però assume maggiore rilevanza se si restringe il campo d'indagine ai giovani, vale a dire ai lavoratori del futuro: chi tra essi tenta di trovare lavoro, se ci riesce, nel 54,7% dei casi deve accontentarsi di un contratto precario.

Analoghe dinamiche si ripetono anche in Europa, dove in media il 14,2% di tutta la forza lavoro dispone di un contratto a tempo determinato, una percentuale che sale fino al 43,8% se si considerano i giovani europei, quelli allevati a tirocini ed Erasmus, per abituarli fin da subito alla liquidità che caratterizzerà le loro esperienze lavorative.

La situazione è ancor più imbarazzante, se si considera che, in Italia, tra i nuovi posti di lavoro creati negli ultimi mesi, 4 su 5 sono precari, a tempo determinato e largamente sottopagati.

La condizione di precarietà migliora sensibilmente nei Paesi dell'Europa dell'est, quali Romania (1,4% di precari), Lituania (2,0%), Estonia, Lettonia (entrambe al 3,7%) e Bulgaria (4,1%); in quei luoghi, anche il precariato giovanile si mantiene ben al di sotto del 10%.

Ne deduciamo che chi ambisce al posto fisso debba recarsi in Romania, a patto che si accontenti di una retribuzione corrispondente a circa 2 euro all'ora! E se per caso un simile salario non gli aggrada, può sempre optare per la Lituania (3,11 € l'ora), la Lettonia (3,35 € l'ora) o l'Ungheria (3,59 € l'ora).

Si sconsiglia la Bulgaria, dove le retribuzioni sono talmente basse da risultare comparabili a quelle della peggior Cina: in media ben 1,67 € per un'ora di lavoro!

Per quanto possa sembrare paradossale, le “migliori” condizioni di lavoro in termini di stabilità, vengono assicurate proprio da quei Paesi dove lo sfruttamento dei lavoratori è più elevato.

Con un’ analisi più attenta, si può comprendere il perché ciò avvenga: è nell’interesse dei capitalisti che simili occasioni di sfruttamento si mantengano salde nel tempo.

Quindi, tanto vale offrire un contratto indeterminato a tutti quei disperati che per sopravvivere sono costretti a farsi sfruttare oltre ogni misura, sperando di cristallizzare le condizioni di lavoro dei propri schiavi.

Se si guarda alle epoche passate, ci si rende conto che non c'è nulla di più stabile della schiavitù: da migliaia di anni le migliori menti cercano di trovare un modo per liberare gli esseri umani da questa piaga sociale, eppure l'umanità non è ancora riuscita a sbarazzarsene.

Il precariato dilaga anche negli Stati Uniti, dai quali molti "lungimiranti" politici traggono spesso ispirazione per rovinare l'Italia.

Nella terra del sogno (ormai divenuta terra dell'incubo), un terzo della forza lavoro attiva è a partita Iva, intermittente e precaria.

Nel periodo che va dal 2005 al 2015, dei 10 milioni di nuovi posti di lavoro creati, soltanto 500 mila erano vere assunzioni a tempo indeterminato, il resto consisteva in lavori atipici: a contratto, a progetto, a chiamata, interinali di vario genere, in appalto e via di seguito.

Senza considerare che negli Stati Uniti, fatta eccezione per i casi discriminatori, il licenziamento del lavoratore nell'ambito di un contratto a tempo indeterminato è a totale discrezione del datore di lavoro!


L'economia dei lavoretti

Nel processo di precarizzazione del lavoro in atto rientra a pieno titolo il recente fenomeno della gig economy (traducibile come economia dei lavoretti).

Si tratta di una nuova forma di organizzazione del lavoro on demand, ovvero su richiesta, gestita mediante piattaforme digitali on line e apposite applicazioni per smartphone. 

Nella gig economy si lavora in proprio e la durata dell'attività è limitata al servizio richiesto. Un software si occupa di trovare i clienti e di assegnare gli incarichi ai dipendenti freelance, monitorando la loro efficienza. In questo modo domanda ed offerta s'incontrano grazie ad Internet.

Di conseguenza il lavoro risulta intermittente e saltuario, dato che le prestazioni vengono richieste in tempo reale ed avvengono in modo imprevisto ed improvviso, sulla base delle esigenze dei clienti.  

Tra gli esempi più significativi di attività facenti parte della gig economy si possono citare: la consegna di cibo a domicilio effettuata in bicicletta o con il motorino; l'utilizzo della propria autovettura per offrire un servizio analogo a quello dei corrieri e dei tassisti; la programmazione freelance di siti web e applicazioni; l'affitto di camere e abitazioni.

Oltre alle evidenti problematiche dovute ad un'elevata flessibilità e ad una grande instabilità lavorativa, di norma, i moderni schiavi al servizio della gig economy percepiscono una retribuzione inferiore rispetto ai livelli medi della categoria in cui sono impiegati. Inoltre, non disponendo di un vero e proprio contratto di lavoro, risultano svantaggiati anche sul piano pensionistico e sanitario. 

Ciò nonostante, il suddetto fenomeno in Italia ha fatto registrare una forte espansione. Basti sapere che, nel 2010, le persone coinvolte nella gig economy erano meno di 100.000 mentre, oggi, si stima che il loro numero sia compreso tra 700.000 e 1 milione.

Il 50 % di essi dichiara di dedicarsi ai lavoretti su richiesta per integrare il proprio reddito, ma la porzione di lavoratori per cui questa modalità d'impiego rappresenta l’unica fonte di guadagno è in aumento (attualmente è prossima al 25 %)

In Inghilterra il fenomeno della gig economy riguarda 1,6 milioni di persone, trasformandosi in una vera e propria piaga sociale, mentre negli Stati Uniti si stima che siano 4 milioni i lavoratori reclutati on demand attraverso applicazioni online; un numero che, secondo le previsioni, potrebbe raggiungere i 7,7 milioni nel 2020.

Ci si augura che questa nuova modalità di sfruttamento resa possibile dalla tecnologia, si estingua con la stessa rapidità con cui si è diffusa.


Il regolare sfruttamento nei Paesi avanzati


Con i tempi che corrono, anche chi è in possesso di un regolare contratto di lavoro non è esente dal rischio di esser sfruttato, persino nei Paesi più ricchi: i salari saranno più elevati, ma le modalità di lavoro sono assimilabili a delle forme di tortura.

Negli stabilimenti italiani di Amazon gli operai sono perennemente monitorati, in ogni loro singola mossa, affinché non scendano al di sotto di un certo ritmo di lavoro.

Se un lavoratore non raggiunge gli standard stabiliti dall'azienda, partono i richiami: se si oltrepassa il 50% della soglia stabilita, si ha una prima segnalazione. Chi scende all’80-85% della soglia viene convocato dal manager, che lo intima ad andare più veloce, con frasi del tipo «Se non raggiungi gli standard, ne va del tuo futuro». Dopo 2 o 3 segnalazioni, ha luogo il licenziamento.

L'azienda spreme i dipendenti fin quando questi non sono così stremati da abbandonare spontaneamente il lavoro: ciò assicura un naturale ricambio di energie da impiegare per mantenere elevati i ritmi di produzione, un po' come accade in una staffetta.

Nello stabilimento Amazon di Castel San Giovanni in provincia di Piacenza, il polo più grande in Italia ed Europa, lavorano circa 1.800 operai con un'età media di 31 anni.

Le testimonianze dei dipendenti sono sconcertanti: un magazziniere sostiene di smistare ogni giorno migliaia di pacchi e di percorrere circa 10 chilometri, in uno spazio grande come dodici campi da calcio.

Egli afferma: «Sanno in tempo reale cosa fai e in quanto tempo lo fai», ed ancora: «a nessuno importa se la mia caviglia, sottoposta alla stessa torsione da destra a sinistra per più di un anno, ora non ha più cartilagine».

Prima di cominciare il turno, i lavoratori vengono invitati a fare dello stretching tutti insieme, perché in seguito si lavorerà correndo (letteralmente!). È vietato parlare con i colleghi e, per non perder tempo, gli operai cercano di evitare di andare al bagno.

I gesti sono talmente ripetitivi da causare danni fisici ai lavoratori. Secondo le stime della Ugl di Piacenza il 70% dei dipendenti Amazon di Castel San Giovanni ha ernie, problemi alla schiena, al collo e alle ginocchia, senza contare le tendiniti e le sindromi del tunnel carpale.

Alcuni lavoratori sono stati trasportati via in ambulanza a causa di attacchi di panico, altri soffrono di depressione e, per cercare di resistere, fanno ricorso a psicofarmaci.

Il caso di Amazon è tra i più noti, ma non è affatto il solo. Anche gli operai della Maserati lamentano condizioni di lavoro degne di una caserma.

I turni prevedono 3 pause di 10 minuti, ma gran parte degli operai le impiega per mettere in ordine le postazioni, evitando così di rimanere indietro alla ripartenza della produzione.

Vi è una pausa pranzo di 30 minuti, ma circa metà di quel tempo se ne va tra lavarsi le mani, raggiungere la mensa e a causa della coda che si crea per prendere il vassoio e farsi servire dagli addetti.

Chi si ribella allo sfruttamento, chi utilizza la mutua o va in infortunio dopo che si è fatto male lavorando, viene messo in cassa integrazione, in attesa che l'azienda lo richiami.

Ciò alimenta l'atmosfera di terrore che spinge i lavoratori a tollerare condizioni di lavoro che altrimenti avrebbero portato ad una rivolta.

Simili scenari si riscontrano anche negli altri stabilimenti italiani di FCA (Fiat Chrysler Automobiles), dove mentre i diritti diminuiscono, lo sfruttamento si fa sempre più selvaggio, tanto che, secondo un'indagine condotta dalla Fiom, 6 lavoratori su 10 lamentano un peggioramento delle condizioni di lavoro.

Gli operai della Electrolux, invece, a causa del caldo estivo che fa superare i 30 gradi ai loro luoghi di lavoro, per contrastare gli effetti della calura, chiedono di diminuire il ritmo o di inserire delle pause di 10 minuti ogni ora, ma l'azienda risponde di no, offrendo delle fette di anguria durante la pausa pranzo.

Evidentemente, per refrigerare i locali si dovrebbe intaccare la ricchezza degli sfruttatori, che ben si guardano dal lavorare, in particolar modo nei periodi più caldi dell'anno.

Ciò non fa che dimostrare la loro miopia, dato che è scientificamente appurato che lavorare in un luogo accogliente incrementa di misura la produttività; quindi, nella peggiore delle ipotesi, nel medio termine, climatizzare i locali, oltre ad evitare le proteste, rappresenterebbe un'operazione a costo zero.

Il punto essenziale non è la calura estiva, è che a chi sceglie di trarre profitto dallo sfruttamento altrui non interessa affatto delle condizioni dei propri sottoposti, anche perché se gliene importasse veramente qualcosa non li sfrutterebbe affatto.

Per il capitalista l'operaio è una sorta di bestia da soma in grado d'interpretare un maggior numero di comandi rispetto ad un animale e che, in quanto tale, va (ab)usato fino allo sfinimento fisico o mentale, prima d'esser sostituito con qualche altro disperato in attesa d'esser a sua volta sfruttato per guadagnare uno stipendio.

Si potrebbe andare avanti a lungo a denunciare simili soprusi, ma per questioni di brevità ci fermiamo qui.

Chiedo scusa a tutti i lavoratori sfruttati in ogni ambito, sparsi per tutto il mondo, che però non ho potuto citare in questo saggio; vi sono vicino e vi posso assicurare che ogni singolo pensiero scaturito dalla mia coscienza è motivato dalla profonda volontà di sradicare dalla società la pratica dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, assieme ad ogni altra forma d'ingiustizia perpetrata a danno di ogni essere vivente.

Vorrei però porvi una domanda: come potrebbe un capitalista esser tale se venisse meno la collaborazione dei lavoratori ad esso sottoposti? Perché invece di sottomettervi agli sfruttatori e di subire la vostra condizione, non vi coordinate e vi ribellate?


Il concetto di "stupro" lavorativo


Consentitemi di effettuare un'ulteriore riflessione sulla condizione esistenziale di un “normale” lavoratore, vale a dire un individuo provvisto di un regolare contratto di lavoro a tempo indeterminato, che riceve una paga nella media a fronte di 8-9 ore di lavoro al giorno, che non di rado diventano 10-11, se si considerano gli spostamenti e la pausa pranzo: un simile soggetto può dirsi davvero libero? O forse è anch'egli vittima di una qualche forma di schiavitù a causa del suo lavoro?

Se c'è una cosa che accomuna gli schiavi di tutte le epoche è l'impossibilità di disporre del proprio tempo di vita, un tempo che non può essere impiegato per dedicarsi a ciò che realmente si ama, come invece può fare chi vive in un'effettiva condizione di libertà, ma che al contrario, lavorando, dev'essere necessariamente sacrificato per svolgere forzosamente delle attività che spesso esulano dalla propria reale volontà.

In tal senso, ribadisco quanto già sostenuto in precedenza, ovvero che tutti gli individui che sono costretti a svolgere una certa professione sono del tutto simili a degli schiavi.

Ciò accade quando, per forza di cose, ci si deve accontentare di un lavoro, che però non è quel lavoro che invece si vorrebbe realmente fare. Ma annullare la volontà di un essere umano, è un altro modo per dire che quell'individuo è stato ridotto in schiavitù, perché lo schiavo non può seguire la sua volontà, in quanto deve obbedire al volere del suo padrone.

Soltanto chi ha provato in prima persona può comprendere che razza di tortura sia quella di essere costretti a lavorare ogni singolo giorno della propria vita perché si è obbligati a farlo, e non perché lo si desideri, dovendo per giunta sottostare a tutta una serie di detestabili direttive imposte da una gerarchia di “superiori”.

Non è un mistero che a causa dell'odierna organizzazione socio-economica una simile condizione esistenziale sia sperimentata dalla maggior parte dei lavoratori. E non mi riferisco soltanto ai lavoratori dipendenti.

A voler essere intellettualmente onesti, ci sono tutti gli elementi per introdurre un nuovo concetto, quello dello stupro lavorativo, da applicare a tutti quei casi in cui i lavoratori, per qual si voglia ragione, sono costretti al lavoro, contro la propria volontà.

Si pensi ad una coppia d'individui che stanno consumando un rapporto sessuale.

Se i due soggetti sono reciprocamente innamorati, quell'atto è reputato da molti una delle più belle esperienze che si possano fare nel corso della vita; se però uno dei due non prova alcun sentimento nei confronti dell'altro, ma viene lo stesso costretto a consumare un atto sessuale, ecco che la medesima azione si trasforma in una delle più terribili esperienze al mondo, tanto che ci si riferisce ad essa con il termine di “stupro” e si punisce con la galera lo stupratore.

Che cos'è cambiato nelle due situazioni? Mentre nel primo caso entrambi i soggetti sono consenzienti, ovvero la volontà di entrambi è concorde, nel secondo caso no, le volontà sono discordi.

Ciò significa che l'atto sessuale si trasforma in uno stupro quando in una delle due parti viene a mancare la volontà di compiere quel gesto e, al tempo stesso, l'altro soggetto costringe la controparte a subire quell'atto.

Qualunque individuo intellettualmente onesto ammetterà che la stessa identica cosa accada anche per il lavoro: se un'attività lavorativa muove dalla più intima e sincera volontà, allora si può parlare di una delle cose più belle del mondo, ma se per disgrazia quella medesima attività è frutto di una costrizione, ovvero viene imposta contro la volontà del singolo, allora ha luogo una chiara forma di violenza, che non è esagerato definire “stupro” lavorativo.

In entrambe le situazioni, infatti, si ha mancanza di volontà da parte di chi subisce, unita ad un'azione costrittiva esercitata in qualche modo da parte di chi impone.

Non solo: così come la violenza sessuale, anche il lavoro forzato rappresenta pur sempre una forma di violenza psico-fisica che si protrae nel tempo, in quanto il lavoratore, dovendo svolgere dei compiti contro la sua volontà, viene ripetutamente violato sia nel corpo che nella mente.

Che la costrizione al lavoro sia ottenuta con l'utilizzo diretto della forza, come nel caso dell'antica schiavitù, o con gli strumenti dell'economia, come accade per i moderni schiavi salariati nella società capitalistica, poco cambia, ai fini della violenza subita dal soggetto costretto al lavoro.

Se io ho ragione, gli effetti di quanto vado denunciando devono essere ben visibili nella società.

E infatti, basta farsi un giro all'interno di un qualsiasi luogo di lavoro per osservare con i propri occhi la grande presenza di persone profondamente malate, sia nel fisico che nell'anima: sinceramente, non vedo come potrebbe essere altrimenti, dato che quegli individui sono costretti ogni singolo giorno a svolgere azioni ripetitive in contrasto con la loro vera natura.


Il lavoro come forma di schiavitù legalizzata


Non si può non ammettere che oggigiorno la stragrande maggioranza dei lavoratori non lavori perché vuole farlo ma perché deve farlo; non ha scelto un lavoro, ma si è adattata al lavoro che è riuscita a trovare; non lavora per passione, ma lo fa perché non riesce ad individuare delle alternative che possano assicurargli un'esistenza migliore o perché senza quel lavoro, che nel suo intimo odia profondamente, finirebbe in miseria.

È il minimo che possa accadere che questi individui, costretti a subire un quotidiano stupro lavorativo, manifestino dei problemi psico-fisici di varia natura, e a lungo andare si ammalino, come fisiologica e naturale reazione all'ambiente tossico in cui sono immersi.

Si crea così un grande problema sociale che dev'essere risolto, se s'intendono realmente migliorare le condizioni di vita dell'umanità.

A tal fine, bisogna prendere coscienza del fatto che i lavoratori non sono affatto liberi, come invece gli si vorrebbe far credere, anche per questo nei miei scritti ho sostenuto con forza, ed in totale antitesi con il pensiero dei cosiddetti intellettuali contemporanei, che il lavoro è una moderna forma di schiavitù legalizzata, dalla quale bisogna liberare l’umanità.

Usare i termini più appropriati è funzionale al processo di acquisizione della consapevolezza: un conto è dire di essere un moderno schiavo al servizio del capitale, un altro è illudersi di essere un rispettabile impiegato di una prestigiosa azienda.

La dicitura edulcorata riferita alla condizione degli odierni lavoratori è utile soltanto al mantenimento della loro condizione di subordinazione: è ben più facile dominare chi crede di essere libero, rispetto a chi ha piena consapevolezza delle proprie catene.

Il fatto che oggi sia legale sfruttare altri esseri umani, non fa sì che questa modalità di rapportarsi non sia lo stesso una sorta di schiavitù, certamente evolutasi rispetto a quanto accadeva in passato, ma pur sempre rimasta schiavitù nell’essenza.

Quando un individuo lavora per conto di un altro e la paga che riceve non gli è sufficiente per emanciparsi dall'obbligo di lavorare, egli continuerà ad essere nient'altro che uno schiavo, per tutta la sua vita. Che quel soggetto indossi una tuta blu o una camicia bianca, poco importa.

Bisognerebbe smetterla di prenderci per i fondelli giocando con i termini: se un individuo lavora 8-10 ore al giorno, non perché desidera effettivamente farlo, ma a causa di ricatti economici e, per giunta, una parte del guadagno dovuto al suo lavoro gli viene sottratta da degli inutili parassiti, allora quell'individuo è uno schiavo.

Ciò vale sia per i membri dei Paesi del Terzo mondo che per i lavoratori del Primo mondo.

In generale, le condizioni di vita dei moderni lavoratori sono certamente migliori rispetto a quelle degli schiavi del passato, ma anch'essi restano pur sempre degli schiavi, che per arrivare a fine mese devono dedicare al lavoro la maggior parte del tempo della propria vita, volenti o nolenti: tutto ciò non può essere definito "libertà".

Ne deduciamo che nel corso dei secoli la condizione di schiavitù è andata mutando ma non è affatto stata eliminata: è stata progressivamente trasformata nella moderna concezione di lavoro, così da riuscire ad estendere la schiavitù alla più ampia parte della popolazione, facendola addirittura percepire come una condizione desiderabile e pertanto socialmente accettabile.

È proprio così che stanno ingannando l'umanità: facendogli credere che “essere liberi” significhi avere la possibilità di scegliere un lavoro (tra quelli compatibili con la volontà del mercato) o di fare impresa (per chi può permetterselo e pur sempre sottostando alle logiche del profitto). Questa è la più grande idiozia che possa essere sostenuta.

Di fatto, l'unica libertà concessa alla massa dal mercato del lavoro, è la libertà di scegliere la propria schiavitù.

Ciò non rende affatto liberi i moderni lavoratori, li rende assoggettati ad una nuova forma di schiavitù, quella del lavoro, ancora più subdola rispetto a quanto veniva riservato agli schiavi del passato, in quanto oggigiorno i condizionamenti mentali e l'apparente condizione di libertà ostacolano la presa di coscienza della reale condizione esistenziale in cui versa la quasi totalità dell'umanità.

Tutto ciò non accadeva in passato, quando le catene della schiavitù erano ben visibili.

Dal punto di vista di chi trae vantaggio dallo sfruttamento degli altri esseri umani il passaggio dalla schiavitù diretta e manifesta dell'antichità alla moderna schiavitù del lavoro ha portato una lunga serie di vantaggi.

I moderni schiavi non devono essere comprati, mantenuti e frustati, perché si auto-gestiscono e si riducono autonomamente in schiavitù, cercando spontaneamente la propria occupazione, a seconda delle esigenze dei capitalisti, prendendo parte alle dinamiche del mercato. 

Ciò avviene senza pronunciare alcun lamento e ringraziando perfino i padroni per la grandiosa opportunità di essere sfruttati.

E quando il lavoro viene a mancare, ecco che i lavoratori iniziano a protestare perché vogliono lavorare, perché il lavoro è un diritto, perché la Repubblica è fondata sul lavoro... mica chiedono di essere liberi: no! Chiedono d'esser schiavi, perché è così che sono stati allevati: per ambire alla schiavitù.

Mai prima d'ora nella storia dell'umanità un individuo sano di mente ha preteso a gran voce di essere ridotto in schiavitù; oggi, invece, una simile richiesta è ampiamente diffusa nella società, tanto da essere avanzata da interi popoli.

Siamo arrivati al punto in cui i sottomessi lottano per ottenere non ciò che è nel loro interesse, ma ciò che è nell'interesse dei loro dominatori.

I popoli non riempono le piazze in nome della giustizia, dell'uguaglianza e della libertà, non lo fanno per porre fine allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, né per riconquistare la sovranità monetaria e ancor meno per pretendere che la ricchezza sia distribuita in modo uniforme, ma per ottenere un lavoro, vale a dire per garantirsi un moderno posto di schiavitù.

Essi parlano il linguaggio dei padroni, lottano per i desiderata degli sfruttatori, votano chi attuerà i programmi politici che asseconderanno le necessità delle élites, e neanche si rendono conto di ciò che fanno... non c'è niente da fare: vogliono le catene.

Ed i politici al servizio del Potere li assecondano ben volentieri, promettendo di far crescere l'economia per creare ancor più lavoro, senza affrontare nessuna delle eclatanti contraddizioni che caratterizzano l'odierna società, e che invece, se venissero risolte, potrebbero assicurare a tutti gli esseri umani reali ed effettive condizioni di benessere e libertà, anche dall'obbligo di lavorare.

Mirco Mariucci

Fonti


Disoccupazione
Orari di lavoro
Schiavitù moderna
Lavoro minorile
Il Congo ed il coltan
SIM card e smartphone
Salari in Cina
Produzione del caffè
Produzione del cacao
Produzione del tabacco
Giocattoli, scarpe e abbigliamento
Il fenomeno del caporalato
Tirocinio
Precariato
Gig economy
Amazon, Maserati, FCA ed Electrolux
Grande distribuzione


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